Matrimoni gay
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Matrimoni gay

Dieci storie di famiglie omosessuali

  1. 200 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Matrimoni gay

Dieci storie di famiglie omosessuali

Informazioni su questo libro

Quello che stiamo vivendo è l'inizio di un vero e proprio passaggio epocale, di costumi e di valori, l'inizio di un grande cambiamento culturale, sociologico e antropologico. Non solo per gli omosessuali. Grande è il desiderio di matrimonio tra i gay e le lesbiche. Ma ancora piú grande è la domanda: come sono queste famiglie? Uguali? Diverse? Se la pongono gli eterosessuali, nel momento di massima crisi dell'istituzione matrimoniale, se la pongono gli omosessuali, fino a oggi privati di ogni modello. E allora, se il bisogno che urge è quello dei piú elementari diritti, il primo diritto è quello a essere rappresentati per come si è. Il diritto a essere raccontati - per gli esclusi - equivale al diritto di esistere. Anche per questa ragione in questo libro il confine fra saggio e letteratura si fa molto sottile. Anzi, le storie di Matrimoni gay si leggono come racconti: dieci «microromanzi» che si fanno, nella scrittura, nel ritmo narrativo, nella tessitura, «romanzo». Questo libro, già uscito nella collana «Gli struzzi» con il titolo Matrimoni viene qui riproposto con una nuova Postfazione.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
Print ISBN
9788806170349
eBook ISBN
9788858417645

