Il mare non chiude mai
eBook - ePub

Il mare non chiude mai

Adottare tre bambini e restare allegri

  1. 136 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Il mare non chiude mai

Adottare tre bambini e restare allegri

Informazioni su questo libro

Una madre e un padre disposti ad andare in capo al mondo pur di diventare genitori. Tre bambini che i genitori, invece, non li hanno avuti mai. Tra loro migliaia di chilometri, che poi è la distanza piú semplice da colmare. Perché, in mezzo, ci sono burocrazie da sconfiggere, pregiudizi da abbattere, assistenti sociali da convincere; e tempo, tanto tempo da far passare in un'attesa che ha ben poco di dolce. Almeno fino a quando un giudice non sancisce un vincolo capace di superare la presunta naturalità del sangue con la potenza degli affetti. In Il mare non chiude mai Amaltea - lo pseudonimo dietro cui l'autrice si cela per ragioni di privacy - ci racconta proprio questo, e tutto quel che ne consegue: che cosa significa trovarsi madre di tre bambini all'improvviso, senza l'esperienza del pancione a traghettare noi e gli altri? Ma confrontandosi con i problemi particolari che la scelta adottiva pone, Amaltea ci parla anche e soprattutto dell'essere genitori in sé, nella sua accezione piú universale e insieme piú quotidiana, con tutto quel bagaglio di domande, aspettative, paure e gioie che poco hanno a che fare con il modo in cui i figli sono entrati nella nostra vita. Perché, se figli si nasce, genitori si diventa.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2015
Print ISBN
9788806215798
eBook ISBN
9788858419106

