Ritratto dell'artista da cucciolo
eBook - ePub

Ritratto dell'artista da cucciolo

e altri racconti

  1. 304 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Informazioni su questo libro

«Per uno scrittore comico la società è sempre buffa, anche, o specialmente, nel suo letto di morte»: cosí, nel 1948, Dylan Thomas spiegava la propria concezione della letteratura comica, genere in cui lui stesso era diventato maestro grazie al Ritratto dell'artista da cucciolo. Secondo Thomas, nulla doveva impedire a uno scrittore di inventarsi un burlesco mondo fantastico, o di scovare l'aspetto burlesco del mondo reale. E il Ritratto non è che una gioiosa burla: manipolando memoria e linguaggio, Thomas strizza l'occhio al celebre Ritratto dell'artista da giovane di Joyce, e scrive un'autobiografia mitica e comica nella quale l'infanzia diventa una condizione magica, un'età in cui l'immaginazione reinventa il mondo. La stessa potenza comica e favolistica si ritrova negli altri lavori compresi in questo volume. Da I nemici a I limoni, fino a Gli inseguitori e a Una storia si susseguono storie che illuminano con grazia e umorismo, l'oscurità magica del mondo.

Domande frequenti

Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento.
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Perlego offre due piani: Essential e Complete
  • Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
  • Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Entrambi i piani sono disponibili con cicli di fatturazione mensili, semestrali o annuali.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 1.000 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Per maggiori informazioni, clicca qui.
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS o Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
Sì, puoi accedere a Ritratto dell'artista da cucciolo di Dylan Thomas, Floriana Bossi, Lucia Rodocanachi, Angelo Fauno, Floriana Bossi,Lucia Rodocanachi,Angelo Fauno in formato PDF e/o ePub. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.

Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2015
Print ISBN
9788806196998
eBook ISBN
9788858418475

