5 giugno 2001.
Sono a Nantucket da sola, e Bruno mi manca. È con le sue «ragazze». Jenny la cauta, Liza che è incinta (per Bruno è il primo nipote), e Cleo che lo adora. Mantengono le distanze dall’amante del padre, e mi sono resa conto qualche settimana fa che non mi importa. Non devo piacere per forza. Maisie e Oscar e Aven verranno la prossima settimana. Forse anche Ethan. Mio figlio, il signor Forse. Bramo qualche segno di affetto dal mio riservatissimo ragazzo. Immagino un grande e lungo abbraccio, un improvviso afflato di amore e ammirazione per la sua mamma, ma non è da lui. Non posso rifare Ethan. Come me, legge molto. Legge di continuo e in questo periodo legge donne, Simone Weil, Susanne Langer, Frances Yates. C’è speranza nel mondo. Ma è un severo vendicatore degli oppressi, un nemico del sistema. Vendi la casa di Nantucket! Vendi le opere d’arte! Disinvesti e sparpaglia i fondi per ridistribuirli. Ethan Lord in saio, con il capo cosparso di cenere. Certi giorni mi ricorda un gesuita che ripete di continuo gli esercizi spirituali per purificarsi. E io barcollo e cado, sporca e colpevole. Per fortuna oggi, al telefono, ha cambiato discorso e mi ha chiesto se avevo letto La poetica della rêverie di Bachelard, e io gli ho citato una frase: «Allora le parole assumono altri significati, come se avessero il diritto di essere giovani». Ethan ha fatto una risatina e ha detto: «Forse bisogna essere vecchi per saperlo». E io ho preso quella risata come un gesto d’amore.
Il piccolo Ethan marcia in casa dopo una giornata alla materna. Lo vedo portare una pila di puzzle nel ripostiglio, accendere la luce, sedersi e chiudere la porta. So cosa sta facendo. Ne comincia uno, lo finisce e comincia quello dopo. Dopo mezz’ora busso delicatamente e lo chiamo con la voce da cartoni animati. Notizie dal ripostiglio? Dodici, risponde canticchiando, o quattordici, o sedici.
Felix parla nel buio della camera da letto. «Pensi che il bambino sia normale?»
Sí, sí, sí, dico io. Ha solo uno schema mentale diverso.
Ci sono molte sfumature di Felix in casa: sia carezze che schiaffi. In corridoio ci sono i suoi stivali di plastica e immagino il suo fantasma che avanza verso la spiaggia sotto una pioggia gelida, e ricordo come mi eccitava vedere Felix, di solito in giacca e cravatta, indossare un paio di jeans e un vecchio maglione, e qui a Nantucket era quasi un altro, ammesso che non fosse al telefono. Oggi ho toccato i sassi che sono ancora ammucchiati nella grande, larga ciotola di cristallo sulla credenza, un po’ impolverata. Li aveva raccolti uno a uno nel corso degli anni. Gli piaceva immergerli nell’acqua per far risaltare i colori. Lo scorso anno non li ho nemmeno notati, non ci ho pensato. Quest’anno mi sento ferita, una vittima, mentre li guardo. Ricordo di quando gli avevo lanciato addosso una rivista, il suo sguardo sorpreso. Fai attenzione, gli avevo urlato. È ora che tu faccia attenzione. Il collage di foto in cucina. Ethan e il pesce – mio figlio terrorizzato a sei anni che solleva in aria un piccolo pesce azzurro. Maisie raggiante tra le braccia di suo padre, il labbro superiore umido di sporco e muco. Felix è girato verso di lei, pensoso, dolce, l’angolo della bocca appena alzato. Questa casa. È come guadare nelle rovine di ciò che era e non è piú.
Rune arriva domani. Sarebbe stato sciocco nascondere a Bruno la sua visita, quindi non l’ho fatto. Un fine settimana lungo. Da giovedí a domenica. Parleremo del progetto. Voglio studiarlo di piú. È perfetto per la parte, ma devo scoprire l’opera.
Ricorda: andare da Straight Wharf domani per il pesce spada, paté di pesce azzurro, quei piccoli cracker.
Ho guardato The Diary. Non finisce mai. C’è troppo da vedere. La golosità visiva dell’eccesso.
Un istante in cui ho fermato il film: un lacchè sta filmando Rune a una festa. Significa che ci sono due cineprese. Una che si vede e l’altra invisibile. Rune sorride, gesticola, socchiude gli occhi con aria interessata mentre chiacchiera con una donna con un carré rosso magenta e occhiali verdi, dalla montatura stretta. Ride, una risata grassa, saluta con la mano e si volta verso la cinepresa invisibile. Ma sul viso di Rune non c’è segno dell’animazione appena passata. La transizione è troppo violenta. I nostri sentimenti di solito aleggiano per qualche secondo prima di scomparire. Mi chiedo cosa si nasconda dietro la sua convivialità.
Giovedí, 7 giugno 2001.
