Abbandonano ciò che sono stati. Lo abbandonano su un ramo, in cima a un chiodo, nella polvere. Quando ne hanno abbastanza, si fermano. Quando sono pronti cessano di nutrirsi, riducono al minimo le funzioni vitali, trovano una posizione protetta e da lí attendono. L’emolinfa pompa dentro di loro. Vogliono crescere, devono farlo per sopravvivere. La rigidità del loro corpo non permette alternative. Devono rompersi in due, partorire un corpo nuovo. Diventare corrosivi e lacerare quello vecchio. Dilaniarlo. Uscirne fuori e aspettare di avercela fatta. Un taglio dopo l’altro. Una muta per ogni fase della vita. Molti insetti crescono cosí. È successo anche a mia madre.
Ha rotto il suo corpo e lo ha lasciato in cucina. L’ha spaccato come un uovo dall’interno e poi è uscita. Una cicala verde, acerba, piena di forza nuova. E ha detto di voler vendere la casa e quando l’ha detto anche la casa si è spaccata. Siamo usciti noi. Cresciuti. Senza padre. E abbiamo guardato nostra madre che era la nostra casa. E un senso di vertigine ci ha fatto sentire tristi ma vivi.
Ci chiama in soggiorno, ci consegna delle scatole, dice: iniziate a riempirle con le vostre cose.
Andrea le lancia i cartoni addosso.
Ma lei piega le sue nuove ginocchia, china la sua nuova schiena, raccoglie le scatole e dice: fallo senza fiatare.
Lui non fiata, sbatte la porta della sua camera e rovescia una colonna di cd nello scatolone.
Il nuovo corpo le concede una rapidità di movimenti sensazionale. Si mette ad ammucchiare gli oggetti che ha temuto di perdere prima della muta, le cose a lei piú care, le mette tutte in una stanza. Stacca uno dopo l’altro i quadri alle pareti, estirpa i chiodi con le dita e l’intonaco si frantuma, colano getti di polvere sul pavimento che lei non si cura di pulire. Sembra capace di sorvolare su un mucchio di questioni dove un tempo s’incagliava e intestardiva. Adesso non le importa che tutto sia pulito e in ordine. Mi dice: fai come tuo fratello, per favore. Io la guardo e non la capisco, a quindici anni non si può capire la propria madre. Però mi fido, riempio uno scatolone di cose a caso e poi resto a guardarlo.
Tre piccoli insetti che, pur non sapendo per cosa, si preparano.
Appoggiata a una pila di scatoloni, mia madre chiude l’ultima busta listata dei ringraziamenti e poi mi manda a spedirli. Non sono molti. Non le importa ringraziare, vuole solo concludere tutta la questione e dedicarsi alla vendita della nostra casa.
Cammino con le buste in mano, leggo gli indirizzi e annuso la colla dei francobolli. Poi una dopo l’altra, le buste cadono nella cassetta rossa delle poste. Cadono senza far rumore i ringraziamenti per le condoglianze. Cade trenta volte quella frase scritta storta, frettolosamente, dalla calligrafia rotonda di mia madre.
M’immaginavo un rumore di vetro che esplode, uno sba-da-bam raccapricciante. Invece niente. Nessun rumore. Nemmeno paf. Cadono nel sacco come cadono le cose leggerissime e io mi volto, lascio perdere, vado via.
Al ritorno trovo Andrea in garage. Deve aver saputo di essere l’erede universale di quel trono di pelle, plastica e lamiera cromata, e cosí lo trovo in piedi sul cofano della macchina di nostro padre, le mani che stringono un palo corto da ponteggi.
Mi nascondo dietro agli scaffali metallici e osservo il suo corpo gonfiarsi di rabbia e dolore, diventare cosí grande da sfiorare il soffitto. La sua faccia è come quella dei soldatini: contratta, verde plastica, con i bordi affilati e mai rifiniti dopo lo stampo.
Prende un respiro lungo e poi allarga le gambe, socchiude gli occhi, solleva le braccia. Un attimo di fissità e poi esplode. Lo schianto mi fa sussultare e premere i palmi delle mani sulle orecchie. Sferra una serie violenta di colpi al centro del parabrezza che si deforma come una tela di ragno e poi cede in una miriade di pezzettini di vetro sui sedili anteriori. Andrea si ferma e si affaccia a guardare come si guarda dentro a un pozzo, dopo aver lanciato una monetina per un desiderio.