Ritratto dell’artista da cucciolo

Le pesche

Il carretto color erba, su cui stava scritto in caratteri malsicuri «J. Jones, Gorsehill», si fermò sull’acciottolato del vicolo tra la Zampa di lepre e la Goccia d’ambrosia. Era una serata d’aprile inoltrata. Lo zio Jim col vestito nero dei giorni di mercato, gli stivali che cricchiavano, la camicia bianca inamidata senza solino e un berretto a quadri, scese con uno scricchiolio di tutte le giunture. Da un mucchio di paglia nell’angolo del carretto tirò fuori un capace cesto di vimini e se lo caricò in spalla. Udii un grugnito lamentoso e vidi uscire dal paniere la cima a cavatappi di un codino roseo, mentre lo zio Jim apriva la porta d’ingresso della Goccia d’ambrosia.
– Sto due minuti soltanto, – mi disse. Il locale era pieno di gente. Due donne grasse in vestiti chiassosi sedevano accanto alla porta, una aveva sulle ginocchia un fanciullino scuro; quando scorsero lo zio Jim si avvicinarono l’una all’altra sulla panca, dandosi colpetti di gomito.
– Esco subito, – mi disse ferocemente, quasi lo avessi contraddetto, – tu mi aspetti qui da bravo.
La donna senza bambino sollevò le mani. – Oh, Mr Jones, – disse con voce acuta e ilare. Tremolava come una gelatina.
Poi la porta fu richiusa e le voci giunsero smorzate.
Io restai solo, seduto sul timone del carretto nell’angusto passaggio, a spiare da una finestra laterale della Zampa di lepre. Una tenda tutta macchie era calata giú a metà. Potevo vedere parte di una camera appartata e piena di fumo dove quattro uomini giocavano a carte. Uno di essi era gigantesco e scuro di pelle, con baffoni diritti e un ricciolo lezioso sulla fronte; gli stava a fianco un vecchio calvo, pallido e magro, dalle gote scavate; i volti degli altri due giocatori erano in ombra. Bevevano tutti da boccali di terra bruna senza scambiare parola, mettevano le carte in tavola sbattendole forte, strofinavano i fiammiferi sulla scatola, succhiavano le pipe, trangugiavano con aria infelice, scuotevano il campanello di ottone, ordinando a segni altra birra a una donna inacidita in blusetta a fiorami e berretto da uomo.
L’oscurità scese troppo bruscamente sul vicolo, i muri si strinsero l’uno all’altro e i tetti si accucciarono. E a me, che stavo a occhi sbarrati nel vicolo scuro di quella città sconosciuta, l’omaccione nero parve un gigante in gabbia circondato da nubi, e il vecchietto calvo si raggrinzí in una gobba nera con un cocuzzolo bianco, due mani bianche guizzarono dall’angolo reggendo carte invisibili. Un uomo con gli stivali molleggiati e un pugnale a doppio taglio poteva balzarmi addosso da Union Street.
– Zio Jim, zio Jim! – chiamai a voce bassa, perché l’uomo non mi potesse sentire.
Presi a fischiettare tra i denti, ma quando smisi mi parve che lo zufolio seguitasse alle mie spalle. Scesi dalla stanga del carretto e mi accostai alla finestra semicieca; una mano alzò il telaio della finestra fino al cordone della tenda e l’abbassò lentamente. Nel piccolo spazio ingombro che stava tra me in piedi sull’acciottolato e i giocatori seduti al tavolo, non avrei saputo dire da che parte fosse quella mano. Un quadrato di tela sporca mi isolava nella notte. Allora, un’avventura già sognata nell’isolotto caldo e sicuro del mio letto, mentre la sonnolenta Swansea di mezzanotte circolava e fluiva intorno alla mia casa, rotolò fino a me sul selciato sospinta dal vento. Ricordavo il demone della storia che, con ali e artigli, mi si aggrappava ai capelli come un pipistrello mentre, combattendo, percorrevo in lungo e in largo il Galles, alla conquista di una fanciulla di stirpe regale, alta, pensosa, bionda, educanda nel convento di Swansea. Cercai di ricordarmene il vero nome, le lunghe gambe modeste nelle calze nere, le risatine acute e i bigodini di carta nei capelli, ma le ali uncinate mi sbattevano addosso e il colore dei suoi capelli e degli occhi svaní come il verde erba del carretto, tramutato in un’alta montagna grigia e cupa tra i muri del vicolo.
E nel frattempo, la vecchia, grassa, paziente cavalla senza nome era rimasta immobile senza scalpitare una sola volta sul selciato o scuotere le redini. Le dissi che era una brava bestia e mi alzai in punta di piedi per accarezzarle il muso, quando la porta della Goccia d’ambrosia si spalancò all’improvviso e la luce calda delle lampade del bar mi abbagliò e bruciò la mia storia. Non ero piú spaventato ora, solo irritato e affamato. Le due grassone accanto alla porta dissero in falsetto: – Buona notte, Mr Jones, – ridacchiando tra i rumori cordiali e gli odori accoglienti. Il bambino ora dormiva, raggomitolato sotto la panca. Lo zio Jim baciò sulla bocca le due donne.
