Mercoledí sera, 24 marzo 1943
Mamma, papà, Margot e io eravamo ieri tranquillamente seduti l’uno accanto all’altro, quando entrò Peter che sussurrò qualcosa nell’orecchio a papà. Sentii vagamente «un barile rovesciato nel magazzino» e «qualcuno sta frugacchiando alla porta». Anche Margot aveva inteso cosí, ma cercò di calmarmi, perché io naturalmente ero pallidissima e molto nervosa, quando papà, subito dopo, uscí dalla porta con Peter.
Noi tre stemmo ad aspettare. Due minuti dopo venne su la signora, che era stata sotto nell’ufficio privato a sentir la radio. Raccontò che Pim le aveva ingiunto di chiudere la radio e di tornarsene su piano piano. Ma, come succede, proprio quando si vuol far piano i gradini di una vecchia scala scricchiolano ancora di piú. Altri cinque minuti dopo tornarono Peter e Pim anche loro pallidissimi, e ci raccontarono le loro avventure.
Si erano fermati in fondo alla scaletta ad aspettare, dapprima senza risultato. Ma a un tratto udirono due forti colpi, come se in casa fossero state chiuse due porte. Pim con un salto fu sopra. Peter avvisò ancora Pfeffer, che con molta circospezione e molto rumore arrivò sopra anche lui. Poi, a piedi scalzi, salimmo al piano superiore dai Van Pels. Lui era a letto molto raffreddato; ci avvicinammo alla sponda del letto e gli mormorammo i nostri sospetti.
Ogni volta che Van Pels tossiva, sua moglie e io credevamo di cadere in convulsioni dalla paura. Finalmente qualcuno di noi ebbe l’idea luminosa di dargli della codeina, e la tosse cessò immediatamente.
Aspetta e aspetta, non sentivamo piú niente, e allora supponemmo che i ladri, avendo udito dei passi in una casa cosí tranquilla, se la fossero data a gambe. Disgraziatamente la radio, là sotto, era ancora fissa sull’Inghilterra, e le sedie stavano ben disposte in circolo tutt’attorno. Siccome la porta doveva esser stata forzata, ed era possibile che quelli del servizio antiaereo se ne fossero accorti e avessero avvisato la polizia, l’incidente avrebbe potuto avere conseguenze assai serie. Perciò il signor van Pels si alzò, si mise il mantello e con grande prudenza andò dietro a papà giú per la scala, seguito da Peter, che per maggior sicurezza si era armato di un pesante martello. Noialtre donne aspettammo di sopra preoccupatissime, finché, dopo cinque minuti, gli uomini ritornarono e ci assicurarono che in casa tutto era tranquillo.
Stabilimmo di tener chiusi i rubinetti dell’acqua e di non tirar l’acqua al gabinetto. Ma siccome l’agitazione si era ripercossa sulle viscere di quasi tutti gli inquilini, ti puoi immaginare quanto fosse pura l’aria, dopo che tutti, uno dopo l’altro, avemmo depositato il nostro messaggio.
In casi come questo, succedono sempre tante altre cose insieme. Primo: la campana del Westertoren, che su di me aveva sempre avuto un effetto calmante, non suonava piú. Secondo: la sera precedente il signor Voskuijl era uscito piú presto del solito, e cosí non sapevamo con certezza se Bep aveva ancora potuto prendere la chiave e se aveva dimenticato di chiudere la porta.
Erano quasi le undici di sera e noi eravamo sempre nell’incertezza, sebbene ci fossimo messi un po’ tranquilli perché dalle otto circa, quando il ladro aveva reso malsicura la nostra casa, non avevamo piú udito nulla. Pensandoci bene, ci pareva inoltre assai improbabile che un ladro avesse scassinato una porta nelle prime ore della sera, quando poteva ancora passar gente per la strada. A uno di noi venne anche l’idea che il magazziniere dei nostri vicini potesse essersi fermato sul lavoro piú del solito: quando si è agitati e i muri sono sottili ci si può infatti sbagliare nell’interpretare i rumori, e anche l’immaginazione ha una grande importanza in quei brutti momenti.
Cosí andammo a letto, ma non tutti potemmo prender sonno. Papà, mamma e Pfeffer rimasero svegli e io posso dire, con un tantino di esagerazione, di non aver chiuso occhio. Questa mattina gli uomini sono scesi sotto e hanno tirato la porta di strada per vedere se era ben chiusa, ma tutto era in ordine.
I fatti che ci avevano tanto terrorizzati furono raccontati al personale d’ufficio con grande ricchezza di particolari. Tutti ci scherzarono su, ma è facile ridere a cose finite. Soltanto Bep ci ha preso sul serio.
N.B. La mattina seguente il gabinetto era molto intasato e papà ha dovuto ripescare dal vaso con un lungo pezzo di legno tutte le ricette di fragole (la nostra attuale carta igienica) e alcuni chili di cacca. Il bastone è stato poi bruciato.
