La tenerezza dei lupi
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La tenerezza dei lupi

  1. 472 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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La tenerezza dei lupi

Informazioni su questo libro

Mentre l'inverno stringe in una morsa Dove River, un manipolo di case e di baracche sperdute in mezzo al nulla, un uomo viene brutalmente assassinato e un ragazzino di diciassette anni scompare. Sulla neve resta solo una fila di impronte che partono dallo chalet della vittima e conducono verso la foresta.
La cittadina viene invasa da giornalisti, cacciatori e uomini della Compagnia di pellicce che ha il monopolio sui commerci della zona: il caso è eclatante, ma quasi nessuno vuole trovare il colpevole, nel timore di rivelare interessi e alleanze che non devono venire alla luce. Ed è contro questo muro di false piste e omertà che si staglia Mrs Ross, la madre adottiva del ragazzo scomparso. Sa che il solo modo per venire a capo del mistero è lasciarsi ogni cosa alle spalle e partire alla ricerca del figlio.
Un debutto narrativo di sorprendente maturità stilistica.
Stef Penney intreccia sapientemente avventura, suspense e ironia, creando un panoramico romanzo storico ad alta tensione, salutato come uno dei libri piú importanti dell'anno. Vincitore del piú importante premio letterario inglese, eccezionalmente conferito per la prima volta a un romanzo d'esordio. Ci siamo immersi nel paesaggio nevoso e siamo stati colpiti dalla bellezza della scrittura e dalla narrazione. È una storia d'amore e di tensione. Impossibile riuscire a staccarsene...

La giuria del Costa Award

Il romanzo di esordio di Stef Penney è stato definito un romance, una storia di avventure, una detective novel, ma la cosa a cui più assomiglia sono i western... Pensate a Sentieri selvaggi e andrete parecchio vicino a questo libro.

«Evening Standard»

Una vicenda epica e mozzafiato che si apre con un omicidio ma che presto si dilata...
L'autrice sostiene di non essere mai stata in Canada, eppure è impressionante quanto risultino convincenti i territori della sua immaginazione.

«The Guardian»

Domande frequenti

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2015
Print ISBN
9788806188085
eBook ISBN
9788858417867

