Il dossier Rachel
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Il dossier Rachel

  1. 288 pagine
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Il dossier Rachel

Informazioni su questo libro

«Mezzogiorno, martedí. Ero disteso immobile nella vasca da bagno, come un vecchio alligatore sudicio: non mi lavavo, me ne stavo semplicemente immerso nel vapore a fare piani. Che cosa potevo mettermi? Camicia azzurra a quadri, stivali neri e il vecchio completo nero di velluto a coste con quelle commoventi toppe di pelle ai gomiti. Quale personaggio potevo indossare? Nelle due occasioni in cui l'avevo vista ad agosto la mia identità aveva subíto una serie di riorganizzazioni radicali, e alla fine aveva trovato una stabilità in un miscuglio tra il tipo afflitto, laconico e imperscrutabile e quello astuto, chiacchierone, cinico, simpaticissimo, ma con qualcosa di demoniaco, un che di nichilista, un desiderio di morte che veniva messo a tacere. Era meglio dare una rispolverata a questi personaggi o ricominciare da zero? Perché Rachel, invece, non era stata un po' più chiara sul tipo di persona che era lei? Chi lo sa. Se lei fosse stata una hippy le avrei parlato di droghe, zodiaco, tarocchi. Se fosse stata di sinistra avrei assunto un'espressione affranta, mi sarei messo a odiare la Grecia e a mangiare fagioli in salsa di pomodoro direttamente dal barattolo. Se fosse stata una tipa sportiva l'avrei sfidata a... scacchi, backgammon e roba del genere. No, non ditemi che è lei la ragazza destinata a farmi capire che catalogare le persone in questo modo tristissimo è una follia dettata dall'egocentrismo; non ditemi che mi metterà a posto, che si farà carico di me, mi darà la cognitio e la risoluzione comica. Non potrei sopportarlo». *** «Il piglio arrogante di Amis è un'arma formidabile con cui investire il suo bersaglio di arguzia sprezzante, ingegnosa oscenità, sottile letterarietà, odio, lussuria, ansia e un'onnipervasiva consapevolezza». «The Observer»

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2015
eBook ISBN
9788858418543
Print ISBN
9788806199159

Le otto meno un quarto: il Costa Brava

In media scrivo sette diari l’anno; per quanto siano grandi le pagine e per quanto io cerchi di essere austero e conciso, i miei giorni equivalgono sempre a settimane intere. Queste prime sezioni sono piene di un’imbarazzante generosità adolescenziale. Ma adesso do un’occhiata alle colonne fitte fitte e sorrido, caro Charles, delle tue ultime vacanze.
– Capisco. E cosí l’hanno già presa.
– Nel Sussex sí, ma non a Oxford.
– Capisco. E ha intenzione di fare l’esame per ottenere la borsa di studio, a novembre?
– Sí, – (stupida stronza, clitoride moscio che non sei altro), le ho detto. – E mi servirà grammatica e sintassi e cultura generale –. Ma questa non dovrebbe già saperle,’ste cose? – E la certificazione superiore di latino –. Ho sorriso guardando la mia futura direttrice didattica seduta di fronte a me dall’altra parte del tavolo. Era una donna davvero sgradevole da vedere. Ora non entrerò nei dettagli, ma era sui trentacinque anni, aveva le sopracciglia folte come due ciuffi da teddy boy e i denti le spuntavano dalle gengive ad angolo retto.
– Capisco. E quindi con noi lei farà solo tre materie. Che sarebbero…?
Gliele ho ripetute. – E l’esame di ammissione a Oxford, – ho aggiunto, come se fosse una cosa non per forza pertinente, ma interessante di per sé.
Dando un’altra occhiata al mio fascicolo da poco compilato, la direttrice ha cominciato a leggere a voce alta, in tono salmodiante: – Voti di maturità: inglese, A, biologia, A, logica, A –. I vari menti le si sono appoggiati sulla gola. – Che curiosa combinazione di materie… ma, certo, non credo sarà difficile farle prendere le certificazioni superiori. Uhm… – Ha inclinato il capo con un’espressione di decorosa perplessità. – Lei non è un po’ grandicello per entrare a Cambridge?
– Oxford. Ho soltanto diciannove anni, – le ho risposto.
Quando mi sono svegliato, quella mattina, la camera da letto era una tana di rinoceronti e le lenzuola sembravano camicie di forza. Gloria aveva voluto a tutti i costi chiudere ermeticamente la finestra e tenere accesa la stufa elettrica – allo scopo, presumo, di simulare le condizioni ambientali di una giungla. Il pavimento sembrava coperto da una cappa di foschia sudaticcia, come in una messinscena studentesca del Macbeth. La mia testa si è sollevata come un periscopio, alla ricerca di aria.