Capitolo settimo

Cerimonia sul fiume

UNO Sono nato nella notte tra il primo e il due novembre, la stessa notte (mese e giorno, non lo stesso anno) in cui un gruppo, rimasto sconosciuto e impunito, di fascisti – io la penso cosí, e nessuno mi farà cambiare idea – ammazzava brutalmente Pier Paolo Pasolini. E sono nato lungo le rive del fiume Meduna, a una manciata di chilometri da Casarsa, da dove Pasolini era dovuto fuggire una notte in treno, per Roma, con la madre, per essere stato sorpreso con un ragazzo. Sono nato e abito vicino a dove adesso lui è sepolto (fianco a fianco come allora, come tutta la vita, con la madre).
Conta, questa storia per me. Io mi considero, sono, un militante. Tutto il mio tempo libero lo dedico al movimento per i diritti degli omosessuali, e in particolare delle coppie omosessuali.
Sono uno che si arrabbia facilmente, che non tollera discriminazioni e ingiustizie. Quando sono troppo incazzato penso a Pier Paolo. Non mi consolo, ma sono consapevole di essere stato piú fortunato di lui. A vivere a pochi passi, ma tre generazioni dopo. Credo che non sarò ucciso per il mio orientamento sessuale e, anche se soltanto a pensarla questa sembra un’enormità, be’, a lui è successo, solo una trentina di anni fa.
UNO Il primo bacio l’ho dato in pieno giorno, immerso nel paesaggio piú straniante che abbia mai visto: l’infinita distesa di sassi bianchi che si incontra percorrendo il Meduna. Se non li avete mai visti, non potete immaginarvi un paesaggio cosí, non ve lo aspettereste mai lí, dove il letto del fiume si allarga a dismisura e con le prealpi carniche sullo sfondo. Un luogo in cui hai la sensazione di smarrirti, e una volta ho temuto davvero di non sapere piú dov’ero, mi sono fermato e sono sceso dalla macchina perché non riuscivo ad andare piú né avanti né indietro.
DUE Ci siamo sposati quasi un anno fa. Noi diciamo proprio cosí, sposati. Perché questo siamo. S-p-o-s-a-t-i. Non abbiamo partecipato a un grande matrimonio dimostrativo in piazza. Né siamo volati fino ad Amsterdam a sposarci con i documenti. Non avevamo abbastanza soldi, ma soprattutto abbastanza voglia.
Ma la nostra festa di nozze, sí, quella sí, l’abbiamo avuta. Una domenica pomeriggio sulle rive del fiume, con tutti i nostri amici. All’apparenza un normale picnic, i giochi, gli scherzi, spruzzarsi con l’acqua, rincorrerci. Ma subito dopo, al tramonto, quando le altre famiglie, gli altri gruppi hanno cominciato a sfollare riprendendosi le loro macchine, le loro biciclette, le loro roulotte, quando è scesa la sera, e siamo rimasti solo noi, allora la cosa si è fatta solenne. Abbiamo acceso un fuoco, distribuito a tutti gli invitati una poesia di Walt Whitman, l’abbiamo letta a voce alta io e Stefano, a strofe alterne, e ci è venuto da piangere, dalla commozione. A me soprattutto è venuto un gran groppo in gola e non riuscivo piú ad andare avanti.
Eccola, questa poesia, si chiama Quando sul finire del giorno udii. Perfetta. Io non lo conoscevo Whitman, me l’ha fatto conoscere Stefano e me ne sono innamorato subito. Come di lui. È lui l’intellettuale dei due… Giorni per scegliere quella piú adatta. Leggendola, mi sembrava di recitare una preghiera. Dice cosí:
Quando, sul finire del giorno, udii che ero stato elogiato al Campidoglio, non fu felice per me la notte che seguí;
E cosí pure quando feci baldoria, o quando i miei progetti piú importanti si attuarono, ancora non fui felice,
Ma il giorno in cui all’alba mi alzai dal letto, in perfetta salute, elettrico, respirando una dolce brezza,
Quando vidi la luna impallidire a occidente e sparire nella luce del mattino,
Quando solitario vagabondai sulla spiaggia e nudo mi tuffai, ridendo con le onde, e vidi sorgere il sole,
E quando pensai che il mio caro amico, il mio amante stava arrivando, oh, allora fui felice;
Allora ogni alito d’aria piú dolce mi apparve, e tutto quel giorno il cibo meglio mi nutrí, e lo splendido giorno trascorse felice,
E il giorno seguente arrivò con uguale gioia, e il giorno dopo, di sera, arrivò il mio amico,
E quella notte, mentre tutto taceva, udii le onde, lente, continue, frangersi contro la spiaggia,
Udii il sibilante fruscio dell’acqua e della sabbia, come rivolto a me, sussurrare e congratularsi,
Perché colui che amavo giaceva addormentato accanto a me,
Nel silenzio, nella luce dei chiari raggi della luna, il suo viso rivolto verso di me,
E il braccio leggero sul mio petto – e quella notte fui felice1.
Immaginatela recitata al tramonto, sulle rive di un fiume, con gli amici attorno… Non fa venire un nodo alla gola? Non sembra scritta apposta per il matrimonio di due ragazzi come noi?
DUE Sono cattolico. Fino a pochi anni fa ero educatore del gruppo adolescenti di Azione Cattolica. E, prima, ho insegnato dottrina ai bambini. Credo, senza presunzione, di essere stato un buon educatore. E devo dire – con mio grande stupore – che anche dopo che avevo detto in giro (certo non a tutti, ma neanche a pochi) di me, non mi hanno «licenziato». Non mi hanno nemmeno tolto il gruppo di adolescenti, spostandomi «ad altro incarico», e questo, sí, mi ha davvero sorpreso, conoscendo i pregiudizi che girano in questo ambiente e non solo lí. Ho continuato a mantenere il mio impegno per un altro anno, e se ho piantato lí è stato solo per ragioni di tempo.
