Dopo aver abbandonato la polizia e aver deciso di stabilirsi definitivamente sulla piú settentrionale delle isole Ebridi, Fin Macleod tiene lontano i cacciatori di frodo dalle terre di un facoltoso locale. Ed è proprio nel corso di un giro di ricognizione in quegli aspri territori che, in compagnia dell'amico Whistler, si imbatte nella piú incredibile delle visioni. Un piccolo velivolo, all'apparenza intatto, col rosso e il bianco della fusoliera ancora ben visibili, è apparso su un cumulo di sassi, nell'alveo di un lago che si è appena ritirato. A bordo, il corpo di Roddy Mackenzie, una vecchia conoscenza di Fin e Whistler. E ben presto Fin si rende conto che della vicenda Whistler sa molto piú di quanto non voglia ammettere.
***
«L'uomo degli scacchi offre un'esperienza quasi viscerale: camminiamo anche noi, con Fin, sulle scogliere spazzate dal vento e accanto ai laghi prosciugati. Per i lettori sarà dura accomiatarsi da questo personaggio, ma bisogna rendere merito a Peter May di aver tenuto fede al progetto di una perfetta trilogia».
The Independent

- 368 pagine
- Italian
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L'uomo degli scacchi
Undici
La vera scalata della band verso il successo iniziò, a mio parere, con una scommessa.
Roddy e Strings avevano scritto la maggior parte del materiale originale che i Sòlas suonavano nei loro concerti durante il quinto anno di scuola. Erano un formidabile duo creativo, come Lennon e McCartney. Ma, proprio come successe ai Beatles, non andavano molto d’accordo l’uno con l’altro.
C’era gelosia artistica, una competizione continua per dimostrare chi fosse il piú creativo. E poi, naturalmente, c’era Mairead. In qualche modo lei era al centro di ogni conflitto della band, se non il motivo scatenante. In questo caso aveva avuto una storia di tre mesi con Strings, nel corso di un periodo di rottura con Roddy. L’atmosfera, dentro e fuori dal palco, era diventata insostenibile.
Ma nel giugno di quell’ultimo anno alla Nicolson la storia con Strings era già finita e Mairead era tornata con Roddy. Tutto l’universo era di nuovo al suo posto. Solo che Roddy e Strings riuscivano a malapena a parlare tra di loro di qualsiasi argomento senza litigare.
La scommessa arrivò perché, anche se tutti erano d’accordo che la band avesse bisogno di cambiare nome prima di andare a Glasgow, non fu possibile raggiungere l’unanimità di giudizio su quello che avrebbe dovuto essere scelto.
Sòlas era troppo banale, semplice. Volevano qualcosa di piú incisivo, che riflettesse la miscela unica di folk celtico e rock che era il loro carattere distintivo.
Alla fine rimasero in lizza due nomi. Uno era di Roddy, l’altro di Strings. Ma nessuno aveva intenzione di scegliere, perché avrebbe voluto dire schierarsi con una delle due parti.
La proposta di Roddy era Amran, che significa «canzone» in antico irlandese. Sentiva che avrebbe portato la band al di fuori di ciò che lui chiamava il ghetto gaelico, verso il piú vasto mondo celtico. Strings la odiava. Lui voleva Caoran, la parola gaelica per i piccoli pezzi di torba piú duri e piú scuri, che quando bruciano dànno piú calore. Roddy lo prendeva in giro, dicendo che la pronuncia – kuuran – lo faceva suonare come Corano.
La soluzione all’impasse arrivò durante la prima settimana di giugno. In quei giorni avevamo sostenuto l’esame di maturità e vivevamo in un limbo in attesa della fine dell’anno scolastico; nessuno aveva piú il pensiero delle lezioni da frequentare. Da quando eravamo venuti a conoscenza della vicenda della Iolaire il gruppo di motociclisti aveva smesso di radunarsi a Holm Point e si trovava presso il Bridge to Nowhere, un vecchio ponte in cemento sopra la spiaggia di Garry, oltre il villaggio di Tolastadh sulla costa orientale, circa venticinque minuti a nord di Stornoway. Era l’inizio, e la fine, della Road to Nowhere; sia il ponte sia la strada erano chiamati allo stesso modo, non a caso, dato che entrambi finivano nel nulla. Il ponte era stato costruito nel 1920 e nello stesso anno era iniziata anche la costruzione della strada. Erano stati partoriti dalla mente dell’allora proprietario di Lewis e Harris, il visionario imprenditore Lord Leverhulme, che intendeva costruire una strada lungo la costa orientale tra Tolastadh e Sgiogarstaigh nei pressi di Ness. Ma Leverhulme morí prima che i suoi grandi progetti potessero essere realizzati, e la Road to Nowhere si trasformò presto in una strada sterrata percorsa da allora in poi solo dagli escursionisti.
