Un bel morir
  1. 176 pagine
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Informazioni su questo libro

Il disperato e amaro vagabondaggio di Maqroll il Gabbiere trova una sosta a La Plata: paese fantasma che sopravvive sulle sponde di un fiume senza nome e sul quale incombe un'atmosfera minacciosa. Qui il Gabbiere si lascia vivere, come ipnotizzato dall'inerzia di quanto gli sta attorno, fino a quando è costretto ad accettare, da un equivoco e sedicente fiammingo, un lavoro che subito si rivela una trappola...
Un bel morir fa parte della trilogia Imprese e tribolazioni di Maqroll il Gabbiere. In realtà, ritroveremo ancora Maqroll e la sua «corte» di amici, nemici, avventurieri e amanti in altri libri dell'autore.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
eBook ISBN
9788858417720
Print ISBN
9788806194581

Álvaro Mutis

Un bel morir

A cura di Ernesto Franco

Einaudi

a Jorge Ruiz Dueñas, amico esemplare
ed esperto conoscitore delle imprese del Gabbiere

Un bel morir tutta una vita onora.
FRANCESCO PETRARCA
Tutto svanirà a poco a poco nell’oblio
e il grido di una scimmia,
il latteo fluire della linfa
dalla corteccia ferita del caucciú,
lo sciabordìo delle acque contro la chiglia in viaggio,
saranno tema piú memorabile dei nostri lunghi abbracci.
ÁLVARO MUTIS, «Un bel morir...», in Le fatiche perdute.
Accumulons l’irréparable!
Renchérissons sur notre sort!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Tout n’en va pas moins à la Mort,
Y a pas de port.
JULES LAFORGUE, «Solo de Lune».
Ogni uomo vive la propria vita come un animale braccato.
NICOLÁS GÓMEZ DÁVILA, «Escolios».

Tutto ebbe inizio quando Maqroll non si mosse piú dal porto di La Plata e rimandò per un tempo indefinito la decisione di proseguire il suo viaggio di risalita lungo il fiume. Si trattava, in questa navigazione alle sorgenti del grande fiume, di trovare qualche traccia di coloro che avevano condiviso, anni addietro, alcune delle sue mirabili imprese. Scoraggiato dall’assenza della piú piccola notizia intorno ai suoi antichi compagni e con un amaro sapore nell’anima al vedere come si esaurissero le ultime sorgenti che alimentavano quella nostalgia che lo aveva portato lí da tanto lontano, concluse che per lui non faceva differenza restare lí, in quel povero villaggio, o continuare a risalire la corrente senza piú alcun motivo che lo spingesse a farlo.
Cercando alloggio a La Plata trovò una camera disponibile in casa di una donna cieca, molto stimata nel luogo. Tutti la conoscevano come donna Empera. Dopo aver concordato il prezzo dell’ospitalità e di altri servizi, come i pasti e la pulizia del suo ridotto vestiario, scelse una stanza la cui ubicazione era quantomeno sorprendente. Per guadagnare spazio, la padrona aveva fatto costruire due camere che sporgevano sulla corrente del fiume e si reggevano su rotaie di ferrovia piantate obliquamente sulla sponda. La costruzione si manteneva in piedi per uno di quei miracoli d’equilibrio ottenuti in queste terre da coloro che sanno sfruttare tutte le possibilità del grosso bambú conosciuto come guadua, la cui leggerezza e versatilità, nel servire ai fini della costruzione, giungono a essere insuperabili. Le pareti, alzate con lo stesso materiale, si completano e si consolidano con un’argilla di colore rossiccio reperibile lungo i dirupi scavati dal fiume, nei punti in cui il suo letto si fa piú stretto.
