Dalla nuova narrativa brasiliana, un superbo thriller psicologico orchestrato intorno a un febbrile tormento amoroso. La sua donna ideale era Gertrudes, il cadavere su cui si esercitava alla facoltà di Medicina. Poi è apparsa Clarice. L'ha vista che baciava una donna, e ha deciso che sarebbe stata sua. Téo è sicuro che riuscirà a farsi amare. Deve solo darle il tempo di conoscerlo meglio. Deve solo fare in modo che non veda piú nessuno, a parte lui. Crudele e spericolato, Giorni perfetti è un salto senza paracadute nell'abisso dell'ossessione. «Gertrudes era l'unica persona che gli piaceva. Fin dal primo momento aveva saputo che i loro incontri sarebbero stati indimenticabili. Gli altri studenti non la pensavano allo stesso modo. Non appena entravano nell'aula, le ragazze si tappavano il naso; i ragazzi cercavano di contenersi, ma il loro sguardo rivelava disagio. Téo non voleva che si accorgessero di quanto lui stava bene lí. Si avvicinava a testa bassa e passi rapidi al tavolo metallico. Ad attenderlo, serena, c'era lei. Gertrudes».

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Giorni perfetti
Informazioni su questo libro
1.
Gertrudes era l’unica persona che gli piaceva. Fin dal primo momento aveva saputo che i loro incontri sarebbero stati indimenticabili. Gli altri studenti non la pensavano allo stesso modo. Non appena entravano nell’aula, le ragazze si tappavano il naso; i ragazzi cercavano di contenersi, ma il loro sguardo rivelava disagio. Téo non voleva che si accorgessero di quanto lui stava bene lí. Si avvicinava a testa bassa e passi rapidi al tavolo metallico.
Ad attenderlo, serena, c’era lei. Gertrudes.
Sotto la luce pallida, il cadavere assumeva una tonalità marroncina molto particolare, simile al cuoio. Sul carrello accanto c’erano gli strumenti per le analisi piú minuziose: forbici a punta curva, pinza anatomica, pinza chirurgica e bisturi.
– Si può osservare la vena safena grande nella parte mediale del ginocchio. A mano a mano che sale lungo la coscia, la vena passa alla parte anteriore, nel terzo prossimale, – disse Téo. Sollevò il tessuto epiteliale di Gertrudes per mostrare i muscoli sezionati.
Il professore abbassò lo sguardo, rifugiandosi nel taccuino degli appunti. Aveva un’aria severa, ma Téo non ne era intimidito: l’aula di anatomia era il suo habitat. Le barelle negli angoli, i cadaveri dissezionati, le parti del corpo e gli organi nei vasetti gli davano una sensazione di libertà che non trovava in nessun altro luogo. Gli piaceva l’odore di formaldeide, i ferri nelle mani inguantate e gli piaceva avere Gertrudes sopra il tavolo.
In sua compagnia l’immaginazione non aveva limiti. Il mondo cessava di esistere e rimaneva soltanto lui. Lui e lei. Gertrudes. Le aveva scelto quel nome al primo incontro, lei con la carne ancora intatta. Il loro rapporto si era approfondito durante il semestre. A ogni nuova lezione Téo scopriva qualcosa: a Gertrudes piaceva sorprenderlo. Téo si avvicinava alla sua testa – la parte piú interessante – e faceva congetture. A chi apparteneva quel corpo? Era davvero Gertrudes? Oppure aveva un nome piú semplice?
Era Gertrudes. Nell’osservare la cute incisa dal bisturi, il naso sottile, le labbra color paglia, non riusciva a concepire un altro nome. Sebbene la decomposizione le avesse sottratto le sembianze umane, Téo vedeva altro in quelle orbite sfigurate: vedeva gli occhi della donna incantevole che, senza dubbio, era stata. Poteva dialogare con loro quando gli altri non vedevano.