Era uno di quei rari, deliziosi, primi giorni d’estate, quando il vento da sudovest è dolce e il cielo è rotto da alte nuvole bianche che solo di tanto in tanto coprono il sole. I fiori primaverili brillavano di giallo, viola e bianco nella brughiera e i moscerini erano tenuti a bada dalla brezza. Certo, c’era sempre qualcosa a rovinare una giornata perfetta, e in questo caso erano i cleggs. I piccoli pungenti bastardi si aggiravano nella vegetazione piú alta. Si chiamano anche tafani, e ti mordono in modo davvero fastidioso persino attraverso vestiti aderenti.
Eravamo tutti riuniti sul ponte, circa una dozzina, a bere birra, a incidere i nostri nomi nel cemento o a stare semplicemente sdraiati lungo il parapetto a prendere il sole, senza paura di cadere di sotto. Il sole baciava le sabbie dorate della spiaggia di Garry e il Minch, e ricordo di aver pensato che in quel momento c’era qualcosa di quasi idilliaco. Gli esami erano alle spalle e ci aspettava un nuovo, eccitante, futuro. Fuggire dall’isola; era la prima volta che avevamo la possibilità di aprire le ali e volare. In quel momento tutto sembrava possibile.
Ero steso con gli occhi chiusi, la testa appoggiata sulla giacca piegata, fluttuando in un futuro immaginario. Proprio in quel momento delle voci rabbiose irruppero nel mio idillio, distruggendolo.
– Bene! Bene! – Udii la voce di Strings salire di tono sino a diventare quasi isterica. – Ci siamo. Lo faremo. Domani.
Aprii gli occhi, infastidito dall’interruzione, e rimisi i piedi giú sul ponte. Gli altri erano tutti riuniti in fondo, dove la Road to Nowhere si snodava verso le scogliere. Sospirai, saltai giú e mi diressi verso il gruppo.
– Cosa sta succedendo?
Whistler sorrise e si voltò verso di me. – Abbiamo trovato un modo per scegliere il nuovo nome.
Aggrottai le sopracciglia, sorpreso. – Come?
Mairead disse: – Roddy e Strings faranno una gara con le moto. Fino alle rocce e ritorno.
Non rimasi piú di tanto colpito. – Non è granché.
Rambo dichiarò: – Sono circa tre chilometri. È abbastanza.
E Skins aggiunse: – Chi vince sceglierà il nome.
Tutti stavano guardando me, come se in qualche modo cercassero la mia approvazione.
– Molto stupido, se volete il mio parere, – dissi. – E pericoloso.
Ci furono un sacco di brontolii e si voltarono tutti. Roddy disse: – Chi cazzo ti sta chiedendo qualcosa, a te?
La mattina seguente, io e Whistler camminavamo lungo la strada scelta per la corsa. Era un’altra giornata di tempo splendido, ma il vento non riusciva a spazzare via i moscerini. Durante la prima parte della passeggiata, dove la strada si snodava attraverso la brughiera e saliva verso la scogliera, ci schiaffeggiavamo il viso e il collo, agitando le mani intorno alle teste come marionette dementi.
In quel punto il fondo stradale era rugoso, fatto di fitti sassolini, con muschio ed erba che vi crescevano nel mezzo. Delle rocce s’innalzavano alla nostra sinistra, e a destra il terreno scendeva a sbalzi verso la riva, coperto da felci, piantine di cinquefoglia e graffiato da formazioni di torba. Girammo dietro una curva e spaventammo un gregge di pecore al pascolo con la lana rigata da macchie verdi e viola, che corsero lontano da noi.