Sono andata a prenderlo in aeroporto all’una e trenta, e il gran sorriso e la mano che sventolava mi hanno fatto sentire subito colpevole dei pensieri che ho avuto l’altra notte. Mi prende in giro per il mio furgone, il mio adorato ammasso di ferraglie che va come un treno.
Si complimenta per la casa – una vera casa sulla spiaggia, non come certe orribili ville faraoniche che ci sono negli Hamptons. Gli faccio vedere lo studio, e alcuni dei miei piccoli personaggi del coro per Il mondo sfolgorante. Hanno tutti la bocca aperta per cantare.
Mangiamo il pesce spada con gusto, beviamo vino. Guardiamo la spiaggia e l’erba alta che si muove e diventa quasi nera contro il cielo della notte, un blu cobalto che sembra uscito dal tubetto delle tempere. Ho solo qualche istante di estraniamento quando penso: Cosa ci fa qui? Cosa ci faccio io? Forse sono io lo scienziato pazzo.
Ho guardato come si muove e ho visto la sua grazia. È una cosa utile nel mondo, la grazia. La sua mano sinistra (oggi ho capito che è mancino) vola in alto, aperta, quando vuole enfatizzare qualcosa, e le parole gli escono di bocca non troppo rapide, e con poca emozione. La sua voce è bassa e pacata, e sorride solo a lunghi intervalli, ma quando lo fa mi sento come se stessi ricevendo un premio. È curioso e ha letto ogni genere di libri, ma non è quello che dice, a sedurre. È la sua convinzione nella propria capacità di sedurre.
Dopo cena, ci siamo distesi sui divani rossi in soggiorno. Lui fumava e io inspiravo l’odore di sigarette, un odore che mi ricordava il mio matrimonio. Ho imparato che non esiste dibattito con Rune, che tra noi è impossibile giungere a conclusioni razionali. È un amante dello sporadico, del casuale, di citazioni azzeccate, date giuste, accoppiamenti improbabili, divagazioni. Aprile 1938: otto giorni dopo che l’Austria aveva votato per l’Anschluss, Superman fece la sua prima apparizione sulla scena americana. Il Marchese de Sade, mi ha detto Rune, era nato il 2 giugno 1740. Il giorno dopo, il 3, re Federico il Grande di Prussia salí al trono e, tra i suoi primi decreti, abolí la tortura. Non mi sorprende che Rune sia affascinato da De Sade, dal desiderio come ripetizione, dai corpi come macchine, dalla cruda applicazione dei meccanismi dell’Illuminismo alla sessualità. Ti vedi come un libertino?, gli ho chiesto. Lui ha risposto no, solo come una macchina che elabora informazioni, con input e output collegati a un forte istinto sessuale. Ha citato Nietzsche: «L’uomo è qualcosa che deve essere superato». (È disinvolto e preparato su Nietzsche).
Con un salto è passato a J. G. Ballard e alla mostra del 1970 al New Arts Lab, quella con le auto distrutte. Meglio di Duchamp, meglio di Warhol, ha detto. Crashed Cars è la mostra par excellence. Il romanzo di Ballard, Crash, ha annunciato l’arrivo del «nuovo sublime», un’esplosione erotica di metallo, vetro e smembramenti. Ma piú che cantore della distruzione, Ballard è stato un veggente, un juggernaut, un messaggero di quello che sarebbe accaduto. I musei d’arte non erano forse diventati palazzi disneyani, come nelle sue previsioni? L’oracolo non aveva forse detto: «Prima o poi, tutto si trasforma in televisione?»1. Non aveva dichiarato che «Nell’epoca postwarholiana un singolo gesto, accavallare le gambe, per esempio, può diventare piú significativo di tutte le pagine di Guerra e Pace»2. Quando gli ho chiesto di commentare il significato di quella frase, Rune ha detto: Non è ovvio?, e io ho risposto, No, per niente, ma lui era già passato a Philip Dick e a come lo adorava, un altro grande sciamano della nostra epoca, nato nel 1928, morto nel 1982, ancora giovane, a soli 54 anni, un paranoico, tossico, sposato cinque volte, che soffriva di allucinazioni, fanatico della religione, ma oh, cosí meraviglioso. Non era stato lui a dire: «Tutti sanno che la logica binaria di Aristotele è fottuta»?
Gli ho chiesto se Dick promuovesse una logica basata su tre valori. Anche la logica booleana era fondata su tre valori, dissi, fondamentale per i processi computazionali. I tre valori includono vero, falso e ignoto o ambiguo. Era quello che proponeva anche lui? Pensava a qualcosa di ancora piú vasto, alla teoria dell’incompletezza di Gödel? È davvero in grado di capirla3?
Rune è abituato a far colpo sulle persone con dichiarazioni del genere, ma non è abituato a difenderle. Nonostante la sua ignoranza, si limita a sorridere e ad allargare le braccia, e mi dice che sono troppo seria.
