La prima a franare era stata la sedia norvegese. Una Stokke multi balans con la postazione in ginocchio. Un sollievo per la schiena, diceva la pubblicità sul volantino. Un peso per le tasche, quando era stato il momento di pagarla. Era durata, però. Dieci anni di onorata carriera. Le aveva garantito una postura perfetta davanti al tavolo dello studio e un dolore leggero alle ginocchia.
Seduta su quella sedia, aveva scritto un bel po’ di relazioni sui ragazzini diversabili che aveva seguito, quando ancora di anno in anno, miracolosamente, si vedeva rinnovato un incarico annuale da precaria cronica in quella che impropriamente chiamava la sua scuola.
Poi era stata la volta del frigorifero che aveva riempito con il suo ronzio perpetuo il silenzio di certe infinite notti d’insonnia. Era morto in un istante dopo un paio di mesi d’agonia. Un brontolio sordo accompagnato da accessi di vibrazioni che lei aveva attribuito agli sbalzi di tensione che funestavano il quartiere, facendo impazzire i sistemi di allarme. Non avrebbe mai immaginato che le sarebbe mancato a tal punto quel suo frigo ribattezzato «Parkinson» (da sua figlia, per la precisione), quando si era decisa ad acquistarne uno nuovo a rate con tecnologia total no frost e compressore lineare inverter, «ecosostenibile e di una silenziosità finora mai vista», diceva il dépliant pubblicitario.
Uno dei ganci che reggevano il bastone della tenda in camera da letto, invece, aveva ceduto senza alcun preavviso. Un crac sul lato sinistro della parete, ed era precipitato in una pioggerella d’intonaco, lasciando il bastone sospeso a mezz’aria. La tenda, obliqua contro la porta a vetri che dava sul balcone, le aveva insinuato un senso vago di nostalgia. Se lui fosse stato ancora lí, l’avrebbe rimessa su in quattro e quattr’otto. Scala, trapano, tassello. Cose di una vita fa della cui esistenza ormai dubitava persino, come del fatto che l’avrebbe messa su in quattro e quattr’otto, visto che, in verità, non ricordava una sola cosa che lui avesse messo a posto nei tre anni passati insieme dopo la nascita della bambina.
Si era fatta aiutare da Matilde per staccare il bastone dall’altro gancio, prendendosi un «Mamma, che palle però! Tutto che si rompe…»
«E già», aveva risposto, pentendosi di aver tradito un senso intimo di sconforto. «Cose che si possono rimediare», aveva aggiunto per non darla vinta a quella sensazione di deriva.
Aveva appallottolato energicamente la tenda stringendola al petto e l’aveva infilata nello sgabuzzino insieme alle altre cianfrusaglie ormai irrecuperabili, quasi tutti regali di nozze andati in malora nel giro di qualche anno: un aspirapolvere a bidone, «una cosa utile», aveva detto porgendoglielo un prozio di cui non ricordava nemmeno il nome; un aspira briciole; un aspira pelucchi; un frullatore anni ’60, dissepolto tra gli oggetti da collezione di un negozio vintage per intenditori; un tostapane e un porta-marmellate-girevole a forma di porcellino e porcellina, «le cose simpatiche» scovate apposta per l’occasione dagli amici piú allergici al matrimonio, per metterli in guardia dalla rogna del tran tran coniugale.
Adesso le dava fastidio quel punto interrogativo nero rimasto conficcato nel muro.
Stava proprio contemplando il gancio nudo e solitario contro la parete quando aveva ricevuto la telefonata di una compagna di scuola che non vedeva almeno da dieci anni, da quando cioè si erano ritrovate, fianco a fianco, a una tavolata di ex compagni in una rimpatriata che nemmeno le battute del piú caciarone della classe, allusive e di un’oscenità studiata, erano riuscite a rianimare.
Aveva osservato per tutta la sera il bottone rosso che minacciava di liberarsi dalla strozzatura dell’asola cucita sul basso ventre di quello che era stato una sua vecchia fiamma, il piú bel ragazzo dell’intera sezione C, e forse anche della B e della A. Non capiva proprio come avesse potuto versare tante lacrime quando lui l’aveva lasciata dopo l’ultimo viaggio d’istruzione della sua vita scolastica. Per la delusione, aveva rischiato di compromettere la lode della maturità e quella che, a detta di tutti, era l’estate piú bella della vita, la piú promettente dopo anni piantati a fare piú o meno le stesse cose: sveglia alle sette, cinque ore a scuola, altre cinque ore di compiti a casa. Una studentessa modello, promettente pure lei, come l’estate… Aveva passato l’intera serata a fissare ora il bottone ora il proprio riflesso sul vetro che salvaguardava dalla polvere una decrepita natura morta, benedicendo le ditate che qualcuno vi aveva lasciato stampate sopra.
