Gargantua e Pantagruele
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Gargantua e Pantagruele

  1. 912 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Gargantua e Pantagruele

Informazioni su questo libro

Solo oggi, forse, si può apprezzare appieno la modernità di Gargantua e Pantagruele: un capolavoro della letteratura rinascimentale dalla sorprendente molteplicità di episodi, digressioni, discussioni filosofiche e scientifiche, dalla ricchezza dell'invenzione linguistica e dalla satira dissacrante, che appunta i suoi strali su ogni dogmatismo. La visione violentemente realistica del mondo di un «sacerdote del riso».

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2015
Print ISBN
9788806234089
eBook ISBN
9788858419663

LIBRO QUARTO

Dei fatti e detti eroici del nobile Pantagruele

composto da Mastro Francesco Rabelais Dottore in Medicina

PRIMO PROLOGO1

Bevitori illustrissimi, e voi, Gottosi preziosissimi, ho visto, ricevuto, sentito e inteso l’Ambasciatore che la Signoria delle Vostre Signorie ha trasmesso e inviato alla mia Paternità, e mi è sembrato un assai buono e facondo oratore. Il sommario della sua arringa, io lo riduco in tre parole, le quali sono di cosí grande importanza che un tempo, tra i Romani, con quelle tre parole il Pretore rispondeva ad ogni istanza avanzata in giudizio: con quelle tre parole decideva ogni controversia, ogni querela, processo, questione, ed erano chiamati giorni di malaugurio e nefasti quelli nei quali il Pretore non usava di quelle tre parole; fasti e felici, quando soleva farne uso: voi date, dite, aggiudicate. O gente dabbene (ma dove siete, che non vi vedo?) che la degna virtú di Dio sia per voi (e non meno per me) di eterno aiuto. Orsú, perdio, cerchiamo di non far mai nulla senza che il suo santissimo nome non sia primieramente lodato.
Voi mi date. Che cosa? Un bello e ampio breviario. Corpo di bis! ve ne ringrazio: sarà il meno del mio piú. Di che breviario si trattasse, certo non lo immaginavo, vedendo i filetti, la rosetta, i fermagli, la rilegatura e la copertina, sulla quale non ho mancato di considerare i rampinetti e le gazze dipintivi sú e seminati in bellissimo ordine. Coi quali fregi, come se fossero lettere jeroglifiche, voi chiaramente significate che non c’è lavoro che valga se non di maestro, e non c’è vero coraggio se non di chi sa darci dentro alle gazze. Infatti «dar dentro alla gazza» significa allegria, per via della metafora nata da quel prodigio che avvenne in Brettagna, poco tempo prima della battaglia che si svolse a Sant’Albin del Corniolo2. I nostri padri ce l’han raccontato, e i nostri successori non debbono ignorarlo. Fu l’anno della buona svinatura: in cui si dava una mezza brenta di buon vinetto gustoso per un soldo matto.
Dalle contrade del Levante arrivò in volo un gran numero di Piche da una parte, e un gran numero di Gazze dall’altra, che tiravan tutte a Ponente. Ed erano affiancate in tal ordine, che sul far della sera le Piche operarono una conversione verso sinistra (capirete qui il sottinteso dell’augurio), e le Gazze a destra, e abbastanza vicine le une alle altre. E per tutte le regioni dove passavano, non restava gazza che non ingrossasse la schiera delle Gazze, né pica che non si unisse all’armata delle Piche.
E tanto andarono, e tanto volarono, che passarono su Angers, città di Francia limitrofa alla Brettagna, in numero cosí moltiplicato che toglievano col lor volo la luce del sole alle terre subjacenti. In Angers abitava allora un vecchio zio, Signore di San Giorgio, chiamato Frapin3: quello che ha fatto e composto tante belle e allegre canzoni di Natale in lingua del Poitou. Ora egli aveva in grande affetto una pica, a causa del suo chiacchiericcio col quale invitava a bere chiunque arrivasse: non cantava mai se non mottetti bacchici, e lui la chiamava «la sua bella Gozzuta». Questa ghiandaia, presa da furor marziale, ruppe la gabbia per unirsi alle Piche che passavano. Un barbiere vicino, chiamato Behuart, aveva invece una gazza domestica, e assai spiritosa; e anch’essa andò con la sua persona ad aumentare il numero delle Gazze, e le seguí alla battaglia. Sono cose grandi e paradossali: verissime però, viste e provate. Notate bene ogni cosa.