Martedí 8 dicembre 1942
Oggi si è svolta la piú bella scenetta a cui io abbia mai assistito; la mamma stava stirando e la signora van Pels si sarebbe sottoposta a una cura dentistica. Si mise a sedere su di una sedia in mezzo alla stanza. Pfeffer cominciò con grande sussiego ad aprire la sua cassetta, chiese dell’acqua di colonia per disinfettante e della vaselina in luogo di cera.
Guardò nella bocca della signora, le toccò qualche dente, facendola ogni volta sussultare come se morisse dal dolore ed emettere suoni inarticolati. Dopo una lunga ricerca (almeno per la signora, perché non durò piú di due minuti), Pfeffer cominciò a raschiare un buchino. Ma… neppur da pensarci. La signora prese a dibattersi violentemente con le braccia e le gambe, finché a un certo momento Pfeffer mollò il raschietto che rimase infisso nel dente.
Allora cominciò lo spettacolo! La signora si dibatteva, urlava (per quanto si può urlare con uno strumento di quel genere in bocca), cercava di togliersi il raschietto, e invece lo ficcava sempre piú giú. Pfeffer, calmissimo, guardava la scena con le mani sui fianchi. Gli altri spettatori ridevano smodatamente. Molto villani; perché io, certamente, avrei strillato ancora piú forte.
A forza di tirare, dar calci, strillare e chiamare, la signora riuscí finalmente a togliere il raschietto e il signor Pfeffer continuò il suo lavoro come se nulla fosse avvenuto. Fu cosí svelto che la signora non ebbe tempo di ricominciare; però in vita sua non era mai stato tanto bene aiutato. Due assistenti non son pochi, e il signor van Pels e io funzionammo bene. Sembrava un quadretto medievale con la scritta: «Ciarlatano al lavoro».
Intanto la paziente perdeva la pazienza; aveva da badare alla «sua» minestra e al «suo» pranzo. Una cosa è certa: la signora non avrà fretta di farsi curare un’altra volta!
Giovedí 10 dicembre 1942
Il signor van Pels disponeva di tanta carne. Oggi voleva fare delle salsicce da arrostire e salsicce della Gheldria, domani si sarebbe dedicato al Mettwurst. Era divertente vedere la carne passare a piú riprese nel tritatutto e, previa aggiunta di altri ingredienti, infilare i budelli per trasformarsi in salumi. A mezzogiorno mangiavamo subito le salsicce, arrostite con i crauti, ma il salame bisogna prima lasciarlo stagionare bene, e perciò lo appendevamo al soffitto con delle cordicelle legate a un bastone. Chi entrava nella camera e vedeva quell’esposizione di salami si metteva a ridere. Era infatti uno spettacolo molto buffo.
La camera era in un disordine straordinario. Il signor van Pels, col grembiule di sua moglie, era tutto indaffarato con la carne, e sembrava molto piú grasso di quello che è. Con le mani insanguinate, la faccia rossa e il grembiule sporco, aveva veramente l’aria di un macellaio. La signora faceva tante cose insieme, studiava l’olandese, rimestava la minestra, dava un’occhiata alla carne, sospirava e si lagnava per la sua costa rotta. Ecco quel che succede alle vecchie signore (!) che fanno certi stupidissimi esercizi ginnici per dimagrire nel sedere!
Pfeffer aveva un occhio infiammato e faceva impacchi di camomilla presso la stufa. Pim, seduto sopra una sedia nel raggio di sole che filtrava dalla finestra, veniva sbattuto di qua e di là, e certamente i suoi dolori reumatici se ne risentivano, a giudicare dal modo con cui, curvo e turbato in viso, sorvegliava le dita del signor van Pels. Sembrava un vecchietto invalido ricoverato in un ospizio. Peter girava per la stanza col suo micio. La mamma, Margot e io pelavamo patate, ma nessuna di noi faceva attenzione al suo lavoro, perché c’era da guardare il signor van Pels.
Mercoledí 7 luglio 1943
Qui abbiamo pure una nuova piaga e sono le pulci di Mouschi. Non sapevamo affatto che le pulci dei gatti passano anche agli uomini, ma è cosí.
Ieri, al piano di sopra, ne avevo acchiappata una sulla mia gamba; dieci minuti dopo, al piano di sotto, un’altra, e la sera sul letto di Pfeffer eccone un’altra ancora che passeggiava sulla mia gamba, e che mi sgusciò tra le dita – quelle bestie sono cosí terribilmente svelte. Stamane mi stavo vestendo davanti all’armadio: non me ne scopro addosso un’ennesima! Non avevo mai visto una pulce che cammina e al tempo stesso salta. La acchiappai e la schiacciai ben bene, ma la signora riprese subito a saltare. Con un sospiro tornai a spogliarmi e perlustrai le nudità del mio corpo e i miei vestiti fintantoché non ritrovai la pulce nelle mutande. Un secondo dopo veniva decapitata.