Probabilmente era morta vicina alla vecchiaia, a sessanta o settant’anni. I capelli radi e gli scarsi peli sul pube confermavano la sua ipotesi. Nella sua indagine minuziosa, Téo aveva trovato una frattura nel cranio.
Stimava Gertrudes sopra ogni cosa. Solo un’intellettuale sarebbe stata capace di privarsi della lusinga di un funerale per pensare in avanti, alla formazione di giovani medici. Mettersi al servizio dei lumi della scienza, piuttosto che essere ingoiata dalle tenebre, aveva sicuramente pensato. Doveva possedere una libreria piena di buona letteratura. E una collezione di vinili di gioventú. Doveva aver ballato molto con quelle gambe. Balli su balli.
Era vero che molti di quei corpi infilati nelle celle maleodoranti appartenevano a indigenti, accattoni che trovavano lo scopo della loro vita nella morte. Non avevano denaro, non avevano istruzione, ma avevano ossa, muscoli e organi. E questo li rendeva utili.
Gertrudes era diversa. Difficile credere che quei piedi avessero vagabondato per le strade, che quelle mani avessero ricevuto spiccioli per una vita di stenti. Téo non accettava nemmeno l’idea dell’assassinio: il calcio di una rivoltella sulla testa durante una rapina o le botte di un marito tradito. Gertrudes era morta per cause straordinarie, un incidente fortuito. Nessuno avrebbe avuto il coraggio di ucciderla. Salvo un idiota...
Il mondo era pieno di idioti. Bastava guardarsi intorno: idiota in gilè, idiota con il taccuino degli appunti, idiota dalla voce acuta che adesso parlava di Gertrudes come se la conoscesse quanto lui.
– È stata aperta la capsula articolare, sollevando lo strato fibroso esterno, ed è possibile osservare le estremità distale del femore e prossimale della tibia.
A Téo faceva ridere quella ragazza. Nemmeno ridere, morir dal ridere. E se Gertrudes avesse potuto udire quelle scempiaggini al suo riguardo, sarebbe morta dal ridere pure lei. Insieme avrebbero degustato vini pregiati, chiacchierato di varia umanità, visto film per poi discutere della fotografia, della sceneggiatura e dei costumi come due veri critici. Gertrudes gli avrebbe insegnato a vivere.
Era irritante il disprezzo con cui gli altri studenti trattavano Gertrudes. Una volta, quella ragazza – la stessa che adesso, con la sua voce stridula, sciorinava termini medici ricercati –, in assenza del professore, aveva estratto dalla tasca uno smalto rosso e, fra risatine, aveva laccato le unghie del cadavere. Gli studenti avevano subito fatto capannello; si divertivano.
Téo non amava le vendette, ma gli venne voglia di vendicarsi della ragazza. Avrebbe potuto farle avere una punizione istituzionale, burocratica e inefficace. Avrebbe potuto propiziare un suo bagno nella formaldeide, stando a guardare la disperazione negli occhi di quella maledetta mentre le si seccava la pelle. Ma ciò di cui aveva davvero voglia era di ammazzarla. E, poi, di laccare le sue unghiette pallide con lo smalto rosso.
Ovvio, non avrebbe fatto nulla del genere. Non era un assassino. Non era un mostro. Da bambino, passava notti insonni, con le manine tremanti sopra gli occhi, cercando di fugare i propri pensieri. Si sentiva un mostro. Non amava nessuno, non nutriva alcuna nostalgia o affetto per chicchessia: si limitava a vivere. C’erano delle persone nella sua vita ed era costretto a convivere con loro. Peggio ancora: era costretto ad amarle, a dimostrare affetto. Ma la sua indifferenza non aveva importanza purché la messinscena apparisse realistica, il che rendeva tutto piú facile.