Che avvenne dunque? Qual fu la conclusione? Che cosa capitò, mia brava gente? Un caso meraviglioso! Presso la croce di Malchara la battaglia fu cosí furibonda che vien la pelle d’oca soltanto a pensarci. E la fine fu che le Gazze perderono la battaglia, e furono uccise sul campo con fellonia, fino al numero di 2 589 362 109, senza contare le donne e i bambini: voglio dire senza le gazze femmine e gazzottini, già l’avevate capito. Le Piche restarono vittoriose, ma non però senza grave perdita di molti dei loro migliori soldati, che fu un gravissimo danno per tutto il paese. I Bretoni son gentiluomini, lo sapete. Ma se avessero inteso quel prodigio, facilmente avrebbero potuto capire che il danno sarebbe stato dalla lor parte: perché le code delle Gazze hanno la stessa forma degli ermellini del loro stemma, mentre le Piche ricordano in qualche cosa lo stemma di Francia.
Ma torniamo al fatto: la Gozzuta dello zio tornò tre giorni dopo, tutta abbattuta e sfiancata da quella guerra, e con un occhio pesto. Tuttavia poche ore dopo che ebbe preso il suo solito pasto, si rimise in sesto. E tutti i bellimbusti, e il popolo e gli studenti di Angers accorrevano in turba a veder la Gozzuta col suo occhio nero. E quella li invitava a bere come di costume, aggiungendo alla fine d’ogni battuta di invito: «Dateci dentro alla gazza!». Suppongo che tale fosse la parola d’ordine nel giorno della battaglia. E nessuno si faceva pregare per darci dentro. La gazza di Behuart invece non tornava: era stata mangiata. E di qui venne il detto proverbiale: per cui bere a gara e darci dentro, è come dire «darci dentro alla gazza». E Frapin fece dipingere il caso a perpetua memoria sui muri del suo tinello o sala bassa: lo potete vedere ancora ad Angers, sulla salita di San Lorenzo.
Ora queste gazze incise sulla copertina del vostro breviario, mi fecero pensare che forse c’era dentro qualcosa di piú del breviario. E infatti, perché mai dovevate mandarmi in regalo un breviario? Io ne ho (grazie a Dio e a voi) finché voglio, e vecchi e nuovi! Con questo dubbio aprendo il detto breviario, mi accorsi che era un libro fatto con mirifica invenzione, e contenente tra filetto e filetto tutte le iscrizioni opportune. Insomma, voi volete che io beva vino bianco a prima, e a terza e sesta e nona sempre lo stesso; mentre a vespro e a compieta, soltanto chiaretto. E questo volete significare suggerendomi di darci dentro alle gazze. Vedo che anche voi avete buona pratica di quelle bestiole; e non abbiate paura che manderò ad effetto il consiglio.
Che cosa poi mi dite? Che io non vi ho mai annoiati con tutti i miei libri stampati finora. E a questo proposito vi voglio ricordar la sentenza d’un vecchio Pantagruelista, che certo non vi dispiacerà:
È lode (dice lui) poco volgare
Aver saputo i principi appagare4.
E mi volete dire ancora che il vino del Terzo Libro è stato di vostro gusto, e che è buono. Vero è che non ce n’era molto, e voi non siete d’accordo col detto comune: «Poco, ma buono»; preferite quello che diceva il buon Evispando Verron: «Molto e buono!» E quindi mi invitate alla continuazione della storia Pantagruelina, ricordandomi gli utili e frutti che ne avete ricavato leggendola fra tutte le persone dabbene, e chiedendomi scusa di non avere ottemperato alla mia preghiera, con la quale vi raccomandavo di riservarvi a ridere al settantottesimo capitolo5. Ma io vi perdono di gran cuore. Non sono poi cosí cattivo né implacabile come potreste pensare: e quella mia raccomandazione era solo per il vostro bene. Anzi vi dico per mia risposta, secondo la sentenza di Ettore riferita da Nevio: che è una bella cosa esser lodato da persone lodevoli. E per reciproca dichiarazione dico e sostengo, fino al rogo escluso (capirete il sottinteso), che voi siete proprio persone distinte, nati tutti da buoni padri e buone madri, e vi prometto, parola di buon fantoccino, che se mai ci incontriamo in Mesopotamia, tanto farò presso il contino Giorgio del Basso Egitto, che vi farà presente a ciascuno d’un bel coccodrillo del Nilo e d’uno strasognone dell’Eufrate.
