
- 224 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Il Maestro di Pietroburgo
Informazioni su questo libro
In esilio a Dresda, Dostoevskij ritorna a Pietroburgo sotto falsa identità, dopo la morte dai contorni poco chiari del figliastro. Lo scrittore si stabilisce nell'appartamento che era stato di Pavel e ossessivamente, insegue il fantasma del figlio per scoprire che cosa veramente gli sia capitato, indagando negli ambienti rivoluzionari di Nechaev. Pietroburgo diventa lo scenario dove si intrecciano le passioni dello scrittore: il dolore per il figlio morto, l'attrazione che prova per Anna Sergeevna - la padrona di casa di Pavel che ora ospita lui -, e persino per la giovane figlia di lei, il conseguente desiderio di rimanere in Russia ma altresí il bisogno di tornare all'esilio di Dresda...
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Informazioni
Print ISBN
9788806172121eBook ISBN
97888584202251.
Pietroburgo
Ottobre 1869. Un calesse scende lentamente lungo le vie del quartiere del mercato agricolo di Pietroburgo. Si arresta davanti a un grosso palazzone residenziale. Il passeggero guarda l’edificio, perplesso. – È sicuro che sia proprio qui?
– Via Sečnoj numero 63. Cosí mi ha detto.
Il passeggero scende. È un uomo di mezza età, con la barba, curvo. Ha la fronte alta e le sopracciglia fitte che gli danno un’aria assorta. Porta un vestito scuro dal taglio un po’ fuori moda.
– Mi aspetti qui – dice al cocchiere.
Dietro alle facciate scrostate e danneggiate, le case piú vecchie del quartiere del mercato conservano qualcosa dell’eleganza di un tempo, anche se molte ormai sono adibite ad alloggio per impiegati, studenti e operai. Fra l’una e l’altra, a volte addossate alle loro mura, sono sorte baracche di legno di due o anche tre piani, vespai di stanzette e di cubicoli, abitazione dei piú derelitti.
Il numero 63, uno dei palazzi piú vecchi, è stretto ai due lati da quelle strutture. A mezza altezza poi è come assediato da una ragnatela di travi e di impalcature. Nelle pieghe dei rinforzi hanno fatto il nido gli uccelli e i loro escrementi imbrattano la facciata.
Una banda di ragazzini sale e scende dalle impalcature per lanciare pietre nelle pozzanghere e subito raccoglierle. Interrompono il gioco per osservare lo straniero. I tre piú piccoli sono maschi, la quarta, che sembra il capo, è una ragazzina con i capelli chiari e gli occhi straordinariamente scuri.
– Buona sera! – grida lo straniero. – Qualcuno di voi sa dove abita Anna Sergeevna Kolenkina?
I bambini non rispondono, ma lo fissano con ostilità.
La ragazzina invece dopo un attimo lascia cadere le sue pietre. – Andiamo! – dice.
Il terzo piano del numero 63 è un labirinto di piccole stanze una dentro l’altra che si dipartono da un pianerottolo in cima alle scale. L’uomo segue la ragazzina lungo un corridoio scuro e tortuoso, che puzza di cavolo e di brodo, oltre un gabinetto con la porta aperta, fino a una porta grigia che lei apre con una spinta.
Entrano in una stanza lunga, dal soffitto basso, illuminata solo da una finestra posta un po’ troppo in alto. Il tutto è reso ancora piú lugubre da una pesante striscia di broccato sulla parete piú lunga. Una donna vestita di nero si alza per andargli incontro. Avrà trentacinque anni. Stessi occhi scuri e sopracciglia scolpite della bambina. I capelli però sono neri.
– Mi scuso per essere venuto senza avvertire – dice l’uomo. – Mi chiamo… – esita, – credo che mio figlio sia stato suo pensionante.
Dalla valigia tira fuori un oggetto avvolto in un fazzoletto bianco. È il ritratto di un ragazzo, un dagherrotipo in una cornice d’argento. – Forse lo riconosce – dice, senza lasciarle prendere il ritratto.
