Era la sola cosa da fare. Restare immobile sul pelo dell’acqua, lasciandosi galleggiare sul marciume, tra verde e verde, il verde-giallo della borraccina e il verdenero del liquame. Forse l’avrebbe scampata. O forse no. La mirauda, regina delle bisce, già aspettava, lí vicino, pronta a scattare. Ecco, spalanca la bocca, un brillio rosso fuoco, profondo, nel punto d’attacco della lingua, vibrante, bifida, e zàc. Il buio, finalmente.
Lo chiamavano Ranabota, che vuol dire girino. Un po’ piú che girino, per la verità, ma un po’ meno che rana. Della rana aveva gli occhi tondi e sporgenti, le gambette magre, disarticolate. Del girino il ventre tondo, a pera. Perciò la decisione appena presa di starsene lí, acquattato, e aspettare, apparteneva alla sua natura.
Fin da bambino, del resto, Ranabota aveva l’abitudine di rincantucciarsi da qualche parte, lasciando che il film sostanzialmente ripetitivo dell’esistenza contadina gli scorresse davanti e gli s’imprimesse nella memoria, chissà per quale strana alchimia, carico d’una sua misteriosa e stupefatta bellezza. Abitava in un vasto cascinale dell’alto vercellese che, quasi fosse un bastimento alla deriva – infatti si chiamava La Nave –, si era come arenato in un angolo di terra ai confini fra tre regioni. Le ultime risaie a ridosso delle Prealpi lo lambivano sul lato sud e gli si stendevano davanti, verso quella che un tempo era stata la selva di Rovasenda. Dunque, volgeva le spalle, da una parte, alla Baraggia, arida brughiera tra le colline di Masserano e il monticciolo dei vigneti di Gattinara, e dall’altra alle montagne, al massiccio del Rosa. In forza di questa sua collocazione il cascinale sviluppava una triplice forma di economia e di vita. Efficiente e severa macchina per la coltivazione, la trebbiatura e l’essiccazione del riso, vi aveva una parte importante la caccia, cui la Baraggia sembrava destinata da un qualche decreto di un dio provvidenziale e crudele, ma, ed è una singolarità, al suo interno era praticato anche il commercio del vino, che per lo piú veniva fatto arrivare da Lozzolo e da Lessona. Di tutto Ranabota era curioso: molto lo faceva gioire e molto lo faceva soffrire. In silenzio, per conto suo.
Ranabota aveva un po’ dappertutto i suoi rifugi segreti. Come quello in cui sta adesso, nel mezzanino sopra il grande pergolato d’uva fragola, da dove si può occhieggiare non solo lí di sotto ma anche verso la campagna: basta sporgersi da una finestrina seminascosta dal fogliame che già va ingiallendo. Ancora lontana, sbuca tra i filari di pioppi e in una nuvola di polvere un’Ardea nera d’anteguerra. L’auto si avvicina. E già si sottrae alla vista, perché si dirige verso la corte e cioè verso la facciata della casa, mentre il mezzanino e la finestra danno sul retro, in quella zona franca rubata ai campi che chiamano il giardinone. Ma Ranabota sa benissimo quel che sta per succedere. È un rito che si ripete tutti gli anni, a fine ottobre, dopo il taglio del riso e dopo la vendemmia.
Dall’auto, guidata da un pretino magrissimo con spesse lenti da miope, la tonsura ben rasata, bianca e tonda come un’ostia, scende Munsgnûr, il vicario di Gattinara. Ad aspettarlo, sulla scala in pietra di Luserna che porta all’uscio in noce a due ante sormontate da una grata in ferro battuto, c’è Parivècc, il padrone della Nave. Munsgnûr indossa una talare e un tricorno, l’uno e l’altra bordati di rosso: sono i segni del suo rango. Anche Parivècc esibisce i segni del suo rango, cioè: un cappello di panama, per la verità non impeccabile, e, sotto una giacca un tempo molto buona, il panciotto che mostra la catena da cui ciondola una piccola sterlina d’oro, una concessione appena ostentata a una moda che risale a quarant’anni prima. Però, mentre Parivècc si leva il cappello e fa un gesto di ossequio come non farebbe a nessuno (non gli sta di fronte il suo amico, il suo solo amico?), Munsgnûr tiene in testa il suo, e, piuttosto, accenna a una benedizione, subito però interrompendosi, a sottolineare qualcosa come una sospensione del giudizio.
Intanto qualcuno invita il pretino ad accomodarsi su una delle poltroncine in vimini che stanno davanti alla casa, in quello che chiamano il giardinetto. «Grazie, ma basta questa», dice il bravo automedonte, e si siede sul bordo di una panca di legno, subito aprendo il breviario e immergendosi nella lettura dopo un ampio segno di croce – sa che l’attesa sarà lunga, e già lo consola l’idea del bel bicchierone d’acqua e tamarindo che fra un po’ gli porteranno. «Come preferisce, don Achille». Munsgnûr e Parivècc attraversano il lungo corridoio che taglia la casa e, proprio nel momento in cui Ranabota lo ha previsto, sbucano sotto il pergolato, dove si siedono, l’uno di fronte all’altro, ai lati estremi di un tavolo lungo e stretto che sembra piantato per terra.
