
- 272 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Le regole dell'attrazione
Informazioni su questo libro
«Che direbbero i miei se sapessero che qui non faccio altro che bere e scopare? Mi disconoscerebbero? E i soldi, me li passerebbero lo stesso?»
Gli studenti che frequentano l'esclusiva università di Camden, nel New Hampshire, oltre a osservare quelle «regole dell'attrazione» che governano i vari rapporti tra i sessi, soprattutto bevono, si fanno, si stravolgono. E con qualsiasi cosa riescano a rimediare: birra calda e sgasata, whiskey, anfetamine, coca, Ecstasy, metedrina... Costruito come un caleidoscopio di brani raccontati dai diversi protagonisti, Le regole dell'attrazione porta all'estremo la tecnica narrativa ispirata ai videoclip che aveva fatto di Meno di zero una rivelazione.
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Informazioni
Ellis Bret Easton
Le Regole dell’attrazione
Traduzione di Francesco Durante
Einaudi
I fatti, anche quando erano strettamente legati gli uni agli altri non avevano un vero ordine.
Gli eventi non scorrevano. I fatti erano separati e casuali anche mentre accadevano, episodici, spezzati, senza passaggi scorrevoli, senza il senso di avvenimenti che nascessero da avvenimenti precedenti.
TIM O’ BRIEN
Autunno 1985
e insomma forse è una storia noiosa ma non ti tocca ascoltarla per forza, mi ha detto lei, perché aveva sempre saputo che sarebbe andata a finire cosí, comunque secondo lei era successo durante il primo anno di college a Camden, e precisamente un fine settimana, un venerdí di settembre, tre o quattro anni fa, e si era sbronzata a tal punto che era finita in un letto, aveva perduto la verginità (tardi: a diciott’anni) nella stanza di Lorna Slavin – perché allora era una matricola e aveva una compagna di stanza, e Lorna, ricorda, era al terzo o al quart’anno, e qualche volta andava dal suo ragazzo che stava fuori dal campus, uno che secondo lei doveva essere al secondo anno di specializzazione in ceramica mentre era solo uno della New York University, o uno studente di cinema venuto su nel New Hampshire giusto per il party Sotto il Vestito Niente, oppure uno del posto. Lei per dirla tutta aveva messo gli occhi su qualcun altro quella sera: Daniel Miller, uno del quart’anno, un laureando in teatro, biondo, un po’ gay, un corpo da sballo e due straordinari occhi grigi, ma lui si vedeva con questa francese dell’Ohio molto bella, e però alla fine si era beccato la mononucleosi e se n’era andato in Europa e non aveva mai terminato quel suo ultimo anno. Cosí lei e il tizio (non si ricorda manco il nome, ormai: Rudolph, Bobo?) della N. Y. U. stavano chiacchierando, questo se lo ricorda, sotto un gran poster di Reagan a cui qualcuno aveva disegnato baffi e occhiali da sole, e lui parlava di tutti questi film, e lei continuava a dirgli che li aveva visti tutti, questi film, anche se non era vero, e continuava a dirgli che era d’accordo con lui, con quello che gli piaceva e quello che non gli piaceva, e intanto pensava che forse non era proprio come Daniel Miller (questo qua aveva i capelli corti, blu scuri, sparati a ciocche, una cravatta cashmere e, disgraziatamente, un principio di barbetta sul mento), ma insomma era abbastanza carino. Ed era sicura che stava storpiando tutti i nomi di quei registi e sbagliava gli attori, sbagliava i cineasti, ma lei lo desiderava lo stesso, anche se si era accorta che lui lanciava occhiate verso Kathy Kotcheff che ricambiava, e lei si stava ubriacando di brutto e seguitava a far cenno di sí e quando lui era andato a prendere altra birra alla spina, Kathy Kotcheff, con tanto di reggiseno nero e collant neri col reggicalze, si era messa a chiacchierare con lui, e allora lei aveva incominciato a disperarsi. Stava per raggiungerli e buttare là un paio di nomi, metti Salle o Longo, ma ha pensato che sarebbe stato un po’ troppo da presuntuosi, e cosí si è limitata ad avvicinarsi e a sussurrargli che aveva un po’ d’erba in camera sua, anche se non era vero ma sperava che ce l’avesse Lorna, allora lui ha sorriso e ha detto che gli pareva una bella idea. Salendo per le scale lei ha scroccato una sigaretta che non avrebbe mai fumato, e poi sono andati nella stanza di Lorna. Lui ha chiuso la porta a chiave. Lei ha acceso le luci. Lui le ha spente. Lei pensa di avergli detto che non ce l’aveva, l’erba. Lui ha detto okay e ha tirato fuori una fiaschetta d’argento che giú dabbasso aveva riempito di punch prima che finisse e lei era già ubriaca di punch e di tutta quella birra ma comunque ne ha bevuto ancora, e prima di rendersene conto erano sul letto di Lorna a scopare e lei era troppo ubriaca per esser nervosa. Giú suonavano i Dire Straits o forse i Talking Heads e lei era ubriaca fradicia e anche se sapeva che era pura follia, non poteva tirarsi indietro né niente. È svenuta e quando si è riavuta ha cercato di togliersi il reggiseno ma era ancora troppo ubriaca e lui aveva già incominciato a scoparla ma non