Alla deriva
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Alla deriva

  1. 352 pagine
  2. Italian
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Informazioni su questo libro

Da quando Eva, la sua compagna, è stata assassinata durante una rapina in casa, il detective Thomas Ravnsholdt, soprannominato Ravn dai colleghi e dagli amici, passa il tempo marcio di alcol in fondo a un bar o sulla sua barca ormeggiata nel canale di Christianshavn, a Copenaghen. Tornare nella casa vuota dove abitavano insieme è fuori discussione. E, alla fine, anche la polizia ha dovuto sospenderlo dal servizio. Un amico di vecchia data lo riporta però alla realtà chiedendogli un aiuto per ritrovare una ragazza scomparsa. A quanto pare, Masja è stata venduta dal fidanzato per ripagare un debito di gioco ed è finita nelle mani di Slavros, un criminale che gestisce una rete di bordelli in tutta Europa. Ravn sa che nulla potrà restituirgli la vita che aveva, ma, forse, scandagliando i bassifondi di Copenaghen e di Stoccolma rallenterà la sua deriva. E, se è ancora viva, anche quella di Masja. «Io sono Masja. Sono finita all'inferno. Questo è il mio diario. Non scrivo a nessuno, solo a me stessa. Scrivo per riuscire a sopportare quello che mi è capitato. Per ricordarmi che sono ancora viva. Mia madre diceva che avrei potuto fare la maestra, che ero intelligente. Io le rispondevo: "Chi ha voglia di occuparsi dei mocciosi degli altri per una paga da fame?" Ora lo farei gratis. Ma non sono una maestra. Non sono niente». *** «Una trama ad altissimo voltaggio. Una lettura che incendierà le notti dei lettori».
Berlingske

Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2015
eBook ISBN
9788858419571
Print ISBN
9788806223946

1.

Copenaghen, 16 ottobre 2010.
Il fatiscente locale di lubrificazione era buio e deserto. Solo il ronzio del generatore nell’angolo rompeva il silenzio. Dalla stretta fossa di manutenzione che si apriva al centro del pavimento arrivava una fioca luce azzurrina. Sul fondo una lampada da ispezione ardeva debolmente e, accanto, sul cemento sporco, era rannicchiata una donna nuda. Era piena di lividi, grandi ematomi le coprivano le braccia e le gambe. Il sangue uscito dalla ferita alla tempia si era rappreso e incollato ai lunghi capelli biondi. Sulla schiena e sui glutei aveva delle lacerazioni dalla forma sinuosa, come se fosse stata appena frustata.
Masja sgranò gli occhi e fissò la luce fluorescente della lampada davanti a lei. Respirava a fatica. Sentí la paura e l’adrenalina tornare in circolo. Ogni muscolo del suo corpo era teso, e aveva la gola secca per la sete. Cercò di alzarsi lentamente, ma i dolori al basso ventre la bloccarono. Non ricordava assolutamente come fosse finita in quella buca fetida. Aveva dolori dappertutto e non riusciva a pensare in maniera lucida. Provò di nuovo ad alzarsi, si tirò su appoggiandosi al muro di cemento freddo e umido. La