Il Gange, questo famoso fiume celebrato dagli indiani antichi e moderni, le cui acque son reputate sacre da quei popoli, dopo d’aver solcato le nevose montagne dell’Himalaya e le ricche provincie del Sirinagar, di Delhi, di Odhe, di Bahare, di Bengala, a duecentoventi miglia dal mare dividesi in due bracci, formando un delta gigantesco, intricato, meraviglioso e forse unico.
La imponente massa delle acque si divide e suddivide in una moltitudine di fiumicelli, di canali e di canaletti che frastagliano in tutte le guise possibili l’immensa estensione di terre strette fra l’Hugly, il vero Gange, e il golfo del Bengala. Di qui una infinità d’isole, d’isolotti, di banchi, i quali, verso il mare, ricevono il nome di Sunderbunds1.
Nulla di piú desolante, di piú strano e di piú spaventevole che la vista di queste Sunderbunds. Non città, non villaggi, non capanne, non un rifugio qualsiasi; dal sud al nord, dall’est all’ovest, non scorgete che immense piantagioni di bambú spinosi, stretti gli uni contro gli altri, le cui alte cime ondeggiano ai soffi del vento, appestato dalle esalazioni insopportabili di migliaia e migliaia di corpi umani che imputridiscono nelle avvelenate acque dei canali.
È raro se scorgete un banian2 torreggiare al disopra di quelle gigantesche canne; ancor piú raro se v’accade di scorgere un gruppo di manghieri, di giacchieri o di nagassi sorgere fra i pantani, o se vi giunge all’olfatto il soave profumo del gelsomino, dello sciambaga o del mussenda3, che spuntano timidamente fra quel caos di vegetali.
Di giorno, un silenzio gigantesco, funebre, che incute terrore ai piú audaci, regna sovrano; di notte invece, è un frastuono orribile di urla, di ruggiti, di sibili e di fischi, che gela il sangue.
Dite al bengalese di porre piede nelle Sunderbunds ed egli si rifiuterà; promettetegli cento, duecento, cinquecento rupie, e mai smuoverete la incrollabile sua decisione. Dite al molango che vive nelle Sunderbunds, sfidando il cholera e la peste, le febbri e il veleno di quell’aria appestata, di entrare in quelle jungle e al pari del bengalese si rifiuterà. Il bengalese e il molango4 non hanno torto; inoltrarsi in quelle jungle, è andare incontro alla morte.
Infatti è là, fra quegli ammassi di spine e di bambú, fra quei pantani e quelle acque gialle, che si celano le tigri spiando il passaggio dei canotti e persino dei navigli, per scagliarsi sul ponte e strappare il barcaiuolo o il marinaio che ardisce mostrarsi; è là che nuotano e spiano la preda orridi e giganteschi coccodrilli, sempre avidi di carne umana; è là che vaga il formidabile rinoceronte a cui tutto fa ombra e lo irrita alla pazzia; ed è là che vivono e muoiono le numerose varietà dei serpenti indiani, fra i quali il rubdira mandali il cui morso fa sudar sangue e il pitone che stritola fra le sue spire un bue; ed è là infine che talvolta si cela il thug5 indiano, aspettando ansiosamente l’arrivo d’un uomo qualsiasi per strangolarlo e offrire la spenta vita alla sua terribile divinità!
Nondimeno la sera del 16 maggio del 18556, un fuoco gigantesco ardeva nelle Sunderbunds meridionali, e precisamente a un tre o quattrocento passi dalle tre bocche del Mangal7, fangoso fiume che staccasi dal Gange e che scaricasi nel golfo del Bengala.
Quel chiarore, che spiccava vivamente sul fondo oscuro del cielo, con effetto fantastico, illuminava una vasta e solida capanna di bambú, ai piedi della quale dormiva, avvolto in un gran dootèe di chites stampato8, un indiano d’atletica statura, le cui membra sviluppatissime e muscolose, dinotavano una forza non comune e un’agilità di quadrumane.
Era un bel tipo di bengalese, sui trent’anni, di tinta giallastra ed estremamente lucida, unta di recente con olio di cocco; aveva bei lineamenti, labbra piene senz’essere grosse e che lasciavano intravvedere un’ammirabile dentatura; naso ben tornito, fronte alta, screziata di linee di cenere, segno particolare dei settari di Siva. Tutto l’insieme esprimeva una energia rara e un coraggio straordinario, di cui mancano generalmente i suoi compatriotti.
Come si disse, dormiva, ma il suo sonno non era tranquillo. Grosse goccie di sudore irrigavano la sua fronte, che talvolta si aggrottava, si offuscava; il suo ampio petto sollevavasi impetuosamente, scomponendo il dootèe che l’avvolgeva; le sue mani piccole come quelle d’una donna, si chiudevano convulsivamente e correvano spesso alla testa, strappando il turbante e mettendo allo scoperto il cranio accuratamente rasato.
Delle parole tronche, delle frasi bizzarre, di quando in quando uscivano dalle sue labbra, pronunciate con un tono di voce dolce, appassionato.
