Anime di vetro
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Anime di vetro

  1. 408 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Anime di vetro

Informazioni su questo libro

C'è la morte nell'anima di Luigi Alfredo Ricciardi. Imprigionato nel guscio della solitudine piú completa, che non permette a nessuno di intaccare, è sulla soglia della disperazione. All'ottavo appuntamento con i lettori del commissario dagli occhi verdi, piú che mai protagonista in una indagine dove tutto è anomalo, Maurizio de Giovanni ci regala la meraviglia di un romanzo in cui le anime di ciascuno si rivelano fatte di vetro: facili a rompersi in mille pezzi, lasciano trasparire la fiamma che affascina e talvolta danna, e occorre allora il sacrificio della rinuncia, che può apparire incomprensibile ed esporre alla vendetta. Prende cosí forma un congegno narrativo misteriosamente delicato e struggente, vertiginoso e semplice, che spinge Ricciardi su strade rischiose. E lo costringe a fare i conti con sé stesso e i propri sentimenti. Mentre le pagine sembrano assumere la voce di una delle piú celebri canzoni partenopee, per carpirne il piú nascosto segreto. C'è la morte nell'anima di Luigi Alfredo Ricciardi. Imprigionato nel guscio della solitudine piú completa, che non permette a nessuno di intaccare, è sulla soglia della disperazione. All'ottavo appuntamento con i lettori del commissario dagli occhi verdi, piú che mai protagonista in una indagine dove tutto è anomalo, Maurizio de Giovanni ci regala la meraviglia di un romanzo in cui le anime di ciascuno si rivelano fatte di vetro: facili a rompersi in mille pezzi, lasciano trasparire la fiamma che affascina e talvolta danna, e occorre allora il sacrificio della rinuncia, che può apparire incomprensibile ed esporre alla vendetta. Prende cosí forma un congegno narrativo misteriosamente delicato e struggente, vertiginoso e semplice, che spinge Ricciardi su strade rischiose. E lo costringe a fare i conti con sé stesso e i propri sentimenti. Mentre le pagine sembrano assumere la voce di una delle piú celebri canzoni partenopee, per carpirne il piú nascosto segreto.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2015
Print ISBN
9788806203450

XXII.