– Non voglio andare all’università, – disse Whistler all’improvviso, sorprendendomi.
– Gesú! Perché no?
Si strinse nelle spalle. – Sarebbe solo una rottura di palle.
Lo fissai incredulo. – Cristo, amico, per te non sarebbe proprio nessuna rottura di palle. Ho sudato sangue per cercare di superare gli esami, mentre tu li hai fatti senza nemmeno aprire un libro.
– Allora, dov’è la sfida in tutto ciò?
Ero a bocca aperta. – Ma cosa vorresti fare?
– Restare qui –. Guardò impassibile oltre le spiagge.
– Sei pazzo? Non conosco nessuno che non voglia lasciare l’isola. E non c’è un ragazzo alla Nicolson che non darebbe il suo braccio destro per metà del tuo cervello e la possibilità di andare all’università.
Si strinse di nuovo nelle spalle. – Giusto. Ma nessuno di loro è me. E io voglio restare.
La mia mente correva, cercando di trovare gli argomenti che lo avrebbero convinto della follia di quella decisione. – E la band?
– Cosa c’entra?
– Be’, tutti i componenti dei Sòlas andranno a Glasgow.
– E allora?
– E allora non puoi rimanere ancora nella band se loro sono lí e tu sei qui.
– E allora?
– Ma stai dicendo sul serio?
Girò lentamente la testa e mi fissò con i suoi grandi occhi scuri.
– Perché non dovrei?
– Perché sei un flautista brillante. Perché è la tua vita.
Scosse la testa. – No. Sono capace di suonare un flauto, va bene, ma a che serve? E non è la mia vita. Non lo è mai stata. È la band di Roddy. Sua e di Strings. È la loro vita, non la mia.
Sapevo che Whistler non andava contraddetto quando aveva preso una decisione su qualcosa, e cosí camminammo in silenzio sino alla prima grande curva della strada. La brezza divenne piú forte, scacciando via i moscerini e portando con sé un odore di pesce e di umidità. Dei fulmari volavano e strillavano sopra le nostre teste e scorgemmo anche dei cormorani. Guardandoci indietro vedevamo Garry e, piú in là, la mezzaluna di Tràigh Mhòr, che in gaelico significa «la grande spiaggia». Tolastadh Head e il suo villaggio si snodavano all’orizzonte, senza alberi, nitidi alla luce del sole.
La strada scendeva per poi risalire alla seconda curva. Era piú stretta e piú vicina al mare, che ora pareva molto al di sotto di noi, e si vedeva il tratto di litorale che si spingeva verso nord, rialzandosi a picco sull’azzurro ingannevolmente tranquillo del Minch. Il cielo era striato di nubi alte, quasi luminose nel sole del mattino, come se fosse stato spazzolato da qualche irrequieto pittore di acquerelli.
Non molto piú avanti, un breve spiazzo erboso sulla sinistra si riversava direttamente oltre il bordo della scogliera in un’insenatura quasi verticale, o geodha in gaelico, che s’insinuava nella roccia. Guardando dall’alto non si riusciva a vedere il fondo.
Mi sporsi per guardare in basso sino al punto massimo consentito dal mio coraggio.
– Qui è davvero pericoloso, – dissi. – Dovremmo metterci qualcuno, in modo da segnalarlo ai ragazzi.
L’idea era di posizionarci a coppie in corrispondenza delle curve e nel punto di svolta alla fine della strada, giusto per assicurarsi che non barassero.
Whistler uscí dalla strada e iniziò a muoversi lungo il lato inferiore del geodha per cercare di vederlo meglio.
– Attento, – gli gridai. Era ripido. Potevo scorgere delle pecore su una stretta cengia erbosa circa a metà, ma poi nient’altro.
Il mio amico agitò il braccio. – Vieni a vedere.
Feci bene attenzione a dove mettevo i piedi sugli spiazzi erbosi e le rocce fino a quando vidi quel che voleva mostrarmi. Rifiuti domestici. Tonnellate, gettate oltre il bordo, senza dubbio dalla brava gente di Tolastadh nel corso di molti anni. Una matassa di metallo arrugginito, carrozzine, telai di biciclette, scatole di pesci, vecchie reti, filo spinato. Il mare aveva artigliato il fondo del cumulo di rifiuti, ma il piú era bloccato a metà, in mezzo ad ammassi di roccia frastagliata.
