15 marzo.
Le informazioni in mio possesso indicavano che buona parte del fiume era navigabile sino ai piedi della Cordigliera. Non è cosí, naturalmente. Risaliamo il fiume su un barcone dalla chiglia piatta spinto da un motore diesel che lotta con asmatica ostinazione contro la corrente. A prua c’è un tetto di tela sostenuto da supporti di ferro da cui pendono le amache, due a babordo e due a tribordo. Il resto dei passeggeri, quando ce ne sono, si raggruppa a metà dell’imbarcazione, su uno strato di foglie di palma che protegge i viaggiatori dal calore che emanano le lastre di metallo. I loro passi rimbombano nel vuoto della stiva con un’eco spettrale e grottesca. Ogni momento ci fermiamo per disincagliare il barcone arenato sui banchi di sabbia che si formano improvvisamente e altrettanto velocemente scompaiono, a seconda dei capricci della corrente. Delle quattro amache, due le occupiamo io e un altro passeggero che si è imbarcato con me a Puerto España, le altre due sono destinate al meccanico e al pilota. Il Capitano dorme a prua sotto un ombrellone da spiaggia multicolore che sposta a seconda della posizione del sole. È sempre in uno stato di semiubriachezza, che mantiene saggiamente con dosi frequenti, regolate in modo tale da non abbandonare quello stato d’animo in cui l’euforia si alterna con il sopore di una sonnolenza che mai lo vince completamente. I suoi ordini non hanno alcuna relazione con il percorso del viaggio e lasciano sempre in noi un’irritata perplessità: – Su con la vita! Occhio alla brezza! Dura la lotta, fuori le ombre! L’acqua è nostra! Al diavolo lo scandaglio! –, e cosí via per tutto il giorno e per buona parte della notte. Il meccanico e il pilota non prestano la minima attenzione a questa litania che, ciononostante, in qualche modo, li mantiene svegli e all’erta e trasmette loro la destrezza necessaria per intuire le incessanti trappole dello Xurandó. Il meccanico è un indio, che si direbbe muto per il suo continuo silenzio che raramente interrompe per parlare con il Capitano in un miscuglio di linguaggi difficile da tradurre. Cammina scalzo, a torso nudo. Porta pantaloni di tessuto leggero unti di grasso che tiene legati sotto lo stomaco lucido e prominente su cui risalta un’ernia dell’ombelico che si dilata e si contrae secondo gli sforzi del padrone per mantenere il motore in marcia. La sua relazione con quest’ultimo è un caso evidente di transustanziazione; i due si confondono e convivono in uno stesso sforzo: che il barcone avanzi. Il pilota è uno di quegli esseri con una inesauribile capacità di mimetismo, le cui fattezze, gesti, voce e altre caratteristiche personali sono state portate a un grado tanto perfetto di inesistenza che mai riescono a fissarsi nella nostra memoria. Ha gli occhi molto vicini all’attaccatura del naso e posso ricordarlo soltanto evocando il sinistro Monsieur Rigaud-Blandois di La piccola Dorrit. Ciononostante, neppure un cosí preciso e indimenticabile riferimento serve per molto tempo. Il personaggio di Dickens sfuma quando osservo il pilota. Strano uccello. Il mio compagno di viaggio, nella parte del barcone coperta dalla tenda, è un gigante biondo che pronunciava poche parole masticate con un accento slavo che le rende quasi del tutto indecifrabili. È tranquillo e fuma continuamente sigarette pestilenziali che il pilota gli vende a prezzo esorbitante. Va, secondo quanto ho potuto capire, nello stesso posto dove vado io: allo stabilimento che tratta il legno che scenderà poi per questo stesso itinerario e del cui trasporto, si suppone, io dovrò incaricarmi. La parola stabilimento scatena l’ilarità dell’equipaggio, la qual cosa non mi piace e mi lascia in balia di un vago dubbio. Una lampada Coleman ci fa luce durante la notte e su di essa vengono a schiantarsi grandi insetti di colori e forme cosí diverse che a volte ho l’impressione che qualcuno organizzi la loro sfilata con un indecifrabile proposito didattico. Leggo alla luce delle retine incandescenti, sino a quando il sonno mi atterra come una droga istantanea. L’irriflessiva leggerezza del Duca di Orléans occupa per un istante la mia mente prima che io cada in un sopore implacabile. Il motore cambia ritmo continuamente e questo ci mantiene in un costante stato di incertezza. C’è da temere che da un momento all’altro si fermi per sempre. La corrente si fa ad ogni istante piú indomita e capricciosa. Tutto questo è assurdo e mai arriverò a capire perché mi sono imbarcato in questa impresa. È sempre cosí all’inizio di ogni viaggio. Dopo, sopravviene l’indifferenza benefica che a tutto pone rimedio. La attendo con ansia.
