Questo viaggio chiamavamo amore
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Questo viaggio chiamavamo amore

  1. 200 pagine
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Questo viaggio chiamavamo amore

Informazioni su questo libro

In occasione dell'uscita di Questo viaggio chiamavamo amore l'autrice Laura Pariani ha realizzato un booktrailer: lo potete trovare qui. *** «Cosa resta a fare un giovane in questa Europa decrepita? Meglio l'America col suo azzardo dell'ignoto: quando piove, chi non ha casa se la trova...» È il 1907 quando Dino Campana fugge da Marradi alla volta di Montevideo e poi dell'Argentina. Dato che di quel viaggio non esistono fonti certe, Laura Pariani ipotizza un percorso che dalle rive del Paraná lo porta ai bordelli di Rosario fino ai cantieri ferroviari di Bahía Blanca. Come succederà mezzo secolo dopo al giovanissimo Che Guevara partito a conquistare il mondo su una motocicletta, per il ventenne Dino il vagabondaggio attraverso il Sudamerica - a piedi o su mezzi di fortuna - sarà un'occasione per conoscersi e sentire «con delizia l'uomo nuovo nascere». Una ventina d'anni dopo, durante la reclusione a Castel Pulci - tra le angherie dell'infermiere Calibàn, i pasti insipidi e le notti insonni - le domande dello psichiatra Carlo Pariani innescano nel poeta vivide memorie, lettere o telefonate mentali a compagni di viaggio, resoconti di ubriacature e feste selvagge nella pampa, in mezzo a una «natura ineffabilmente dolce e terribile». Con una scrittura densa di atmosfere sudamericane, mescolando echi dei Canti Orfici con la lingua degli emigranti italiani, Laura Pariani tratteggia il contrasto tra la fiammeggiante vitalità di quella fuga giovanile e l'oscurità dell'ultima tappa del viaggio terreno di Campana.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2015
Print ISBN
9788806223670
eBook ISBN
9788858417805

Uno
L’uomo o il viaggio, il resto o l’incidente

Messaggio per l’aldilà

Caro Regolo,
non prendertela se non ti ho piú scritto. Dall’ultima volta che ci siamo visti son successe cosí tante cose, che mi ci vorrebbe troppa fatica e almeno un centinaio di fogli anche solo per contarti la meccanica di superficie degli avvenimenti suddetti – e nella villa di Castel Pulci, in cui soggiorno forzatamente, a noi reclusi centellinano la carta, manco fosse oro zecchino.
Vedi, oggi pomeriggio stavo qui nel «salone giallo», come lo chiamano gli inservienti – in realtà si tratta dello stanzone in cui ci riuniscono, noi degenerati, perennemente in penombra anche nella bella stagione; chi lo sa, forse nei tempòribus sfoggiò un’elegante tinta dorata, ora è di un moscio color «merdarella di malato», slavato scagazzo tipico della magra dieta che l’istituzione benevolmente ci elargisce... Insomma, com’è come non è, inizia a girarmi attorno un moscone nero, zzz... zzz, insistente sopra la testa, zzz, come voce lontana in torbido affanno.
Subito, in un vivamaría, ecco tutti i ricoverati a strillare:
«Chiàppalo! Càttalo! Prendilo! No, lascialo a me ché l’è mio!» Uno si sbracciava, un altro dava zompi per afferrarlo, un terzo mugolava per l’eccitazione... Ma il giocar di mani dispiace fino ai cani, sicché i sorveglianti, che non sopportano il minimo gesto fuoriposto, si metton subito in agitazione con un paio di stracci per scacciarlo via o, peggio, per ammazzarlo.