La stanza sembrava una gabbia sospesa sul carezzevole borbottío delle acque color tabacco, dalle quali saliva un tonificante aroma di fango fresco e di vegetali macerati dalla sempre capricciosa e imprevedibile corrente del fiume. Le altre camere venivano affittate da donna Empera a coppie di passaggio da cui pretendeva soltanto il pagamento anticipato per i giorni di permanenza e l’osservanza di un ordine strettissimo per quanto riguardava gli effetti personali. Lei stessa si incaricava di riordinare le camere e, nella maniera piú gentile ma con fermezza, chiedeva ai suoi clienti che, sin dal primo giorno, le indicassero il luogo scelto per ciascun oggetto. In tal modo poteva rigovernare le stanze seguendo sempre lo stesso ordine. Quando il Gabbiere arrivò alla casa per domandare di un letto disponibile, la donna gli rispose senza esitare:
– Io la conosco, signore. È passato da La Plata diverse volte ma non si è mai fermato qui. Ho sentito parlare di lei. Per la verità, nessuno è riuscito a dirmi quale sia la sua occupazione o di che cosa viva. Ma non è questo che mi sorprende. Quello che mi incuriosisce è che, se quelle che parlano di lei sono donne, non lo fanno mai con rancore; tuttavia avverto nella voce come una strana paura che non permette loro di dilungarsi troppo.
– Parlano sempre troppo, signora, – rispose il Gabbiere. Tre o quattro volte era passato di lí in cerca di un posto dove arrestare il suo cammino e le donne con le quali era stato, femmine d’occasione, dal volto anonimo e con nessun tratto memorabile nel carattere, non meritavano di aver risvegliato la curiosità di donna Empera. – Non lascio loro molto di cui parlare e forse per questo si mettono a immaginare sciocchezze.
– Può essere, – rispose lei non molto convinta. – Quello che a me importa è che lei sia una persona affidabile e meriti la mia fiducia. Il resto lo sa il cielo. Noi ciechi sappiamo di piú sulla gente di coloro che hanno occhi per vedere e non vedono. Quando ci ingannano è perché vogliamo che sia cosí e lasciamo che lo facciano. Lei, che ha vissuto tanto, mi capirà.
La padrona si congedò e Maqroll rimase a mettere ordine nelle sue cose e a sistemarsi nella camera. Quando ebbe finito, la donna ritornò e lui si mise a indicarle ogni oggetto e il luogo che occupava.
– Non è molto quello che ha con sé, – commentò la padrona con una certa curiosità non esente da compassione.
– L’indispensabile, signora, solo l’indispensabile, – rispose il Gabbiere cercando di porre fine al dialogo.
– E questi libri sono anch’essi indispensabili? – gli chiese donna Empera con quel sorriso sbiadito con cui i ciechi cercano di farsi perdonare la loro curiosità. – Di che cosa trattano? – insistette con un sincero interesse che non mancò di incuriosire il Gabbiere.
– Uno è la vita di san Francesco di Assisi, scritta da un danese; questa è la traduzione francese. L’altro, in due volumi, contiene le lettere, sempre in francese, del principe di Ligne. A leggerle si capiscono molte cose sulla gente, in particolare sulle donne –. La curiosità della cieca meritava, esigeva quasi, quei dettagli da parte del lettore e proprietario dei libri.
– Mio nipote, – proseguí la padrona, – mi leggeva molto, soprattutto libri di storia. Li ho venduti quando me lo ha ammazzato la Federale. Lo sospettarono di far parte della guerriglia perché leggeva sempre. Lo faceva soprattutto per distrarmi. Ma quella gente non fa domande: viene per uccidere. Sono sempre morti di paura.
– Vengono spesso a La Plata? – chiese il Gabbiere interessato da quell’accenno alle forze armate con le quali mai, in nessun luogo, aveva avuto buoni rapporti.
– No, signore. È da tanto che non scendono fin qui. Tutto ora è molto tranquillo. Ma questo non vuol dire niente. Non si può mai sapere con loro.
Il Gabbiere rimase in silenzio, continuò a sistemare le sue cose e a cambiare posto al precario mobilio della camera. L’argomento non lo attraeva. I suoi rapporti con le forze armate avevano avuto luogo in altri ambiti, del tutto estranei a questo, e con persone assai diverse. Inoltre, tutto ciò era per lui cosa del passato, un’esperienza venutasi a sommare a molte altre che metteva in conto alla stupidità umana. Prima di uscire donna Empera gli fece una specie di dichiarazione di principî, o meglio, di regole di condotta riguardo alle visite femminili. Documento orale che non mancò di incuriosirlo e di fornirgli lumi sull’acuta intelligenza della padrona del posto.