18 marzo.
È accaduto ciò che già da un po’ temevo: l’elica ha incontrato un groppo di radici e l’asse che la sostiene si è piegato. La vibrazione è diventata allarmante. Abbiamo dovuto attraccare ad una spiaggia di sabbia di ardesia, che emana un vapore vegetale dolciastro e penetrante. Prima di riuscire a convincere il Capitano che soltanto rendendo incandescente l’asse si sarebbe riusciti a raddrizzarlo, hanno lottato diverse ore nelle manovre piú goffe e imprevedibili immersi in un calore soporifero. Una nube di zanzare si è installata sopra di noi. Per fortuna, siamo tutti immuni da questa piaga, ad eccezione del gigante biondo che sopporta questo assalto con uno sguardo collerico e contenuto, come se non riuscisse a capire da dove arriva il supplizio che lo tormenta.
Al crepuscolo è apparsa una famiglia di indigeni, l’uomo, la donna, un bambino di circa sei anni e una bambina di quattro. Tutti completamente nudi. Sono rimasti ad osservare il falò con indifferenza da rettili. Tanto l’uomo quanto la donna sono di una bellezza impeccabile. Lui ha le spalle larghe e le braccia e le gambe si muovono con una lentezza che fa risaltare ancor piú l’armonia delle proporzioni. La donna, della stessa statura dell’uomo, ha seni grossi ma sodi e le sue cosce terminano nei fianchi stretti armoniosamente rotondeggianti. Un sottile strato di grasso copre interamente il loro corpo e sfuma gli angoli delle giunture e delle articolazioni. I due hanno i capelli tagliati a caschetto, che lucidano e mantengono rigidi con una qualche sostanza vegetale che li tinge color ebano e li fa brillare con gli ultimi raggi del sole al tramonto. Fanno alcune domande nella loro lingua che nessuno di noi capisce. I loro denti sono limati e aguzzi e la voce esce come il sordo tubare di un uccello semiaddormentato. A notte inoltrata, siamo riusciti a raddrizzare il pezzo che potrà essere rimesso a posto soltanto domani. Gli indios hanno preso dei pesci sulla riva e si sono messi a mangiare ad un’estremità della spiaggia. Il mormorio delle loro voci infantili è durato sino all’alba. Ho letto per conciliare il sonno. Di notte il calore non si attenua e, disteso nell’amaca, penso a lungo alle sciocche indiscrezioni del Duca d’Orléans e a certi tratti del suo carattere che si ripeteranno in altri membri della «branche cadette», sempre di diverso tronco, ma con le stesse tendenze al tradimento, alle avventure galanti, al dannoso piacere di cospirare, all’avidità per il denaro e a una slealtà senza rimedio. Bisognerebbe riflettere un poco sulle ragioni per cui tali costanti di condotta appaiano in modo implacabile, quasi sino ai nostri giorni, in questi principi di origine tanto diversa. L’acqua colpisce la chiglia metallica e piatta con un gorgoglio monotono e, per una qualche ragione inspiegabile, consolatore.