A quel punto non mi restava che mettermi a salto e gridare: «Fermi tutti! Che nessuno tocchi sta bestia, che calabrone non è, neppure vespa, soltanto un semplice moscone nero! Dunque mica un insetto pericoloso! Perché allora volete ucciderlo? Una mosca a volte l’è la sola compagnia che teniamo, noi reclusi. Misero spasso. L’unico segno di vita che in questa gattabúja riesce a non farci troppo rimpiangere i begli anni in cui inseguivamo i cani randagi che trascinavano la loro ombra rasente i muri nelle ore piú calde delle domeniche estive; oppure le cocorite giallazzurre che alle fiere pescavano per noi il responso della fortuna; o le lucertole acquattate nelle fessure dei muretti a secco, all’epoca in cui da pivelli percorrevamo gli stradellini di campagna per andare a rubar ciliegie nell’orto del curato... Vi ricordate o no, il piacere che si provava a catturarne una? Sentivamo nel pugno chiuso il cuoricino della bestiola battere all’impazzata, allora aprivamo molto lentamente uno spiraglio nella gabbia delle dita, finché spuntava fuori la testolina con la linguetta tremante. E alla fine la lasciavamo andare, perché la caccia ricominciasse... Cos’è rimasto di quei bei giocarelli che ci allettarono nel sabato della vita? Ve lo dico io: un fico secco, e ognun sel becca. Qui a Castel Pulci, al massimo, nei giorni di grassa, ci possiamo invaghire di un ragno nell’angolo piú alto del soffitto, di uno scarafaggio che vagola per l’orinatoio... Insomma adesso, se non fosse per questa mosca, che ne sarebbe stato di codesto pomeriggio malinconioso? Epperciò, signori sorveglianti, lasciate in pace sto povero moscone!»
Intorno a me, gli altri ricoverati si erano tutti irrigiditi. Mi ascoltavano? Mi chiedo se capissero le mie parole o se perlomeno riuscissero a intendere che la mia voce era amica. Anche gli infermieri si son fermati di botto e uno di loro, il Tarcisio, che è il piú umano tra quelli addetti alla nostra sorveglianza, si è congratulato con me: «E bravo il nostro Campèna che l’è riuscito a farci gustare un pizzico della sua poesia...»
Un suo collega, un bestione bassitalia che dentro di me chiamo Calibàn, si è messo a battermi le mani per voglia di sfottimento, berciando: «Viva il poeta dei mosconi!»
Una villanata da far drizzar le gambe ai cani, Regolo mio. Ma io zitto, neanche una piega, mi guardo bene dal manifestare la benché minima reazione, quella soddisfazione non gliela do alla stupida grandígia di quel tal Calibàn. Che mi prendano per uno svitato capace solo di strologare fantasticaggini è ormai faccenda che non mi importa da tanto di quel tempo...
L’unica cosa che comunque mi premeva era che non ammazzassero il moscone nero, perché io sapevo bene che non era mica una bestia ma il mio amico Regolo Orlandelli, venuto a trovarmi sotto forma personale di insetto. Ma di questa verità, se l’avessi spiegata a alta voce raccontando la nostra storia per filo e per segno, tutti avrebbero sghignazzato, o peggio. Meglio retícere.
Zzz... la mosca continuava a ronzare, sbatteva contro i vetri, e non mi stancavo di rimirarla. Di rimirarti.
Calibàn ha di nuovo gracchiato: «Ohé, Campana, cosa fai lí con quella faccia da pesce lesso?»
E io avrei voluto rispondere qualcosa, ma non mi veniva nemmeno una quisquilia. Un vuoto nel cervello. Del resto, che mi importava? Che ridesse pure alle mie spalle, quella zucca. Il cuore mi pulsava nelle tempie e sentivo in gola un’ànsima, come quando ci si accorge di essere in ritardo. Ma perché dico «in ritardo»? Non era ancora suonata l’ora di scendere nel refettorio, e l’orologio di Castel Pulci non sgarra mai di un minuto: dunque il mondo del reclusorio procedeva in orario, epperciò anch’io. Eppure eppure. Da dove mai mi nasceva quella strana sensazione di sfasamento rispetto al tempo, come se avessi superato la frontiera del conosciuto? Poi d’un lampo ho capito: non ero io in ritardo, eri tu a essere arrivato con un anticipo a cui non ero preparato.