Compagni d’inverno

Il dottor Watson era un direttore moderno, capace di guardare avanti. Voleva farsi un nome, scrivere monografie ed essere invitato a tenere conferenze in cui sarebbe stato circondato da giovani donne adoranti. Nel frattempo però, lí al manicomio le uniche giovani donne a sua disposizione erano tutte piú o meno pazze, e fra loro scelse me per ammazzare il tempo mentre aspettava di essere abbastanza famoso da veleggiare verso altri lidi.
Ero al manicomio pubblico da qualche mese quando arrivò lui, e in tutto quel periodo erano girate voci insistenti sul nuovo direttore. Nel complesso la vita in manicomio è tremendamente noiosa, e ogni minimo mutamento è oggetto di accese diatribe, dal cambiamento del tipo di avena utilizzata per il porridge del mattino allo spostamento dell’orario del cucito dalle tre alle quattro del pomeriggio. Perciò un nuovo direttore era un evento di portata eccezionale, capace di alimentare settimane di pettegolezzi e congetture. E quando arrivò, non fu una delusione. Giovane e bello, aveva un viso solare e gentile, e una piacevole voce da baritono. Nel giro di una notte tutte le donne si erano già innamorate di lui. Non voglio dire che a me fosse del tutto indifferente, ma era spassoso vedere come alcune pazienti si adornavano con fiori e nastrini nel tentativo di guadagnarsi la sua attenzione. Watson era sempre galante e seduttivo, prendeva le mani e faceva le moine, e loro arrossivano e ridacchiavano. Quell’estate le notti nel dormitorio femminile erano piene di sospiri.
Dal momento che io avevo evitato di aderire alla generale idolatria, fui sorpresa quando venni convocata nel suo ufficio, e mi chiesi cosa avessi fatto di male.
Lo trovai che si aggirava intorno a un grosso apparecchio sistemato nel mezzo della stanza. Pensai subito a un marchingegno sul tipo di quello per la doccia gelata, progettato per suscitare negli alienati un qualche genere di sensazione scioccante, ma non riuscivo a capire come funzionasse, il che mi rendeva piuttosto nervosa.
– Ah, buongiorno Miss Hay –. Watson alzò lo sguardo con un sorriso. Sembrava molto soddisfatto di sé. Io ero piú che altro colpita da com’era cambiata la stanza, che sotto il suo predecessore era stata buia e deprimente, e anche un po’ maleodorante. Era una bella camera (tutto il manicomio aveva un suo fascino neoclassico): soffitto alto e un ampio bovindo che dava sul cortile. Watson aveva eliminato le pesanti tende alle finestre, lasciando entrare la luce da sud. I muri erano stati dipinti di giallo chiaro, c’erano fiori sul tavolo e contro una parete erano state sistemate in modo pittoresco rocce e felci.
– Buongiorno, – dissi, senza riuscire a trattenere un sorriso.
– Le piace il mio ufficio?
– Sí, molto.
– Bene. Abbiamo gli stessi gusti. È importante rendere gradevole l’ambiente che ci circonda. Quando si vive in mezzo alla bruttezza, come si può essere felici?
Pensai che non poteva essere del tutto serio, e borbottai a mo’ di risposta la prima cosa che mi venne in mente, pensando che era fortunato ad avere la possibilità di modellare il suo ambiente a proprio piacimento.
– E certo, – continuò, – la tua presenza accresce la bellezza di questa stanza.
Pur conoscendo i suoi modi, mi accorsi di arrossire, e cercai di nasconderlo guardando fuori dalla finestra alcune pazienti che in quel momento passeggiavano per il giardino.
Continuammo a chiacchierare per un po’, mentre mi chiedevo se stava cercando di farsi un’idea dei miei punti deboli, oppure di capire se andavo soggetta a raptus di violenza. Quel che dicevo dovette soddisfarlo, perché cominciò a illustrarmi il funzionamento del macchinario. Si trattava essenzialmente di una scatola per fare fotografie, poiché aveva intenzione, disse, di ritrarre i pazienti. Pensava che potesse rivelarsi utile per la comprensione e il trattamento della pazzia, anche se io non riuscii mai a capire in quale modo ciò sarebbe potuto accadere. In particolare, a quanto pareva, voleva fotografare me.
– Hai un volto molto adatto alla macchina fotografica, limpido ed espressivo, e questo è esattamente ciò che mi serve.
Ero lusingata dal pensiero di essere la sua prescelta, e poi si trattava di un piacevole diversivo dalla routine quotidiana. Come ho detto, la vita in manicomio, a parte le occasionali crisi epilettiche e i tentativi di suicidio, era estremamente tediosa.
– Quello che avevo in mente, – spiegò, abbassando gli occhi sulla scrivania, – era una serie di tuoi ritratti in… pose tipiche di determinate condizioni psichiche. Ehm, ad esempio… c’è una cosa che definiamo il complesso di Ofelia, dal nome del personaggio di una celebre tragedia… – mi guardò per vedere se lo stavo seguendo.
