Si è mobilitata tutta l'Anticrimine del tredicesimo arrondissement di Parigi sul caso dei due apparenti suicidi. Il coltissimo capitano Danglard, grande estimatore di vino bianco, l'energica Violette Retancourt, lo specialistica in pesci d'acqua dolce Voisenet. Ma soprattutto lo svagato, irresistibile, "spalatore di nuvole", il commissario Jean-Baptiste Adamsberg. Tutto inizia col ritrovamento di due corpi e la scoperta di uno strano simbolo scarabocchiato accanto a ciascuno di essi. Ma come sempre accade nelle storie di Fred Vargas, questo non è che l'avvio di una avventura che finirà per snodarsi in mezza Europa tra una balzana setta di adepti della Rivoluzione francese e una gita in Islanda finita in tragedia. *** «Sorprendente, ancora una volta. Vargas non ha eguali».
«Le Figaro» *** «Conosceva Adamsberg da abbastanza tempo per sapere che, nel suo caso, la parola "riflettere" non aveva alcun significato. Adamsberg non rifletteva, non si sedeva da solo a un tavolo, impugnando una matita, non si concentrava davanti a una finestra, non ricapitolava i fatti su un tabellone, con frecce e cifre, non appoggiava il mento su una mano. Vagolava, camminava senza far rumore, ciondolava da un ufficio all'altro, commentava, andava avanti e indietro a passi lenti, ma nessuno l'aveva mai visto riflettere. Sembrava un pesce alla deriva. No, un pesce non va alla deriva, un pesce persegue il suo obiettivo. Adamsberg faceva pensare piuttosto a una spugna, sballottata dalle correnti. Ma quali correnti?»

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Tempi glaciali
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XLV.
Adamsberg correva sulla statale, veloce, troppo veloce. Rallenta, non c’è fretta, rallenta. Ma quella velocità, cosí rara in lui, era funzionale al susseguirsi caotico dei suoi pensieri, delle frasi e delle immagini. Quasi li amalgamasse per bene, come quando si sbattono le uova. Il cinico Fouché, la nebbia, i denti, la parrucca, la corda nel garage, la sua consistenza ruvida, le ossa carpali, Robespierre, l’afturganga, il silenzio di Bérieux. La paura. Il suono, il rumore della stampella di legno, il movimento. La scacchiera che restava immobile.
L’afturganga. E sorprendentemente, pensando alla creatura dell’isola, gli tornò in mente a pezzi e bocconi la descrizione di Robespierre: «Un rettile che si erge, con uno sguardo spaventosamente grazioso… non lasciamoci ingannare… è una pietà dolorosa, mista a terrore…» Le immagini si confondevano, Robespierre si trasformava nell’afturganga della Rivoluzione, colui che uccide e che dona, a patto che non si cerchi di conoscerlo, a patto che non si penetri nel suo territorio sacro.
Vide in lontananza i fari di due moto che si avvicinavano, e una che lo sorpassava, e il conducente che gli faceva cenno di accostare. Perdio, quei bastardi della stradale.
Si precipitò fuori dall’auto.
– Benissimo, – disse, – andavo troppo veloce. Un’emergenza. Sono un poliziotto.
Porse il tesserino ai gendarmi. Uno dei due sorrise.
– Commissario Jean-Baptiste Adamsberg, – lesse ad alta voce. – Ma guarda, che caso!
– Un’emergenza? – disse l’altro, a gambe larghe, come se in mezzo ci fosse ancora la moto. – E niente lampeggiante acceso sul tettuccio?
– Ho dimenticato di metterlo, – rispose Adamsberg. – Torno da voi domani, sistemeremo tutto. Di quale gendarmeria siete?
– Saint-Aubin.
– Registrato. Be’, a domani, brigadieri.
– Ah no, domani no, – disse il primo gendarme. – Innanzitutto è domenica, e poi sarà troppo tardi.
– Troppo tardi per cosa?
– Per il tasso di alcolemia, – rispose mentre il collega tirava fuori un palloncino e glielo porgeva.
– Soffi, commissario.
– Ve lo ripeto, – disse Adamsberg con il tono piú calmo possibile, – è un’emergenza.
– Spiacenti, commissario. La sua traiettoria era incerta.
– Incerta, – confermò l’altro gravemente, come se si trattasse di una questione di stato. – Tagliava le curve.
– Guidavo veloce, tutto qui. Emergenza, quante volte devo ripeterlo?
– Soffi, commissario.
– D’accordo, – cedette Adamsberg, – mi dia il palloncino.
Si risedette in auto e soffiò. Il motore era ancora acceso.
– Positivo, – dichiarò il gendarme. – Ci segua.
Adamsberg era già al posto di guida, sbatté la portiera e partí in tromba. Prima che i due avessero il tempo di risalire in moto imboccò una deviazione sulla destra e se la batté per strade secondarie.
22.30, buio pesto e pioggia sottile. Frenò alle 23.10 davanti al portone di legno dell’allevamento La Madeleine. Nei due padiglioni le luci erano ancora accese. Bussò con forza.
– Cos’è questo casino? – disse Victor sbucando nel viale.
– Adamsberg! Apri, Victor.
– Commissario? Pensa di romperci le palle ancora per molto?
– Sí. Apri, Victor.
– Perché non ha suonato?
– Per non svegliare Céleste, caso mai fosse ancora in casa.
