Tranquillo prof, la richiamo io
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Tranquillo prof, la richiamo io

  1. 280 pagine
  2. Italian
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Tranquillo prof, la richiamo io

Informazioni su questo libro

Le interrogazioni, i compiti, il tempo che non passa mai, sono gli incubi di qualunque studente. Tranne che in questo libro, dove è il professore a non essere preparato. Nato su Facebook e diventato molto rapidamente un fenomeno virale, Tranquillo prof, la richiamo io racconta di un docente non autorevole, spaventato, in cerca di riconoscimento, alle prese con degli studenti straordinariamente precisi, attenti, consapevoli del proprio ruolo. Attraverso telefonate, mail, sms, appuntamenti in chat, si srotola una divertentissima quanto atipica e struggente storia d'amore: con tanto di innamorato respinto (il prof), amata sfuggente (la classe), attacchi di gelosia (per la supplente) e paura dell'abbandono (ogni volta che una vacanza si avvicina)... Sembra il mondo alla rovescia, invece è la rappresentazione clinica della crisi dei presunti adulti, personaggi fragili e alla deriva. Una tragicommedia surreale. Una buffissima operetta morale. *** «Sono il prof. Il mio sangue è fatto del gesso che trasuda dalle lavagne. La mia carne è il succo della vita che sprigiona dall'inchiostro delle pagine sul registro. Il mio cuore batte all'unisono con l'eco delle campanelle». *** - Prof, mi può interrogare?
-...
- Prof, lascia stare un secondo Facebook e mi ascolta?

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2015
eBook ISBN
9788858420355
Print ISBN
9788806222765