Era stata in grado di dire solo: «Ciao», dunque, quando dall’altro capo del telefono aveva sentito la voce squillante di Chiara, che adesso non riusciva piú a fare a meno di associare alle immagini del bottone rosso strozzato e del proprio riflesso impiastricciato e smorto. Forse perché le si era attaccata all’orecchio, come una zecca, per tutta la cena, commentando l’inesorabile disfatta dei corpi e passandosi compiaciuta la mano sul collo ancora liscio.
Aveva risposto: «Cosí cosí. Un po’ di mal di testa da influenza» al suo «Come va?» nel timore di un nuovo invito per un qualche anniversario che non aveva nessuna intenzione di celebrare e nemmeno di ricordare.
Si era rilassata solo quando Chiara l’aveva travolta con il suo entusiasmo, spiegandole che doveva parlarle di una cosa importante e improrogabile. «Allora ti aspetto a casa mia, mi raccomando. Puntuale! Si tratta di scegliere se restare lí dove sei o dare una svolta alla tua vita, capisci?»
Aveva chiuso la telefonata con un «Sí, va bene» senza fare domande.
Non se l’era sentita di chiedere a Chiara, di cui ricordava la pelle liscia del collo ma a stento il viso, «Perché? Dove sono?»
Con quella domanda sulla punta della lingua, aveva chiamato suo padre. – Ti va se porto Matilde a cena da te?
– Allora la lasci a dormire qua! – aveva detto lui con quell’allegria che non riusciva a dissimulare tutte le volte che aveva una ragione in piú per uscire e andare a comprare qualcosa. – Dille che non c’è bisogno di prendere dentifricio e spazzolino. Chiedile solo se vuole yogurt o latte per colazione. Anzi, non chiederle niente. Prendo latte, yogurt, un paio di spazzolini… Penso a tutto io.
«Pure alle mie scarpe…?», aveva pensato lei poco dopo, osservando i sandali dell’anno prima con la suola leggermente scollata sulla punta. Se solo avesse avuto voglia di domandarglielo, si sarebbe ritrovata con una collezione intera di sandali di ogni colore, e la sensazione sgradevole di approfittare di quella mania che da un po’ di tempo aveva preso suo padre e che l’ultima volta si era sfogata su una serie di cornici d’argento, o simil argento, va’ a sapere. Adesso stavano lí, allineate sul comò dove lui gliele aveva fatte trovare. «Le davano in offerta», si era scusato quando lei aveva esclamato: «Ma papà…!», senza riuscire a dissimulare l’angoscia dinanzi a quelle facce uguali di Matilde che la fissavano con aria sorniona.
«Matilde dice che messe cosí sembrano un’opera di quell’americano che faceva le cose in serie», aveva precisato suo padre nel tentativo di giustificare la convinzione con cui si era deciso a comprare l’intero stock da un rigattiere del suo amatissimo mercatino delle pulci.
«Andy Warhol, intendi?», si era divertita a chiedere.
«Sí, proprio quello lí, – aveva risposto lui con una gratitudine che evidentemente doveva esser rivolta a quel Warhol Andy in persona, il cui catalogo era comparso in salone pochi giorni dopo, accanto alla collezione di macchine fotografiche… – Questo pubblicitario è un gigante!»
In bagno, si era truccata con cura, cercando di coprire le rughe ai lati delle labbra che certi giorni le davano un’aria particolarmente stanca, «attempata» avrebbe detto Matilde per prenderla in giro.
Aveva dovuto gesticolare un bel po’ infine per catturare l’attenzione di sua figlia, distesa sul letto, con gli auricolari incollati alle orecchie, che muoveva la testa a un ritmo sostenuto ma dolce, battendo le mani sul materasso in una sorta di trance febbrile da cui era emersa con un’aria stralunata.