Perché il moscone eri proprio tu, non potevi essere che tu. Me l’avevi contato la prima volta che il diavolo aveva incrociato le nostre strade. Cominciasti a narrarmi di tuo padre che aveva campato la vita in riva al Po, ricavando tutto il necessario dal fiume, pesce e legna; ché, quando poi veniva la piena, autunno o primavera che fosse, si rallegrava come di una vendemmia: con la barca affrontava le grosse piante trascinate dalla corrente, le allacciava con una specie di lazo, a mo’ dei gauchos argentini, eppoi, vogando a tutta forza, le tirava a riva. Dicevi che ciò che la piena regalava gli bastava per una stagione di sbevazzi all’osteria. E spiegavi: «Quand’ero piccolo e stavo al capanno dove mepà accomodava le trappole per i pesci, cresceva sull’arenile un giovane salice che lui aveva piantato affianco della sò baracca. A quel riguardo non finiva mai di ripetere: “Sto salice dura quanto la mia vita”, e non sbagliò: la pianta campò sei anni, poi cominciò all’imprevista a perdere foglie. Vuoi credere che, due settimane dopo, anche mepà si ammala? Andavo tutte le sere a trovarlo allo spedalino dei poveri; la prima cosa che mi chiedeva, appena arrivavo, era: “Come va il mio salice?”, ma io non osavo dirgli che si era completamente seccato. Lui però capiva lo stesso, come se mi leggesse nel pensiero, e sospirava: “Eh, caro il mè Regolo, mi resta poco da campare”. Siamo cosí, noi gente nata sulla riva del Po: conosciamo la lingua antica dei boschi, le entràgne della natura, gli enigmi del vento...»
Quando contavi la storia del salice, scuotevo la testa, non proprio ridacchiavo ma quasi, insomma credevo e non credevo, la buttavo sull’esagerato: «Sono soltanto coincidenze».
Ti inalberavi: «Coincidenze del menga. La mente ha da camminare nella notte, nel buio delle cose... Sei tu che non capisci, crapón. Da parte mia, avendo visto coi miei propri occhi la fine di quel salice, che come predisse mepà si avverò, ti dico che la verità sta nel pozzo. E siccome, da degno figlio del Po, sono bastante strión anch’io, fa’ attenzione a quel che ti dico: quando per me la verrà l’ora di lasciare sta lagrimarumvàlle, io mica muoio davvero, io rinasco, ma non in forma umana bensí di moscone nero, di quelli che ronzano sempre vicino all’acqua. Eccosí verrò a trovarti, ma mi raccomando: non mi ammazzare quando mi vedrai, perché sono e sarò sempre il tuo amico».
Me ne sono ricordato d’un botto appena il moscone è entrato nel nostro stanzone. Ho pensato: accidenti, Regolo è morto, si è trasformato come aveva predetto. Epperciò non ho permesso che ti uccidessero un’altra volta. Cosí adesso mi sono rintanato in quest’angolino aspettando che suoni la campanella della cena, in modo da scriverti a mio agio sta lettera mentale, intingendo la dritta penna del mio affetto nel mio negrissimo inchiostro interiore. E intanto mi do una calmata. Ché l’emozione imprevista di questo nostro ritrovarci mi martella il cuore in gola.
Con te è successo sempre cosí: incontri strani, per puro caso. Come quella prima volta che tu andavi a Pavia col biroccio. Io per strada tiravo dritto nella nebbiolina della Bassa, quando sento dietro di me il tintinnio della sonagliera di un cavallone, all’usanza dei carrettieri di Cremona. Tu, infagottato nel tabarro, col collettone agli orecchi, mi fai cenno di montare, spiegandomi: «Vado a vendere cappelli e berretti alla fiera di Bereguardo. Non c’è in giro un cane e ho una voglia bastarda di un po’ di compagnia».
La ricordo come una giornata memorabile: tu ne sapevi una piú di Bertoldo e mi spiegavi i trucchetti micamale che usano i «trabucchi» per fingersi storpi quando chiedono la carità; e il gergo della teppa; e qualche cautela volpina per accomodarsi a dormire nei fienili senza spendere un centesimo. Io a quell’epoca, a tuo confronto, ero uno scolaretto che ancora compitava l’abbecedario della vita, mentre tu facevi parte a pieno titolo della «leggera che mai non trema». Ricordi? Mi insegnasti l’inno di quelli che non si piegavano alla mostruosa assurda ragione della fabbrica e dei padroni:
Il lunedí la testa mi vacilla:
Oi che meraviglia non voglio lavorar.
Il martedí che l’è il giorno seguente,
Non me la sento di andare a lavorar.
Il mercoledí l’è giorno di baruffa:
Io ci ho della ciucca, non posso lavorar.
Il giovedí l’è giorno di mercato:
Io non ci ho tempo di andare a lavorar.
Il venerdí l’è morto Gesú Cristo:
Non s’è mai visto qualcuno a lavorar.
Il sabato poi mi siedo sul portone,
Spetto il mio padrone che mi venga a pagar...
Oh Regolo, quanto tempo... Tutto inghiottito dagli anni: le sbronze, gli scherzi ai riga-rossa, le risate da scompisciarsi, i nostri vent’anni.