– Se desidera portare un’amica per passare la notte con lei, – stabilí donna Empera, – non ho nessuna obiezione di principio. Ma dal momento che questo villaggio è quello che lei ha potuto vedere e tutti ci conosciamo da molto tempo, le consiglierei, per il suo stesso bene, di parlare con me prima di invitare una donna. Non la prenda come un’intrusione nei suoi affari privati, ma piuttosto come il desiderio di non finire entrambi nei guai. Io posso darle alcune indicazioni molto utili che le eviteranno situazioni imbarazzanti. Avrà capito a cosa mi riferisco. Un’altra cosa: badi al suo denaro. Non passi per troppo generoso in un postaccio come questo, dove stiamo affondando tutti nella miseria. Bene, si riposi e buona fortuna.
Il ticchettío del bastone si allontanò fino a perdersi in fondo alla casa. Il Gabbiere si sdraiò sul duro tavolaccio, sopra il quale il sottile materasso di lanetta pretendeva di offrire un dubbioso sollievo contro i listelli di guadua che ne formavano la struttura. Sentiva scorrere l’acqua con la monotona energia di una routine senza fine. Il mormorío lo fece assopire e lo condusse a un sonno profondo. Il caldo insopportabile della sera, quando cessa ogni brezza e arrivano le zanzare, lo svegliò all’improvviso. Già da molti anni non pativa piú le loro punture, ma l’inclemente ronzío continuava a irritarlo senza rimedio.
La vita a La Plata era come quella di tutti i piccoli gruppi di case sulla riva del fiume. L’arrivo del battello passeggeri con le sue grandi ruote dalle pale dipinte color ocra o l’arrivo delle carovane di chiatte tirate da un rimorchiatore ansimante erano il principale avvenimento. Quando l’evento si avverava, l’osteria, situata tra le altre case, di fronte al terrapieno che faceva le veci di piazza in faccia al fiume, si animava di un’inusitata ma effimera attività. Nel proseguire il loro viaggio, le barche lasciavano nuovamente il villaggio immerso nel letargo di un clima da sauna, in un silenzio che giungeva a produrre l’impressione che la vita si fosse ritirata da lí per sempre. Certe notti, una vitrola rompeva la muta tenebra con lo stridulo e quasi irriconoscibile lamento di un tango degli anni trenta o di una canzone nasale del dottor Ortiz Tirado che parlava dell’amore con la compunzione melodrammatica di un fatale peccato d’uso.
Il Gabbiere alternava le letture nella sua stanza a visite molto misurate all’osteria, quando era ormai quasi vuota. Donna Empera lo mise in contatto con alcune donne sue amiche. Erano contadine che scendevano dalla montagna per fare compere nell’unico negozio del villaggio, il cui padrone, il turco Hakim, era solito assediarle con volgari e sempre mal contraccambiate richieste. Loro cercavano di integrare lo scarso salario che ricavavano dal lavoro nei campi con piccoli guadagni extra che gli permettessero di acquistare qualche ornamento civettuolo o qualche metro di tela. Gli amici della cieca erano la fonte piú sicura e discreta per simili operazioni. Maqroll non riusciva neppure a ricordare il nome di queste fugaci compagne di una notte. Le riconosceva, a volte, dall’odore della pelle o dalle storie, sempre le stesse, con le quali riempivano gli intervalli di ogni episodio amoroso. Durante questi incontri si trattava di seguire un processo simile a quello degli alchimisti, destinato a conservare alcune zone imprescindibili della sua nostalgia senza permettere che si impregnassero del presente senza volto, né perdessero la virtú di salvarlo dal lento scivolare verso il nulla la cui certezza spesso lo tormentava.