Il parroco mi aveva solo chiesto di non dirlo ai ragazzi e alle famiglie. Ho dovuto pensarci un po’ su. Sono contrario ai compromessi, alle vie di mezzo. Odio soprattutto l’ipocrisia, cosí diffusa fra noi cattolici, il «si fa ma non si dice», il «puoi fare tutto basta che non si sappia e che poi vai a confessarti». Per me non è cosí. Lí per lí mi ero anche incazzato molto. Stavo per andarmene sbattendo la porta. Poi ho pensato che io neanche agli amici dico continuamente «ehi, sono gay». Ne parlo il piú tranquillamente possibile, ma solo quando si presenta l’occasione, quando tacere sarebbe viltà, quando un rapporto di amicizia diventa profondo. E allora mi sono detto: perché dovrei mettermi un cartello al collo proprio con i ragazzi? Fra me e me ho deciso che, se la cosa fosse venuta fuori, se qualcuno fosse venuto sull’argomento o mi avesse fatto una domanda, non mi sarei sottratto e non avrei mentito. Ma non avrei cominciato io.
La seconda cosa che ho pensato è che il rapporto educativo è delicato, a volte un educatore si mette in gioco con i ragazzi anche sulla propria vita sentimentale, ma piú spesso no. E quindi farlo io sarebbe stata una forzatura innaturale, il contrario di quello che avevo deciso di essere: spontaneo, naturale, me stesso e basta. Infine, loro mi stavano davvero a cuore. Non volevo essere giudicato, magari escluso, per la mia omosessualità. Volevo continuare a essere valutato come persona, al di là delle mie preferenze sessuali e sentimentali.
Forse mi sono un po’ arrampicato sugli specchi, forse ho cercato degli alibi, ma alla fine sono convinto di no. Di una cosa sono sicuro al cento per cento: mi pesava tantissimo non avere un fidanzato.
Stefano l’ho conosciuto pochi mesi dopo aver lasciato l’impegno in parrocchia. Se fossimo già stati insieme credo che le cose sarebbero andate diversamente: non solo perché la faccenda si sarebbe risaputa di piú, ma perché il mio sogno è sempre stato – e oggi posso fare esattamente cosí – dire a qualcuno non «sono gay», non «mi piacciono i ragazzi», ma «amo Stefano», «mi piace Stefano». Che è davvero tutta un’altra cosa. Piú bella, piú umana, piú personale. Piú vera. Una dichiarazione d’amore, non di appartenenza a una categoria.
Comunque, in parrocchia ho lasciato aperte tutte le porte, tutte le possibilità, non ho escluso a priori né di dirlo né di non dirlo. Avrei deciso in base alle circostanze, come in ogni altra situazione della mia vita.
DUE Avrei voluto sposarmi in chiesa, sí, nella chiesa della mia parrocchia. So bene che è un’utopia, che non vivrò abbastanza per vedere una cosa del genere. Ma lo avrei desiderato tantissimo.
E vorrei che potessimo adottare dei figli. Visto che siamo ancora giovani, chissà che questo non diventi possibile.
Di certo so che la promessa che ci siamo scambiati quella meravigliosa notte d’agosto è benedetta da Dio, ne sono sicuro, mi basta e avanza e non mi importa di documenti ufficiali e altre cazzate. L’acqua del Meduna mi è sembrata benedetta, quella notte. Poteva essere, per quello che ne sapevo, l’acqua del Giordano. Ed ero cosí emozionato che se avessi visto spuntare dal fiume Giovanni Battista a battezzare e annunciare l’arrivo del Messia, non mi sarei meravigliato neanche un po’…
UNO Quando l’ho visto, Luca, cosí emozionato, io, che pure ero lí lí per cedere, mi sono detto no, non possiamo fare questa figura… non possiamo metterci a piangere tutti e due come cretini, non è mica un funerale, allora ho fatto il macho, insomma piú o meno, avrei voluto abbracciarlo e… anche farmelo lí, davanti a tutti, tanto mi piaceva e mi eccitava e lo desideravo e gli volevo un bene da perdere la testa. Mi sono messo a ridere… Non per sfotterlo, ma per salvarlo, salvarci. E pian piano si sono messi a sorridere anche i nostri amici. E, insomma, ne siamo usciti vivi. Non capita tutti i giorni di sposarsi.
Dopo, di corsa al ristorante che avevamo prenotato. La prima volta che pagavamo per tutti. Un gruppo di ragazzi la domenica sera. Ma noi sapevamo che non era cosí. E credo che i nostri sguardi fossero cosí espliciti che mi piace pensare che tutti lí dentro abbiano capito. (I piú tonti magari solo quando ci hanno visto tagliare la torta insieme).
UNO Abbiamo un lavoro precario tutti e due, siamo senza soldi e senza casa. La banca, un mutuo senza una busta paga regolare ha detto che non ce lo fa neanche a morire. A meno di non avere un’altra casa da mettere come garanzia. Intelligentoni. Se fossimo stati proprietari di una casa ci saremmo andati ad abitare invece che perdere tempo a cercare un prestito in banca. Che mondo di matti! Dunque, i casi erano due: aspettare chissà quanto – altri dieci anni? – o andare a vivere con la mamma, la mia mamma in questo caso. Cioè, portare Luca nella casa dove vivevo ancora io. Io, Luca e lei. Abbiamo scelto di andare a vivere con la mamma. Sí, eravamo stanchi di fare i fidanzati. Sí, avevamo fretta di sposarci, anche se siamo giovani (io ho ventitre anni, Luca ventuno), e ci siamo messi insieme solo due anni fa. Viviamo insieme da un anno.