Con estrema cautela sono sceso dal letto, senza svegliare Gloria, e quatto quatto, con addosso solo il mio montgomery, sono salito di sopra. Sembrava che fossero tutti ancora a letto. Ho preparato due tazze di tè e – per la signora – due fette energizzanti di pane integrale Hovis sulle quali, dopo qualche secondo di riflessione, avevo spalmato un po’ di Marmite, che speravo avrebbe contribuito a creare, alla fine della colazione, un’atmosfera bacchica.
– Buongiorno, – ho detto posando il vassoio accanto al sorriso allucinato di Gloria. Ho aperto le tende di qualche centimetro. Uno squarcio di sole è caduto sghembo sul letto, provocando un grido di circostanza da parte della compromessa Gloria, che si era seduta e stava già attaccando la seconda fetta di pane tostato. L’ho osservata mentre finiva di mangiare. Si è pulita la bocca con le nocche lentigginose, si è distesa emettendo una specie di grugnito e si è accesa una sigaretta. Il seno era esposto alla vista; in quel frangente appariva bianchissimo. Cosa provavo per lei? Una forma ambigua di desiderio, affabile condiscendenza e gratitudine. Non pareva abbastanza.
Di mattina Gloria era molto meglio – anzi, non c’era proprio paragone – perché si sapeva che non poteva durare tutta la notte. Mi sono infilato nel letto accanto a lei, con l’inganno di un’erezione provocata dalla vescica piena. Com’è come non è, la zozzeria delle lenzuola ha cominciato a farmi un certo effetto. Gloria, dopo aver fatto colazione, era evidentemente piena di energia, e cosí ci siamo abbracciati e rotolati, facendoci il solletico e ridendo in uno sfuggente fuoco incrociato di zaffate di alito, prima di congiungerci con cautela per il primo bacio della giornata. Secondo la mia limitata esperienza, questo gesto risulta quasi sempre tollerabile se uno lo fa con il cuore, altrimenti l’effetto è pressoché invariabilmente emetico. Io ci ho messo il cuore, anche un po’ in vista dell’arrivo imminente dell’età adulta.
Tragicamente, però, Gloria sentiva «troppo dolore». Naturalmente, certo, una cosa del genere avrebbe dovuto provocare in me un grosso sollievo. Naturalmente, certo, una cosa del genere, il fatto cioè che lei provasse troppo dolore, avrebbe dovuto essere qualcosa di estremamente affascinante.
Sembrava che Gloria se ne vergognasse. – Non ti preoccupare, – le ho detto. – È una cosa alquanto lusinghiera, in realtà.
E di lí tutta una tiritera sulla magnanimità del mio essere magnanimo, delicati rimproveri rivolti a Gloria per la sua eccessiva bellezza e suggerimenti di modi alternativi per aggirare il problema: tutto questo con un tono simpatico e ammiccante che Gloria trovava molto divertente. Mi diceva cose tipo: «Oh, Charles, sei tremendo», «Non è colpa mia» e «Ahi, che male». Alla fine le ho fatto notare che poteva sempre, sí, insomma, cioè, be’, non so, magari, per esempio… Davanti a queste mie pagliacciate, Gloria è scoppiata in una fragorosa risata, poi mi è montata sopra, delicatamente, e si è spostata verso il basso, con la testa poggiata in una calotta di polvere che danzava nella luce del sole. È stato divino.
Gloria faceva l’aiuto commessa nel reparto cibo per animali domestici di un emporio convenientemente situato a Shepherd’s Bush. L’ho accompagnata lí e poi, passando per Bayswater Road, mi sono diretto verso l’Istituto di tutoraggio, che era a poco meno di un chilometro da Campden Hill Square.
La signorina Noreen Tauber (di Aberdeen), laurea in Lettere, si è preoccupata di annoiarmi ancora un po’ parlandomi di date e fornendomi altri dettagli. Poi, con un sospiro che sapeva di chiuso, si è offerta di mostrarmi il resto dell’istituto, probabilmente con l’unica ambizione di farmi vedere che in fondo non si trattava di un ospizio per anziani o di una fabbrica di lucido da scarpe. Abbiamo attraversato un corridoio, ammirando due aule identiche, e poi siamo tornati indietro, camminando sul parquet malfermo, col sottofondo dei termosifoni scoreggianti. L’andatura era quella rilassata, tipica dei docenti universitari; la conversazione generica, discorsiva; cercavamo, nel nostro piccolo, di far sembrare quel posto piú grazioso di quello che era.