Ti ricordi? Sono ore cosí belle quelle in cui posso parlare di scuola, insegnanti, avventure e ragazzi. Quando ci circondava ancora la vita normale tutto era stupendo.
Quell’unico anno di liceo fu per me qualcosa di meraviglioso. Gli insegnanti, tutto ciò che ho imparato, gli scherzi, il prestigio, gli innamoramenti e gli adoratori.
Ti ricordi? Quando un pomeriggio tornai a casa dal centro e c’era un pacchetto nella cassetta, «dall’amico R.». Non poteva essere che di Rob Cohen. Nel pacchetto c’era una spilla che doveva esser costata almeno due fiorini e mezzo, modernissima. Il padre di Rob commerciava in quelle cose. La portai per due giorni e poi si ruppe.
Ti ricordi? Come Lies e io tradimmo la classe. C’era un compito in classe di francese. Io ero piuttosto preparata, Lies no. Copiò tutto da me e io controllavo il suo foglio per correggerlo. Lei prese un 5/61, io un 4/5, perché essendo stata aiutata lei aveva almeno «qualcosa» che andava bene. Sia il 5/6 che il 4/5 erano stati cancellati e al loro posto c’era un grosso 0. Grande indignazione. Andammo a spiegare la faccenda a Premsela e alla fine Lies disse: – Sí, però tutta la classe aveva il libro sotto il banco! – Premsela promise che non avrebbe punito la classe se tutti quelli che avevano copiato il compito alzavano la mano. Si sollevarono piú o meno dieci mani, meno della metà naturalmente. Tre lezioni piú tardi ci fece rifare inaspettatamente il compito in classe. Lies e io fummo ignorate dagli altri perché traditrici. Ben presto io non riuscii piú a sopportare questa situazione e scrissi una lunga supplica alla classe I B per rifare la pace. Due settimane piú tardi l’episodio era dimenticato.
La lettera era pressappoco come segue:
Agli alunni della classe I B.
Con la presente, Anne Frank e Lies Goslar porgono agli alunni della I B le loro sincere scuse per il vile tradimento in occasione del compito di francese.
L’azione fu però compiuta prima che ci avessimo ben riflettuto e siamo dispostissime ad ammettere che in realtà avremmo dovuto portarne le conseguenze solo noi due. Riteniamo che a tutti potrebbe succedere di lasciarsi sfuggire nell’ira una parola o una frase che abbiano conseguenze spiacevoli e che pure non erano affatto intese cosí. Noi speriamo che la I B voglia interpretare in tal modo l’accaduto e ricambiare il male col bene. Un atteggiamento diverso non cambierebbe nulla ormai, e le due colpevoli non possono fare in modo che ciò che è stato non sia.
Non scriveremmo questa lettera se non ci rammaricassimo veramente dell’accaduto. Chiediamo inoltre a coloro che fino ad adesso ci hanno escluse di voler smettere di farlo poiché l’azione non è stata poi cosí grave da bollarci come criminali per tutta l’eternità. Colui che ancora non riesce a perdonare noi o la nostra azione venga e ci dia una buona lavata di capo oppure, in un modo o nell’altro, esiga da noi qualche prestazione, noi accetteremo senz’altro se in qualche modo ci sarà possibile.
Confidiamo che adesso tutti gli alunni della I B dimenticheranno l’accaduto.
Anne Frank e Lies Goslar
Ti ricordi? Come Pim Pimentel disse a Rob Cohen sul tram – e fu sentito da Sanne Ledermann che poi me lo raccontò – che Anne aveva un viso molto piú bello che Danka Zaide, soprattutto quando rideva. La risposta di Rob fu: – Che grandi narici hai, Pim!
Ti ricordi? Come Maurice Coster voleva recarsi da Pim per chiedergli il permesso di frequentare sua figlia.
Ti ricordi? Come Rob Cohen e Anne Frank ebbero un’intensa corrispondenza quando Rob era all’ospedale.
Ti ricordi? Come Sam Salomon continuava a seguirmi in bicicletta e voleva offrirmi il braccio.
Ti ricordi? Come A. W. mi dette un bacio sulla guancia alla promessa che io non avrei detto niente a nessuno di E. G. e lui.
Spero che un periodo scolastico cosí spensierato possa un giorno tornare.
Martedí 13 luglio 1943
Ieri pomeriggio col permesso del babbo ho chiesto a Pfeffer se vuol esser cosí gentile da lasciare che due volte alla settimana io faccia uso del tavolino nella nostra camera anche dalle quattro alle cinque e mezzo del pomeriggio. Dalle due e mezzo alle quattro ci siedo già ora tutti i giorni, mentre Pfeffer dorme; dopo, stanza...