temperatura nel capannone era intorno allo zero, e lei tremava di freddo. Piú in là nella fossa c’era un mucchietto di indumenti. Un vestito di seta rosso, un perizoma e un paio di stivali scamosciati marrone scuro. Li riconobbe. Erano suoi. Qualcuno glieli aveva strappati di dosso. Ma ancora non ricordava le circostanze. Di colpo al capo opposto del capannone una porta si aprí sferragliando. Masja si tirò su adagio, mentre l’aria della notte penetrava dalla porta aperta scacciando per un attimo l’odore disgustoso di lubrificante. Si alzò sulle punte riuscendo a malapena a guardare oltre il bordo della fossa. Diverse ombre si avvicinavano, spinte verso di lei. Tre basse e due larghe ai lati. Quelle basse ricevettero l’ordine di scendere la scaletta che portava nella fossa. Masja si chinò per prendere gli indumenti e si coprí alla meglio con il vestito. Guardò le tre ragazze che la stavano raggiungendo. Avevano sí e no diciotto, vent’anni, la sua stessa età. Ragazze slave, minute. L’ultima quasi non si reggeva in piedi tanto era fatta. Le altre due si stringevano l’una all’altra per proteggersi a vicenda, e intanto gemevano e pregavano. Masja riconobbe la preghiera. Era la stessa litania ortodossa con cui era cresciuta. Riuscí ad afferrare alcune delle parole che le ragazze si scambiarono in russo. – Non riusciremo mai ad andare via di qui… mai, – disse la piú piccola tra le lacrime.
Masja tentò di parlare, ma aveva perso la voce, e quando ci riprovò si sentí bruciare la gola. – Chi… siete? – balbettò. – Che posto… è questo?
Ignorandola completamente le ragazze si aggrapparono l’una all’altra. Masja levò lo sguardo, ma i due uomini che le avevano scortate laggiú erano spariti. Si infilò alla svelta il vestito macchiato di olio lubrificante e di sangue. Poi, muovendosi di sghembo, superò le ragazze e andò verso la scaletta. Doveva uscire di lí! Subito!
In quello stesso istante la porta si aprí di nuovo ed entrarono cinque uomini. I tubi al neon disposti lungo il bordo della fossa si accesero. Masja si irrigidí come un animale selvatico paralizzato dai fari di un’auto. Cercò di ripararsi gli occhi con la mano, ma la luce arrivava da ogni parte e d’istinto indietreggiò strisciando verso le altre. I cinque uomini svettavano su in alto. Nel capannone gelido il loro respiro si alzava in una densa nuvola facendoli somigliare a tanti draghi. Masja sentí che uno parlava russo. Non riusciva a distinguere bene le altre voci. Albanese, serbo, una lingua del genere, pensò. – Quella! – tuonò una voce nel buio. – Quella l’abbiamo già domata a dovere!
Masja la riconobbe. Riconobbe il crepitio che accompagnava la voce e il respiro affaticato dell’uomo. Era stato lui a guidare gli altri, a capeggiare lo stupro di gruppo. A brandire la cintura. Le tremarono le gambe, e si sentí mancare l’aria. – Aiutami, – bisbigliò, – aiutami, Igor… – Poi si accasciò sul fondo di cemento della fossa.