– È Pavel Aleksandrovič, mamma – bisbiglia la bambina.
– Sí, è stato da noi – annuisce la donna. – Mi dispiace tanto… – Cala un silenzio strano. – È stato nostro pensionante fin da aprile – riprende a dire la donna. – La sua stanza è come l’ha lasciata, con tutte le sue cose, tranne qualcuna, presa dalla polizia. La vuole vedere?
– Sí – l’uomo ha la voce rotta. – Se c’è ancora da pagare l’affitto, naturalmente sono a disposizione.
La stanza del figlio, anche se è solo un cubicolo ricavato dal resto dell’appartamento, ha il suo ingresso e pure una finestra sulla strada. Il letto è lindo e rassettato; per il resto c’è una cassettiera, un tavolinetto con una lampada e una poltrona. Ai piedi del letto c’è una valigia con le iniziali P.A.I. La riconosce: era stato lui a regalarla a Pavel.
Va alla finestra e guarda fuori. In strada c’è ancora il calesse che aspetta. – Mi faresti un favore? – chiede alla bambina. – Vai a dire al cocchiere che se ne può andare e lo paghi per me?
La bambina prende i soldi che l’uomo le porge e scappa via.
– Vorrei starmene solo per un po’, se non le dispiace – dice rivolto alla donna.
Appena lei esce si precipita sul letto e lo scopre. Le lenzuola sono fresche. L’uomo si inginocchia e mette il naso sul cuscino. Niente, solo odore di sapone e di sole. Apre i cassetti. Sono stati svuotati.
Tira su la valigia e la appoggia sul letto. In cima, ben piegato, c’è un vestito di cotone bianco. Ci preme la fronte con forza. Inafferrabile, leggero, gli arriva l’odore di suo figlio. Inspira con forza, piú volte, e intanto pensa: ecco, è il suo fantasma che mi penetra.
Porta la sedia vicino alla finestra e si mette a guardare fuori. L’ombra del tramonto s’infittisce sempre di piú. La strada è vuota. Il tempo passa, ma i suoi pensieri sono sempre quelli. Ponderare, si dice, è questo il verbo. Con la testa pesante e gli occhi pesanti, con quel piombo che gli scende nell’anima.
La donna, Anna Sergeevna, e sua figlia stanno cenando, sedute al tavolo una di fronte all’altra, con la lampada al centro. Smettono di parlare quando lui entra nella stanza.
– Sapete chi sono?
La donna lo guarda risoluta senza rispondere, come in attesa.
– Voglio dire, sapete che non sono Isaev?
– Sí, lo sappiamo. Sappiamo la storia di Pavel.
– Ma non voglio interrompere la vostra cena. Vi dispiace se per ora lascio qui la valigia? Pagherò l’affitto per tutto il mese. Anzi, lasciate che vi paghi anche novembre. Mi piacerebbe tenere la stanza, se non è già stata promessa a qualcuno.
Le dà i soldi, venti rubli.
– Non le darà fastidio se qualche volta verrò qui, di pomeriggio? C’è qualcuno in casa durante il giorno?
Lei esita. Scambia un’occhiata con la figlia. Già ci sta ripensando, si dice l’uomo. Sarebbe meglio che si prendesse la valigia e se la portasse via, per non tornare piú, cosí da chiudere definitivamente la storia del pensionante morto e liberare la stanza. Lei non vuole per casa quest’uomo a lutto, che sembra proiettare il buio intorno a sé. Ma ormai è troppo tardi, il denaro è stato offerto e accettato.
– C’è Matrëša a casa di pomeriggio – risponde sommessamente. – Le darò una chiave. Ma dovrebbe usare il suo ingresso. La porta fra la stanza in affitto e questa non si chiude a chiave, ma in genere non la usiamo.
– Mi dispiace. Non me ne ero reso conto, Matrëna.
Per un’ora si aggira per le strade del quartiere del mercato che conosce bene, poi, passando per il ponte Kokuškin, rientra nella locanda dove poche ore prima ha preso una stanza, registrandosi come Isaev.