Suonò la campanella, liberando gli studenti. Era l’ultima lezione dell’anno. Téo uscí senza salutare nessuno. L’edificio grigio rimaneva alle sue spalle e, guardandosi indietro, si rese conto che non avrebbe piú rivisto Gertrudes. La sua amica sarebbe stata sepolta insieme agli altri corpi, gettata in una fossa comune. Non avrebbero piú vissuto quei momenti.
Era di nuovo solo.
2.
Téo si svegliò di malumore e andò in cucina a preparare il caffè per sua madre. Il ripiano del lavello era alto, per cui Patrícia, seduta sulla sedia a rotelle, non ci arrivava. Doveva allungarsi, le gambe penzoloni. Era umiliante.
Mentre l’acqua bolliva, lui spazzò il salotto e lavò le stoviglie del giorno prima. Cambiò la segatura di Sansão e gli riempí le ciotole di cibo. Come al solito, posò il caffè sul comodino da notte della madre e la svegliò con un bacio in fronte, perché è cosí che si comportano i figli affettuosi.
Alle nove, Patrícia uscí dalla sua stanza. Indossava un vestito semplice e sandali di tela. Téo non aveva mai visto sua madre vestirsi, però immaginava un processo snervante. Una volta si era offerto di aiutarla a indossare un paio di jeans nuovi, ma il rifiuto era stato categorico: «È tutto quel che mi rimane». Mezz’ora dopo era pronta, i pantaloni gettati nel cestino del bagno.
– Io e Marli andiamo al mercato. Mi porto Sansão, – disse lei mentre si infilava un orecchino specchiandosi nel vetro del tavolino.
Téo annuí senza distrarsi dall’inseguimento di Tom e Jerry in tivú.
– Sono carina?
Lui si accorse che era truccata.
– Non è che per caso hai trovato un ammiratore al mercato? Eh, signora Patrícia? Non me lo nascondere!
– Nessun ammiratore per ora... Comunque non si sa mai... Sono disabile, ma non sono ancora morta!
Téo odiava la parola «disabile». Nel tentativo di ironizzare sulla propria condizione, Patrícia la utilizzava spesso. Era triste, secondo lui. Da quando era avvenuto l’incidente, evitavano l’argomento. La sedia a rotelle era stata inserita nel loro quotidiano come qualcosa di naturale e, in fondo, lui pensava davvero che non fosse il caso di parlarne.
Patrícia tornò dalla cucina con Sansão al guinzaglio. Il golden retriever sventagliava la coda pelosa. Era entrato a far parte della famiglia nove anni prima, quando abitavano ancora nell’attico davanti alla spiaggia di Copacabana. Adesso, un cane simile in un modesto appartamento era un inconveniente. Téo avrebbe preferito darlo a un canile – Sansão aveva un bel pelo, era di razza, qualcuno lo avrebbe adottato subito. Non l’aveva mai detto a sua madre, perché sapeva che lei lo considerava come un figlio. Sebbene ragionevole, la proposta di liberarsi del cane sarebbe stata rifiutata.
Suonò il campanello. Patrícia si avviò ad aprire la porta:
– Marli, cara!
Era la vicina, la migliore amica di Patrícia e appassionata di argomenti esoterici. Single convinta, moderatamente stupida, si prendeva cura di Patrícia come un’infermiera, dandole una mano a farsi il bagno o accompagnandola nelle sue passeggiate con Sansão per il quartiere. Il mercoledí giocavano a carte in coppia. Téo non sapeva chi dipendesse piú da chi in quel rapporto di amicizia e si divertiva a vedere Marli leggere il futuro di sua madre nei tarocchi – perlopiú predizioni totalmente irrealistiche. Una volta, aveva permesso a Marli di leggere anche il proprio:
«Sarai un uomo ricchissimo e felice, – gli aveva detto. – E ti sposerai con una bella ragazza».
Lui non ci aveva creduto. Non pensava affatto che un giorno sarebbe stato felice. Si sentiva destinato al limbo di una monotona routine, priva di momenti tristi o felici. La sua vita era solo un vuoto riempito di timide emozioni. E gli andava bene cosí.
