Iniziò il 1990, e si arrivò alla metà di febbraio.
Chibi veniva anche durante il giorno, ma di notte era sempre da noi, senza dubbio perché nella famiglia del padroncino dormivano tutti. Per mia moglie, andare in giardino ad accogliere Chibi era diventata una gioia cui non rinunciava neanche se era molto impegnata o faceva freddo.
La gattina si arrampicava volentieri su un piccolo pino al centro del giardino. Se le lanciava una pallina da ping-pong all’altezza degli occhi, velocissima la schiacciava come un’attaccante di pallavolo. Potevano ripetere questo gioco all’infinito: sembrava non venisse mai a noia a nessuna delle due.
Seguendo Chibi dovunque avesse voglia di andare nella proprietà immersa nel buio della sera, a mia moglie capitava di entrare nella casa principale. Quasi completamente svuotato dei mobili, l’interno era enorme e buio.
Nel salotto dei tatami, al lato del tokonoma era stato ricavato un angolo studio sul davanzale di uno shōji, secondo i dettami dell’architettura tradizionale. Volgendo le spalle alla tenue luce lunare che filtrava dallo shōji, mia moglie faceva rotolare una pallina da ping-pong verso Chibi, sdraiata a pancia in giú sul davanzale-scrivania, e lei la rimandava indietro con delicatezza. Il gioco sembrava non avere fine.
A parte la lampada per l’illuminazione notturna all’ingresso, lasciata accesa per tenere lontani i ladri, e la luce proveniente dalla dépendance, solo il chiarore della luna permetteva di distinguere appena il profilo delle cose. Nell’oscurità della villa, la pallina bianca rimbalzava con un rumore secco. E anche il piccolo essere che la inseguiva, investito dei raggi della luna, somigliava a una pallina bianca.
Di giorno il discorso cambiava: con dei petali di susino attaccati sulla schiena, Chibi inseguiva gli insetti o annusava una lucertola, continuando a divertirsi nel giardino dove la forza creativa della natura e il disordine iniziavano a prendere il sopravvento.
Quando saliva all’improvviso su un albero, sembrava trasformarsi in un fulmine: solo che in genere i fulmini corrono dall’alto verso il basso, mentre questo fulmine particolare correva anche dal basso verso l’alto. Sul suo quaderno, mia moglie aveva raccontato di Chibi che saliva sull’albero di cachi con il movimento di una saetta: «come la punta di un fulmine», aveva scritto, o anche, con un’altra espressione, «come se aiutasse a generare il tuono». Era quella la sensazione che dava.
Mi ricordai che negli Annali del Giappone si legge questa descrizione del dio della caccia:
«Ecco un nobile ospite, sotto l’albero presso il pozzo davanti al cancello. Non ha un aspetto comune. Se è disceso dal cielo, deve avere un volto di cielo, se è salito dalla terra, deve avere un volto di terra. È davvero bellissimo. Sarà colui che chiamano principe celeste?»
Si arrampicava fino in cima all’albero di cachi, e da lí spiava con attenzione tutti i mutamenti del vento, per essere pronta a cambiare posizione a ogni istante: la sua sagoma, lontana dal cielo e dalla terra, si sporgeva verso spazi ignoti.
Ho sentito dire che i gatti si fidano solo dei loro padroni ed è per questo che mostrano solo ai padroni il loro lato piú carino. Quindi a noi che ci crogiolavamo nell’illusione di avere un gatto, senza esserne di fatto i proprietari, probabilmente Chibi non mostrava il suo aspetto piú vezzoso.
D’altra parte, per lo stesso motivo ci rivelava, al contrario, il suo aspetto naturale, puro, senza cercare di accattivarsi la nostra simpatia: un aspetto che i suoi padroni a loro volta non conoscevano. Immaginai che poteva forse essere quella, a volerla risolvere in modo semplice, l’origine della sensazione di mistero che Chibi ci trasmetteva. La sua straordinaria figura mi ricordava un «cattura fulmini».
Cattura fulmini è il titolo di una serie di leggendarie litografie a colori ed encausti di un pittore1 che iniziò la sua carriera dall’acquaforte. In passato mi era capitato di essere invitato a una sua retrospettiva limitata alle incisioni, organizzata in un museo di Ōsaka e di partecipare, in occasione dell’apertura, a una tavola rotonda con l’artista.
Volendo spiegare che cosa rappresenti il «cattura fulmini» nella sua opera, potrei dire che si tratta di un atto creativo che pare scaturire con impeto dall’abisso dei lunghi anni che ha dedicato a ricerche sul colore. Spiegherei i suoi Cattura fulmini come l’atto di afferrare nella sua interezza il luogo stesso in cui ciò che chiamiamo colore nasce dalla materia e dall’atmosfera e poi vive di vita propria, nella trasformazione continua che porta con sé l’immagine.