Ti ricordi poi quell’altra volta che ci incontrammo al porto, laggiú dall’altra parte del mondo? Ghignavi proprio come un matto: «Guarda un po’ chi si ritrova! Il Campana! Come la va? Ma la Mérica l’è proprio piscinína»...
Con abbracci e brindisi a quel diavolo misericordioso che ancora una volta ci aveva riuniti. Per quale motivo, non ce lo chiedemmo. Avevamo un cuore lieve quella sera, prendevamo la vita come la viene:
Oh leggera, dove vai?
Io ti vengo, io ti vengo a ritrovar...
L’ultima volta ci incrociammo sulla spiaggia nei pressi di Genova: di nuovo la sorpresa e la festa di rivederci quando non ce l’aspettavamo... Un intero pomeriggio di nubi terree che facevano presagire un temporale; noi due stesi sui ciottoli della riva a riassumerci gli ultimi anni: una polacca ti aveva ben bene impestato, poveretto. E io che speravo che non mi toccasse mai la stessa malasorte. Proprio vero che chi vive di speranze muore all’ospedale...
Ho qui davanti agli occhi, quasi la stessi vedendo, l’immagine dei galleggianti di sughero ammonticchiati affianco a noi, lo scheletro di una barca arenata e capovolta; mi pare perfino di risentire nelle narici l’amarognolo dei mucchi di alghe buttati a riva dalla mareggiata: nauseante odore d’infinito, cosí forte da stordirmi. Dietro una scogliera il vento scarmigliava un polverio grigioverde di spruzzi. A te era venuta d’un tratto una sorta di paralisi alla parte destra della faccia, sulla guancia atona rimase il segno di una lagrima involontaria. Borbottasti a boccastorta: «Che fenomeno, neh. Piango eppure non sono triste».
Eh, caro mio, come ti capisco, lasciatelo dire da uno che da tanti anni vive nel travaglio.
Non so se ti ricordi... Il mare dopo la burrasca del mattino era ancora abbastanza grosso, ma d’un tratto si affacciò un solicello pallido e, da un nonsoché di torpido stagnante nell’aria, si intuiva che la mareggiata ormai si baloccava, come invecchiata. Spiegavi che volevi partire di nuovo: cosa resta a fare un giovane in questa Europa decrepita, meglio l’America col suo azzardo dell’ignoto: quando piove, chi non ha casa se la trova... Nelle tue frasi smozzicate vibrava un’urgenza piú forte del solito. Insistevi perché anch’io partissi con te, ti dava fastidio che i tuoi discorsi non attecchissero in me come un tempo. Mugugnavi: «Ma che ci hai, Dino? Come mai ti trovo cosí cambiato? Ti sei pantofolato? Sei cosí vecchio da non voler piú cercare un’altra possibilità? Scuotiti: tutti i giorni passa il meglio».
Io tentennavo, ripetevo: devo pensarci, sono mica pronto, partire per l’America di punto in bianco come se si prendesse un tram, mica ha un senso.
E tu, tagliando corto: «Ma perché, le cose hanno mai avuto un senso?»
Ho riso. Non so come, ma tu riuscivi sempre alla fine a strapparmi una risata: non sapevo resisterti davvero. Le tue parole agivano come il vento che, batti e batti, alla fine dispiega la vela. Ma il mare saliva smangiando la poca spiaggia, si era fatto tardi. Promisi di pensarci, di venirti a trovare l’indomani: in fin dei salmi la nave salpava tre giorni dopo, c’era ancora tempo per decidersi. Tu, nuovamente contento, levasti la faccia al sole rosso che tramontava e mostrasti il pugno a ringraziare il mio diavolo custode che finalmente mi stava rimettendo sulla cattiva strada, l’unica vera... Come abbagliava il mare. Ché la mia ultima immagine di te fu quel gesto a braccio levato, come in quei quadri che ritraggono gli adoratori del sole sulla riva dei sacri fiumi indiani. Una sorta di punto supremo di tutti i nostri incontri.