UNO Al Circolo dell’Arcigay i piú grandi raccontano storie molto diverse dalla nostra (anche se poi tutti conoscono e citano coppie stabili da tanto, coppie che si sono formate anche quando ancora non andava di moda). Qualcuno semplicemente si stupisce per questa nostra voglia di sposarci, per il bisogno che sentiamo cosí forte di dirlo ai genitori, di avere la loro benedizione. Ci raccontano com’era ai loro tempi, com’era il loro mondo. Ci dicono che i ragazzi erano piú disponibili. Che di notte le città si trasformavano in enormi cespugli e giardini dove si poteva fare l’amore. Che non c’era corso d’acqua – Meduna compreso – in cui, in pieno giorno, non si potesse fare qualunque cosa con chiunque. Qualcuno esalta questo senso di libertà. Altri si spingono oltre, con amarezza dicono proprio di non capirci. Dicono che hanno passato la giovinezza a contestare, a contrastare, a combattere la famiglia come qualcosa di chiuso malato e fonte di malattia, e ora si ritrovano dei ragazzi che come massimo sogno hanno quello di potere fare la spesa al supermercato tenendosi per mano.
Non è facile capirsi. Noi loro, loro noi.
UNO A me piace tantissimo – quando i turni lo permettono – andare a fare la spesa con Luca al supermercato. Provo una grande felicità, un grande orgoglio, noi due mescolati alle altre coppie e alle altre famiglie, senza esibizionismi particolari, ma facendoci vedere insieme e facendo capire a tutti che stiamo insieme.
Delle volte penso come sia buffo che essere con la persona che ami riesca a trasformare davvero tutto, regali occhi nuovi per vedere il mondo, a partire dalle cose piú piccole e quotidiane. Come quella gran rottura che è fare la spesa, ad esempio, sia diventata per me una festa.
Delle volte penso che ci vado anche solo per poter arrivare alla cassa e rispondere alla cassiera scema che chiede «insieme?», «sí, insieme», con un sorriso a trentadue denti. Cretina, va bene che fai un lavoro di merda, ma non ce li hai gli occhi, non vedi non dico come me lo mangio con gli occhi – a questo potresti anche non arrivarci – ma anche solo che siamo arrivati insieme, che io sto aspettando il conto e di pagare e lui imbusta? O pensi che stia pagando la spesa di uno sconosciuto appena incontrato proprio lí al supermercato? (Be’, fosse bello come Luca potrei anche averlo appena fatto).
Io pago e lui imbusta perché ormai si è capito che è convinto di essere l’unico uomo al mondo (tra noi due almeno) a essere capace di fare quella cosa difficilissima che è infilare la spesa nelle buste di plastica, insomma, mettere le cose giuste al posto giusto, quelle piú resistenti sotto, le piú delicate sopra, dividere equamente le cose pesanti. Quando lo faccio io, sbaglio tutto e lui mi tratta da deficiente e ci incazziamo. Ci teniamo il muso anche per un’intera ora, a volte, prima di fare pace. Comunque io, dopo un po’ di volte di questa manfrina, ho deciso che non valeva la pena e che gliel’avrei fatto fare sempre a lui se ci teneva cosí tanto.
Ma queste sono stronzate. Poche cose invece mi fanno felice come «insieme, sí». Insieme, per dio.
DUE Io ho fatto ragioneria, una scuola del cavolo. E adesso – indovinato – lavoro in un call center. Chi non lavora in un call center? Anche Stefano lavorava in un call center. Io sono quello che fa le telefonate rompendo le scatole alla gente. Che giustamente mi tratta male. Meno comprensibile che mi tratti male il mio capo. Non so quanto resisterò ancora.
Stefano, che era là da piú tempo – cioè, non nel mio stesso call center, in un altro – non ha resistito e se n’è andato. Ha preferito fare lo sguattero (si chiamerebbe «cameriere», e sai che carriera) in un ristorante. Cosa hai cominciato l’università a fare, gli dico? Poi mi prenderei a schiaffi… In realtà invidio e ammiro la sua voglia di studiare e di lavorare come ha fatto sempre. Allora perché lo tratto cosí? Non so. In questi casi divento un po’ carogna. No, è che sono stanco di una vita cosí e me la prendo con lui. Come nelle migliori famiglie, pare.
Guadagno settecento euro al mese, lui millecento. Ce li facciamo bastare.
Il problema sono i turni. E il fatto che lui lavora soprattutto di sera, soprattutto di sabato e di domenica. Una brutta vita, dài, per due ragazzi. E quando lo troviamo il tempo per andare a divertirci insieme, a ballare insieme, al cinema insieme? Poi stupitevi che diventiamo intrattabili.
Capita a volte che lui abbia il giorno libero, la sera libera insomm...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Matrimoni gay
  3. I promessi sposi
  4. Ringraziamenti
  5. Matrimoni gay
  6. I. I baffi di Dalí
  7. II. Anno Santo
  8. III. Su al terzo piano
  9. IV. Gasometro
  10. V. Champagne lungo la strada
  11. VI. Il fratello di Philadelphia
  12. VII. Cerimonia sul fiume
  13. VIII. La motocicletta
  14. IX. L’ospite d’estate
  15. X. Eclissi di sole
  16. Senza famiglia
  17. Il libro
  18. L’autore
  19. Dello stesso autore
  20. Copyright