– Comunque deve aver svegliato Amédée, – disse Victor aprendo il portone, con quel pesante rumore di catene.
– A casa sua c’è la luce accesa.
– Dorme con la luce.
– Credevo che lei dormisse nel suo padiglione.
– Dopo, quando ho finito il mio lavoro. Ecco, l’ha svegliato.
Amédée attraversava il viale, dopo aver infilato in fretta e furia un paio di jeans e una giacca pesante sul torace nudo.
– È il commissario, – gli spiegò Victor. –Ancora il commissario.
– Sbrighiamoci, – disse Adamsberg.
Victor lo condusse in una stanzetta, scarsamente ammobiliata, con un massiccio divano di pelle consunta, una vecchia poltrona, un tavolino basso. Niente oggetti di famiglia a casa sua, ovviamente.
– Vuole un caffè? – chiese Amédée, un po’ impaurito.
– Grazie, sí. Quella scena, proprio all’inizio, Victor, descrivimi ancora quella scena.
– Quale scena, porca miseria?
Victor aveva ragione, adesso poteva rallentare. Non c’era urgenza.
– Spiacente. Ho corso come un pazzo, mi ha fermato la stradale. Quei cretini mi hanno fatto soffiare nel palloncino.
– E allora?
– Positivo.
– E come mai è qui? – domandò Victor. – Con i commissari chiudono un occhio?
– Tutt’altro. Si fregavano le mani all’idea di mettermi dentro. Sono saltato in auto e me la sono filata.
– Reato di fuga. Brutta faccenda, – disse Victor divertito.
– Molto, – confermò tranquillamente Adamsberg. – Raccontami la scena, quando i dodici francesi si sono riuniti intorno al tavolo nella locanda di Grimsey. Il giorno prima della partenza per l’isola della Volpe.
– Va bene, – disse Victor. – Ma cosa racconto?
– L’assassino, descrivimelo.
Victor si alzò in piedi, sospirando, con le braccia penzoloni.
– L’ho già fatto.
– Fallo di nuovo.
– Era un tizio normale, nella media, – disse Victor in tono stanco. – Tranne i capelli, ne aveva molti. Aveva una faccia che non si nota, barbetta a collare, occhiali. Sulla cinquantina, o anche meno. Quando sei giovane, tutti ti sembrano vecchi.
– E il bastone, Victor, avevi parlato di un bastone?
– È importante?
– Sí.
– Be’, aveva un bastone, per saggiare il ghiaccio camminando.
– Hai detto che faceva qualcosa con quel bastone.
– Ah sí. Lo sollevava e lo lasciava cadere a terra. Faceva rumore sul pavimento. Toc. Toc. Toc.
– In fretta o lentamente? Cerca di ricordarti.
Victor chinò la testa, frugò nella memoria.
– Lentamente, – rispose alla fine.
– Bene.
– Non capisco. Ha voluto a tutti i costi, e non si sa perché, finire di risolvere la faccenda dell’Islanda.
– Sí.
– E l’ha fatto. Ma non cerca l’assassino dell’isola, cerca l’assassino del circolo Robespierre. Quello che lascia i segni.
– È vero.
– Allora perché ricominciamo con l’Islanda?
– Perché cerco entrambi gli assassini, Victor. Dammi un po’ di carta, parecchi fogli, e qualcosa per disegnare. Preferibilmente una matita.
Amédée gli portò l’occorrente, e un vassoio su cui appoggiarsi.
– C’è solo una matita blu. Va bene?
– Benissimo, – rispose Adamsberg mettendosi al lavoro. – Ne faccio piú d’uno, Victor. Comincio con l’assassino dell’isola.
Adamsberg lavorò in silenzio per dieci minuti. Poi passò un primo disegno a Victor.
– Era cosí? – domandò.
– Non proprio.
– Non mentirmi piú, Victor, questa volta siamo davvero al capolinea, con le spalle contro le barriere. E non le abbatteremo con il porto. O era cosí? – disse passandogli un altro disegno. – Ti convince di piú?
– Se modifica il ritratto finché non corrisponde, non ci sto.
– Non modifico, deduco.
– Da che cosa?
– Da un volto di oggi che ringiovanisco di dieci anni. E non è facile perché quel volto non ha nulla di caratteristico, come hai detto tu. Niente naso aquilino, niente occhi scintillanti, niente mento prominente, niente di niente. Né bello né brutto. Né Danton né Billaud-Varenne. Allora? Cosí?
Victor osservò il ritratto, poi lo lasciò cadere sul tavolino basso e strinse le labbra.
– Forza, ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Tempi glaciali
- I.
- II.
- III.
- IV.
- V.
- VI.
- VII.
- VIII.
- IX.
- X.
- XI.
- XII.
- XIII.
- XIV.
- XV.
- XVI.
- XVII.
- XVIII.
- XIX.
- XX.
- XXI.
- XXII.
- XXIII.
- XXIV.
- XXV.
- XXVI.
- XXVII.
- XXVIII.
- XXIX.
- XXX.
- XXXI.
- XXXII.
- XXXIII.
- XXXIV.
- XXXV.
- XXXVI.
- XXXVII.
- XXXVIII.
- XXXIX.
- XL.
- XLI.
- XLII.
- XLIII.
- XLIV.
- XLV.
- XLVI.
- XLVII.
- XLVIII.
- Nota dell’autrice
- Il libro
- L’autrice
- Della stessa autrice
- Copyright