sapeva che lei era vergine e le faceva male (non cosí forte, per la verità; giusto qualche fitta di dolore, comunque non quanto le avevano detto, però nemmeno proprio piacevole) ed è allora che ha sentito un’altra voce nella stanza, un gemito, e si ricorda quel peso che si sposta sul letto e allora capisce che quello che le sta addosso non era lo studente di cinema della N. Y. U. ma qualcun altro. Era buio pesto nella stanza e lei avvertiva due paia di ginocchia ai suoi fianchi e non voleva nemmeno sapere che cosa stava succedendo sopra di sé. Tutto quello che ha saputo, tutto quello che sembra certo, è che le è venuta la nausea e la sua testa ha preso a sbattere contro il muro. La porta che credeva lui avesse chiuso a chiave si è spalancata e sono entrate certe ombre a dire che dovevano mettere il fusto della birra da qualche parte e l’hanno fatto rotolare e il fusto ha sbattuto contro il letto e la porta si è chiusa. E lei stava pensando che questo non le sarebbe successo con Daniel Miller, che lui l’avrebbe presa gentilmente tra le sue forti braccia da laureando di teatro e l’avrebbe spogliata con calma, da esperto, le avrebbe slacciato il reggiseno con grazia e abilità, l’avrebbe baciata a lungo, con tenerezza, e probabilmente non le avrebbe fatto male: ma non stava con Daniel Miller. Era lí con qualcuno di New York di cui non sapeva il nome e Dio solo sa con chi altro, e i due corpi sopra di lei continuavano a muoversi e dopo un po’ c’era lei sopra e visto che era troppo ubriaca per stare lí qualcuno la teneva su, la puntellava, mentre qualcun altro le toccava i seni attraverso il reggiseno e continuava a fotterla, e lei sentiva i vicini di camera che discutevano ad alta voce e poi è svenuta di nuovo, e si è svegliata quando uno dei due ha sbattuto la testa contro il muro ed è scivolato giú dal letto trascinandola con sé ed entrambi hanno sbattuto la testa contro il fusto della birra. Ha sentito uno dei due ragazzi che vomitava dentro qualcosa che ha sperato fosse il cestino della carta straccia di Lorna. È svenuta di nuovo e quando si è risvegliata, sarà stato trenta secondi dopo, o forse mezz’ora, la fottevano di nuovo, e lei gemeva ancora di dolore (loro probabilmente hanno creduto si trattasse di eccitazione, ma cosí non era). Ha sentito qualcuno che bussava alla porta. Ha detto: – Rispondete, rispondete, – o almeno pensa di averlo detto. Stavano ancora sul pavimento quando è svenuta di nuovo... Si è svegliata la mattina dopo, presto, chissà come nel letto, la stanza era fredda, puzzava di vomito, il fusto mezzo vuoto colava via sul pavimento. La testa le scoppiava, un po’ per i postumi della sbornia, un po’ perché era stata sbattuta contro il muro non sapeva neanche lei per quanto tempo. Lo studente di cinema della N. Y. U. era steso vicino a lei sul letto che durante la notte era stato messo al centro della stanza, e sembrava molto piú piccolo e coi capelli piú lunghi di quanto ricordava, come se quelle ciocche all’insú fossero appassite. E nella luce che entrava dalla finestra ha visto l’altro ragazzo disteso vicino allo studente di cinema – non era piú vergine, ha pensato – e quello ha aperto gli occhi ancora ubriaco e lei non l’aveva mai visto prima. Probabilmente era uno del posto. Quindi era andata a letto con uno del posto. Non sono piú vergine, ha pensato ancora. Quello del posto le ha fatto l’occhiolino, senza pensare di presentarsi, e poi le ha raccontato questa barzelletta che aveva sentito una sera, quella dell’elefante che si aggira per la giungla e mette il piede su una spina e gli fa un male cane e ha il suo bel daffare cercando di togliersela cosí chiede a un topo che passava per di là: – Per favore toglimi la spina dal piede, – e il topo gli dice: – Soltanto se ti fai fottere –. Allora l’elefante senza esitare dice okay e il topo rapidamente gli cava la spina dal piede e poi si arrampica dietro l’elefante e comincia a fotterlo. Dopo un po’ passa un cacciatore e spara all’elefante, che comincia a gemere di dolore. Il topo, allora, ignaro delle ferite dell’elefante, dice: – Soffri, baby, soffri, – e continua a fotterlo. Quello del posto ha cominciato a ridere ma era una barzelletta che lei sperava di dimenticare, anche se ce l’ha in testa fin da quel momento. Le stava venendo in mente che non sapeva chi dei due le avesse (tecnicamente) tolto la verginità (anche se a conti fatti doveva esser stato lo studente della N. Y. U. e non quello del posto) ma la cosa le sembrava piuttosto irrilevante, per qualche motivo, in quel mattino post-virginale. Era vagamente cosciente del fatto che stava sanguinando, ma solo un poco. Il ragazzo della N. Y. U. ha ruttato nel sonno. C’era vomito (di chi?) tutto attorno il cestino della spazzatura di Lorna. Quello del posto era ancora lí che rideva, nudo e piegato in due dalle risate. Lei aveva ancora addosso il reggiseno. E non ha mai detto a nessuno, anche se a Daniel Miller voleva dirlo, – Ho sempre saputo che sarebbe andata cosí.