2.

Due giorni prima.
Seduto sulla sponda del letto, Ragnar Bertelsen guardava la piccola Tv appesa alla parete di fronte. Aveva circa cinquantacinque anni, e pochi capelli, compensati dai folti peli che gli coprivano il petto e le spalle. Portava un telo da bagno con il logo del Radisson legato in vita, ben stretto, nel tentativo di dissimulare la circonferenza ragguardevole della pancetta. Bevette un sorso di prosecco. – Davvero straordinario… – cantilenò in norvegese schietto continuando a fissare il servizio del notiziario che lo aveva incantato. – Incredibile, non c’è che dire, – aggiunse tra sé e sé.
La porta del bagno si aprí e Masja entrò nella stanza. Il suo corpo nudo con i fianchi stretti e i piccoli seni sodi scintillava della crema che si era spalmata dopo la doccia. Ragnar si distolse un momento dallo schermo per guardarle il sedere mentre si chinava a raccogliere il perizoma nero dal pavimento. – È davvero fantastico.
Masja si voltò, e Ragnar spostò subito lo sguardo.
– Cosa? – domandò lei infilandosi le mutandine.
– I minatori cileni! Sono rimasti rinchiusi in quella miniera per oltre due mesi, ma ora finalmente i soccorritori sono riusciti a tirarli fuori. Non ti sembra una storia incredibile? – Indicò la Tv con il bicchiere. Sullo schermo scorrevano le immagini sgranate della Cnn dal Cile, in cui i minatori liberati posavano insieme alle squadre di soccorso e al presidente della Repubblica.
– E sono rimasti tutti quanti rinchiusi, hai detto?
Ragnar aggrottò la fronte. – Sí, ma solo quelli con gli occhiali da sole. I telegiornali ne hanno parlato per tutto l’autunno. Non ne eri al corrente?
– Non guardo la Tv, preferisco leggere libri.
– Veramente? – Ragnar le lanciò un’occhiata scettica. – Non lo avrei mai pensato.
Masja fece spallucce e si infilò il vestitino rosso scuro. – Perché portano gli occhiali da sole?
– Perché sottoterra i loro occhi si erano abituati al buio. E adesso quassú la luce è troppo forte. Se non li portassero, subirebbero dei gravi danni alla vista.
– Il mio ragazzo ha degli occhiali da sole identici. Ne va matto. È il modello Radar della Oakley; prima era un patito di M Frame e Jawbone; costano un sacco di soldi, ma li valgono tutti, dice.
Evidentemente Ragnar non capiva di cosa stesse parlando, ma annuí affabile prima di volgere di nuovo lo sguardo allo schermo.
Lei trovò la sua pochette nera sul tavolo rotondo vicino alla finestra panoramica e si fermò a guardare fuori dal sedicesimo piano. Il traffico sul Langebro in direzione di Rådhuspladsen era aumentato. Sulla sponda di Christianshavn la guglia della chiesa del Redentore scintillava nel sole del pomeriggio. Igor l’aveva invitata lassú per il loro primo appuntamento quasi tre mesi prima, ma quel giorno la torre era chiusa, e da allora non le aveva piú proposto di andarci. In effetti, era da parecchio tempo che non facevano qualcosa insieme, ma quella sera le aveva promesso che sarebbero andati a mangiare il sushi. Quella prospettiva sapeva almeno un pochino di occasione speciale. – Ci vediamo, tesoro, – disse Masja voltandosi.
Ragnar si alzò educatamente dal letto. – Posso tentare la signorina con un bicchiere di champagne?
– Grazie, no. Magari la prossima volta.
Era già arrivata alla porta.
– Questo significa che ti posso richiamare?
– Certo, – rispose lei, – sei stato supercarino.
Ragnar le aprí la porta e lei uscí in corridoio. – E tu sei stata… fantastica, – le disse con un sorriso convinto. – Un bacino di saluto?
– Sulla guancia, – rispose lei accostando un lato del viso.
Ragnar le diede un bacio a fior di labbra. – Ci vediamo, Karina.
Masja raggiunse l’ascensore e pigiò il pulsante. Prima di entrare gli rivolse un sorrisetto. Scendendo contò i soldi che Ragnar aveva dato a «Karina» per la breve cavalcata.
Karina era il suo nome d’arte. Sembrava abbastanza danese da nascondere le sue origini lituane. Comunque, ai clienti non importava da dove venisse, purché mantenesse la promessa. E Karina lo faceva. Con tutti quelli che pagavano dalle millesettecento corone in su per un’ora di compagnia. Con tutti gli «orsacchiotti» che aspettavano negli alberghi. Masja, invece, no. Masja aveva un ragazzo che si chiamava Igor e l’aspettava giú nell’atrio.

3.