Cosí ci lasciammo senza sapere che non ci saremmo piú rivisti. Tornando infatti quella sera dov’ero alloggiato, incrociai una guardia che mi squadrò con malevolenza. Mi parve l’avviso reale che per me non c’era scampo: corri corri ma in manicomio finirai... Questione di un attimo: la fantasia di partire con te si sgonfiò, come un pallone bucato dalla punta di uno spillo. Scappai nella mia stanza. Avevo bisogno di una tana dove difendermi dall’orrore – non quello dello sguardo truce del gendarme, ma l’avvertimento che non avevo piú numeri. Nel buio non feci altro che rigirarmi tra le coperte per ore, quasi su un letto da fachiro. Dal caos allucinato dei miei incubi emergeva il ghigno beffardo di mia madre che sentenziava: «Dove vuoi scappare, Dino? Tanto sei matto!»
Nella vita di ogni essere umano esiste un momento che gli scrittori di romanzi chiamano «fatale». Quella notte lo fu per me: il giorno dopo dall’affittacamere ritirai il mio sacco da viaggio e subito presi il treno per tornare a Marradi; dove in effetti ebbi una crisi e mi rinchiusero.
C’è un senso in quello che feci? Forse sí, forse no, forse il senso delle cose è un mistero che si intende molto piú tardi, magari alla fine della vita, almeno spero. So soltanto che non ti vidi piú. Fino a oggi.
Sono sceso in refettorio quando è suonata la campanella. Ti ho guardato ronzare sul riquadro piú alto del finestrone rigato dalla pioggia:
Sorgenti sorgenti abbiam da ascoltare,
S...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Questo viaggio chiamavamo amore
  3. 1. L’uomo o il viaggio, il resto o l’incidente. Messaggio per l’aldilà
  4. 2. Regio Manicomio di Castel Pulci. Novembre 1926
  5. 3. Su un mare giallo de la portentosa dovizia del fiume. Lettera a un garzoncello della Valle Maggia
  6. 4. Tra la turba delle signorine elastiche. Memoriale di un ex bicicletero
  7. 5. Regio Manicomio di Castel Pulci. Dicembre 1926
  8. 6. Commenta secco | E sordo un revolver che annuncia. Ultimo avviso alla cricca dei Signori Critici
  9. 7. L’ora che l’illustre somiero rampa. Comunicazione radiotelefonica al professor Loco
  10. 8. Passano l’ore, vengono i prodigi. Scambio di dati col Direttore Istat
  11. 9. Regio Manicomio di Castel Pulci. Marzo 1927
  12. 10. Venere passa in barroccio. Chiacchierata con Bellabionda
  13. 11. Regio Manicomio di Castel Pulci. Marzo 1927
  14. 12. Quiere Usted Mate? Lettera a una guardiana di tacchini
  15. 13. L’ombra delle selvagge nell’ombra. Confessione e supplica a Nausicaa dalle negre braccia
  16. 14. Regio Manicomio di Castel Pulci. Aprile 1927
  17. 15. Era la notte | Di fiera della perfida Babele. Conversazione con un Ghignagatto
  18. 16. Regio Manicomio di Castel Pulci. Aprile 1927
  19. 17. Una testa spasmodica, una barba rossastra. Messaggio telepatico al compagno Barbarossa
  20. 18. Chiudiamo gli occhi o squarciamo il pavone bastardo. Informativa al marchese De Sade
  21. 19. Regio Manicomio di Castel Pulci. Ottobre 1927
  22. 20. O Regina o Regina adolescente. Miserere per Maria Bebè
  23. 21. Púm, mamma quell’omo lassú! Lettera alla Signora Madre
  24. 22. Una goccia di luce sanguigna. Richiesta urgente di brevetto
  25. 23. Regio Manicomio di Castel Pulci. Ottobre 1929
  26. 24. Era una melodia, era un alito? Sfida musicale ma non troppo a un villanzone del Nuovo Mondo
  27. 25. Un disco livido spettrale. Lettera di scuse all’ingegner Grenacher
  28. 26. Colle nostre lagrime facevamo le rose. Telefonata al dottor Sigmund Freud
  29. 27. Regio Manicomio di Castel Pulci. Aprile 1930
  30. 28. Piú di qualunque altra donna... dei due mondi. Colloquio telefonico con Manuelita Etchegarray
  31. 29. Regio Manicomio di Castel Pulci. Aprile 1930
  32. 30. Sulla pampa nella corsa dei venti. Commento per l’Ipocrita Lettore
  33. 31. Tutto tutto si annega nel dolce rumore dell’ali. Lettera a voi, o forse a nessuno
  34. Noterelle
  35. Il libro
  36. L’autore
  37. Dello stesso autore
  38. Copyright