E infine voi aggiudicate. Che cosa? a chi? Tutti i quarti di luna tramontati, ai Bigotti, Arcibigotti, Scarafaggi, Zoccoloni, Pappalardi, Succhialardi, Sepolcri imbiancati, Collitorti, e Camoloni: nomi da far spavento soltanto a sentirli, alla cui pronuncia ho visto distintamente rizzarsi i capelli sul capo del vostro nobile Ambasciatore. Ma per me era come se parlasse tedesco, e non saprei qual sorta di bestie volete indicare con tali denominazioni: giacché avendone fatta diligente ricerca in diverse contrade, non ho trovato nessuno che volesse assumerle, che tollerasse di essere chiamato o designato con questi nomi. Suppongo perciò che si tratti di qualche specie mostruosa di animali barbarici, del tempo dei Perrucconi, ma ora estinta e scomparsa; cosí come ogni cosa sotto la luna chiude il suo ciclo e sparisce, e noi non sappiamo piú nemmen definirla, perché sapete bene che, scomparendo l’oggetto, scompare per lo piú anche il nome.
Ma se con questi termini volete intendere i calunniatori dei miei scritti, con piú precisione potreste chiamarli Diavoli. Perché in greco calunnia suona diabolé. E voi capite quanto detestabile sia in cospetto di Dio e degli angeli questo vizio chiamato Calunnia (che consiste nel negare le buone opere, e maledire le cose buone), dal fatto che con tal nome, e con nessun altro, anche se altri termini possono sembrare piú enormi, sono denominati e chiamati i diavoli dell’Inferno. Questa gente qui non sono, a parlar proprio, diavoli dell’inferno: sono i suoi apparitori e commessi. E io li chiamo diavoli neri e bianchi, diavoli privati, diavoli domestici. E quello che han fatto contro i miei libri, lo faranno (se li lasciamo fare) contro tutti gli altri. Ma non è di loro iniziativa. E lo dico, perché non osino piú d’ora in avanti glorificarsi con l’appellativo che onorò Catone, il Censore.
Avete mai sentito che cosa significa, sputar nel bacile? Un tempo i predecessori di questi diavoli privati, mezzani dei piaceri, evasori dell’onestà, come un Filosseno, un Gnatone, e altri della stessa farina, quando, nelle osterie e nelle taverne, dove di solito tenevan le loro scuole, vedevano qualche cliente servito di buone vivande e di raffinati bocconi, sputavan schifosamente nei piatti, affinché quei signori, aborrendo i loro infami scaracchi e mocci, desistessero dal mangiare le vivande portate, che restavano cosí a questi villani scaracchiatori e mocciosi. Ed è una cosa simile, ma molto piú grave, di quello che si contava del medico d’Acqua Dolce, nipote dell’ avvocato del fu Amaro, che soleva dire che l’ala dei capponi grassi faceva male, e il groppone era pernicioso, mentre il collo era abbastanza buono purché gli si levasse la pelle: cosí i malati non ne mangiavano, e si sbaffava tutto lui.
Cosí hanno fatto questi nuovi diavoli tonacati che, vedendo tanta gente in caldo appetito di avere e leggere i miei scritti in base ai Libri precedenti, hanno sputato nel piatto: cioè li hanno con i lor sbavamenti tutti sporcati, infamati e calunniati, con l’intenzione che nessuno piú li prendesse, nessuno li leggesse, salvo le Loro Poltronità. Ed è quel che ho visto coi miei occhi, e non con le orecchie...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Gargantua e Pantagruele
  3. Prefazione di Mario Bonfantini
  4. Cronologia della vita e delle opere
  5. bibliografia essenziale
  6. Gargantua e Pantagruele
  7. LIBRO PRIMO - La molto orrifica vita del grande Gargantua padre di Pantagruele
  8. LIBRO SECONDO - Pantagruele re dei Dipsodi restituito al naturale con le sue gesta e prodezze spaventevoli
  9. LIBRO TERZO - Dei fatti e detti eroici del buon Pantagruele
  10. LIBRO QUARTO - Dei fatti e detti eroici del nobile Pantagruele
  11. LIBRO QUINTO E ULTIMO - Dei fatti e detti eroici del buon Pantagruele
  12. Il libro
  13. Copyright