Non ha fame. Tutto vestito, si sdraia sul letto, incrocia le braccia e cerca di dormire. Ma i suoi pensieri tornano al numero 63, alla stanza di suo figlio. Le tende sono aperte e la luce della luna cade sul letto. Lui è lí: sta vicino alla porta, respira appena, guarda fisso la sedia nell’angolo, e aspetta che il buio s’infittisca, per trasformarsi in un altro tipo di oscurità, quella della presenza. Senza voce le sue labbra formulano il nome del figlio, tre volte, quattro volte.
Sta cercando di lanciare un incantesimo, ma su chi? Su di sé o sul fantasma di suo figlio? Pensa a Orfeo che torna indietro, un passo dopo l’altro, bisbigliando il nome della donna morta, strappandola alle viscere dell’inferno, e alla sua mitica sposa avvolta nel sudario che lo segue con occhi vuoti, con occhi morti, e tiene le braccia dritte davanti a sé, come una sonnambula. Non c’è il flauto, non c’è la lira, c’è solo la parola, quell’unica parola ripetuta senza sosta. Quando la morte taglia tutti gli altri legami resta sempre il nome. Il battesimo: l’unione di un’anima e di un nome, il nome che porterà per l’eternità. Respirando appena, formula ancora quelle sillabe: Pavel.
La testa incomincia a ondeggiare. – Devo andare ora – mormora, o crede di mormorare. – Tornerò.
Tornerò: la stessa promessa che aveva fatto al bambino quando l’aveva portato a scuola per il primo trimestre. Non sarai abbandonato. E l’aveva abbandonato.
Si sta addormentando. Gli sembra di scivolare giú per un’alta cascata dentro uno stagno, dove si lascia affondare.
2.
Il cimitero
S’incontrano al traghetto. I fiori di Matrëna lo irritano. Sono piccoli, bianchi e modesti. Non sa quali siano i fiori preferiti da Pavel, ma le rose, per quanto possano costare in ottobre, rose scarlatte come il sangue, gli sembrano il minimo.
– Ho pensato che lo potremmo piantare – dice la donna, come se gli avesse letto nei pensieri. – Ho portato una paletta. Ginestrino, fiorisce tardi –. Solo adesso lui si accorge delle radici, sono avvolte in una pezza bagnata.
Prendono il piccolo traghetto che porta all’isola di Elagin. Sono passati anni dall’ultima volta che ci è andato. Tranne due vecchiette vestite di nero, loro sono gli unici passeggeri. È una giornata fredda, nebbiosa. Man mano che si avvicinano un cane, grigio ed emaciato, comincia a uggiolare ansioso, su e giú per la banchina. L’uomo del traghetto gli lancia un gancio d’accosto e quello si ritira a una distanza di sicurezza. L’isola dei cani, pensa: ce ne sono a frotte, rintanati fra gli alberi, forse aspettano che chi accompagna il funerale se ne vada per cominciare a loro volta a scavare?
È Anna Sergeevna che va dal custode a chiedere informazioni, mentre lui aspetta fuori, Anna Sergeevna, alla quale lui continua a pensare come all’affittacamere. Poi c’è la camminata per le vie dei morti. Lui ha cominciato a piangere. Perché ora? si chiede, irritato con se stesso. Eppure a modo loro le lacrime sono le benvenute: un velo leggero di cecità fra lui e il mondo.
– Qui, mamma! – grida Matrëna.
Sono arrivati di fronte a un monticello di terra in mezzo a tanti altri uguali da cui spuntano dei pali a croce su cui sono dipinti dei numeri. Cerca di non vedere quel numero, il suo numero, ma ormai ha già visto i 7 e i 4 e ha pensato: Non potrò mai piú scommettere sul 7.