21 marzo.
La famiglia di indios è salita sulla barca all’alba del giorno seguente. Mentre ci affannavamo sott’acqua per sistemare l’elica, loro sono rimasti in piedi sopra il pavimento di foglie di palma. Sono rimasti lí tutto il giorno senza muoversi e senza parlare. L’uomo e la donna non hanno peli in alcuna parte del corpo. Lei mostra il suo sesso che si offre come un frutto maturo e lui il suo con il lungo prepuzio che termina a punta. Si direbbe un corno o uno sperone, qualcosa di completamente alieno ad ogni idea sessuale e senza il minimo significato erotico. A volte sorridono mostrando i denti affilati e il loro sorriso perde per questo ogni sfumatura di cordialità o di semplice socievolezza.
Il pilota mi spiega che è normale in questi paraggi che gli indios viaggino lungo il fiume sulle imbarcazioni dei bianchi. Solitamente non dànno nessuna spiegazione né dicono mai dove scenderanno. Poi, un bel giorno, spariscono cosí come sono arrivati. Sono di carattere mansueto e non prendono mai nulla di ciò che non gli appartiene, né dividono il cibo con il resto dei passeggeri. Mangiano erbe, pesce crudo e rettili, anche quest’ultimi senza cucinarli. Alcuni salgono armati di frecce le cui punte sono imbevute nel curaro, il veleno istantaneo la cui preparazione è un segreto che nessuno di loro ha mai rivelato.
Quella notte, mentre dormivo profondamente, sono stato avvolto all’improvviso da un odore di fango in putrefazione, di serpente in calore, un fetore crescente, dolciastro, insopportabile. Ho aperto gli occhi. L’india mi stava guardando fissamente e sorrideva con una malizia che aveva qualcosa di carnivoro, ma nello stesso tempo di un’innocenza nauseabonda. Ha messo la sua mano sul mio sesso e ha cominciato ad accarezzarmi. Si è coricata al mio fianco. Nel penetrarla, ho avuto come l’impressione di immergermi in una cera insipida che, senza opporre resistenza, lasciava fare con un’immobile placidità vegetale. L’odore che mi aveva risvegliato era ancora piú intenso con la vicinanza di questo corpo molle che in nulla ricordava al tatto le forme femminili. Una nausea incontrollabile stava crescendo in me. Ho terminato in fretta, per non dovermi ritirare a vomitare senza essere arrivato alla fine. La donna si è allontanata in silenzio. Nel frattempo, nell’amaca dello slavo, l’indio, allacciato al suo corpo, lo penetrava, emettendo un lievissimo sibilo di uccello in pericolo. Poi, il gigante lo ha penetrato a sua volta, e l’indio continuava il suo gemito che non aveva nulla di umano. Sono andato a prua e ho cercato di lavarmi come potevo, nel tentativo di cancellare il fetido strato di pantano marcio che aderiva al mio corpo. Ho vomitato con sollievo. Ancora oggi all’improvviso mi capita di sentire quel fetore che temo non mi abbandonerà ancora per molto tempo.
Hanno continuato a stare lí, in piedi, in mezzo alla barca, con lo sguardo perduto sulle fronde degli alberi, masticando continuamente un impasto fatto di foglie simili a quelle dell’alloro e carne di pesce o di lucertola che catturano con notevole abilità. Lo slavo ieri notte si è portato l’india nella sua amaca, e questa mattina l’alba lo ha trovato ancora una volta con l’indio che dormiva abbracciato sopra di lui. Il Capitano li ha separati, non per pudore, ma perché, come ha avuto modo di spiegare con voce roca e incerta, il resto dell’equipaggio avrebbe potuto seguire il loro esempio e questo avrebbe portato sicuramente a pericolose complicazioni. Il viaggio, ha continuato, era lungo, e la selva ha un potere incontrollabile sulla condotta di coloro che non vi sono nati. Li trasforma in esseri irritabili ed è solita produrre uno stato delirante non privo di rischi. Lo slavo ha borbottato non so quale spiegazione che non mi è stato possibile capire ed è ritornato tranquillamente alla sua amaca dopo aver preso una tazza di caffè offerta dal pilota, che sospetto debba aver già conosciuto in passato. Non mi fido dell’obbediente mansuetudine di questo gigante, i cui occhi a volte lasciano trasparire l’ombra di una stanca e triste demenza.