Attraversarono il parcheggio semivuoto davanti al Radisson. Masja, con i tacchi alti, si sforzava di tener dietro alla falcata di Igor, che avanzava come un gangsta hip hop, anche se veniva da San Pietroburgo. Oscillava di qua e di là, i muscoli tesi e gli occhiali da sole sulla fronte, uno stile che non gli veniva da un’infanzia dura in un ghetto, ma aveva importato direttamente da Mtv. – Fuck, ho la gola secca, – disse girandosi e lanciandole un’occhiata. Teneva il cellulare premuto contro l’orecchio in attesa che gli rispondessero. – Non mangio altro che noccioline –. Indicò l’albergo e il bar, dove l’aveva aspettata.
– Tesoro, ti ho detto che non c’è bisogno che mi accompagni in macchina, – ribatté lei.
– E chi ti proteggerebbe?
– Posso farlo da sola; quei vecchi «orsacchiotti» sono innocui.
– Li odio, – brontolò lui. – Non ti meritano.
Una voce risuonò all’altro capo, e Igor si concentrò sulla telefonata. Si presentò in russo e disse di essere pronto, ringraziando per la fiducia dimostratagli. Rinnovò la sua gratitudine per essere stato accolto nel gruppo. Masja notò il suo tono umile, un tratto assai insolito per lui.
Igor estrasse la chiave dell’auto dalla tasca del giubbotto di pelle nera e pigiò il pulsante. Una serie di forti bip si levarono dalla Bmw 320i nera con lo spoiler e i cerchioni lucidi da diciotto pollici. Riagganciò e prese posto al volante.
– Chi era? – gli chiese Masja chiudendo la portiera.
– Nessuno, solo business, – sibilò Igor sporgendosi davanti a lei e aprendo il vano portaoggetti, dove c’era una pila di Arbre Magique. Ne prese uno e lo mise al posto di quello vecchio appeso allo specchietto retrovisore. Masja odiava quel nauseante odore sintetico di «mela verde» e si portò la mano al naso. – Ho pensato una cosa a proposito… di business.
– Sí, baby? – disse lui distrattamente. Digitò un altro numero sul cellulare e mise in moto.
– Ho intenzione di smettere. Mi sono stancata. Voglio trovarmi qualcos’altro da fare.
– Veramente? Perché?
Lei lo guardò delusa. – Credevo che saresti stato contento. Neanche a te piace… quello che faccio.
Lui si strinse nelle spalle e si passò il cellulare all’altro orecchio in attesa che rispondessero. – Non mi immischio, – le disse. – Ti capisco. Capisco che vuoi guadagnare bene. Non ti giudico, lo sai, baby. È il tuo mestiere.
– I soldi non sono tutto. Ce la caveremmo anche con meno.
Lui fece una risatina sprezzante. – I soldi sono tutto a questo mondo. Se non hai soldi, non sei nessuno, la gente se ne frega di te. Credimi. Ciao, Janusz, allora? – disse al telefonino. – Non indovinerai mai… mi hanno preso! Il vecchio mi ha autorizzato a giocare. Una figata.
Mentre percorrevano Amager Boulevard in direzione di Christianshavns Torv, Igor raccontò a Janusz della partita a poker che era stata organizzata per quella stessa sera. Avrebbero giocato nel locale di Kaminskij. Nel retrobottega che chiamavano la «suite reale», e dove solo pochi eletti erano ammessi al tavolo. Era il posto per i veri giocatori. Non i coglioni dei tornei online, che avevano il braccino corto con le fiches. Qui si giocava con vecchi tipi dei Balcani. Tipi che avevano grosse quantità di contanti e palle ancora piú grosse, ma meno faccia da poker. Igor raccontò che si era affannato per mesi per farsi ammettere, dimostrando a Kaminskij di essere capace di vincere, in modo che il vecchio potesse intascare il ventotto per cento delle vincite. – Ci puoi scommettere che sono un player, – disse ridendo al cellulare.
Appena riagganciò con un sorriso beato Masja lo fissò.
– Devi giocare stasera? – gli domandò in tono aspro.
– Sí, baby. Un’occasione da non perdere.
– Dovevamo mangiare insieme. Sushi. Me lo avevi promesso.
Lui fece un respiro profondo. – Questa è una grande occasione.
– Ma tu me lo avevi promesso!
Scattò il rosso e Igor frenò. Poi si girò verso di lei e si tolse gli Oakley. La fissò con i suoi miti occhi castani. Le rivolse lo stesso sguardo ammirato di quando si erano conosciuti tre mesi prima. Lo stesso sguardo con cui l’aveva fatta sciogliere. – Lo sai benissimo che sei la cosa piú importante della mia vita…
– Avevi preso un impegno, – ribatté lei mettendo il broncio.
– Mi farò perdonare, vedrai, ma non posso lasciarmi scappare quest’occasione.
– E io che ho disdetto diversi appuntamenti per stare con te.
– Baby, guarda che lo faccio per noi due. È un game importante. Pieno...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Alla deriva
  3. Prologo
  4. 1.
  5. 2.
  6. 3.
  7. 4.
  8. 5.
  9. 6.
  10. 7.
  11. 8.
  12. 9.
  13. 10.
  14. 11.
  15. 12.
  16. 13.
  17. 14.
  18. 15.
  19. 16.
  20. 17.
  21. 18.
  22. 19.
  23. 20.
  24. 21.
  25. 22.
  26. 23.
  27. 24.
  28. 25.
  29. 26.
  30. 27.
  31. 28.
  32. 29.
  33. 30.
  34. 31.
  35. 32.
  36. 33.
  37. 34.
  38. 35.
  39. 36.
  40. 37.
  41. 38.
  42. 39.
  43. 40.
  44. 41.
  45. 42.
  46. 43.
  47. 44.
  48. 45.
  49. 46.
  50. 47.
  51. 48.
  52. 49.
  53. 50.
  54. 51.
  55. 52.
  56. 53.
  57. 54.
  58. 55.
  59. 56.
  60. 57.
  61. 58.
  62. 59.
  63. 60.
  64. 61.
  65. 62.
  66. 63.
  67. 64.
  68. 65.
  69. Nota.
  70. Il libro
  71. L’autore
  72. Copyright

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