Ecco, è questo il momento in cui dovrebbe lasciarsi cadere sulla tomba. Ma tutto è successo troppo in fretta e quel letto di terra è troppo strano, non suscita neppure una sensazione nel suo cuore. Diffida anche della catena di mani indifferenti per la quale devono essere passate le membra di suo figlio, mentre lui era ancora a Dresda, all’oscuro di tutto. Dal ragazzo che ancora vive nella sua memoria al nome sul certificato di morte, al numero sul palo, non è ancora pronto ad accettare quella serie di fatalità. Provvisorio, pensa: non ci sono numeri definitivi, sono tutti provvisori, altrimenti il gioco finirebbe. Fra poco la ruota girerà ancora, i numeri ricominceranno a muoversi e tutto andrà bene di nuovo.
Il monticello ha il volume e perfino la forma di un corpo disteso. E infatti non è altro che il volume di terra fresca smossa per calare una cassa di legno con dentro un giovane alto. C’è qualcosa in tutto ciò che non può essere pensato, qualcosa che egli allontana con forza da sé. Al posto di quel pensiero emerge il ricordo bruciante di quello che lui faceva a Dresda mentre qui, a Pietroburgo, la procedura seguiva il suo corso indifferente e Pavel veniva prima messo in deposito, poi registrato, poi chiuso nella cassa, trasportato e seppellito. Perché neppure un alito di presentimento nell’aria di Dresda? È davvero necessario che muoiano le masse intere prima che il cielo tremi?
Fra le immagini che ritornano ce n’è una di se stesso nel bagno dell’appartamento di Lärchenstrasse, mentre si spunta la barba davanti allo specchio. I rubinetti di ottone luccicano sul lavandino; il volto allo specchio, assorto nell’azione, è quello di uno sconosciuto che viene dal passato. Ero già vecchio, pensa. La sentenza era stata pronunciata; e la lettera della sentenza indirizzata a me era già in viaggio, passava di mano in mano, solo che io non lo sapevo. La gioia per te è finita: era questo che diceva la sentenza.
L’affittacamere sta facendo un buco ai piedi del monticello. – Per favore – dice lui con un gesto e la donna si fa da parte.
Si sbottona il cappotto e la giacca, poi si china e si piega sempre di piú in avanti, fino a distendersi sopra al monticello, con le braccia tese sopra la testa. Ora piange liberamente, il naso gli cola. Strofina la faccia sulla terra bagnata, ce la nasconde dentro.
Quando si tira su ha la terra nella barba, nei capelli, nelle sopracciglia. La bambina, alla quale non ha fatto caso, lo fissa stupita. Allora lui si strofina la faccia, si soffia il naso e si riabbottona gli abiti. Che sceneggiata da ebreo! pensa. Ma che lo veda! Che veda che non siamo fatti di pietra, che non ci sono limiti!
Una luce gli brilla negli occhi mentre la guarda; la bambina si volta confusa e si va a stringere alla madre. Rientra nel nido! Da lui emana una malvagità terribile nei confronti di tutto ciò che vive, e soprattutto dei bambini vivi. Se in quel momento avesse lí un neonato lo strapperebbe alle braccia della madre e lo sbatterebbe contro la roccia.
Erode, pensa: ora capisco Erode! Che il mondo smetta di riprodursi!
Volta le spalle a tutte e due e se ne va. Ben presto è fuori dalla zona delle fosse nuove e si aggira fra le vecchie pietre, fra coloro che sono morti da un pezzo.
Quando torna, il ginestrino è stato piantato.
– Chi se ne occuperà? – chiede accigliato.
Lei si stringe nelle spalle. Non può rispondere a quella domanda. Tocca a...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Il Maestro di Pietroburgo
- 1. Pietroburgo
- 2. Il cimitero
- 3. Pavel
- 4. Il vestito bianco
- 5. Maksimov
- 6. Anna Sergeevna
- 7. Matrëna
- 8. Ivanov
- 9. Nečaev
- 10. La torre di guardia
- 11. La passeggiata
- 12. Isaev
- 13. La maschera
- 14. La polizia
- 15. La cantina
- 16. La tipografia
- 17. Il veleno
- 18. Il diario
- 19. Incendi
- 20. Stavrogin
- Il libro
- L’autore
- Dello stesso autore
- Copyright