Non possiamo saperlo
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Non possiamo saperlo

Saggi 1973-1990

  1. 224 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Non possiamo saperlo

Saggi 1973-1990

Informazioni su questo libro

È una poesia ad aprire questo libro e a dargli il titolo, un'interrogazione energica e disperata rivolta all'ignoto. Non possiamo saperlo raccoglie scritti di letteratura e di cinema, ricordi di amici scomparsi, pronunciamenti su questioni morali come l'aborto, il coraggio o la paura, il credere in Dio, i cattivi usi del linguaggio; infine, vera novità del volume, gli interventi politici legati all'impegno parlamentare di una persona che sosteneva di non avere una mente politica. L'opera non narrativa di Natalia Ginzburg è tutta fondata sul sapere del corpo, un'intelligenza oscura che illumina i suoi interrogativi e imperativi morali. Grazie a questa facoltà possiamo ascoltare una voce inconfondibile parlarci del Salò di Pasolini o dei Sillabari di Parise, delle persone che furono Italo Calvino, Ennio Flaiano, Carlo Levi, Sandro Penna, della nostalgia per un secolo diverso o di dove andremo a stare quando saremo morti. Empatica e aderente alle cose concrete, quella voce si fa però inflessibile quando si scontra con l'ipocrisia del politically correct e con l'uso distorto di parole quali «olocausto» o «pentimento». Il risultato è una riflessione disillusa quanto appassionata che dall'Italia del secondo Novecento si allarga alla condizione dell'uomo, alle sue paure e alle sue speranze.
Scritta pochi mesi prima della morte, chiude il volume una Autobiografia in terza persona.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2015
Print ISBN
9788806152505
eBook ISBN
9788858418147

Note ai testi.

Questo volume riunisce una scelta della produzione saggistica di Natalia Ginzburg successiva alla pubblicazione di Vita immaginaria (Mondadori, Milano 1974, «finito di stampare»: ottobre), ultima raccolta saggistica pubblicata in vita dall’autrice. Sono state accolte due sole eccezioni: la poesia del 1965 che dà il titolo al libro e lo scritto del 1973 su Un matrimonio in provincia della Marchesa Colombi. Nel presente volume sarebbe confluito anche il racconto autobiografico Luna pallidassi (1975) se la Ginzburg non lo avesse aggiunto alla nuova edizione Einaudi (1989) di un’altra sua raccolta saggistica, Mai devi domandarmi.
Sei tra i testi inclusi in Non possiamo saperlo erano già stati pubblicati nel secondo volume delle Opere raccolte e ordinate dall’autore, a cura di Cesare Garboli, «Meridiani» Mondadori, Milano 1987, in una sezione intitolata Scritti sparsi (pp. 1265-335). Questa sezione contava nove scritti: nell’ordine, L’altro secolo; Chinatown; Satyricon e Casanova; Il male; Il centro di Roma; Dell’aborto; Ragioni d’orgoglio; Il sesso è muto; Luna pallidassi. Natalia Ginzburg vi aveva premesso una pagina che terminava con queste considerazioni: «Molti di questi scritti sono superati. L’aborto in Italia è stato legalizzato. Il ponentino è scomparso. Roma è diventata molto peggio di quanto io la vedessi anni fa. Tuttavia in questi scritti m’è sembrato rimanesse qualcosa che era, oggi come ieri, presente in me.
«Gli scritti che parlano di cinema sono quattro. Li ho raggruppati insieme senza seguire un ordine cronologico. E in genere, non mi andava di seguire un ordine cronologico nel radunare questi scritti sparsi, essendo essi nati dal caso e da richiami occasionali. Ho preferito seguire un ordine piú intimo».