Ricciardi si era attardato in ufficio per integrare con le nuove informazioni i verbali di De Blasio. Maione per un po’ era rimasto con lui, poi aveva ceduto al reiterato invito del superiore ad andarsene a casa. Il commissario aveva l’impressione che il brigadiere non credesse molto all’ipotesi che l’assassino non fosse il conte di Roccaspina. Lo sentiva scettico soprattutto perché, in fondo, sull’altro piatto della bilancia, c’era solo la convinzione della moglie.
Lui però, che in genere era freddo e razionale, non riusciva a liberarsi dall’impressione che la donna avesse ragione. Disponendo sulla scrivania alla luce della lampada i tasselli che aveva raccolto, capiva di non avere molto materiale in piú di quello che aveva esaminato il collega subito dopo il delitto. Certo, l’arma non c’era, e gli sembrava molto strano che tutto fosse accaduto senza che nessuno avesse udito niente. Ma in linea di principio era possibile, cosí come era possibile quello che sosteneva Maione con una punta di cinismo, che chi aveva sentito qualcosa si guardasse bene dal farsi avanti per evitare fastidi.
Prima di lasciare casa Piro aveva chiesto alla vedova se tutto nello studio fosse come quando l’avvocato era morto. Laconica, la donna gli aveva risposto che, ovviamente, erano state riposte le carte sulle quali il marito era crollato, ma le suppellettili erano ancora le stesse. Le aveva allora domandato se mancasse qualcosa, e lei aveva negato. Ricciardi aveva quindi registrato la presenza di un tagliacarte, di due penne e di un punzone d’argento: tutti oggetti che avrebbero potuto essere l’arma mortale, e che invece non avevano svolto questa macabra funzione.
Altro punto oscuro, si interrogò il commissario, chiudendo la porta dell’ufficio e avviandosi per le scale: con tanti oggetti a disposizione, perché usare qualcos’altro? E perché portarselo via per poi gettarlo in un fosso o in mare o in una chiusa delle fogne? Magari, in un primo momento, l’assassino non aveva pensato di confessare. Magari aveva preso quella decisione solo dopo una notte insonne, passata a rigirarsi nel letto nella stanza solitaria di fianco a quella della moglie, che riposava convinta che lui non si fosse mai mosso di casa.
Forse, rifletté, Maione non aveva torto. Forse era davvero stato il conte a uccidere. Ma lui aveva tenuto i propri occhi in quelli di Bianca, dal colore indefinibile, e vi aveva riconosciuto la fermezza della convinzione assoluta, la certezza della verità. Si domandò se non fosse stata proprio quella incancellabile impressione a lasciargli il disagio che lo portava a credere che ci fosse ancora da indagare, in quel delitto. Oppure se c’entrasse il bisogno che aveva, in quella fase terribile della sua vita in cui temeva cosí tanto il domani, di avere qualcosa a cui attaccarsi.
Per non affondare.
Stava pensando a questo quando un uomo uscí dall’ombra al lato della grande strada che lo avrebbe portato a casa. Teneva in mano un berretto con la visiera e Ricciardi distinse la sagoma di una grande vettura nera. Riconobbe l’autista di Livia.
– Commissa’, buonasera. Scusatemi se v’importuno, – disse l’uomo con evidente disagio, – ma la signora mia mi ha detto se per favore potete venire con me.
Ricciardi era sorpreso.
– E dove dovrei venire? È tardi, ho avuto una giornata lunga e…
L’autista tirò un sospiro profondo. L’incarico che gli era stato assegnato non gli piaceva.
– Mi ha detto la signora che è per un motivo importante. Cosí ha detto. E ha detto se per favore potete venire con me.
Ricciardi guardò l’orologio.
– Ditele che è ora di cena, e che…
L’uomo ripeté, come un disco:
– La signora ha detto se per favore potete venire…
– … Con voi, ho capito. Va bene, andiamo.
L’autista, visibilmente sollevato, gli aprí con deferenza lo sportello. In pochi minuti, attraversando le strade deserte, giunsero al palazzo dove abitava Livia. Una cameriera li attendeva in cortile, con un inchino prese in consegna Ricciardi e lo accompagnò in casa, pregandolo di accomodarsi in salotto.
Ricciardi si sedette sul divano. La luce era soffusa, una musica d’orchestra veniva dalla radio accesa. Dopo qualche attimo, annunciata dal solito profumo, entrò Livia.