– Che c’è, ma’? – le aveva detto togliendosi le cuffie e mettendosi a sedere in un modo che le aveva ricordato l’adolescente di Kirchner, quella Marzella dalla pelle rosata con un enorme fiocco bianco a pesarle sulla testa, quella insondabile Marzella che se ne stava seduta sulla punta di un letto minuscolo, ma come ripiegata nel bozzolo colorato della sua stanza, annichilita nella sua nudità acerba. Non che Matilde fosse nuda, e oltretutto da qualche tempo aveva sviluppato anche un piccolo seno rotondo, ma aveva accavallato le gambe stringendole al pube in un modo del tutto simile, mentre gli shorts le segavano la carne tra le cosce nude, arrosandola.
– Tutto bene?
– Sí, ma’, – le aveva risposto Matilde, raccogliendo da terra il suo cane di pezza bianco e mettendolo accanto a sé, seduto pure lui, ma con le zampe aperte che mimavano un abbraccio vuoto. – Si è rotto qualcos’altro? – aveva aggiunto ironica.
– Direi di no. Il fatto è che… avrei un appuntamento… con una mia amica. Il nonno ti aspetterebbe per cena… e per colazione.
– Nel senso che devo dormire da lui?
– Ti va, no?
Matilde aveva valutato la cosa con un’aria tra il furbo e il malizioso. – Cosí magari gli chiedo di aggiustarmi gli occhiali da sole, – aveva detto, congedando definitivamente ogni traccia di quella Marzella che doveva essere una sua coetanea, meno sviluppata però.
– Ma se te ne ha comprati un paio tre giorni fa… perché li avevi lasciati chissà dove.
– Appunto, – aveva concluso Matilde, sollevando la sacca da terra per infilarci dentro il cane di pezza e il pigiama.
– Non mi sembra proprio una cosa giusta approfittare…
– Allora me li compri tu? – era stata la controrisposta di Matilde. – Come regalo di licenza di seconda media?
– Non esiste la licenza di seconda media… – Si era avviata verso la porta. – Andiamo, – aveva aggiunto.
Non è il freddo che complica sempre le cose, ma il caldo dell’estate, quando si è pelle contro pelle con il mondo. Questo pensava, percorrendo a piedi l’ultimo metro di strada che la separava dal palazzo di Chiara, mentre la pellicola di sudore che le si era attaccata addosso durante il tragitto in macchina prendeva la consistenza di una guaina che le appesantiva i gesti. Julio Cortázar sarebbe stato d’accordo, se fosse stato lí con lei schiacciato nel vuoto geometrico di quei condomini attoniti sulle strade deserte delle quattro del pomeriggio, le tre dell’ora solare, che era poi l’«ora vera», come aveva puntualizzato Matilde bambina arrabbiata a morte con quelli che le avevano scombinato l’orologio, un hello kitty bianco tempestato di brillantini. «Il modo migliore per imparare l’ora», le aveva detto suo nonno, estraendolo dalla busta.
Non aveva osato guardarsi nella porta a vetri dell’ingresso, mentre premeva il dito sul pulsante del citofono, per non doversi rimproverare di aver ecceduto con la matita che adesso probabilmente si era sciolta lasciandole un alone nero attorno agli occhi. Anche il rossetto aveva una consistenza troppo pastosa.
Si era tamponata la bocca con un fazzoletto, mentre una vocina sporcata da un fruscio ininterrotto chiedeva: – Chi è?
– Io, – aveva detto semplicemente, tirando via qualche frammento rosso dalle labbra.
– Anch’io sono io, – aveva risposto la voce frusciante, facendo scattare la serratura in un clic pigro e infondendole un intimo senso di allegria.
– Anch’io sono io, – ripeté divertita la vocina, quando lei arrivò al piano, prima ancora che bussasse, mentre la mezza faccia accaldata affiorava dallo spiraglio della porta. – E tu chi sei? – fece poi la bambina lasciandola entrare, e soffiando la frangetta incollata alla fronte.
– Un’amica della mamma, – disse, indecisa se chinarsi a darle un bacio.
La bambina allungò la mano in un saluto appiccicaticcio che le lasciò un sentore dolciastro sul palmo. Poi si succhiò un dito. – A me piace la marmellata d’albicocche. Però, solo fatta a crostata. E a te?
– La ciliegia.