Nel momento in cui è stato scelto per questo volume l’ordine cronologico, ed è venuto a mancare Luna pallidassi, si è dissolto anche quello che con Dante si potrebbe definire il «legame musaico» di quei nove scritti, la trama del loro «ordine intimo». Dal momento che sono tuttora disponibili, nel loro insieme originario, nel secondo tomo delle Opere, è sembrato lecito lasciarne cadere altri due che apparivano meno riusciti: Chinatown (sul film omonimo di Roman Polanski, già in «Il Mondo», 6 marzo 1975) e Il centro di Roma (già in «Corriere della Sera», 17 febbraio 1976).
L’edizione di questo volume non ha velleità di precisione filologica, e del resto il lavoro filologico sull’opera ginzburghiana è tutto da incominciare. Ho potuto però consultare, grazie alla cortesia e all’ospitalità di Carlo e Lisa Ginzburg, che ringrazio di cuore, le carte conservate nella casa romana della scrittrice. Natalia Ginzburg scrisse a penna – erano quasi sempre biro azzurre o nere – per tutta la vita, con una calligrafia nitida e angolosa che non cambiò granché nel corso dei decenni: al suo carattere infantile e insieme corsivo si sovrapposero negli ultimi anni un certo tremore nel disegno delle lettere ma anche una maggiore energia – una maggiore convinzione – nell’incidere il foglio con la sfera della penna. Giunti alla redazione definitiva, i suoi manoscritti venivano dattilografati: non dalla Ginzburg, con tutta probabilità, dato l’uso scorretto degli accenti acuti e gravi sulle parole tronche; e dello scrupolo editoriale dell’autrice in questo campo ci resta una divertente traccia in Lessico famigliare. Dopo la battitura poteva capitare che il testo subisse ulteriori ritocchi: per alcuni degli scritti qui raccolti sono testimoniate varie fasi successive di questo lavoro.
I materiali messi a mia disposizione dalla famiglia Ginzburg sono lacunosi, ed è possibile che altri ne emergano da nuove ricognizioni: mancano in particolare quelli degli anni Settanta. Ho invece esaminato manoscritti e dattiloscritti relativi a gran parte dei testi pubblicati dalla Ginzburg negli ultimi anni della sua vita. La Ginzburg usava anche conservare il ritaglio o la fotocopia degli articoli pubblicati sui quotidiani, e a volte interveniva cassando il titolo redazionale e sostituendolo con quello d’autore, correggendo qualche refuso o tornando su qualche singola parola. Le correzioni di questo tipo sono state tutte accolte dandone notizia nelle note relative a ciascun testo, nelle quali si dà conto altresí, brevemente, dei materiali preparatori esistenti. Dei testi per i quali mancano manoscritti e dattiloscritti si è seguita la redazione apparsa su quotidiani e riviste, limitandosi a emendare eventuali refusi. Fanno eccezione i testi raccolti a suo tempo negli Scritti sparsi, che furono riveduti dalla Ginzburg prima della pubblicazione nel «Meridiano» Mondadori: si riproduce dunque quest’ultima redazione.
Non possiamo saperlo. Una prima stesura di questa poesia esce in «Paragone», XVI (giugno 1965), n. 184, pp. 100-1. Tre le pubblicazioni successive: la prima in «La Fiera Letteraria», LI (30 marzo 1975), n. 13, p. 11. La seconda in «Paese Sera», giovedí 21 aprile 1983, p. 7. È preceduta da questa breve nota della Ginzburg datata, in calce, «Roma, 19 aprile 1983»: «Per testimoniare la mia solidarietà alla redazione di Paese Sera, mando una mia poesia. È molto vecchia; la scrissi, se non ricordo male, nel ’66. L’ho trovata in fondo a un cassetto. Non è inedita; ma è passato cosí tanto tempo da quando l’ho scritta, e da quando l’ha letta qualcuno. Se la riscrivessi ora, certo, la scriverei diversa. Forse qualcuno ne può essere incuriosito». Non possiamo saperlo è stata pubblicata per l’ultima volta nella biografia di Natalia Ginzburg scritta da Maja Pflug, Arditamente timida [1995], trad. it. La Tartaruga, Milano 1997, pp. 175-76.