– Torniamo fra un’oretta, – disse Patrícia. – Stasera c’è una grigliata. Non dimenticarlo.
– Quale grigliata?
– Della figlia di Erica. È il suo compleanno.
– Non ci voglio venire, mamma. La conosco appena.
– Ci saranno ragazzi della tua età.
– Sono vegetariano, mamma.
– I miei amici chiedono sempre di te. E poi ci saranno delle bruschette.
A volte, Téo si sentiva come un trofeo che la madre esibiva in giro. Era il suo modo di compensare le proprie deficienze fisiche e intellettuali.
– Non era una domanda, figlio mio. Tu vieni con me.
Patrícia sbatté la porta, e nell’appartamento rimase solo la musichetta del cartone animato.
Le bruschette non c’erano. Sangue e grasso colavano dalla carne sulle braci della griglia. Gruppi di giovani ballavano sulle note assordanti di una musica funky. Patrícia si divertiva in mezzo a un capannello di amiche. Téo conosceva a malapena quella gente e si pentí di non essere rimasto a casa, in compagnia di Tom e Jerry.
Tra le bottiglie di vodka in frigo, ne trovò una d’acqua. Aveva concordato con la madre che sarebbe rimasto poco. Se ne sarebbe andato in taxi e Patrícia si sarebbe fatta accompagnare da qualche amica piú tardi. Malgrado il disagio, trovava bello il posto. Incastonata nella roccia, la villa era suddivisa in ampi segmenti collegati da scalinate di pietra in mezzo alla vegetazione selvaggia che ricopriva il pendio. La casa si trovava in cima. Scendendo una rampa di scale, c’era una specie di dépendance dove si teneva la festa, con piscina, barbecue e tavolini di legno avvitati al pavimento. Sentieri sinuosi portavano a un giardino fiorito ben curato, che si sarebbe confuso con la foresta non fosse stato per una staccionata bianca.
– Stai scappando dalla gente o dalla musica? – domandò una voce femminile alle sue spalle. Era rauca, leggermente ebbra.
Téo si voltò verso di lei. La donna era giovane, probabilmente piú giovane di lui, e piccolissima, un metro e cinquanta al massimo. I suoi occhi castani si posavano noncuranti sui fiori.
– Dalla musica.
Un lungo silenzio si frappose tra di loro.
La ragazza era ben vestita – una camicetta fantasia a losanghe colorate e una gonna nera –, ma non era bella. Aveva un fascino esotico, forse. I capelli castano chiaro erano raccolti in una crocchia disordinata, alcune ciocche appiccicate alla fronte sudata.
– Stavi ballando? – domandò Téo.
– Sí, ma mi sono stufata.
Abbozzò un sorriso e lui si accorse che aveva gli incisivi superiori leggermente storti. Trovò il dettaglio interessante.
– Ti chiami?
– Téo. In realtà, Teodoro. E tu?
– Clarice.
– È un bel nome.
– Per l’amor di Dio, adesso non parlarmi di Clarice Lispector perché non ho mai letto niente di suo! Quella donna mi perseguita.
Era divertito dalla spontaneità della ragazza, ma rimase serio. Non era a suo agio in compagnia di donne cosí disinvolte: gli apparivano superiori, quasi irraggiungibili.
Clarice gli si avvicinò e appoggiò su una trave il piatto con salsicce e cuori di gallina che aveva nella mano destra. Morse un cu...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Giorni perfetti
- 1
- 2
- 3
- 4
- 5
- 6
- 7
- 8
- 9
- 10
- 11
- 12
- 13
- 14
- 15
- 16
- 17
- 18
- 19
- 20
- 21
- 22
- 23
- 24
- 25
- 26
- 27
- 28
- 29
- 30
- 31
- 32
- Il libro
- L’autore
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