24 marzo.
Siamo arrivati a un’ampia radura della selva. Dopo tanti giorni, alla fine, sopra di noi, si intravedono il cielo e le nubi che si muovono con benefica lentezza. Il caldo è piú intenso, ma non ci opprime con quella soffocante densità che, sotto la verde cupola dei grandi alberi, nella costante penombra, lo trasforma in un elemento che ci sta minando con implacabile ostinazione. Il rumore del motore si perde verso l’alto e la chiglia del barcone scivola via senza che si debba sopportare il suo disperato combattere contro la corrente. Qualcosa di simile alla felicità si impadronisce di me. Anche negli altri è facile intuire una sensazione di sollievo. Ma laggiú, sullo sfondo, si va profilando la cupa muraglia vegetale che tra poche ore ci inghiottirà di nuovo.
Il tranquillo intervallo di sole e di relativo silenzio è stato propizio per esaminare le ragioni che mi hanno spinto a intraprendere questo viaggio. Ho ascoltato per la prima volta la storia del legno a «La Neve dell’Ammiraglio», l’emporio sulla Cordigliera di Flor Estévez. Vivevo con lei da diversi mesi, curandomi una piaga che la puntura di una particolare mosca velenosa delle piantagioni del delta mi aveva lasciato nella gamba. Flor mi curava con un affetto distaccato ma costante, e di notte facevamo l’amore con il conseguente impaccio della mia gamba immobilizzata, ma con una sensazione di liberazione e di sollievo da precedenti sfortune che, ognuno per proprio conto, portavamo come un opprimente fardello. Credo di aver parlato dell’emporio di Flor e dei miei giorni sull’altopiano in alcune carte precedenti. Lassú arrivò il padrone di un autocarro, che lui stesso guidava, carico di bovini acquistati nelle pianure, e ci raccontò la storia del legno che si poteva comprare in una segheria situata al limite della selva e che, discendendo lo Xurandó, si poteva vendere ad un prezzo molto piú alto negli avamposti militari che stavano ora installando sulle rive del grande fiume. Quando la piaga si richiuse e, con il denaro che mi diede Flor, scesi nella selva, sempre con il sospetto che in tutta questa impresa ci fosse qualcosa di poco chiaro. Il freddo della Cordigliera, la nebbia costante che si spostava come una processione di penitenti tra la vegetazione nana e ispida di quei paraggi, mi fecero sentire la necessità improrogabile di immergermi nel clima ardente delle terre basse. Il contratto che mi era stato offerto per condurre ad Anversa un cargo battente bandiera tunisina – che necessitava di riparazioni e modifiche per renderlo adatto al trasporto di banani – lo restituii senza firmarlo, adducendo alcune confuse spiegazioni che senza dubbio incuriosirono i suoi proprietari, vecchi amici e compagni di altre avventure e sventure che un giorno meriteranno di essere ricordate.