Una delle finestre della stanza arrivava fino al pavimento e si apriva su un barcollante balcone di guadua sospeso sulla corrente. Lí, il Gabbiere passava molte ore, appoggiato alla ringhiera, contemplando il corso sempre mutevole, sempre sorprendente, delle acque opache senza memoria. Sulla riva opposta si scorgevano i vasti campi seminati a cotone, alternati a zone di canna da zucchero. La tonalità plumbea e oscura di queste contrastava con i bianchi fiocchi di una neve inconcepibile, imprimendo al paesaggio un carattere di vago incubo. La cordigliera si stagliava sullo sfondo, imponente, con i suoi picchi che la nebbia attraversava in veli vertiginosi o su cui la pioggia cadeva in dense fasce che permanevano per varie ore. Spesso, la sera, era possibile, dopo la pioggia, contemplare il profilo vertiginoso e inquietante delle cime piú alte dell’altopiano irraggiungibile e solitario. Era un paesaggio ordinato, sonnolento e denso, che si accordava al ritmo pigro delle acque ossidate e spesse della grande corrente che scendeva verso il mare in un silenzio appena turbato dal borbottío dei vortici nati attorno alle grandi lastre di ardesia affioranti, di tanto in tanto, dalla superficie. Maqroll poteva passare molte ore assorto nella processione cerimoniale che si dissolveva con l’arrivo della notte, accompagnata dal febbrile coro dei grilli e dallo stridío dei pipistrelli che passavano, in un precipitoso volo rasente, sulla corrente e sui tetti delle case.
La Plata era un gruppo di case simile a tutti gli altri che agonizzavano sulle sponde del grande fiume, senza ragione né proposito definiti per il loro esistere anodino e monotono. Alcune case con tetto di palme. Il posto di guardia dell’esercito e il negozio di Hakim con tetti di zinco dipinti, il primo, di un color grigio topo e quello del turco di un color fragola rabbioso e gratuito. Il Gabbiere aveva cominciato a scivolare in una beata serenità che, in fondo, lo preoccupava, poiché la sentiva estranea alla sua inesauribile ansia deambulatoria. L’assenza di quest’ultima poteva star lí a indicargli un cambiamento radicale del proprio essere, a cui, all’inizio, rifiutò di abituarsi. Aveva sempre provato paura per un simile tipo di mutamenti che, in maniera un po’ difficile da precisare, gli apparivano come annuncio di funeste conseguenze, come una chiusura del sipario per cui non pensava mai di essere sufficientemente preparato. Da queste meditazioni sul balcone e dalle sue tranquille letture venne a strapparlo bruscamente la notizia di un progetto di costruzione ferroviaria lungo il crinale del Tambo, uno dei luoghi piú alti e inospitali della cordigliera. Ogni mattina poteva scorgerlo dal balcone della sua stanza, avvolto, per quasi tutto l’anno, da un impenetrabile manto di nebbia. Glielo aveva mostrato donna Empera, la quale gli raccontò, su quei luoghi inconcepibili, storie intrise di una demente violenza che gli regalavano il malessere di un cupo, indefinibile presagio.
L’incontro di Maqroll con l’impresa ferroviaria sul crinale del Tambo avvenne per opera di un imprevisto linguistico e di una reazione nostalgica à rebours. Erano trascorsi diversi mesi dal suo insediamento in casa di donna Empera. Le sue relazioni con la padrona erano giunte a essere piú che amichevoli, familiari. Risultò di un’intelligenza fuori del comune e finí col provare per il suo ospite un affetto con certi tratti materni, in cui si dava una non piccola dose di curiosità per un uomo la cui vita andava conoscendo in lunghe conversazioni nell’ora dei pasti e da notizie ricevute prima dell’arrivo del Gabbiere e che lei custodiva gelosamente. Questi era infastidito dal segreto con cui la cieca copriva tali informazioni. Riuscí solo a sapere che si riferivano a un’epoca in cui lui aveva vissuto in un luogo dell’altopiano, lungo la strada maestra. Ciò bastava a pungolare ancora di piú la sua curiosità, ma donna Empera manteneva un rigoroso silenzio al riguardo.