Cosa succederebbe se fossi cosí, se riuscissi a mettere da parte le contraddizioni? Sarebbe piacevole recitare la parte dell’eroe indifferente, pieno di sé, che raccoglie sguardi ammirati per idee superficiali e sconclusionate.
Penso a mio padre. La tua logica, Padre, era radicata nella coerenza delle relazioni, non nella foschia della cosiddetta vita reale. Era una logica vincolata, proprio quello era il problema. Le tue affermazioni di vero e falso funzionano perfettamente nella loro sfera ermetica.
È un errore applicare la logica alla vita umana nella sua interezza, pensare che la logica possa «svegliare» le macchine.
Ma poi Rune racconta che un tempo c’erano due Dick, Philip K. e la sua gemella, Jane Charlotte, morta a sole sei settimane di vita, il cui fantasma aveva ossessionato gli scritti del fratello. A quanto pare Philip K. incolpava sua madre per la morte di Jane. Il ventre malefico aveva ucciso la sorella? L’aveva condiviso con lei, dopotutto. La madre l’aveva trascurata per dedicarsi a lui? Ahimè, non sono riuscita a seguire i particolari. Rune era partito per la tangente.
La gemella morta ci ha condotto verso specchi, doppi e fantasmi che non ci lasciano mai, e alla vecchia storia dei due sessi come metà di un singolo essere. Mi ha raccontato di sua sorella Kirsten, a cui aveva sempre rivelato i suoi segreti. Da piccoli avevano inventato un codice per mandarsi messaggi che i genitori non potevano leggere, e l’avevano chiamato Runsten. Avevano costruito una fortezza di scatoloni e legna di scarto, e dentro avevano sezionato il corpo di un uccellino morto. Io gli ho raccontato degli aborti di mia madre e del fatto che mi ero sempre chiesta se mio padre non avesse voluto un maschio. Forse uno dei bambini morti era stato un maschio.
Poi si è messo a blaterare di artisti di cui non avevo mai sentito parlare, e ho capito che ha una conoscenza enciclopedica del presente, di cosa si può vedere in questo preciso istante nelle gallerie di Chelsea, ma dopo un po’ il mio cervello ha abbandonato le sue parole e si è dedicato alle mie, silenziose, quelle convinte di avere il diritto di essere giovani e di cercare nuovi significati, e a un certo punto l’ho interrotto per parlare del nostro lavoro. Ho detto che il progetto dovrebbe nascondere la linea di sutura, l’incisione che separa la sua arte dalla mia. Dovevo conoscerlo meglio. Si trattava di diventare altro.
Diventare me?
No, gli ho detto. Una doppia coscienza. Tu e io insieme. Spero che mi spingerai verso qualcos’altro. Ho alzato la voce. Spingimi verso la vertigine dell’esilio.
Il suo viso è diventato inespressivo, vuoto come quello che avevo visto nel film. Nessuna risposta.
Con il tuo nome sulla mia opera, ho detto, sarà diverso. L’arte vive solo nella percezione. Sei l’ultimo dei tre, e sei il culmine. Sentivo la passione che mi incrinava la voce e l’ho modulata su un tono di pacata fermezza.
Gli piaceva l’idea di fare quel giochetto, ma le mie teorie gli sembravano superate, deboli. Viviamo in un’epoca post-femminista di libertà dai generi, di transessualità. A chi importa distinguere chi è l’uno e chi è l’altro? Ci sono un sacco di donne nel mondo dell’arte ormai. In cosa consiste la battaglia?
No, gli ho detto, non è solo una questione di genere, di sesso. È un esperimento, una storia che sto creando. Le prime due fasi sono andate, ora manca la terza. Dopodiché, mi ritiro dal gioco. Troveremo un progetto, ho detto. La sua opera, The Banality of Glamour, non si concentrava del resto sui visi e i corpi delle donne? Di certo sapeva che le donne devono affrontare pressioni che gli uomini non conoscono. Io stessa avevo subito la crudeltà della cultura della bellezza. Sapevo di cosa parlavo.
Mi ha fatto un sorriso gentile e ha detto, Harry, tu hai un tuo stile, una tua eleganza, una tua femminilità. Voleva essere gentile, ma io mi sentivo ardere: pugni stretti, la rabbia che montava. Mi stava offrendo accondiscendenza, risarcimento. Non preoccuparti, Harry, stava dicendo, anche tu conti qualcosa, anche se hai un’aria stramba. Ma quello non è il punto, sibilai. Il punto è la trappola, il soffocamento. Mi sono girata dall’altra parte.
Lui è rimasto impassibile. Vuoi indossarmi per una mostra. Era una buona espressione, quell’«indossare».
Gli ho detto di sí, che era esattamente cosí, tranne per il fatto che «indossandolo» avrei potuto trovare qualcos’altro in me stessa. Ecco cosa stavo cercando di spiegare.
Si è passato la lingua sui denti e mi...