Non possiamo saperlo presenta, tra le varie stesure, un gran numero di varianti, la maggior parte delle quali di punteggiatura. Per questo volume ho scelto il testo della «Fiera Letteraria», che corrisponde all’ultima revisione d’autore ed è stato ripreso anche da Maja Pflug. Nel testo di «Paese Sera» vi sono molti errori di stampa. Segnalo le varianti piú significative.
In «Paese Sera» il v. 11 («Della stanza Dio ci fisserà immobile») nomina apertamente Dio invece di limitarsi a un «lui» come in «Paragone» e sulla «Fiera».
Quello che nella «Fiera» e in «Paese Sera» è il v. 31 («Non possiamo sapere. Nessuno sa niente») era in «Paragone» il v. 33: era collocato dopo i vv. 32-33 della «Fiera» («Forse appena arrivati ci manda allo spaccio | A comprargli del pane e salame ed un fiasco di vino», i quali restano invariati in tutte le stesure) e apriva una nuova strofa che proseguiva con il v. 34 della «Fiera».
In «Paragone» i vv. 39-40 si presentano come segue: «Forse Dio sono due, col bavero alzato, | Due che giocano a carte ad un tavolo d’osteria».
Vale la pena di aggiungere qui qualche nota di commento. La matrice ritmica della poesia è chiaramente il Pavese di Lavorare stanca: per lunghi anni Natalia Ginzburg aveva imitato anche in prosa il suo metro e la sua «lagna». Ma negli anni Sessanta questo passo naturale del verso si complica di altri influssi. Ci sono immagini di grandiosità naturale scespiriana (il mare, il vento d’inverno, la notte: Gabriele Baldini, secondo marito della Ginzburg, stava traducendo tutto Shakespeare); c’è il Cézanne dei giocatori di carte che scompariranno nella redazione definitiva; ci sono persino la memoria famigliare del microscopio del padre istologo e l’autocitazione – proveniente da È stato cosí, romanzo del 1947 – del guardare desolatamente i treni seduta su una panchina.
Ma soprattutto, sia nelle immagini di ambienti vuoti abitati da topi, immondizia e macerie, sia in quelle figure mute con occhiali neri, capelli tinti, sciarpa di seta, radio a transistor, volpini al guinzaglio, c’è la scoperta recente di Beckett, c’è il suo nulla diventato tangibile e contemplato in ogni singolo oggetto grottesco e in ogni bizzarra ed eccentrica piega del viso o dell’abbigliamento. Il nulla che la Ginzburg ricava da Beckett è domestico ma non addomesticato; diventa domestico grazie alla presenza di un altro nulla, di un’altra lettura di quegli anni Sessanta: Ivy Compton-Burnett. È suo lo spazio vuoto, misterioso e infido che si spalanca nella poesia della Ginzburg.
La concitazione della strofa conclusiva – la fame, il freddo, le cimici, la corsa notturna per strada in cerca di cibo, di legna, di un medico – è una condizione, come spesso accade alla Ginzburg, privata e universale. È la solitudine di ognuno ed è anche l’ansia della casalinga volenterosa ma poco tagliata, che dimentica sempre qualcosa quando fa la lista della spesa. La «notte affollata» che conclude Non possiamo saperlo è la stessa dell’unica altra poesia conosciuta della Ginzburg, quella scritta nel 1944 in morte del marito Leone torturato dai nazisti: «La città illuminata è degli altri, | Degli uomini che vanno e vengono, comprando cibi e giornali»; degli altri che «Hanno roseo il viso, le labbra vivide e piene».
In questa poesia intitolata Memoria Leone Ginzburg è un Cristo deposto che la sua moglie-madre riconosce sollevando un lenzuolo: «Era il viso consueto, | Solo un poco piú stanco. E il vestito era quello di sempre. | E le scarpe eran quelle di sempre. E le mani erano quelle | Che spezzavano il pane e versavano il vino». La domanda senza risposta sull’esistenza di Dio ripropone la domanda sul perché di una morte avvenuta vent’anni prima.