Dicembre

Ciao a tutti ragazzi,
scusate se vi scrivo alla vostra mailing-list interna. So che vi avevo detto che l’avrei usata solo per le emergenze, ma questa credo sia un po’… un’«emergenza emotiva».
Comunque le cose le sapete, forse. Io, il vostro prof, il vostro prof che affronta mille sfide, è ancora un po’ preoccupato per la sua salute. Anche se non voglio scaricare questa mia preoccupazione su di voi, che siete già pieni di ansia per le interrogazioni e gli esami, penso che per la sincerità del nostro rapporto sia un dovere morale condividere certi passaggi fondamentali della mia vita.
Come vi avrà già detto la preside, nei prossimi dieciquindici giorni non ci sarò perché devo fare un piccolo intervento. Il medico mi ha consigliato di rimanermene un po’ a casetta…
Nelle settimane passate, forse vi ricorderete, ero molto affannato, e il mio cuore era un pugile spompato. L’impegno, lo stress di questo mondo iperveloce «incide» anche su una scorza dura come la mia. Mi sono fatto decine e decine di analisi, perché volevo non trascurare nessuna pista, anche se tutti mi dicevano che era solo un problema di pressione alta.
Ebbene, in una di queste analisi ho scoperto di avere un altro piccolo problema… Non è niente di grave, state tranquilli, anche se si tratta di una zona del corpo un po’… delicata.
Non voglio annoiarvi con termini tecnici, e non c’è bisogno che cerchiate su Google «fimosi».
Che dire? È una bella pauretta. Stare sotto i ferri non è mai piacevole, anche se ormai certe operazioni le fanno di routine. Se volete venirmi a trovare, mi trovate al San Camillo, in via Gianicolense. Non so bene ancora in che reparto, forse Uretrologia, a patto che esista… Vi volevo dire che mentre la lama inciderà penserò anche a voi, all’affetto che mi dimostrate tutti i giorni…
Ah, comunque, mi dicono che verrà una supplente a sostituirmi. Ogni volta che penso alla parola «supplente» mi viene un sorrisetto… Ma forse voi non condividete con me il culto per le commedie degli anni Settanta… Eh eh! Mi raccomando: trattatela il meglio possibile, non fate pesare i paragoni. «Il nostro prof diceva», «Il nostro prof faceva», «Il nostro prof invece»… Non siate troppo polemici: sono solo quindici giorni, passano in fretta.
Mi ritroverete a breve, sano e «funzionante».
Mi faccio da solo il vostro «in bocca al lupo», e insieme a voi idealmente mi rispondo: crepi!
A presto, ragazzi!
Il vostro prof (che tiene duro)
«Luca scusami se ti mando questo sms un po’ lungo. Te lo mando in quanto rappresentante di classe. Se vuoi inoltralo agli altri. Mi farebbe molto piacere. Sono le»
«22,36 e come sai sto in questo letto di ospedale. Domattina mi operano. In quel punto un po’ delicato che a te, in quanto maschio, direi anche ma che forse»
«è meglio avere un po’ di pudore. Invece volevo dirvi solo che in questi giorni non sono riuscito a controllare la mail e quindi se mi avete scritto per informarvi»
«sulla mia degenza o per “manifestarmi” solidarietà e affetto, io purtroppo non le ho viste. Posso però dirvi che le ho “pensate” le vostre mail. Per certi versi»
«anzi le ho lette mentalmente. E mi hanno fatto molto piacere. Vi ringrazio tutti. Immagino anche che in momenti come questi quella formalità che divide studenti»
«da professori scompaia in una nuvola di giusta empatia. In fondo non siamo tutti esseri viventi fragili? Non siamo un po’ tutti dei contenitori di lacrime pronti a “spruzzarne” in certi»
«momenti? Non vedo l’ora di tornare in classe con voi e ridere di tutto questo. Delle garze, della padella, del pappagallo, della mia semifimosi. E magari»
«mischiare queste risate con Schelling o Fichte… Non sarebbe bello? Arrivederci ragazzi».
Qui, nell’ospedale, mentre tutto è spento e tutto è silenzioso, e io non posso parlare con nessuno, e non posso usare nemmeno il telefono mi hanno detto, solo mandare qualche sms – lumino nella tenebra – e intorno a me sento solo persone che russano, non ho mai provato un dolore e una solitudine cosí infame.
Non si dovrebbero trattare gli esseri umani cosí.
Lasciarli qui ridotti a «degenti». Ossia a cosa? A prigionieri, questa è la verità.
Cos’è questo ospedale se non la copia del carcere di Alcatraz?
Non vorrei piangere, ma è l’unica risorsa che mi rimane. Piango dentro, mentre l’infermiera come una carceriera mi cambia la flebo. Sul soffitto le incrostazioni si allargano, io le guardo quasi sperassi in fondo al cuore che il soffitto si spacchi e una mano mi salvi.
Una mano di un grande orso morbido e forte.
Potrebbe prendere la mia, e portarmi lontano da qui.
Questo grande orso buono che immagino ci sia oltre il soffitto è l’unica compagnia che ho in queste notti sudate di dolore e angoscia.
Grande Orso Buono, chissà se mi ascolti.
Chissà se capti le onde emotive di Radar.
Io penso di sí.