Capitolo sedicesimo

Il potere delle storie

Ma vediamola un po’ da vicino, la famiglia ideale che ossessiona la mente di tutti, il normotipo a cui tendere con quello slancio con cui si marcerebbe verso il sol dell’avvenire: un padre, una madre, un figlio maschio, una figlia femmina. Il figlio maschio possibilmente somigliante al padre, la figlia femmina possibilmente somigliante alla madre.
Entrambi i genitori, però, devono essere giovani, in salute, e lavorare: lui magari di piú, lei magari di meno, cosí ha il tempo per occuparsi dell’educazione dei piccoli.
Qualcos’altro? Be’, una casetta dignitosa, le vacanze al mare d’estate e in montagna d’inverno, un minimo sindacale di nonni, zii, zie, cugini. Tutti urbani, però, non invadenti, affettuosi, generosi.
Perché il quadro sia completo, ci vogliono pure buone scuole, che poi significano buone maestre, buoni professori, buone compagnie. Solo in questo modo si potrà essere certi del risultato, e cioè di una buona moglie e un buon lavoro per il figlio maschio, e di un buon marito e un lavoro sostenibile per la figlia femmina. Che a quel punto saranno in grado di riprodurre il modello tale e quale per i secoli dei secoli, amen.
Ecco, una famiglia cosí non esiste. E se anche esistesse, sarebbe infelice nel suo modo tutto speciale che poi bisognerebbe scriverci sopra un romanzo.
Tuttavia il pregiudizio esiste, e piú i gruppi sociali si nutrono di angustie piú è frequente che le rovescino su chi capita. Sulle famiglie adottive, per esempio.
Ricordo che era uno di quei pomeriggi di novembre in cui avevo tentato un’uscita al parco nel difficile formato tre contro uno. Dove l’uno ero io.
I bambini scorrazzavano a piacimento, ovviamente non in silenzio. Vicino a me, su una panchina che costituiva il mio baricentro mobile – da cui schizzavo a comando, per inseguire le diverse direttrici sonore che me ne facevano gentile richiesta –, era seduta, lei sí, una signora.
– Carini i bambini. Ma lei è italiana? – mi ha chiesto.
– Sí, – ho risposto confortata all’idea di fare un po’ di chiacchiere.
– No, perché i suoi figli sembrano stranieri.
– Infatti sono russi.
– Oddio, mi scusi, non lo sapevo, – ha replicato prontamente l’altra, risvegliandomi dall’immagine di conversazione al parco che mi ero fatta.
– Comunque non c’è niente di male, no? – le ho detto io, mite.
– Affatto. Pensi che pure io e mio marito volevamo adottare.
– E poi?
– E poi mio marito ha detto: «Ma scusa, visto che i figli ci vengono, perché li dobbiamo adottare?»
– Certo, messa cosí… Come dargli torto? – ho osservato a quel punto, consegnandomi mani e piedi a un ascolto che mi sarei volentieri risparmiata.
– Be’, la fa facile lui, – ha continuato la signora. – Ma chi è che se li porta in pancia per nove mesi, eh? Per non parlare di quanto si ingrassa, la dieta che bisogna fare dopo, e le nottate, le poppate che ti rovinano. Lei almeno se li è trovati già pronti. E guardi che carini che sono.
Diciamo che ho apprezzato la schiettezza della signora, che comunque non è la sola a coltivare pregiudizi – ma forse sarebbe meglio dire «giudizi sbagliati» – sui figli adottivi.
C’è chi pensa, per esempio, che siano meno figli degli altri, c’è chi crede che debbano essere compatiti o perdonati qualunque cosa facciano, c’è chi, semplicemente, aspetta l’occasione per scuotere la testa e dirsi (talvolta anche dire): «Del resto, non si sa chi li abbia messi al mondo».
Da tutte queste cose si vorrebbe che i bambini fossero schermati, difesi, protetti. Io stessa mi sono augurata di non incontrare piú la signora del parco, e soprattutto di non ritrovare i suoi figli come compagni di banco dei miei.
Ma il punto è un altro: impedire che questo modo di vedere la realtà diventi dominante. Impedirlo con forza.
C’è da dire che ogni genitore adottivo ha un campionario di scemenze che gli tocca sentire. E piú avanti si va piú le scemenze devono subirle anche i bambini.
Penso a Meth, il figlio di Rosanna, una mia amica. Nato in Cambogia, è arrivato in Italia quando aveva due anni e mezzo. La sua maestra di prima elementare, un giorno, si è messa in testa di organizzare una recita multiculturale, e a ogni bambino ha affidato un Paese. A Meth, ovviamente, è toccata in sorte la Cambogia. Nello specifico doveva cantare una canzone in lingua khmer.
Rosanna ha provato a dire alla maestra che Meth non ricordava neanche un fonema. Ma a un certo punto, di fronte a tanto entusiasmo multietnico, ha lasciato perdere.
Dopo qualche settimana ha incontrato la maestra, che l’ha accolta festante:
– Signora, la recita è stata magnifica. Meth è stato bravissimo, ha cantato una splendida canzone khmer. Ma lo sa che è una lingua molto dolce? I compagni sono stati contentissimi.
Tornata a casa, Rosanna ha chiesto al figlio:
– Ma davvero hai cantato in khmer?
– Macché mamma, – ha risposto lui. – Ho detto alla maestra che era khmer, cosí ha smesso di rompere. Le parole me le sono inventate, e lei ci ha creduto.
In ogni caso, le scemenze non vanno lasciate da sole: bisogna costruire una corazza di storie forti e intelligenti per far loro compagnia, in modo che si sentano fuori posto, con il vestito sbagliato, come se fossero le uniche senza maschera a una festa di Carnevale.
Forse contengono un piccolo seme di verità, almeno nella misura in cui cercano di offrire una spiegazione rassicurante alla sensazione di disturbo che alcune vicende possono procurare. Ma sono sempre troppo prevedibili, con un finale trito e scontato. Si deve fare di piú.
Prima o poi la domanda sulla pancia arriva, quindi tanto vale prepararsi in anticipo una risposta che funzioni. E cioè, una storia convincente.
Io mi sono applicata per mesi e confesso di aver chiesto consulenze praticamente a chiunque, dalle assistenti sociali ai parenti, passando per gli amici e per i semplici conoscenti.
Cosí, una sera in cui Sofia, prima di addormentarsi, mi ha domandato perché non era nata dalla mia pancia, ho provato la gioia infantile di quando t’interrogano a scuola e pensi: «Sí, questa la so, l’ho studiata!»