Un matrimonio in provincia. Titolo del curatore. Nota introduttiva a Marchesa Colombi, Un matrimonio in provincia, Einaudi, Torino 1973. Il romanzo della Colombi (1885) esce come ventitreesimo titolo della collana «Centopagine». Il «finito di stampare» è dell’aprile.
Inaugurata nel 1971, «Centopagine» ha per sottotitolo «Collezione di grandi narratori diretta da Italo Calvino». È interessante notare come, proprio a partire da Un matrimonio in provincia, l’aggettivo grande scompaia dall’intestazione; lo ha notato Alberto Cadioli: Le «materie prime» dell’esperienza narrativa. Italo Calvino direttore di «Centopagine», in Calvino & l’editoria, a cura di Luca Clerici e Bruno Falcetto, Marcos y Marcos, Milano 1993. La spiegazione è in una lettera di Calvino a Giulio Ungarelli del 7 maggio 1975: «Bisognerebbe capire perché questa collana che avevo progettato per tenere desta la voglia di leggere i grandi dell’Ottocento, abbia fatto parlare di sé quasi esclusivamente quando si occupa di minori e di minimi. La risposta è in questo Suo stesso scritto [la prefazione a Il peccato di Giovanni Boine, numero 39 della stessa collana, N.d.R.]: il bisogno di ritrovare (al di là della polemica antinaturalistica del soggettivismo lirico mistificatorio) delle «oneste fotografie dal vero» del nostro passato. Che il risultato sia la riconferma che in Italia raramente ci si solleva dal bozzettismo, è anche quella un’esperienza che può insegnare qualcosa» (Italo Calvino, Lettere 1940-1985, a cura di Luca Baranelli, «Meridiani» Mondadori, Milano 2000, pp. 1274-76).
L’intelligenza. «Corriere della Sera», domenica 20 ottobre 1974, p. 3. Mantenuto il titolo redazionale. Il racconto di Flaiano citato come La cagna s’intitola Melampus. La cagna è il film che Marco Ferreri ne trasse nel 1972.
Ricordo di Carlo Levi. Ivi, mercoledí 8 gennaio 1975, p. 3. Mantenuto il titolo redazionale.
Dell’aborto. Con il titolo redazionale Aborto: la donna è sola, l’articolo esce sul «Corriere della Sera» di venerdí 7 febbraio 1975 alle pp. 1-2. Sarà ripreso, col titolo attuale, tra gli Scritti sparsi.
La discussione sull’aborto viene aperta il 19 gennaio 1975 sulle pagine dello stesso quotidiano, diretto allora da Piero Ottone, con un articolo intitolato Sono contro l’aborto (che col titolo Il coito, l’aborto, la falsa tolleranza del potere, il conformismo dei progressisti, confluirà in Scritti corsari, Garzanti, Milano 1975. Lo si può leggere ora tra i Saggi sulla politica e sulla società, a cura di Walter Siti e Silvia De Laude, «Meridiani» Mondadori, Milano 1999).
Divampa una polemica che sulle colonne del «Corriere» coinvolge, in ordine di tempo, Giorgio Manganelli (22 gennaio), Alberto Moravia (24 gennaio), Leonardo Sciascia (26 gennaio), Alberto Arbasino (31 gennaio), Claudio Magris (3 febbraio), la Ginzburg, Italo Calvino (9 febbraio) e lo psicoanalista Franco Fornari (12 febbraio). Molti anche gli interventi su altre testate: Ida Faré («Quotidiano dei lavoratori», 21 gennaio); Nello Ponente («Paese Sera», stessa data); Natalia Aspesi («Il Giorno», idem); L. («Il Messaggero», idem); Dedalus (pseudonimo di Umberto Eco: «il manifesto», idem, e poi, col suo vero nome, «L’Espresso», 16 marzo); Fausto Gianfranceschi («Il Tempo», 22 gennaio); Dacia Maraini («La Stampa», 25 gennaio e 26 febbraio); Franco Rodano (Aborto e clericalismo, «Paese Sera», 28 gennaio: è l’articolo cui fa riferimento Natalia Ginzburg); Giorgio Bocca e Marco Pannella («L’Espresso», 9 febbraio); Dino Origlia («L’Europeo», 13 febbraio) Domenico Porzio («Epoca», 15 febbraio); Giulietta Ascoli («Noi donne», 16 febbraio); Mariella Gramaglia («il manifesto», 23 febbraio). Pasolini replica ai suoi interlocutori il 25 gennaio su «Paese Sera», il 30 sul «Corriere», e ancora sul «Corriere» il 1° marzo. Con un ulteriore intervento inedito, i suoi cinque articoli sull’aborto sono riuniti negli Scritti corsari.