Facilmente ci figuriamo il pittore come colui che trae dalla natura colore e immagine, se ne impossessa e tenta di fissarli sulla tela, ma questo artista tenta invece di inoltrarsi nella natura per afferrare, nel loro scorrere, colori e immagini che non saranno mai fissati e non potrebbero esistere se non insieme al movimento di materia e atmosfera. In questo senso appartiene, azzarderei, alla stirpe di Leonardo.
Mi ricordai di una sciocchezza accaduta durante la tavola rotonda. Il titolo poteva essere interpretato in due maniere. Il pittore si limitò a ridere e non espresse un parere, ma io e l’altro partecipante, un critico, avevamo opinioni opposte. Secondo me il titolo poteva indicare semplicemente l’atto di catturare i fulmini, ma anche l’atto di catturare qualcosa con un movimento veloce come il fulmine.
Le tecniche con cui erano state realizzate le opere erano due. L’encausto consisteva nell’utilizzo di inchiostri in cui il veicolo è costituito da cera d’api. Il pittore ha compiuto l’operazione «cattura fulmini» in monocromia, utilizzando volutamente quei prodotti densi, che si asciugano con estrema rapidità, con il risultato di essere forzato a imprigionare l’immagine in un istante.
Nel caso invece dei Cattura fulmini eseguiti con l’altra tecnica, la litografia, i colori appaiono con un movimento ondeggiante, nel passaggio di dimensione dall’incisione in pietra alla stampa. Proprio l’ondeggiamento nel passaggio da una dimensione all’altra è la preda da catturare.
A questo punto, mi viene spontaneo forzare un po’ il ragionamento a favore della mia teoria e dire che nella prima tecnica si cattura qualcosa con la velocità del fulmine, mentre nella seconda bisogna afferrare i colori che appaiono all’improvviso come fulmini.
E continuando a seguire questa mia interpretazione, ho idea che il «cattura fulmini» di Chibi realizzava allo stesso tempo entrambe le versioni: con movimenti rapidi come fulmini, la gattina tentava di afferrare i fulmini.
In seguito, osservando un catalogo in cui erano ordinate le due serie di opere, trovai che accanto a quel titolo, per tutte uguale, era stato aggiunto, probabilmente per mano dello stesso pittore, il titolo inglese. Ne rimasi stupito: era Catcher of lightning, cioè «colui che cattura il fulmine», riferito quindi al soggetto dell’azione. Considerai che in quel caso, allora, la lettura cambiava ancora. Pensai, infatti, che se ci si riferiva all’atto in sé di catturare fulmini, mi sarebbe venuto spontaneo modificare l’accento dell’espressione giapponese. A quel punto ebbi l’impressione che, per quel che riguardava le questioni fonologiche, le mie orecchie fossero piccole, appuntite e si muovessero come fronde al vento verso direzioni ignote, simili a quelle di Chibi.
Il vecchio proprietario, dedicandosi spesso a lavori in giardino, utilizzava una rozza baracca di legno chiusa da una rete metallica, eretta in un angolo a sud-est, come deposito per gli utensili da giardinaggio e gli attrezzi per la manutenzione, tipo la scaletta e la retina per pulire il lago. Aveva compiuto studi di metallurgia nella facoltà di Ingegneria della ex Università imperiale e, nei cassetti di un vecchio scrittoio riposto in quel capanno, aveva lasciato attrezzi da disegno e strumenti di misurazione e rilevamento utilizzati nelle indagini sui metalli e nelle ricerche geologiche.
La parte in cui le assi di legno si appoggiavano sulle travi sotto il tetto del capanno era un altro dei posti preferiti di Chibi. Nei suoi momenti di riposo dall’impegno di «cattura fulmini», con le zampe anteriori incrociate al petto, guardava fuori da un angolo della capanna, venendosi a trovare proprio dirimpetto alla mia scrivania.
Un pomeriggio stavo lavorando alla scrivania di fronte al vetro della finestra, quando sentii la voce di mia moglie in giardino: era piena di tristezza. Per via dello steccato che ci divideva dal giardino grande, potevo vedere solo Chibi. Evidentemente mia moglie stava in piedi guardandola dal basso, mentre lei sporgeva il muso tra una trave e l’altra del tetto del capanno. Le parlava della prossima separazione.
– Capisci? No? Non capisci?…
Chibi era come al solito: aveva la consueta espressione di chi nutre interesse per gli astri, gli animali e le piante, ma non si cura del mondo umano. Sembrava porgere le orecchie appuntite semplicemente al flusso che filtrava attraverso fessure che, da dov’ero, non riuscivo a vedere.
Venne marzo.
Era un sabato sera illuminato da una luna quasi piena. Io e mia moglie stavamo lasciando il vicolo fulmine in direzione est, affrettandoci per raggiungere la sala di esposizioni di Jiyūgaoka dove si teneva una personale del pittore dei Cattura fulmini. Con la metropolitana avremmo dovuto passare per il centro città, impiegandoci anche un’ora, ma in bicicletta, prendendo la via piú breve, saremmo dovuti arrivare in trenta minuti.