Maqroll viveva di una piccola quantità di denaro che gli girava una banca di Trieste, con puntualità soggetta alle piú inaspettate e assurde irregolarità della posta. Gli assegni li cambiava nel negozio di Hakim, il quale acconsentí a farlo grazie all’intercessione della padrona che aveva su di lui un misterioso ascendente. Donna Empera, fin dall’inizio, dimostrò la piú grande comprensione e pazienza per i ritardi che il caos postale imponeva al pagamento della pensione. Non passò molto tempo prima che offrisse al suo ospite piccole somme in prestito per coprire le spese piú immediate e alcuni conti che spesso rimanevano in sospeso con lo stesso Hakim e all’osteria. Gli amori passeggeri del Gabbiere erano la causa delle prime e l’incalzante affanno di oblio che lo assediava a periodi era la ragione dei secondi. All’osteria, in effetti, era solito ricorrere pensando che il brandy gli avrebbe reso piú sopportabili gli attacchi di astio, causati, in buona parte, dalla constatazione del passare degli anni sulle sue stanche ossa di nomade irredento. Queste crisi, com’era prevedibile, sfociavano in fantasie, ogni volta piú concrete, su ciò che avrebbe potuto essere la fine dei suoi giorni ed erano sempre accompagnate da una anch’essa ogni volta piú radicale liquidazione delle deboli ragioni che lo spingevano a continuare a vivere. Le incursioni all’osteria gli occupavano lunghe ore e si compivano secondo una routine di silenzio e di isolamento che tanto l’oste quanto gli avventori impararono a rispettare fin dalla prima visita di Maqroll, quando andò a sedersi parsimoniosamente al tavolo piú appartato, in un angolo del fondo, e chiese un doppio brandy. Non aveva importanza che la vitrola suonasse con musica assordante: il Gabbiere sembrava non ascoltare. I bicchieri di brandy si succedevano regolarmente, a misura che i suoi occhi, imprecisi e opachi, si perdevano in un attonito paesaggio interiore, inaccessibile ai presenti. Per lui, di una familiarità devastatrice. Cosí passavano le ore. Scesa la notte, chiedeva il conto, che pagava o con denaro, se aveva ricevuto l’assegno da Trieste, o firmando un pagherò con gli ampi tratti della sua calligrafia chiara ma leggermente infantile. Donna Empera, senza dirglielo, aveva ottenuto dal padrone dell’osteria questo privilegio per il suo ospite.
Nessuno si avvicinava al tavolo dove sedeva il Gabbiere. Neppure le donne che aveva conosciuto a La Plata e che entravano per comprare acquavite e portarla agli uomini della sierra. Quando a La Plata attraccavano barche o carovane di chiatte, l’osteria si riempiva di una clientela assetata e rissosa, che il padrone, un negro dai capelli e dalla barba brizzolati, serio e con una forza fuori del comune, era solito controllare con la sola espressione dello sguardo. Una delle prime volte in cui Maqroll fece visita al posto, il meccanico di un rimorchiatore, un mulatto erculeo dagli occhi strabici che l’acquavite trasformava in una bestia torva, si fermò di fronte al Gabbiere e gli rinfacciò il suo isolamento con frasi balbuzienti e bavose. Maqroll alzò il volto e, guardandolo con la stanca serenità di chi sa liquidare simili provocazioni, gli disse a bassa voce:
– Sparisci, scimmione. Con me rischi di trovare quello che cerchi... e scommetto che non ti piacerebbe.
L’uomo si allontanò farfugliando vaghe maledizioni piú contro se stesso che contro il suo improbabile contendente, il quale vuotò il suo brandy con un sorriso di condiscendenza, ma senza togliergli gli occhi di dosso.