Il mare era di una strana calma nel punto in cui entrava nella fenditura, verde smeraldo e chiaro come il sole. Si vedevano le rocce sotto la superficie, ingrandite e ribollenti nella corrente. E anche se eravamo lontani, sentivamo il risucchio del mare e il suo sospiro, la respirazione amplificata dall’effetto acustico del geodha, quasi fosse vivo.
Ritornammo indietro a fatica fino alla strada. Whistler annuí. – Sí, dobbiamo quanto prima segnalare questo punto come pericoloso.
La strada proseguiva seguendo la linea della scogliera sino a dove i costruttori erano stati costretti a far saltare in aria una roccia gigante che bloccava il passaggio. Parte di essa, a un’altezza tra i tre e i quattro metri, era stata lasciata sul lato della scogliera con le stratificazioni ben visibili, striature rosse che attraversavano la superficie lacerata, quale diario geologico risalente agli albori del tempo.
Questa porta verso il nulla era il punto di svolta. Restammo in piedi nella spaccatura della roccia fatta brillare piú di novant’anni prima e ne vedemmo i frammenti sparsi su tutto il pendio, un miscuglio di rocce, rimaste dov’erano cadute dopo l’esplosione. E guardandoci indietro, dove la strada curvava, vedevamo le vette lontane dei monti della Scozia, la cui sagoma confusa in lontananza era ben nota a generazioni di isolani.
– Sai una cosa? – dissi. – È pazzesco. Perché non fare una votazione segreta? Vince il voto di maggioranza.
Whistler scosse la testa. – Roddy non sarebbe mai d’accordo. Avrebbe paura di perdere.
La notizia si era diffusa e, a parte la dozzina di membri regolari del gruppo dei motociclisti, un’altra quindicina di ragazzi erano arrivati fin lí quel pomeriggio per assistere alla gara. Tutti erano riuniti al ponte. Qualcuno aveva portato una lattina di vernice spray, e alcuni dei ragazzi spruzzarono i loro nomi sui parapetti in cemento. Roddy e Strings erano in silenzio, tesi e agitati, concentrati sulla gara. Era impossibile confonderli. Roddy con la sua Vespa blu brillante e il giallo violento della moto di Strings.
Io e Whistler ci eravamo messi alla seconda curva, Skins alla roccia spaccata e Rambo di guardia al geodha. Mairead e un’altra ragazza si trovavano alla prima curva, curiosamente Mairead non aveva espresso alcuna opinione su uno dei nomi proposti, il che secondo me voleva dire che quasi di sicuro preferiva Caoran, ma non osava dirlo.
Sentimmo le grida alzarsi dal ponte e il rombo dei motori che salivano di giri, ma non vedemmo le moto fino a quando non girarono alla curva. Strings apparve per primo, chino sul manubrio, tutto concentrato sulla strada davanti a lui. Roddy era solo un paio di metri dietro, e faceva brusche sterzate per evitare la polvere e le pietre che schizzavano dalla ruota posteriore di Strings.
Passarono davanti a me e a Whistler e presero velocità sul rettilineo, coi motori urlanti mentre sfilavano davanti a Rambo. Poi sparirono dalla vista. Quando riapparvero, al ritorno, Roddy era un po’ piú avanti, con la moto in derapata a causa del cambio di marcia in curva. Prendemmo le nostre moto che avevamo lasciato sul prato tra le felci e partimmo dopo di loro, con Skins e Rambo non lontano dietro di noi. Già prima di arrivare al ponte si sentiva una forte esultanza. Mairead era tornata davanti a noi e tutti erano accanto alla moto blu e a quella gialla, le voci eccitate.
– Che cosa è successo? – disse Whistler appena arrivammo accanto a loro.
– Una roba pazzesca, – gridò qualcuno.
Uno degli altri ragazzi disse: – Erano testa a testa quando hann...
Indice dei contenuti
- Copertina
- L'uomo degli scacchi
- Prologo
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitre
- Ventiquattro
- Venticinque
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Epilogo
- Ringraziamenti
- Il libro
- L’autore
- Dello stesso autore
- Copyright
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