Davanti all’entrata della stazione della metropolitana di Holland Park si esibivano dei musicisti di strada senza gambe. Ho comprato alcuni quotidiani (i due grandi di Fleet Street, in realtà, il «Sun» e il «Mirror»), con aria sinistroide ho fatto cadere dieci pence nella bombetta dei musicisti e mi sono fermato un po’ a leggere i titoli dei giornali, battendo il piede al ritmo di una versione accelerata di Oh, You Beautiful Doll. Stavo per dirigermi verso Notting Hill per bere un caffè al Costa Brava quando da dietro le tendine della cabina delle fototessere è spuntato un frocio col naso adunco e i capelli spiaccicati in testa. Mi ha chiesto se sapevo l’ora. Io gliel’ho detta, indicandogli il grande orologio sulla parete di fronte. Lui mi ha ringraziato e mi ha chiesto se per caso frequentavo il Catacombs, un locale di Earls Court.
– Non penso proprio, – gli ho risposto lusingato.
Era un mese di settembre piacevole, al sole faceva caldo, e quindi me la sono presa comoda, dando uno sguardo ai giornali, fermandomi di tanto in tanto per rimuginare su una battuta o meglio ancora per meravigliarmi davanti alla foto di una pin-up.
Sono stato omosessuale anch’io, tanto tempo fa.
Vale la pena entrare un po’ nei dettagli.
Perché forse la mia caratteristica piú affascinante è che in effetti sono un ragazzetto delicato – delicato, almeno, per quanto si può esserlo oggi.
Mi è venuta la bronchite – in maniera del tutto spontanea – all’età di tredici anni.
La sera dopo che mi era stata diagnosticata, sono sceso a consultare l’enciclopedia. Eccola, «bronchite acuta»: proprio quella che il dottore mi aveva diagnosticato. Ma la migliore di tutte era la bronchite «cronica»: ti viene almeno una volta l’anno. Ho chiesto al vecchio Cyril Miller, il nostro medico di famiglia, se ci fosse la possibilità che mi venisse una bronchite cronica o che il mio tipo di bronchite potesse cronicizzarsi. Cantando le lodi dei recenti progressi scientifici e delle tecniche della medicina moderna, il medico mi ha detto che questa eventualità era alquanto remota. La bronchite cronica era riservata ai matusa nicotinomani con i polmoni ridotti come due scarpe scamosciate.
Comunque, se desiderate passare un paio di settimane a letto (come capitava a me, due volte l’anno), e se avete genitori indolenti e creduloni, è pazzesco quello che pochi pacchetti di sigarette francesi riescono a fare.
Inoltre, potevo fare affidamento su un’infinità di altre cose. La mia bocca, per esempio: un vero e proprio macello. I denti da latte non mi sono mai caduti, ma a un certo punto sono marciti, pur facendosi educatamente da parte per fare spazio ai denti definitivi. All’età di dieci anni avevo piú denti in bocca io di tutta la sala d’attesa di un dentista. Pensavo che prima o poi mi sarebbero usciti dal naso. Sono seguiti mesi di complicatissimi interventi chirurgici che prevedevano l’uso di placche metalliche, dadi, morsetti, bulloni… chi piú ne ha piú ne metta. Per due anni sono andato in giro con una bocca che sembrava il kit del Meccano.
Le malattie che di norma si prendono una volta sola nella vita io ce le ho avute due volte. Le mie ossa avevano la consistenza del marzapane. Coltivavo un’asma stagionale.
Era chiaro che tutto questo a me andava benissimo. Sonnecchiavo pomeriggi interi stordito da sciroppi per la tosse a base di oppio, assumevo sonniferi a mezzogiorno, sgraffignavo manciate di Valium, un blister di aspirine prima di colazione. Ho letto tutti i libri leggibili che avevamo in casa e anche gran parte di quelli illeggibili. Ho scritto due poemi epici: un poemetto eroico in ventiquattro canti intitolato Il convegno amoroso (© 1968), e un’asmatica «Terra desolata» di seimila versi intitolata Solo il serpente sorride (© 1970), parti della quale ricompaiono nella già citata silloge di sonetti Monologo adolescenziale. Ho scritto piccoli schizzi su chiunque mi sia capitato di conoscere. Ho preso nota di tutto quello che mi è capitato di vedere, provare, pensare. È stato bello.