Luca, finalmente ho accesso a un computer con internet. Sono spossato, ma non voglio lamentarmi. La mia tempra è «granitica». L’operazione è andata bene. Sono «integro». Puoi dirlo tu a tutta la classe?
Il tempo vuoto della degenza mi ha fatto riaccedere un po’ al mio substrato, la «substantia», direbbe un Aristotele mescolato con sant’Agostino. E quindi ho scritto alcune poesie che mi fa molto piacere condividere con voi.
Puoi inoltrarle agli altri?
Poesie per la mia classe
Poesia n°1.
Sale. La ferita si secca.
Dove c’era vita che marciva
ora ci sono i punti.
Ho conosciuto il silenzio della stanza silenziosa
dove ho incontrato i miei pensieri
che sono traslocati sempre al mio passato,
non-luogo di cattedre e lavagne,
come un selvaggio barbarico che corre muscolare
nel mondo delle idee.
Siamo solo pelle e carne martoriata nelle viscere dalle mani
di un demiurgo-chirurgo?
Io no. No. No. Sono un uomo che si aggrappa
ai sogni scivolosi come salviettine rinfrescanti.
E poi, forse, si lib(e)ra.
(N.B. Quando parlo di «non-luogo di cattedre e lavagne» non intendo essere offensivo nei vostri confronti.)
Poesia n°2.
Incontenibilmente atarassico,
ferita non sarai la mia Adua.
Ho imparato dagli stoici
non solo la logica dei sillogismi nel
primo volume del manuale,
ma anche il potere potente del logos,
che risuona nel mio addome
come un cane che bussa alla porta blindata.
Hai fame? Ora devi aspettare.
Anche io ho i miei bisogni e aspetto.
Non posso nemmeno andare al bagno,
timore è il catetere, realtà
la padella, o spegnere questa luce di neon,
quando arriverai Grande Orso Buono,
quando arriverai?
Poesia n°3.
Impotente al destino crudele,
affranta non cerco la quiete
leopardiana. Mi viene voglia
di strappare la siepe di
questo brodino della sera
con la mia forchettina di plastica.
Tutto vanamente.
– Prof.
– Ehi, Giorgia, che felicità sentirti!
– Quando torna a scuola?
– Non vi preoccupate, tempo una settimana e mi rimetto in sesto. I punti mi fanno un po’ male, però…
– Faccia con comodo, la supplente è molto chiara. Ci ha rispiegato anche delle cose che con lei non avevamo capito. Ha detto pure che lei ci ha dato un sacco di appunti con le date sbagliate. E che non si può spiegare la rivoluzione scientifica a partire dall’interpretazione di Croce!
– Ah, be’… ottimo, poi ne parliamo… Allora quando torno facciamo una bella verifica di quelle nostre…
– Non so se ce ne sarà bisogno. La supplente ci interroga tutti i giorni, e anzi: dice che le ha messo in ordine il registro, che come lo tiene lei non ci si capiva niente…
– Ahi.
– Che c’è prof?
– Niente, solo una piccola fitta di dolore… La ferita, sai…
– Va bene. Ho una chiamata in attesa. Arrivederci.
– Giorgia…?
«Ciao Luca, ti lascio questo messaggio in segreteria in quanto rappresentante di classe… Avevo provato a chiamarti un po’ di volte, ma poi ho pensato che forse era tardi e non eri riuscito a rispondermi… Lo capisco. Come credo che tu capisca me che passo le notti insonni, smarrito nel dolore irrisolvibile. In questa settimana di mia assenza vi ho pensato molto, e ho capito anche il valore di certe cose che vi ho citato in classe, come le Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana. Se volete “mettervi in contatto” con me in questi giorni di lontananza, vi invito a farlo riprendendo in mano quel libro. Eppure in tutto questo dolore, mentre i punti mi tormentano come mille soldati nemici contro di me, io non smetto di tirare dritto, come ho insegnato anche a voi, quando abbiamo studiato lo stoicismo… Scusa la brevità del messaggio, ma mi manca il fiato. Quel fiato del coraggio che è il riflesso di infiniti spiriti che nella storia hanno affrontato prove simili alle mie. Buonanotte, Luca, infondi questo spirito anche a tutti gli altri tuoi compagni».
– Salve prof, sono Carolina. In classe abbiamo ricevuto tutti una serie di messaggi allarmanti, o per sms o in segreteria… Volevamo sapere come stava.
– Meglio, grazie di avermi chiamato Caro. Sono tornato a casa, e già aver lasciato quella camera d’ospedale mi fa sentire piú vicino a voi…
– Bene.
– Comunque le voci che girano sul mio dolore non sono infondate, sai… È una ferita dolorosissima, che non riguarda solo il corpo ma si estende in molte direzioni personali… Non voglio farvi preoccupare, ma si tratta di un dolore che credo difficilmente un essere umano potrebbe sopportare, e che io invece sto affrontando… Del resto mi conosci, sono un leone che ringhia… E tu? Come andiamo… riesci a ingranare con la supplente? Sarà tutto un po’ complicato… e soprattutto noioso.
– No, va tutto benissimo. Pensi che finalmente riesco a seguire le spiegazioni di filosofia.
– Che ti dicevo, a un certo punto il meccanismo si sblocca… e ti sembra tutto piú facile… Adesso che state facendo?
– Ci sta facendo leggere Francisco Suárez, le Disputationes Metaphysicae, ci fa fare un confronto con Cartesio.
– Suárez… ...

Indice dei contenuti

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  15. L’autore
  16. Dello stesso autore
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