– Buona notte.
– Buona notte.
– Buona notte.
Poi il vicolo ricadde nell’oscurità.
Lo zio fece indietreggiare la cavalla verso Union Street, pilotandola appoggiato al suo fianco, maledicendone la flemma e accarezzandone il muso, finché tutti e due ci arrampicammo sul carretto.
– Ci sono in giro troppi zingari ubriachi, – disse, mentre correvamo fragorosamente tra l’ammiccare dei fanali cittadini.
Per tutta la strada alla volta di Gorsehill, lo zio cantò inni con la sua cordiale voce di basso, dirigendo il vento con la frusta. Non toccò le briglie. Giunti sulla strada di campagna, tra siepi irte di ramoscelli che frustavano e imbrigliavano la cavalla e che ci portavano via i berretti, lo zio fermò la cavalla con un «leee» sussurrato, accese la pipa, e la luce infiammò l’oscurità rivelando il suo lungo viso rosso di volpe avvinazzata, coi favoriti ispidi e il naso umido ed estremamente sensibile. In un campo oltre la strada, su una collinetta, spiccava una casa bianca, con una sola finestra illuminata al primo piano.
Lo zio bisbigliò alla cavalla: – Calma, calma, bella mia, – benché la cavalla fosse tranquillissima, e senza voltarsi, ad alta voce mi disse: – Qui ci abitava un boia.
Diede un colpo di tacco sulla stanga e riprendemmo rumorosamente la corsa contro il vento tagliente. Lo zio rabbrividí e calò il berretto a riparo delle orecchie, ma la cavalla trottava come una statua rozza e greve e tutti i demoni delle mie storie, sia che in gruppo le ghignassero davanti agli occhi o che le trottassero al fianco, non riuscivano a farle affrettare il passo o a farle scuotere il muso.
– Come vorrei che avesse impiccato Mrs Jesus, – disse lo zio.
Tra un inno e l’altro malediceva la cavalla in dialetto gallese. Ci lasciammo alle spalle la casa bianca, e la luce e la collina furono inghiottite dall’oscurità.
– Adesso è disabitata, – disse lo zio.
Entrammo nel cortile della fattoria di Gorsehill, sui ciottoli sonori, e risucchiato dalle scuderie deserte e nere il suono echeggiò con un rimbombo cavo e noi ci trovammo a procedere nel cavo dell’oscurità, la cavalla era una bestia cava e nulla viveva nel cavo della casa in fondo al cortile, tranne due facce, rape scavate, in punta a due bastoni.
– Tu vai di corsa da Annie, – disse lo zio. – Troverai patate e brodo caldo.
Condusse alla stalla la statua cava e greve. Sentii il clop clop degli zoccoli che si avvicinava alla topaia e, mentre correvo alla porta della fattoria, lo stridere dei chiavistelli.
La facciata della casa era il solo lato di una conchiglia nera e la porta ad arco un orecchio in ascolto. L’apersi ed entrai nel corridoio a riparo del vento. Come se avessi attraversato una grande conchiglia ritta su una spiaggia senza mare, mi parve di penetrare nel cavo della notte e nel vento. Poi si spalancò una porta in fondo al corridoio: vidi i piatti sui ripiani della credenza, i sorridenti cani di porcellana, la lampada accesa sulla lunga tavola coperta d’incerato, il versetto «Preparati a incontrare il tuo Signore» ricamato ad ago sopra il camino, il vecchio orologio a piede, la panchetta di legno dipinto, e corsi in cucina, e tra le braccia di Annie.
E allora ci fu il benvenuto. L’orologio suonò la mezzanotte, mentre lei mi baciava, e tra quei rintocchi e lo splendore del fuoco io mi sentivo come un principe che esce dal suo travestimento. Un momento prima ero ancora piccino e infreddolito, e camminavo furtivamente, pieno di paura, lungo il corridoio buio, irrigidito nel vestito della festa, tra i brontolii della pancia vuota e il cuore che dava gran colpi, tormentando tra le mani il berretto da scolaro; straniero anche a me stesso, ero un cantastorie dal naso camuso, smarrito nelle proprie avventure e desideroso solo di essere a casa; ed eccomi diventato un nipote di stirpe regale, in eleganti abiti cittadini, abbracciato e acclamato, installato beatamente al centro delle mie storie, ascoltando l’orologio che annunciava il mio arrivo. Annie mi fece sedere subito sulla panchetta laterale del camino ampio come una caverna e mi tolse le scarpe. Le lampade sfolgoranti e i gong festivi splendevano e risuonavano in mio onore.