Grande fu, per questo, la sorpresa degli avventori quando un sabato in cui il Gabbiere aveva cominciato a bere fin da molto presto videro che uno straniero dalla barba rossiccia e trascurata, tracagnotto e dal volto rubicondo da cui distillava una sospetta bonomía, si avvicinò al banco e chiese qualcosa che l’oste non riuscí a capire. Il Gabbiere, dal suo angolo, alzò la testa e spiegò al padrone a voce alta:
– Gin, vuole gin con acqua. E parlò all’uomo in fiammingo, invitandolo ad andare al suo tavolo. Lí si diresse il nuovo arrivato mentre Maqroll fece posto per una sedia davanti a sé. Lí portò il gin con acqua il padrone in persona, che guardava il Gabbiere come cercando di metterlo sull’avviso riguardo al suo ospite. Lui notò l’avvertimento e si dispose ad ascoltare il paffuto personaggio. Questi si aggrovigliò in un’interminabile conversazione, scandita da enfatici gesti delle braccia, corte, rosee e grassottelle, e con espressioni non meno significative dei suoi grandi occhi sporgenti, color grigio ardesia, nei quali diventava di ghiaccio anche la piú piccola goccia di sincerità che, per una disattenzione della sua facondia inesauribile, gli fosse sfuggita. L’uomo riuscí a parlare ogni tanto in spagnolo con una certa fluidità, per quanto ricorresse spesso a parole inglesi, soprattutto per chiudere le frasi. Si presentò come van Branden, Jan van Branden, di professione ingegnere ferroviario. Il Gabbiere, che aveva una lunga familiarità con la gente delle Fiandre, non riusciva a collocare il suo interlocutore tra i diversi tipi di fiammingo che ricordava. Anche nella lingua della sua pretesa nazionalità commetteva errori e usava alcuni termini piú comuni in Olanda che in Belgio. Ma questo non era strano fra gli abitanti delle Fiandre che passavano buona parte della loro vita fra i porti dell’Inghilterra e dei Paesi Bassi. Nonostante queste riserve, il Gabbiere era caduto, mosso dalla nostalgia della vlaanderland, in una fastidiosa imboscata da cui non seppe come liberarsi. I suoi ricordi si erano aggrovigliati in un nodo inestricabile e preferí andare avanti. Ascoltò con pazienza benedettina la chiacchiera dell’ingegnere fino a quando questi gli domandò se conoscesse qualche posto dove affittassero stanze. Andarono a casa di donna Empera e questa acconsentí a dargli ospitalità, non senza una certa reticenza, ma pensando che si trattasse di un conoscente del suo ospite. Van Branden spiegò che sarebbe rimasto a La Plata fino a quando non fosse sceso il prossimo battello, ossia un paio di settimane.
Al Gabbiere aveva detto di essere incaricato di provvedere ad alcuni aspetti tecnici in relazione alla costruzione del tratto di strada ferrata sul crinale del Tambo. Forse, lasciò capire di sfuggita, Maqroll avrebbe potuto prender parte a qualche attività legata ai suddetti lavori. Come è solito accadere di frequente con questo genere di persone, van Branden accettò come naturali e dovute le attenzioni che per lui ebbe il suo nuovo amico. Era di quelli che lasciano intendere che tutto il mondo può trarre profitto dalla loro preziosa compagnia. La gratitudine è per loro inconcepibile, cosí come le buone maniere. Per Maqroll ebbero piú importanza le nostalgie della platte land e finí con lo stabilire con il belga una relazione che, sfortunatamente, si basava su un malinteso senza rimedio. Van Branden non riusciva a spiegarsi come il Gabbiere fosse andato a finire in quello sperduto angolo della cordigliera, sulle rive di quel fiume dalle acque fangose e traditrici. Neppure il Gabbiere arrivava a capire bene la presenza dell’ingegnere ciarlatano, per quanto il pretesto della ferrovia fosse sbandierato da questi con cosí convincente insistenza. Maqroll intuiva la perplessità del belga e lo divertiva pensare che lo stesso interrogativo si installava nell’altro in relazione a sé. Ma van Branden, sentendosi eccezionale e al d...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Un bel morir
  3. Appendice
  4. Il libro
  5. L’autore
  6. Dello stesso autore
  7. Copyright