Nel salire su questa barca ho parlato della segheria, ma nessuno ha saputo darmi un’idea precisa della sua ubicazione. Neppure della sua esistenza. È sempre cosí: le imprese in cui mi lancio hanno tutte lo stigma dell’indeterminato, la maledizione di una maliziosa metamorfosi. E ora mi trovo qui, a risalire il fiume, come uno stupido, sapendo in anticipo dove andrà a finire tutto questo. Nella selva, dove nessuno mi sta aspettando, la cui monotonia e il cui clima da tana di iguane mi fanno male e mi intristiscono. Lontano dal mare, senza femmine e parlando una lingua da idioti. E, nel frattempo, il mio amato Abdul Bashur, compagno di tante notti sulle sponde del Bosforo, di tanti tentativi indimenticabili per guadagnare denaro facile a Valencia e a Tolone, mi sta aspettando e sta pensando che forse io sono morto. Mi incuriosisce oltremodo la maniera in cui si ripetono nella mia vita queste cadute, queste decisioni sbagliate sin dall’inizio, questi vicoli senza uscita la cui somma darebbe la storia della mia esistenza. Un’ardente vocazione di felicità costantemente tradita, quotidianamente smarrita e che si risolve sempre nella necessità di miseri insuccessi, tutti completamente estranei a ciò che, nel piú profondo e vero del mio essere, ho sempre saputo che dovesse compiersi se non fosse per questa mia inclinazione a una continua sconfitta. Chi può capirlo? Ormai stiamo entrando nuovamente nel verde tunnel della giungla cupa e insidiosa, ormai il suo odore di sfortuna, di tiepido sepolcro disgustoso, mi ha raggiunto.
27 marzo.
Questa mattina, quando ci siamo avvicinati alla riva per lasciare diversi recipienti di insetticida in un accampamento occupato da militari, gli indios sono sbarcati. Ho saputo allora che il mio vicino di amaca si chiama Ivar. La coppia lo ha salutato dalla spiaggia pigolando: – Ivar, Ivar, – mentre lui sorrideva con una dolcezza da pastore protestante. Scesa la notte, mentre eravamo distesi nelle nostre reti e, per evitare gli insetti, non avevamo acceso neppure la Coleman, gli ho chiesto in tedesco di dove fosse, e lui mi ha risposto che era di Pärnu, in Estonia. Abbiamo parlato sino a molto tardi. Ci siamo scambiati ricordi ed esperienze di luoghi che sono risultati essere familiari a entrambi. Come spesso succede, parlare la stessa lingua ci rivela all’improvviso che quanto avevamo immaginato di una persona è completamente sbagliato. Mi dà l’impressione che sia un uomo estremamente duro, cerebrale e freddo, e con un disprezzo assoluto per i suoi simili, disprezzo che dissimula con un comportamento formale la cui falsità è lui stesso il primo a rivelare. È notevole, l’uomo. Le sue opinioni e i suoi commenti sull’episodio erotico con la coppia di indios sono un vero trattato di gelido cinismo di chi si senta di ritorno, non già da ogni pudore o convenzione sociale, ma dalla piú essenziale e semplice tenerezza. Dice di viaggiare anche lui sino alla segheria. Quando l’ho chiamato stabilimento, si è lanciato in una confusa spiegazione sulla consistenza delle installazioni, e questo non ha fatto che aumentare il mio avvilimento e la mia incertezza. Chissà cosa mi aspetta in quel buco ai piedi della Cordigliera. Ivar. Piú tardi, già addormentato, mi sono reso conto del perché il nome mi era tanto familiare. Ivar, il mozzo che morí accoltellato a bordo della Morning Star, sacrificato da un nostromo che insisteva d’esser stato derubato del suo orologio quando insieme erano scesi a visitare un bordello a Pointe-à-Pitre. Ivar, che recitava intere strofe di Kleist, e la cui madre gli aveva confezionato un maglione di lana che lui usava con orgoglio nelle notti di freddo. Nel sogno mi accolse con il suo consueto sorriso caloroso e innocente e cercò di spiegarmi che non era l’altro, il mio vicino di amaca. Compresi subito la sua preoccupazione e lo assicurai che lo sapevo molto bene e che non era possibile fare confusione. Scrivo all’alba approfittando della relativa frescura di quest’ora. La lunga inchiesta sull’assassinio del Duca d’Orléans comincia ad annoiarmi. In questo clima restano attivi soltanto i piú elementari e sordidi appetiti e si fanno strada nel mare d’imbecillità che ci sta invadendo senza rimedio.