Uscimmo dalla porticina portando a mano le biciclette e, spingendole, girammo l’angolo del fulmine. Fu in quel momento che vedemmo Chibi infilarsi rapida con un salto nel buco di un pezzo di rete messo a chiusura degli interstizi nello steccato di confine con la casa vicina. Appena atterrata ci volse le spalle imboccando il sentiero tra le erbe incolte, per girare l’angolo del muro esterno della dépendance in direzione sud. Da lí probabilmente era salita sul portico, era passata attraverso il suo ingresso esclusivo ricavato nella finestrella per la polvere, ed era entrata nella stanza col pavimento di legno.
Non l’avevamo mai vista passare il confine da quella prospettiva laterale. Era anche la prima volta che vedevamo la sua figura da dietro andare verso casa nostra.
Io e mia moglie ci scambiammo uno sguardo: era cosí che scappava sempre per venire da noi, allora! Ci balenò l’idea di tornare a casa, ma fu cancellata dal pensiero che dovevamo andare.
Alla galleria si teneva il vernissage, con la partecipazione del pittore. Visto che avevo scritto una parte del catalogo, ebbi anche in regalo da lui una piccola stampa originale. Però, per qualche motivo, non mi sentivo tranquillo.
Finita la festa, prendemmo un caffè con un designer e un redattore che conoscevamo. Spiegammo loro che dovevamo traslocare e raccontammo che un gatto veniva a farci visita, che riponevamo le nostre speranze nella lotteria, perfino che se anche avessimo vinto, il prezzo della terra era tre volte il premio e che ci chiedevamo se, eventualmente, non ce ne avrebbero venduto solo una parte: le nostre parole fluivano come se fosse crollata una diga.
Alle nove e mezza uscimmo dal caffè e ci separammo. Ci rimettemmo in bici uno dietro l’altra e mezz’ora dopo rientrammo a casa passando per l’accesso secondario del vicolo fulmine, da est.
Anche se lievi, trovammo tracce della visita di Chibi durante la nostra assenza. Il cibo per gatti che avevamo lasciato nello scatolone era un po’ diminuito. Mia moglie si dispiacque di non averle lasciato il sauro, e si mise ad arrostirgliene uno. Ma quella sera Chibi non venne.
Anche il giorno dopo, domenica, non venne.
– Sarà andata dalla zia a Ōiso, – fece mia moglie.
– Sarà partita nel suo cesto, – dissi. Era quello che avevamo immaginato quando, l’estate precedente, Chibi era stata assente per alcuni giorni.
– Si sarà messa un cappello di paglia in testa, eh? In fondo si tratta di un fine settimana in campagna, no?
Il lunedí seguente fu un giorno di forte tempesta. Solo verso mezzogiorno il cielo azzurro fece capolino tra le nuvole nere, ma alla fine il tempo volse al bello e il cinguettio degli usignoli riecheggiò in giardino e in tutta la zona circostante. Dalla casa dei vicini si sentiva suonare una batteria. Suonò piuttosto a lungo, con violenza. Mi dissi che forse allora non erano andati tutti via. Anche quel giorno, Chibi non venne.
– Tintin non viene, eh?
Cercava di evitare di dirlo, ma quelle parole sfuggivano di bocca a mia moglie sempre piú spesso. Come se avesse delle difficoltà a sentire la frequenza del suono della campanella, veniva in continuazione a domandarmi se non ne percepissi una lontana eco.
Buttò il sauro che era lí ormai da troppo tempo, e ne preparò un altro.
Quando non ne potevamo piú, per combinazione mi arrivò un invito da un amico a raggiungerlo con mia moglie in un bar di Shinjuku. Bevemmo fino al mattino. Piú tardi fossimo tornati a casa, maggiori erano le possibilità che chi doveva venire fosse venuto, e chi desiderava che venisse poteva sfuggire, almeno per un po’, alla sofferenza dell’attesa delusa: fu terribile.
Rientrammo insieme la mattina presto. Non trovammo traccia di una visita, e anche quando fummo svegliati dopo circa tre ore dal recapito di un pacco, constatammo che non era venuta.
Sentivamo ognuno il respiro dell’altro. Arrivata la sera, in casa sembrava che un invisibile fiume avesse raggiunto il livello di guardia.
Perché mia moglie non se ne accorgesse, andai nella casa principale e usai il vecchio telefono nero della padrona di casa. Cercai il numero dei vicini sull’elenco e lo composi. Subito la voce allegra del bambino, rispondendo alla mia domanda, disse che era solo. Senza mezzi termini chiesi della gatta.
– È morta, – rispose.
Chiesi quando, e lui, con vivacità, disse: – Domenica.
Chiesi come mai, e lui: – Non lo so.
Chissà se non sapeva la causa della morte, o se non sapeva cosa vuol dire morire. Disse solo quello, con voce allegra.
Chiusi con furore tutte le imposte della casa prin...