Annie, preparato che m’ebbe un pediluvio senapato e fatto del tè ben carico, mi diede da infilare un paio di calzettoni di lana di mio cugino Gwilym e una vecchia giubba dello zio che sapeva di coniglio e di tabacco. Si dava un gran daffare, chiocciando e muovendo a scatti la testa, e mentre affettava e imburrava il pane, mi raccontò che il cugino Gwilym seguitava a studiare da prete e che zia Rach Morgan, che aveva novant’anni, si era ferita al ventre cadendo su una falce.
Poi entrò lo zio Jim: con quel viso rosso, il naso umido e le mani villose pareva il diavolo. Camminava pesante. Urtò contro la credenza, i piatti commemorativi dell’incoronazione traballarono, e un gatto magro guizzò, cacciato a pedate, dal sedile d’angolo. Lo zio pareva grande il doppio di Annie. Avrebbe potuto portarla in giro nascosta sotto la giacca e tirarla fuori di sorpresa, quella donnetta scura di pelle, sdentata e ingobbita, dalla voce stridula e cantilenante.
– Non avresti dovuto portarlo in giro fino a quest’ora, – disse irosa e intimidita.
Lo zio si sedette sulla sua seggiola particolare che sembrava il trono a pezzi di un bardo in fallimento e, accesa la pipa, allungò le gambe e soffiò nubi di fumo verso il soffitto.
– Con questo freddo poteva pigliarsi un bel malanno.
Parlava a lui che non l’ascoltava, impassibile, avvolto in nuvole di fumo. Il gatto ritornò furtivo. Io, finita la cena, sedevo a tavola, e frugando nelle tasche della giubba vi trovai una bottiglietta vuota e un palloncino bianco.
– Ora te ne vai a letto da bravo bambino, – bisbigliò Annie.
– Mi lasci andare a vedere i porci?
– Ci andrai domattina, caro.
Quindi diedi la buona notte a zio Jim che voltandosi mi sorrise, strizzandomi l’occhio tra il fumo e, baciata Annie, accesi la candela.
– Buona notte.
– Buona notte.
– Buona notte.
Salii di sopra, ogni scalino aveva una voce diversa. La casa sapeva di legno marcio, di umidità e di bestie. Mi parve di aver trascorso tutta la vita a salir scale buie e attraversare lunghi corridoi umidi. Sul pianerottolo, tutto spifferi, mi fermai dinanzi alla porta di Gwilym.
– Buona notte.
Nella mia stanza, alla luce bassa di una lampada, la fiamma della candela sobbalzò, le tende ondeggiarono, l’acqua di un bicchiere, che era sulla tavola rotonda accanto al letto, si turbò e lambí il vetro, mi parve, quando chiusi la porta. Un ruscello correva sotto le finestre e fintanto che non presi sonno mi parve che, tutta la notte, lambisse la casa.
– Mi lasci andare a vedere i porci? – chiesi il mattino dopo a Gwilym. Era svanito il vuoto pauroso della casa e correndo giú per le scale per la colazione, sentii il dolce odore dei boschi, della fresca erba primaverile e del placido disordinato cortile della fattoria, con la stalla in rovina color bianco sporco, e le scuderie vuote e spalancate.
Gwilym era un giovanotto sui vent’anni, alto e magro come un bastone, e con un viso triangolare come una zappa. Sarebbe andato benissimo per zappettare in giardino. Aveva la voce profonda che, quand’era eccitato, si faceva stridula, come spaccata in due, e cantava tra sé, basso e acuto, sempre sulla stessa malinconica aria liturgica e componeva cantici nel granaio. Mi raccontava storie in cui fanciulle morivano d’amore. «Attaccò allora una corda all’albero, ma era troppo corta, – raccontava, – s’infilò un temperino in petto, ma non era arrotato». Stavamo quel giorno seduti accanto, sui mucchi di paglia, nella penombra della stalla dalle finestre chiuse. Nel raccontare egli si contorceva, chinandosi su di me col pollice alzato, e la paglia scricchiolava.
– Saltò nel fiume ghiacciato, – mi disse appoggiando la bocca al mio orecchio, – col culo in avanti, ed eccola morta, – squittí come un pipistrello.
I porcili erano in fondo al cortile. Ci incamminammo: Gwilym vestito di neri panni ecclesiastici, benché fosse giorno di settimana, e io di sargia, ma con il fondo dei calzoni rattoppato. Incontrammo tre galline che razzolavano tra i ciottoli infangati e un cane collie che dormiva tenendo aperto l’unico occhio. Le rimesse cadenti avevano i tetti marci che andavano in pezzi, squarci nei muri, imposte rotte e intonaco scrostato. Viti arrugginite uscivano dalle assi traballanti e incurvate; il...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Ritratto dell'artista da cucciolo
  3. Nota introduttiva di Alfredo Giuliani
  4. Cronologia della vita e delle opere
  5. Bibliografia essenziale
  6. Ritratto dell’artista da cucciolo
  7. Altri racconti
  8. Il libro
  9. L’autore
  10. Dello stesso autore
  11. Copyright