Indossava una veste da camera di seta color crema, lunga fino alle caviglie, chiusa in vita da una fusciacca. I piedi erano fasciati da due vezzose scarpe da casa, con mezzo tacco e un pompon rosa. I capelli sciolti, appena spazzolati, formavano una vaporosa nuvola bruna attorno al viso leggermente truccato. Ricciardi pensò che non era vestita per uscire, ma che si era certamente preparata.
– Buonasera, Livia. Che succede?
La donna rise.
– Ciao, Ricciardi. Deve per forza essere successo qualcosa perché tu venga a trovarmi? Ho solo pensato che, invece di tentare per l’ennesima volta di convincerti ad accompagnarmi a teatro, ricevendo il solito rifiuto con le solite scuse, potevo provare a organizzare un rapimento.
Ricciardi scosse il capo, suo malgrado divertito.
– Addirittura. Sono cosí malridotto da aver bisogno di essere rapito per non dividermi tra casa e lavoro. Dovresti parlare con Bruno Modo, la pensate alla stessa maniera sul mio conto. Scusami, ma ho avuto una giornata complicata e…
Livia si avvicinò a un tavolino su cui c’erano alcune bottiglie e dei bicchieri.
– Tu hai sempre giornate complicate, Ricciardi. Hai parlato del dottore, e mi hai dato un’idea. Facciamo che il tuo medico stasera sono io, e che ti obbligo a prendere una medicina per farti riposare meglio. Va bene? Bevi un po’ di cognac e ti lascio andare.
Ricciardi protestò.
– Livia, non ho cenato e bere a stomaco vuoto non mi farà certo bene. Senti, ti prometto che…
Livia gli porse il bicchiere, fingendo un piglio deciso.
– Non se ne parla. Stomaco vuoto o pieno, un bicchierino ti farà vedere la vita da una prospettiva diversa. E poi lo sai, sono testarda: non ti lascerò andare, se non prendi la tua medicina.
Il commissario sospirò e accettò il bicchiere. Il liquido scese bruciante per la gola causandogli un lieve ma immediato capogiro.
Livia si era seduta in poltrona di fronte a lui. Lo guardava come una leonessa osserva una gazzella che si abbevera.
Ricciardi si accorse che la veste da camera le si era un po’ aperta sul davanti e mostrava la generosa linea del seno. Continuando a fissarlo da sopra l’orlo del bicchiere, Livia accavallò le gambe cominciando a giocherellare con la pantofola, che faceva vezzosamente ondeggiare sul piede nudo.
Ricciardi bevve un altro sorso.
– Allora, Ricciardi, come stai? E non dirmi del lavoro, per cortesia, lo sai che non mi riferisco a quello.
– Non ho molto oltre il lavoro, Livia. È un impegno costante, e sono contento che sia cosí.
Livia prese una sigaretta dall’astuccio d’argento sul tavolino e l’accese. Sbuffò il fumo verso l’alto, con grazia. La musica continuava a fluire morbida, come l’aria della sera di settembre dalla finestra semiaperta.
– Intendo come stai dentro. Se sei un po’ piú sereno ora che hai ripreso servizio dopo il lutto che hai avuto. A proposito, come si comporta la nuova governante, quella… non ricordo il nome.
– Nelide. Si chiama Nelide. È molto brava, a volte mi sembra quasi che sia… è brava. Ma Rosa mi manca, tantissimo. Come non avrei creduto mai.
Livia si alzò dalla poltrona e, ondeggiando lievemente il bacino, andò a sedersi sul divano, vicino a Ricciardi.
Ora la testa del commissario girava con piú forza.
– È logico che tu senta la sua mancanza, – gli disse la donna. – Sei cresciuto con lei, ha badato a te da quando sei nato. Come una madre, devota ancor piú di una madre. Ma la vita ha le sue fasi, e quella fase doveva concludersi, non ti pare?
La sua voce era scesa di tono, riducendosi a un sussurro. Adesso che l’aveva vicina Ricciardi si rendeva conto di quanto quel profumo fosse inebriante e di come le linee di quel corpo, fasciato nella seta, potessero essere irresistibili.
Si sarebbe quasi convinto di essere stato drogato, se non avesse sa...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Anime di vetro
  4. Prologo
  5. I
  6. II
  7. III
  8. IV
  9. V
  10. VI
  11. VII
  12. VIII
  13. IX
  14. X
  15. XI
  16. XII
  17. XIII
  18. XIV
  19. XV
  20. XVI
  21. XVII
  22. XVIII
  23. XIX
  24. XX
  25. XXI
  26. XXII
  27. XXIII
  28. XXIV
  29. XXV
  30. XXVI
  31. XXVII
  32. XXVIII
  33. XXIX
  34. XXX
  35. XXXI
  36. XXXII
  37. XXXIII
  38. XXXIV
  39. XXXV
  40. XXXVI
  41. XXXVII
  42. XXXVIII
  43. XXXIX
  44. XL
  45. XLI
  46. XLII
  47. XLIII
  48. XLIV
  49. XLV
  50. XLVI
  51. XLVII
  52. XLVIII
  53. XLIX
  54. L
  55. LI
  56. LII
  57. LIII
  58. Ringraziamenti
  59. Nota
  60. Dello stesso autore
  61. Il libro
  62. L’autore
  63. Copyright