Ma se mi soffermo a considerare piú attentamente queste ricorrenti cadute, questi mancati appuntamenti che continuo a dare al destino con la stessa ripetuta goffaggine, mi rendo conto che, al mio fianco, è andata scorrendo un’altra vita. Una vita che è trascorsa al mio fianco senza che io lo sapessi. È lí, continua ad essere lí: è la somma di tutti i momenti in cui ho rifiutato quella svolta del cammino, in cui ho eliminato quell’altra possibile via d’uscita, e cosí si è andata formando la cieca corrente di un altro destino che avrebbe potuto essere il mio e che, in un certo modo, continua ad esserlo laggiú, su quell’altra sponda su cui non sono mai stato e che corre parallela al mio itinerario quotidiano. Mi è estranea e, ciononostante, attira a sé tutti i sogni, le fantasie, i progetti, le decisioni che fanno parte di me quanto questa inquietudine presente e che avrebbero potuto dare forma alla materia di una storia che ora trascorre nel limbo del contingente. Una storia uguale forse a questa che mi riguarda, ma ricca di tutto ciò che qui non è stato, ma che là continua ad essere, prendendo forma, scorrendo al mio fianco come un sangue spettrale che mi nomina, e, allo stesso tempo, non sa nulla di me. Voglio dire, una storia uguale, in quanto io ne sarei sempre stato il protagonista e l’avrei colorata della mia solita e ottusa inquietudine, ma completamente diversa nei suoi episodi e nei suoi personaggi. Penso anche che allo scoccare dell’ultima ora sarà quell’altra vita a scorrere davanti agli occhi con il dolore di qualcosa che si è perso e sprecato del tutto e non questa, quella reale e compiuta, la cui materia non credo meriti questo sguardo, quest’ultimo esame conciliatorio, perché non ne vale la pena, né voglio che sia questa la visione che consolerà il mio ultimo istante. O il primo? Questa è una domanda su cui meditare in un’altra occasione. L’enorme e scura farfalla che colpisce con le sue ali vellutate lo schermo di vetro della lampada comincia a paralizzare la mia attenzione e a mantenermi in uno stato di panico improvviso, insopportabile, eccessivo. Spero, inzuppato di sudore, che desista dal suo volteggiare attorno alla luce e che fugga verso la notte da dove è venuta e alla quale cosí profondamente appartiene. Ivar, senza accorgersi neppure della mia transitoria paralisi, abbassa il cappuccio della lampada e si abbandona al sonno respirando profondamente. Invidio la sua indifferenza. Avrà, in una qualche recondita parte del suo essere, una crepa dove sta in agguato un timore sconosciuto? Non credo. Per questo è da temere.
2 aprile.
Nuovamente bloccati sui banchi di sabbia che si sono formati in un istante mentre ci avvicinavamo alla riva per sistemare un’avaria. Ieri si sono imbarcati due soldati che vanno al posto di frontiera per curarsi dagli attacchi di malaria. Distesi sulle foglie di palma, tremano scossi dalla febbre. Le loro mani non abbandonano il fucile che con monotona regolarità batte contro il fondo metallico.
Stabilisco, cosciente della loro ingenua inutilità, alcune regole di vita. È uno dei miei esercizi preferiti. Mi fa sentire meglio e credo in questo modo di mettere in ordine qualcosa anche dentro di me. Vecchi retaggi del collegio dei gesuiti, che non servono a niente e non portano a niente, ma che possiedono questo carattere di benefica litania nella quale mi rifugio quando sento cedere le fondamenta. Vediamo.
Meditare sul tempo, cercare di sapere se il passato e il futuro hanno valore e se veramente...