– Si vede, – constatò la bambina indicando le labbra, mentre Chiara sbucava da quello che doveva essere il salone. – Non importunare la mia amica, – diceva con un tono tra il serio e il giocoso, abbracciandola.
– Stavamo solo socia-alizzando, giusto? – fece la bambina divincolandosi.
– Direi proprio di sí, – rispose lei, dimenticandosi per un istante del rossetto sbavato e della suola scollata.
– Che ne dici di andare per un po’ a socializzare con le tue bambole in camera, eh?, che dobbiamo lavorare.
– Sempre lavorare… – disse la bambina, tornando a soffiare via la frangetta dalla fronte, senza risultati. – La mamma per ora socializza con un sacco di amiche-di-lavoro, – fece poi, prendendosi uno scappellotto sulla nuca che la lasciò del tutto indifferente. – E comunque, io mi chiamo Erika, con la k, ho sette anni e so fare le capriole. Cosí –. Fece una ruota storta. Rise tantissimo quando precipitò a terra. – Piú o meno cosí, – precisò, tirandosi su e continuando a ridere. – E vorrei una sorellina, tanto in camera c’è posto per due, – fece scattare su l’indice e il medio. – Ma per ora non è possibile, perché c’è la crisi, – concluse, voltandosi fiera verso sua madre e provocando un piccolo terremoto sul viso di Chiara.
– Piacere, io sono… – fece lei, stando al gioco, per distogliere lo sguardo dalla faccia della sua ex compagna di scuola e tirarsi fuori dall’imbarazzo.
– Su! – intervenne brusca Chiara, spingendo la bambina verso la sua stanza, prima ancora che lei potesse finire la frase.
– … Io sono io! – esclamò Erika ridendo. – E mangio un sacco di ciliegie ciliegiose che mi ciliegiano la bocca –. Poi corse in camera con l’agilità di un animaletto selvatico.
– I bambini… – sospirò Chiara, riprendendo quella sua aria entusiasta. – Ti riempiono la vita! – Poi assunse un tono professionale: – Scusa se ti ho fatto venire a quest’ora. Con questo caldo…
– Non importa, – disse lei, cercando di raschiare via con un movimento studiato ancora un po’ di rossetto.
– Sai qual è la cosa piú pazzesca? Che loro il caldo non lo sentono! Forse pure noi alla loro età… che dici?
– Non saprei, non mi ricordo…
– E invece bisognerebbe ricordarselo, ricordarsi com’eravamo allora, voglio dire, – fece Chiara, con un’aria improvvisamente seria. – Perché loro vanno a istinto, a sensazioni. E diciamo che tu, in qualche modo, sei qua per questo, per capire che sensazioni ti suscita quello che ti spiegherò, spiegheremo, – si corresse, entrando in salone e presentandole suo marito Carlo.
– Scusa, con tutti questi messaggi di lavoro a cui rispondere! La gente non va piú in vacanza, – disse lui, alzandosi dal divano su cui era stravaccato con un gesto atletico e mollando il cellulare sui cuscini. Le strinse la mano in un modo un po’ troppo energico lasciandole un dolore sordo tra le dita.
Quel che accadde dopo, in quell’ora e mezza in cui rimase a casa della sua ex compagna, fu qualcosa che assomigliava a un’improvvisa e violenta perturbazione metereologica. Sbattuta tra ondate di parole inarrestabili, fu travolta da un tornado di considerazioni in cui Chiara evocava la crisi che falcidiava l’economia domestica di tante famiglie, la penuria cronica di lavoro, la minaccia di un impoverimento collettivo, di una depressione generalizzata, che portava un sacco di gente sui lettini degli analisti, non loro certo, che ancora si potevano dire fortunati, ma conoscenti e amici, gente insospettabile, «che non diresti mai», aggiunse cercando conferme nel marito che stava in silenzio in attesa di poter prendere la parola, mentre lei riprendeva il suo discorso con l’aria di chi ne aveva sentite tante di storie, drammi familiari, da cui nessuno era al riparo, perché in momenti come quelli, momenti di cambiamenti epocali che dunque non sarebbero mai finiti, solo chi sapeva battere strade nuove, al passo con i tempi, ce l’avrebbe fatta, e loro ce la stavano facendo, disse, toccando la suscettibilità del marito, che cercò di mormorare: – Ci stiamo provando…
– Ma è praticamente fatta, – lo corresse Chiara, dan...