Balza giú dal cofano e si mette a strappare i tergicristalli, ne fa un mazzo e li scaraventa contro il muro. Si guarda il palmo di una mano, se lo strofina sui pantaloni e si accende una sigaretta. Inspira forte, nel fumo stringe le ciglia e guarda l’automobile. Impugna nuovamente il palo e con la sigaretta tra le labbra si avventa contro tutti i finestrini temprati, il lunotto posteriore, riempie di bugne e lesioni il resto della carrozzeria e solo quando il pavimento è coperto da un tappeto di scaglie di vernice, vetri infranti e guarnizioni penzolanti, Andrea si ferma e getta la spranga lontano da sé. Piano piano si sgonfia, è di nuovo alto un metro e ottanta, un ragazzo. Schiaccia la sigaretta nel posacenere colmo dei mozziconi di nostro padre e poi scaraventa in un angolo anche quello.
Lui odia, a differenza mia. Odia aver perso suo padre cosí, prima delle confidenze tra maschi, prima dei resoconti e delle birre tra uomini. Gli avrebbe parlato delle sue ragazze, forse un giorno gli avrebbe detto anche: mi sposo – aspettiamo un bambino – mi hanno promosso a quadro – ho estinto il mutuo della casa – buon ottantesimo compleanno. Tutte queste parole, questi discorsi, la schiuma della birra sulle labbra tese dalle risate: perduti.
Respira profondamente e scivola per terra, il sedere sui vetri e le gambe divaricate. Nel tentativo di calmarsi si copre il volto con le mani, solleva le ginocchia, le porta verso la testa e in quel nodo di gomiti e rotule si rompe nel pianto.
Piange nonostante lui sia lui, il tatuaggio sul braccio e tutto il resto. Piange come il bambino che è stato, disperatamente, con singhiozzi violenti e gemiti strozzati. Il muco gli impiastriccia il viso e lui lo porta via con la manica della felpa, sollevando la testa e accorgendosi finalmente di me.
Mi dice: è pieno di vetri, ti fai male.
E io non dico niente, gli passo un fazzoletto perché si asciughi il sangue della mano e lo aiuto a rialzarsi.
L’epifragma è una formazione mucoso-calcarea che chiude la conchiglia durante il periodo di vita latente dell’animale. Viene rotto quando la stagione ritorna favorevole, a volte semplicemente riassorbito, come un livido, e io credo si sia trattato proprio di questo.
Uno strato che andava rotto per riuscire a guardare fuori.
Se ci perdiamo, dice nostra madre ai piedi di un grande albero addobbato, ci ritroviamo qui, d’accordo?
Lo diceva quando eravamo bambini. Ci dava appuntamento nel posto piú riconoscibile dei luoghi dov’era possibile perdersi per via della folla. Eravamo piccoli, difficili da individuare tra le teste, e in un attimo potevamo ritrovarci in un punto sconosciuto.
Diceva cosí e poi facevamo una catena di mani e lei stringeva le nostre senza apprensione, perché ci aveva indicato il posto dove ritrovarci. Una fontana rumorosa, un negozio di giocattoli, un punto di riferimento che doveva essere fisso, visibile e facile da memorizzare nella testa di un bambino.
Questa volta è un grande albero di Natale in un centro commerciale e noi siamo alti, facciamo sí con la testa e memorizziamo. Siamo d’accordo.
Iniziamo a girare tra i negozi in cerca di regali. Cammino accanto ad Andrea, non mi allontano mai troppo da lui. Il colore rosso è dominante, poi il bianco, il verde scuro e l’oro. Ci sono delle ragazze che offrono vin brûlé e noi lo beviamo. Poco dopo mi gira la testa. La sensazione mi piace, mi rende meno intimorita dalla felicità degli altri. Anch’io posso recitare con naturalezza quella parte, dire: guardateci, ci piace stare insieme, facciamo i regali col cuore spezzato.
Un cannone spara neve finta su un laghetto di plastica. Dei cigni meccanici pattinano sulla superficie e nessun bambino guarda. I bambini sanno che i cigni sono finti. Anche i cigni lo sanno, hanno gli occhi tristi e io scavalco la recinzione, cammino sul laghetto, prendo un cigno in braccio e il motorino che lo movimenta ronza a vuoto, il collo rigido resta piegato verso il basso. Un ragazzo mi grida di uscire dallo stand e io esco. Rientro nella scia di Andrea. Li hai visti quei cigni?, chiedo. Lui non risponde. Il vino gli fa l’effetto opposto, lo rende triste e irascibile. Rubo alcune cartoline bruttissime e una pecora per il presepe che non facciamo piú da anni. Andrea mi dice di smettere di rubare cazzatine. Cammina con le mani conficcate nelle tasche, il collo irrigidito nella sciarpa girata tante volte fino al naso. Si tira il cappuccio della felpa sulla testa e io capisco che sarebbe meglio lasciar perdere i regali e andarcene. Però lo capisco troppo tardi.