Ma torniamo al mio periodo omosessuale.
Ero in vena di fare un po’ lo spacconcello (giusto perché mi piaceva l’effetto teatrale della cosa) quando ho detto al mio amico Peter, nel bar degli studenti dell’ultimo biennio, che io odiavo tutti i miei famigliari. In realtà le donne non mi danno nessun fastidio. Mi sono reso ufficialmente conto di questa mia propensione soltanto verso la fine del secondo inverno trascorso a letto per la malattia. Ero giunto alla conclusione che non si trattava di niente di sinistro, ma una cosa un po’ alla Godfrey Winn. Quanti anni avevo all’epoca? Quattordici.
Però, un pomeriggio, mezzo drogato com’ero, mi sono letto un mattone su Sigmund Freud.
Quella notte sono caduto in uno stato di lieve e ordinario delirio; sudavo in silenzio mentre la mente barcollava, correva e cambiava strada all’improvviso: e al mattino mi sono fermamente e, in fondo, serenamente convinto che ero omosessuale. I conti tornavano: in effetti io avevo avuto un’esperienza omosessuale (una saponosa manciata di esperienze omosessuali negli spogliatoi del cricket della mia scuola elementare); ero un soprano, un primo soprano nel coro e spesso cantavo anche da solo; ero ancora vergine e dovevo mentire spudoratamente con i miei amici spacciando un numero di seghe, con tanto di feroci movimenti a pistone del polso, pari al loro, o al presunto tale. Era ovvio che non appena avessi alzato il culo di lí l’avrei portato sull’autobus per Oxford e là offerto ai simpatici studenti universitari del Magdalen College. In via preparatoria, tra mille perplessità, mi sono letto le opere di Oscar Wilde, Gerard Manley Hopkins, A. E. Housman e (per quel poco che poteva servire) E. M. Forster.
Poi, esplorando la scrivania del mio forzuto fratello maggiore, ho trovato una rivista di body building che si chiamava «Tensio-dinamismo», o qualcosa del genere, una di quelle riviste che ti spiegano come pestare a sangue chiunque ti venga a rompere le scatole quando sei in spiaggia. Rassegnato, sono tornato in camera mia, mi sono accoccolato nel letto con la rivista e ho cominciato a sfogliarla aspettando tranquillamente l’arrivo dell’erezione. Macché. Facce idiote e sguardi torvi pieni di una presunzione da microcefali, spaventose montagne di muscoli che sfuggivano a ogni controllo. Non mi sono mai sentito meno arrapato in vita mia: non riuscivo proprio a capire cosa ci trovassero le donne di tanto attraente in questi qui. Mi rendevo conto che quegli uomini erano tutt’altro che rappresentativi, ma rimanevo ugualmente perplesso.
Per fortuna, avevo, e ho ancora, una mente che funziona come una trappola per orsi: non appena un’idea si divincola e riesce a fuggire, io mi tendo, in agguato, pronto a intercettare la prima zampa sprovveduta che mi capita a tiro. Come succede a tante persone che passano per tipi sensibili e ossessivi, le preoccupazioni se non ce le ho me le vado a cercare: sono un hobby per me. Ora mi era venuta l’ansia di sapere come mai tutte le donne non diventavano lesbiche. Ad ogni modo, quell’estate mi è capitata un’esperienza eterosessuale molto istruttiva. Ne parlerò meglio in seguito. Dico solo che il risultato immediato è stata la fuoriuscita del mio primo vero foruncolo, una specie di uovo con due tuorli, che nel corso delle settimane successive, al mio ritorno a scuola, a settembre, è diventato sempre piú florido attirandosi le invidie silenziose di molte persone.
A dire il vero, nel Costa Brava non c’erano poi tanti maniaci, e solo una manciata ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Il dossier Rachel
  3. Le sette: Oxford
  4. Sette e venti: Londra
  5. Le otto meno un quarto: il Costa Brava
  6. Le otto e trentacinque: il dossier Rachel, volume primo
  7. Le nove: il bagno
  8. E mezza: figura di merda
  9. Dieci e cinque: il boschetto
  10. Dieci e trentacinque: il Punto Piú Basso
  11. Undici e dieci: il dossier Rachel, volume secondo
  12. E venti: «Celia fa la cacca» (il canonico della cattedrale di San Patrizio)
  13. Meno venti: la canicola
  14. Mezzanotte: l’età adulta
  15. Il libro
  16. L’autore
  17. Dello stesso autore
  18. Copyright