– La conosco, – dissi.
– Ah, benissimo. Dunque… ecco, vedi, un’illustrazione adatta sarebbe una… una posa di struggimento amoroso, magari con una corona di fiori. Capisci cosa intendo?
– Credo di sí.
– Mi sarebbe di grande aiuto per la monografia che sto scrivendo. Le fotografie illustrerebbero la mia tesi, soprattutto a beneficio di chi non è mai entrato in un manicomio e non saprebbe neppure immaginarselo.
Annuii educatamente, e quando lui continuò, domandai: – E qual è la tesi?
Questo parve sorprenderlo un po’. – Oh. La mia tesi è che… be’, che esistano alcuni tipi ben determinati di pazzia; determinati movimenti e atteggiamenti fisici comuni a diversi pazienti e indicativi del loro stato interiore. Che, benché ogni paziente abbia la propria storia individuale, essi ricadano in gruppi che condividono talune caratteristiche e taluni atteggiamenti. E anche che… – fece una pausa, apparentemente immerso nei suoi pensieri, – … attraverso un metodico studio di tali atteggiamenti, sia possibile scoprire qualcosa di piú su come curare queste povere sventurate.
– Ah, – dissi io in tono vivace, domandandomi quali atteggiamenti caratterizzassero me, una delle povere sventurate. Mi si presentarono alla mente diverse immagini poco dignitose.
– Be’, – continuò, – magari uno di questi giorni potresti unirti a me per pranzo, se sarai cosí gentile da dedicarmi un po’ del tuo tempo.
Al solo pensiero mi venne l’acquolina in bocca. In manicomio il cibo era piuttosto abbondante, ma insipido, indigesto e monotono. Forse esisteva una teoria (se non addirittura una tesi) secondo cui determinati sapori avrebbero stimolato istinti pericolosi. Troppa carne, ad esempio, o cibi succulenti e speziati avrebbero rischiato di infiammare sensibilità già delicate, provocando una rivolta. Già ero compiaciuta dalla prospettiva di fargli da modella, ma la promessa di un pasto degno di questo nome sarebbe bastata da sola a convincermi.
– Allora, – sorrise, e io mi resi conto di quanto fosse nervoso, – ti sembra un’idea… accettabile?
Mi intrigava che fosse nervoso – a causa mia? per l’eventualità che rifiutassi? – e annuii. Non sarei mai riuscita a convincermi che la contemplazione di fotografie di donne coperte di fiori potesse portare a una cura per la pazzia, ma chi ero io per dirlo?
Inoltre era un uomo giovane, bello e gentile, e io ero un’orfana chiusa in manicomio, senza nessuno che mi proteggesse e con scarse probabilità di uscire. Per quanto inusuali fossero le circostanze in cui mi ero venuta a trovare, ben difficilmente avrebbero determinato un peggioramento nella mia vita.
Cominciò cosí. All’inizio andavo nel suo ufficio una o due volte al mese. Watson si procurava i costumi e gli oggetti di scena necessari. La prima fotografia si intitolava Malinconia, sentimento che io mi sentivo piú che qualificata a rappresentare. Vicino alla finestra aveva sistemato una sedia, su cui io sedevo in abito scuro, con un libro in mano e lo sguardo perso in lontananza, come se, disse lui, sognassi un amore perduto. Avrei potuto dirgli che nella vita c’erano guai peggiori di un corteggiatore infedele, ma tenni a bada la lingua e fissai lo sguardo fuori dalla finestra, sognando invece piatti di cacciagione brasata, pollo al curry e zuppa inglese con noce moscata.
Il pranzo, quando arrivò, fu del tutto all’altezza di quello su cui avevo fantasticato. Temo di averlo mangiato con la grazia di un bracciante di ritorno dai campi, e lui mi osservò sorridendo mentre mi servivo la seconda e poi terza fetta di crostata alle pere e alla cannella. Mi ingozzai non perché fossi cosí tanto affamata, ma perché avevo un insaziabile desiderio di sapori, forti e delicati. Gustare spezie e gorgonzola e vino per la prima volta da quattro o cinque anni (con qualche rara eccezione per Natale) fu un’esperienza paradisiaca. Con ogni probabilità glielo confidai, e lui rise, con un’aria tremendamente compiaciuta. Mentre mi riaccompagnava alla porta dello studio, mi strinse la mano fra le sue, e mi ringraziò guardandomi nel profondo degli occhi.
Come mi aspettavo venni chiamata nel suo studio sempre piú spesso, e man mano che ci conoscevamo meglio, le pose divennero piú disinvolte. Con questo intendo dire che ero sempre meno vestita, e alla fine mi adagiavo contro le felci avvolta soltanto in diafani veli di mussola. Ogni pretesa di contribuire al progresso della scienza medica fu abbandonata. Watson, o Paul, come avevo cominciato a chiamarlo, mi faceva mettere nelle pose che piacevano a lui, e che a volte gli facevano abbassare gli occhi per la vergogna, come se lo imbarazzasse ciò che mi chiedeva di fare.