– Eccola, – diceva egli sorridendo. – Il sole tramonta... scende dietro i bambú... il pavone tace, il marabú9 s’alza, lo sciacallo urla... Perché non si mostra?... Che ho fatto io? Non è questo il luogo?... Non è quello il mussenda dalle foglie sanguigne?... Vieni vieni, o dolce apparizione... soffro, sai, soffro e anelo l’istante di rivederti.
Ahi... Eccola, eccola.., i suoi azzurri occhi mi guardano, le sue labbra sorridono... oh! come è divino quel sorriso! Mia celeste visione, perché rimani muta dinanzi a me? Perché mi guardi cosí?... Non aver paura di me: sono Tremal-Naik10 il cacciatore di serpenti della jungla nera... Parla, parla, lascia che io oda la tua dolce voce...
Il sole tramonta, le tenebre calano come corvi sui bambú... non sparire, non sparire, non lo voglio, no! no! no! –
L’indiano emise un acutissimo grido e sulla sua faccia si dipinse una viva angoscia.
A quel grido, dalla capanna uscí, correndo, un secondo indiano. Era questi di statura assai piú bassa dell’addormentato e assai esile, con gambe e braccia che somigliavano a bastoni nodosi ricoperti di cuoio. Il tipo fierissimo, lo sguardo fosco, il corto languti che coprivagli i fianchi, le buccole che pendevano dai suoi orecchi, tutto insomma lo davano a conoscere a prima vista per un maharatto11, gente bellicosa dell’India occidentale.
– Povero padrone, – mormorò egli, guardando l’addormentato. – Chi sa qual terribile sogno turba il suo sonno. –
Riattizzò il fuoco, poi sedette accanto al padrone, agitando dolcemente un punka12 di bellissime penne di pavone.
– Quale mistero, – ripigliò l’addormentato con voce rotta. – Mi pare di vedere delle macchie di sangue!... Dolce visione fuggi di là... t’insanguinerai. Perché tutto quel rosso?... Perché tutti quei lacci13? Si vuole strangolare qualcuno adunque? Quale mistero?
– Cosa dice? – si domandò il maharatto, sorpreso. – Sangue, visioni, lacci?... Quale sogno! –
Ad un tratto l’addormentato si scosse; sbarrò gli occhi, scintillanti come due neri diamanti e s’alzò a sedere.
– No!... No!... – esclamò egli con voce rauca. – Non voglio!... –
Il maharatto lo guardò con occhi compassionevoli.
– Padrone, – mormorò egli. – Cos’hai? –
L’indiano parve che ritornasse in sé. Chiuse gli occhi, poi tornò a riaprirli, fissando in volto il maharatto.
– Ah! sei tu, Kammamuri! – esclamò.
– Sí, padrone.
– Cosa fai tu qui?
– Veglio su di te e scaccio le zanzare. –
Tremal-Naik aspirò fortemente l’aria fresca della notte, passandosi piú volte le mani sulla fronte.
– Dove sono Hurti e Aghur! – chiese, dopo qualche istante di silenzio.
– Nella jungla. Ieri sera hanno scoperto le traccie di una gran tigre e questa mane si sono recati a cacciarla.
– Ah! – fe’ sordamente Tremal-Naik.
La sua fronte si aggrottò e un profondo sospiro che pareva un ruggito soffocato, venne a morirgli sulle aride labbra.
– Cos’hai padrone? – chiese Kammamuri. – Tu stai male.
– Non è vero.
– Eppure dormendo ti lagnavi.
– Io?...
– Sí, padrone, tu parlavi di strane visioni. –
Un amaro sorriso sfiorò le labbra del cacciatore di serpenti.
– Soffro, Kammamuri, – diss’egli con rabbia. – Oh! ma soffro molto.
– Lo so, padrone.
– Come lo sai tu?
– Da quindici giorni io ti osservo e vedo sulla tua fronte delle profonde rughe, e sei malinconico, taciturno. Una volta tu non eri cosí triste.
– È vero, Kammamuri.
– Qual dolore può affliggere il mio padrone? Saresti forse stanco di vivere nella jungla?
– Non dirlo, Kammamuri. È qui, fra questi deserti di spine, fra queste paludi, sulla terra delle tigri e dei serpenti, che io son nato e cresciuto e qui, nella mia cara jungla, morirò.
– Allora?
– È una donna, una visione, un fantasma!
– Una donna! – esclamò Kammamuri sorpreso. – Una donna hai detto? –
Tremal-Naik crollò il capo in senso affermativo e si strinse fortemente la fronte fra le mani, come se volesse soffocare qualche tetro pensiero.
Per parecchi minuti fra loro due regnò un funebre silenzio, appena rotto dal gorgoglio della fiumana che rompevasi contro le rive e dai gemiti del vento che accarezzava l’immensa jungla.
– Ma dove hai veduto questa donna? – chiese alfine Kammamuri. – Dove mai, ché la jungla non ha che delle tigri per abitanti?
– L’ho veduta nella jungla, Kammamuri, – disse Tremal-Naik con voce cupa. – Era una sera, oh non la scorderò mai, quella sera, Kammamuri! Io cercava i serpenti sulle rive d’un ruscello, laggiú, proprio nel piú folto dei bambú, quando a ...