SEAN La festa sta per finire. Arrivo alla Windham House proprio quando spillano l’ultimo fusto. Gli affari in città sono andati bene e ho soldi cosí mi compro un po’ di erba da questa matricola che vive alla Booth House e prima di venir qui al Giovedí dei Morti di Sete mi sconvolgo. In salone giocano a Quarters e Tony riempie di birra una caraffa.
Gli faccio: – Che si dice?
– Ehi Sean. Ho perso la carta d’identità. Niente pub, – dice lui. – Brigid è in calore per quel tizio di L. A. Vuoi favorire?
– Va bene, – dico. – Dove sono i bicchieri? – Laggiú, – risponde, e torna verso il tavolo.
Prendo un po’ di birra e vedo che questa matricola strafica, capelli biondi corti, gran corpo, che ho scopato un paio di settimane fa, se ne sta lí vicino al caminetto. Faccio quasi per avvicinarmi e dirle qualcosa, ma Mitchell Allen le sta già accendendo una sigaretta e insomma meglio lasciar perdere. Cosí me ne sto in piedi appoggiato al muro, ascolto i Rem, finisco la birra, ne prendo ancora, tengo gli occhi sulla matricola. Poi un’altra ragazza, penso che si chiami Deidre, capelli neri dritti già un po’ ammosciati, rossetto nero, smalto nero sulle unghie, calzettoni neri al ginocchio, scarpe nere, belle tette, corpo non male, una dell’ultimo anno, viene avanti col suo top nero benché nella stanza ci siano qualcosa come quaranta gradi sotto zero, ed è sbronza e tossicchia come una tubercolotica tracannando scotch. L’ho vista rubare Dante in libreria. – Ci siamo già incontrati? – mi fa. Se sta scherzando, è davvero troppo scarsa.
– No, – dico. – Ciao.
– Come ti chiami? – mi chiede, cercando di tenersi in piedi.
– Peter, – le dico.
– Oh, davvero? – domanda, l’aria confusa. – Peter? Peter? Non è vero.
– Sí che è vero –. Ho ripreso a occhiare la matricola fica ma lei non guarda da questa parte. Mitchell le porge un’altra birra. È troppo tardi. Torno a guardare Dede Dedire o come cazzo si chiama.
– Non sei dell’ultimo anno? – mi domanda.
– No, – le dico. – Matricola.
– Veramente? – Tutt’a un tratto comincia a tossire, beve un sorso di scotch, o meglio se lo scola, poi dice, con voce roca: – Pensavo fossi piú vecchio.
– Matricola, – le dico; scolo il bicchiere. – Peter. Peter la matricola.
Mitchell le sussurra qualcosa all’orecchio. Lei ride, si volta. Lui continua a sussurrare. Lei non si muove. Ecco fatto. Vuole andarsene con lui.
– Beh senti, ci avrei giurato che ti chiamavi Brian, – dice Deedum.
Considero le varie possibilità. Posso andarmene adesso, tornare in camera mia, suonare la chitarra, andare a dormire. Oppure, potrei giocare a Quarters con Tony e Brigid e quello scemo di Los Angeles. O ancora, posso rimorchiarmi questa ragazza fuori dal campus, al Carousel a bere una cosa. O magari me la porto in stanza, sperando che il francese se ne sia andato, ci stordiamo e me la scopo. Ma non è che mi va molto. Cioè, lei non mi piace granché, ma la strafica se n’è già andata via con Mitchell e domani non ho lezione ed è tardi e si direbbe che la birra è agli sgoccioli. E lei mi guarda e domanda: – Che c’è? – e io penso: Perché No?
Insomma mi risolvo ad andarmene a casa con lei, bassina ma arrapante, di Los Angeles, suo padre sta nell’industria discografica ma lei non sa chi sia Lou Reed. Andiamo da lei. C’è anche la sua compagna di stanza ma dorme.
– Ignorala, – mi dice, accendendo la luce. – È pazza. Non c’è problema.
Mi sto togliendo i vestiti quando la compagna di stanza si sveglia e comincia a dar fuori di matto alla vista di me n...
Indice dei contenuti
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