Era gentile e premuroso, ed era interessato alle mie opinioni, a differenza della maggior parte degli uomini che avevo conosciuto fuori dal manicomio. Mi piaceva, e fui felice quando un giorno alla fine del pasto posò tremando la sua mano sulla mia. Era dolce, deciso a tutto, terrorizzato di fare qualcosa di sbagliato, e ogni volta che ci incontravamo mi chiedeva scusa perché si approfittava di me per soddisfare i suoi istinti piú turpi. A me non importava. Per me era un eccitante segreto, un dolce desiderio, anche se lui era sempre nervoso e agitato quando ci accoppiavamo in tutta fretta, dietro la porta chiusa a chiave del suo studio, dopo un ennesimo pranzo succulento.
E poi odorava di serra, di foglie di pomodoro e di terra bagnata, un odore intenso e appagante. Ancora adesso non riesco a ricordare quell’odore senza che mi tornino alla mente torte di frutta con la panna e bistecche al brandy. Anche l’altra notte, ad anni e anni di distanza, quando ho sentito quel profumo su Parker, mi è venuta l’acquolina in bocca, e mi sono ricordata di una crostata alla cioccolata amara.
Ciò che accadde in seguito forse non lo scoprirò mai. Per qualche motivo Watson cadde in disgrazia. Non per causa mia, dato che, a quanto ne so, nessuno venne mai a conoscenza della nostra relazione. Ma una mattina la capo infermiera annunciò che il dottor Watson sarebbe partito al piú presto, e che nel giro di qualche giorno un altro direttore avrebbe preso il suo posto. Cosí, da un momento all’altro. Doveva essersi portato via anche l’apparecchio, e le fotografie scattate insieme. Alcune erano belle: ombre scure e argentate su vetro che scintillavano quando le esponevi alla luce. Mi chiedo se esistano ancora. Quando mi sento malinconica, e in questo periodo mi capita spesso, ricordo a me stessa che lui tremava quando mi toccava; che una volta sono stata la musa di qualcuno.
Da tre giorni camminiamo nella pianura senza che il panorama accenni a cambiare. La pioggia che ha portato il disgelo è durata due giorni, rendendo arduo il cammino. Sguazzavamo nel fango fino alle caviglie, e anche se forse non sembra chissà che, vi assicuro che non è affatto gradevole. Ciascun piede era appesantito da un chilo di fanghiglia appiccicosa, e la mia gonna era inzuppata d’acqua. Parker e Moody, che non avevano l’intralcio della gonna, mi precedevano insieme alla slitta.
Alla fine del secondo giorno ha smesso di piovere, e stavo già per ringraziare qualunque dio ancora disposto ad avere pietà di me quando si è alzato un vento che da allora continua a soffiare. Ha asciugato il terreno e ha reso piú agevole la marcia, ma viene da nordest, ed è cosí freddo che ho provato sulla mia pelle il fenomeno, di cui finora avevo solo sentito parlare, delle lacrime che si congelano agli angoli degli occhi. Basta un’ora perché gli occhi diventino rossi e doloranti.
Adesso Parker ci sta aspettando con i cani. È in piedi su una piccola altura, e quando finalmente riesco a raggiungerlo, capisco perché si è fermato: qualche centinaio di metri piú avanti c’è un complesso di edifici, la prima cosa creata dall’uomo che vedo da quando abbiamo lasciato Himmelvanger.
– Siamo sulla strada giusta, – dice Parker, anche se strada non è certo la parola che avrei scelto io.
– Cos’è quel posto? – Moody sta strizzando le palpebre dietro gli occhiali. Non ci vede bene, tanto piú in quella fioca luce grigia che è tutto quel che riesce a filtrare attraverso le nuvole.
– Una volta era una stazione commerciale.
Anche da lí si vede che c’è qualcosa che non va; ha l’aspetto sinistro di un edificio in un incubo.
– Dobbiamo dare un’occhiata. Nel caso che lui sia lí.
Quando ci avviciniamo, capisco che cosa è accaduto. La stazione è stata ridotta a uno scheletro da un incendio; i travetti si stagliano nudi contro il cielo, le travi spezzate spuntano dagli angoli piú strani. Le pareti ancora in piedi sono carbonizzate e pericolanti. Ma la cosa piú strana è la neve; sciogliendosi di giorno e ghiacciandosi di notte, ha ricoperto, strato dopo strato, la nuda ossatura dell’edificio. È uno spettacolo straordinario:...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. La tenerezza dei lupi
  3. Scomparsa
  4. I campi del cielo
  5. Compagni d’inverno
  6. Il malessere di un lungo pensare
  7. Il libro
  8. L’autore
  9. Copyright