Di colpo Andrea si ferma davanti a Babbo Natale. Un uomo vero travestito da Babbo Natale. Si guardano negli occhi e Babbo Natale scuote un manico di legno con fissato in cima un campanellino dicendo: oh-oh-oh, Merry Christmas!
Andrea gli dice: cos’hai detto?, e lo dice con il mento proteso in avanti. Tiro la giacca di Andrea verso di me perché non voglio guai, ma lui mi scrolla via, si piazza davanti a Babbo Natale e gli dice: ripeti quello che hai detto.
Il campanellino smette di suonare. Andrea sferra un pugno nel pancione finto di Babbo Natale e dopo con una mano gli agguanta la faccia, la spinge verso il muro, gli stacca un pezzo di barba bianca e dice: trovati un lavoro, coglione.
Scappiamo mentre Babbo Natale ci insegue. Corriamo veloci tra la gente e cerchiamo nostra madre, la troviamo seduta sotto l’albero, arrabbiata per averci perso nella folla. La portiamo via e la preghiamo di correre. Lei dice: cos’avete combinato? E noi la incitiamo: corri, corri! Usciamo dal centro commerciale correndo come ladri o come pazzi. Il freddo ci pulsa nella gola e la gola sa di sangue. Quando siamo abbastanza lontani dal Natale, ci lasciamo cadere sulla panchina di una fermata d’autobus. Nostra madre ha il fiatone, le guance tutte rosse e le lacrime agli occhi per via dell’aria gelida. Protesta di non essere riuscita a comprare nemmeno un regalo. Ci chiede un’altra volta cos’abbiamo combinato, da cosa stavamo scappando. Guardo le cartoline e la pecora che mi sono messe in tasca.
Da Babbo Natale, risponde Andrea.
Le abbandono su un muretto.
Ci dicevano: la speranza è l’ultima a morire. Ora ci dicono: vedrai che il tempo aggiusterà le cose, se hai bisogno di qualcosa, qualunque cosa.
Prima noi non dicevamo niente, adesso diciamo: il tempo è un concetto molto complesso.
Le cose rotte le abbiamo già buttate.
La speranza è l’ultima a morire, e poi muore.
Capodanno del nuovo millennio, e noi tre lí per non stare soli. Nostra madre riesce anche a fare conversazione. È sorprendente come la sua nuova bocca le consenta di dire cose tanto opportune e credibili e vuote. Ci sentiamo piccoli e muti al suo fianco, con le nostre vecchie bocche e le mani nascoste sotto la tovaglia a trattenere le ginocchia, controllare che siano ancora salde per farci alzare e scappare se occorre. Attorno al centrotavola dei nostri vicini composto da zucche dorate, fiocchi rossi e altri oggetti riciclati dal Natale. Qualcuno dice: mancano sette minuti; e qualcun altro: le bottiglie, presto fate presto! Ci vengono consegnati dei calici e i sette minuti passano rapidi, tre due uno e la schiuma salta sulla tovaglia.
Botti, odore di zolfo nell’aria e aspettative giganti. Uomini e donne che hanno conosciuto mio padre ci circondano, posano il calice e riprendono a succhiare il cervello agli scampi. Mio fratello rompe due noci tra i pugni e mia madre sguscia un’altra lumaca con lo stuzzicadenti. Una ragazzina mi si avvicina e vuole spaccarmi la testa, chiede: ma dov’è tuo papà? Io sbatto le ciglia, ignoro la domanda e anche la sua esistenza. Con sopraffazione, gusto, violenza, tutto ciò che sta dentro sembra debba essere portato fuori.
Esco sul balcone dell’appartamento accanto al nostro, dove soffia un vento profumato di neve e io non avverto piú niente, nemmeno che mancano quattro gradi. Penso di essere ubriaca. Poso il calice tra i ciclamini rossi e guardo i fuochi d’artificio aprirsi come meduse di luce nel buio.
Peso sulla bilancia il pieno e il vuoto. Faccio un elenco delle cose che mi circondano e le metto su un piatto oppure sull’altro. Il buio va sicuramente nel vuoto. Le scintille che lo illuminano per pochi istanti nel pieno. In buona parte la gente è vuota, è dimostrato dallo champagne. Gli auguri sono vuoti, nessun augurio ha il potere di cambiare il destino, quindi il piatto del vuoto è sempre piú pesante. E il destino dove sta, penso, nel vuoto o nel pieno? Dipende. Potrebbe anche ribaltare tutto. Rientro nell’appartamento e mi guardo intorno. Dove sei?, chiedo ai tappi delle bottiglie, ai gusci delle lumache, ai gherigli di noce frantumati e sparsi sulla tovaglia. Vuoti che memorizzo con meticoloso esercizio, per sentirmi tanto piena da scoppiare.
Cerco mia madre e la trovo a conversare con la nostra vicina. È sedut...