Nel testo inedito, intitolato Cani e datato «febbraio 1975», circa tre pagine sono dedicate all’intervento della Ginzburg: «Natalia Ginzburg, riscuotendosi dal suo naturale stato di dormiveglia, ha sentito evidentemente esclamare, da qualche comune amico, che io suggerisco l’amore contro natura come rimedio per il problema dell’aborto: qualcosa cioè come se io suggerissi l’uso dell’olio delle arachidi per risolvere il problema della crisi economica, oppure l’uso dell’esperanto per risolvere il problema della lingua. Va bene, Natalia è candida. Ma non c’è candore che giustifichi, almeno, la mancanza d’informazione». Se la Ginzburg avesse letto attentamente i suoi articoli, dice Pasolini, avrebbe capito «di essere, almeno alla lettera, d’accordo con me, cioè di essere contro le forme retoriche della lotta per la legalizzazione dell’aborto, e di stare quindi, in questo caso, come me, con i comunisti invece che con i radicali». Inoltre, Pasolini accusa la Ginzburg di un grave «misfatto linguistico»: «Essa usa a proposito del rapporto sessuale l’aggettivo “squallido”, cioè l’aggettivo sempre, sistematicamente, meccanicamente, canagliescamente usato negli articoletti di cronaca di tutta la stampa italiana»; l’accusa infine di «banale, e dunque volgare, livore anti-omosessuale».
Come curatore di queste pagine non è mio compito parlare in difesa della Ginzburg, e del resto non ce ne sarebbe bisogno. Mi limito a indicare che non fu la sola a intendere in quel modo l’articolo di Pasolini; quanto all’aggettivo «squallido», è chiaro che non si riferisce ai rapporti omosessuali bensí allo stratagemma sofistico di proporre una soluzione paradossale e di comodo al problema dell’aborto: la Ginzburg critica un vizio dello spirito, e non del ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Non possiamo saperlo
  3. Non possiamo saperlo
  4. Un matrimonio in provincia
  5. L’intelligenza
  6. Ricordo di Carlo Levi
  7. Dell’aborto
  8. Prima pagina
  9. Il volto osceno della celluloide
  10. Il Papa doveva andare da Franco
  11. Il «Salò» di Pasolini
  12. Ragioni d’orgoglio
  13. Il sesso è muto
  14. Sandro Penna (I)
  15. Satyricon e Casanova
  16. Non capisco Dario Fo
  17. Il male
  18. L’altro secolo
  19. Il coraggio e la paura
  20. Donne e uomini
  21. Sillabario n. 2
  22. La signora Bovary – Nota del traduttore
  23. Senza una mente politica
  24. Berlinguer
  25. Il sole e la luna
  26. Sandro Penna (II)
  27. Arabeschi
  28. Sul pentimento e sul perdono
  29. Il crocifisso nelle scuole
  30. Fiore gentile
  31. Memoria contro memoria
  32. La morte
  33. La violenza sessuale
  34. L’uso delle parole
  35. Il nome
  36. Lettura di Landolfi
  37. Rispettare i morti
  38. Autobiografia in terza persona
  39. Note ai testi
  40. Postfazione di Domenico Scarpa
  41. Il libro
  42. L’autore
  43. Dello stesso autore
  44. Copyright