Tra le varie risposte consigliate, soprattutto nei libri, c’era quella della «mamma di pancia e mamma di cuore». E come durante un’interrogazione sono andata a colpo sicuro, anche se le ragioni del cuore mi sembravano un po’ troppo difficili da capire per un bambino. Sofia non ne è stata proprio conquistata. Anzi, dopo qualche secondo di silenzio, ha chiesto di nuovo:
– Scusa, mamma. Perché non sono nata dalla tua pancia?
A quel punto ho azzerato tutto e l’ho presa da un’altra prospettiva. Ho ripensato a una cosa che ci era effettivamente successa e che era stata molto significativa per i bambini.
– Ti ricordi quella volta che dovevamo andare in campagna dagli amici, però aveva piovuto tantissimo e loro ci avevano detto di non raggiungerli piú?
– Certo, mamma, – ha fatto lei. – Era domenica e avevamo preparato anche la borsa per il picnic.
– E ti ricordi che abbiamo deciso di cambiare programma e di andare al parco acquatico per vedere gli animali?
– Sí. Ma poi il parco era chiuso…
– Esatto. Allora ci siamo chiesti: «E adesso che si fa?» «Si va al mare», ha proposto il papà. «Sí, al mare!», abbiamo detto tutti. E cosí una giornata iniziata male si è trasformata in una giornata perfetta: la lunga corsa sulla spiaggia deserta, il pranzo al ristorante dove c’eravamo solo noi, la fuga finale sotto la pioggia per non inzupparci… Ricordi?
Sofia ha fatto di sí con la testa, e io ho continuato:
– Ecco, è andata un po’ come allora: la mamma voleva un bambino dalla sua pancia, ma quel bambino non è arrivato. Cosí ha cercato un altro modo per averlo. Quando ormai sembrava che non ci fosse alcun sistema, è venuta in Russia e ha trovato voi. Ed è stata felicissima che sia andata cosí.
Sofia, che mi seguiva con attenzione, ha detto a quel punto:
– Ma quindi, mamma… noi siamo il mare?
– Sí, amore, – le ho risposto io. – Voi siete il mare.
Ad Anna ho raccontato un’altra storia, perché non è cosí importante che i dettagli siano sempre gli stessi. Cioè, la storia dev’essere quella, ma i punti di vista possono essere tanti.
– Mamma, ma noi come siamo nati? – mi ha domandato un sabato pomeriggio.
– Dunque, amore, voi siete nati dalla pancia di una signora russa, ma per questa signora fare la mamma era difficile. Non per tutti le cose sono facili allo stesso modo.
– Per me è difficile andare in bicicletta senza le rotelle, – ha osservato.
– Be’, sí, in un certo senso… Comunque, – ho continuato, – mentre voi eravate al gruppo, dove abitavate perché qualcuno si occupasse di voi e dove giocavate con altri bambini, io e papà eravamo qui a casa che dicevamo: «Pensa che fortuna se avessimo tre figli».
– E cosa avete fatto?
– Siamo stati fortunati, perché abbiamo trovato una mappa su cui c’era scritto tutto: prima dovevamo spedire alcune lettere, poi incontrare certe persone, e infine metterci in viaggio per la Russia. Un lungo viaggio.
– E come avete fatto?
– Abbiamo cominciato a camminare e, cammina cammina, siamo arrivati davanti alla porta dell’istituto.
– E poi?
– E poi la nostra mappa diceva che bisognava bussare proprio lí. Noi, allora, abbiamo bussato: «Toc toc». E una voce da dentro ci ha detto: «Chi è?» E noi abbiamo risposto: «Siamo due genitori». E la voce ci ha detto: «Qui ci sono tre bambini. Chi li vuole?» E allora noi abbiamo risposto: «Noi, noi, noi!» Cosí siete venuti qui a casa, e adesso siamo la tua mamma e il tuo papà.
La storia è piaciuta talmente ad Anna che ancora oggi, ogni tanto, mi chiede:
– Mamma, mi racconti di quella volta che avete alzato la mano e avete detto «noi, noi, noi»?
Ma ancora piú potente è la narrazione costruita in tempo reale, quella che si fa come i collage, usando il vinavil, ritagliando il cartone e riciclando gli avanzi di stoffa che abbiamo lí a portata di mano. Solo che bisogna aspettare il momento giusto e colpire con tempestività.
Noi l’abbiamo fatto – e forse non c’è occasione migliore – per il primo Natale insieme, che poi era il primo Natale in assoluto per i nostri figli. Come diceva spesso Sofia in quei giorni:
– Babbo Natale all’istituto non veniva perché era molto lontano. Secondo me, non trovava la strada.
La preparazione è stata lunga, e i tempi dilatati lo hanno reso ancora piú bello: abbiamo fatto l’albero, il presepe, le letterine a Babbo Natale, i vestiti di cartapesta per il coretto Tu scendi dalle stelle, il calendario dell’avvento… Abbiamo pure letto le storie della Lapponia, dove pare che Babbo Natale risieda.
Tutti intorno a noi – nonni, parenti, amici – si sono dati da fare perché l’attesa fosse indimenticabile, come se ognuno sentisse di essere una tessera nel grande mosaico della vita di quei tre bimbi venuti dal Paese del freddo e della neve.
Appena Anna ha visto la tavola imbandita per la sera della vigilia a casa della nonna, ha battuto le mani:
– Che bello, ma è grandissima!
E la mattina del 25, quando hanno trovato i pacchi incartati sotto l’albero, non credevano ai loro occhi. Sofia, dopo aver scartato il suo, ha gridato, per essere sicura che Babbo Natale la sentisse:
– Grazie, Babbo Natale. Sei stato molto gentile!
Quella sera, prima di andare a dormire, Anna ha elencato sulle dita della mano tutte le persone con cui avevamo condiviso la festa, ed era molto contenta di vedere che le dita finivano e i nomi continuavano. Vladi non riusciva a dormire per l’emozione e ha continuato a canticchiare i motivetti natalizi finché non è crollato dal sonno. E Sofia, prima di addormentarsi, mi ha sussurrato:
– Mamma, è stato un giorno bellissimo.
Un mio amico americano mi ha scritto che «le giovani generazioni rafforzano le nostre radici e le nostre st...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Il mare non chiude mai
  3. Prologo
  4. I. Non è un piano B
  5. II. Il passaggio del testimone
  6. III. Il potere dell’ufficio
  7. IV. Il figlio immaginario
  8. V. Lo spazio dell’attesa
  9. VI. Aprite quella porta
  10. VII. Il nome della legge
  11. VIII. L’ultimo viaggio
  12. IX. Il trauma dell’arrivo
  13. X. Se il bambino «sono» tre
  14. XI. Di polpette, aerosol e cortili
  15. XII. Lingua madre
  16. XIII. I genitori degli altri
  17. XIV. «Tu non sei mia madre»
  18. XV. Il trauma delle origini
  19. XVI. Il potere delle storie
  20. Epilogo
  21. Vademecum per aspiranti genitori
  22. Il libro
  23. L’autore
  24. Copyright