I due uomini non potrebbero essere piú diversi. Parivècc, secco e duro, fa pensare a una radice, al nerbo di una frusta, ai nodi di una corda vecchia e salda. I capelli e i baffi, entrambi tagliati all’umberta, sono spazzole di ferro. Se guardi le gore di sudore sul cappello, ti chiedi quando mai abbia potuto inumidirsi, quella fronte. Nessun agente esterno sembra toccarlo, tantomeno le zanzare che, nonostante la stagione avanzata, forse per via del caldo durato straordinariamente a lungo e ancora stagnante, planano stancamente sui lembi scoperti di pelle. Potrebbe mettersi nella tasca della giacca uno skürs, un aspide, e starsene tranquillo, indifferente, come del resto si dice una volta abbia fatto. Al contrario Munsgnûr è perennemente in lotta con il suo corpo, afflitto com’è da una pinguedine cui non s’è ancora rassegnato. Lotta in un certo senso vinta, perché dovette essere ben piú drammatica, un tempo, Dio solo sa quanto. Ora si limita a passarsi un fazzoletto tra collo e colletto, tanto molliccio l’uno quanto rigido l’altro. E se un refolo d’aria basta a scompigliargli i capelli, lunghi e radi, lascia fare. Eppure hanno qualcosa in comune, i due uomini. Potremmo dire: una forza profonda, muta. Un filosofo che quella rispettabile età (hanno entrambi superato i settanta) non avrebbe conosciuto, essendosi suicidato a vent’anni, la parola giusta l’ha trovata, per loro: sono persuasi di se stessi.
Ma già arrivano le donne con i tocchetti di grana, in due ciotole di legno, una di qua, una di là, a portata di mano. E poi, a seguire: due tovaglioli immacolati, due cavatappi, due bicchieri. Finalmente, le bottiglie: una di qua, una di là. Parivècc osserva la sua con attenzione. Addirittura inforca gli occhiali, come per veder meglio l’etichetta che pure conosce benissimo, ma anche questa volta si trattiene dal rivolgere a Munsgnûr la domanda che sempre gli viene in mente nell’occasione: se non trovasse disdicevole che proprio sulle bottiglie della sua vigna fosse raffigurata, alta sul monte di Gattinara, la torre di fra Dolcino, l’eretico fatto squartare dal vescovo Zenone sul sagrato del duomo di Vercelli e lí arrostito, pezzo per pezzo, come un capretto. Ma quella parola, “disdicevole”, la sola non offensiva, gli manca, e allora la domanda se la tiene per sé. Presentendola, tuttavia, e come per rimuoverla, Munsgnûr afferra la sua bottiglia, se la pone in grembo, e, attento a non smuovere il fondo, la stappa. Parivècc fa altrettanto.
Tra le dita i due ora tengono i tappi. Se li portano al naso. Aspirano per insufflazioni brevi e intense. Li ripongono. Si guardano. Scambiano un cenno del capo. Sí, promette bene. Ed è la volta del vino. No, ancora un istante. Prima Munsgnûr vuole ripassarsi il fazzoletto tra collo e colletto. Parivècc ha un impercettibile moto d’impazienza, ma si trattiene dal versarsi da bere: soltanto dopo il suo ospite. Il momento è venuto. Con cautela, ma con polso fermo, Munsgnûr inclina la sua bottiglia finché il prezioso liquido scende nel bicchiere. Dall’altra parte con gesto speculare Parivècc compie la stessa operazione. «Guarda un po’, – pensa Ranabota nel suo osservatorio, – si sono riempiti il bicchiere proprio nella stessa misura, poco oltre la metà, non una goccia di piú, non una goccia di meno».
Alzano i bicchieri controluce. Dopo lungo tacere e senza che i loro occhi s’incontrino una sola volta, farfugliano qualche parola enigmatica. Amaranto, rubino, cristallo... Come sollecitando un’anamnesi, un riconoscimento certo. Ma si capisce benissimo che non hanno ancora trovato quello che cercano. Che cosa? vorrebbe sapere Ranabota. Potessimo suggerirglielo noi, diremmo: una sfumatura, quella sfumatura, anzi, di piú, una nota di colore che per l’appunto è una nota di colore, colore-musica, colore che si fa musica e lo puoi perfino ascoltare. Mutano l’angolo di rifrangenza, cercando il raggio piú proprio. Non basta, ancora non ci siamo. Tentano per altra via. Immergono il naso nel bicchiere, che è un rustico calice panciuto, e vi restano assorti, gli occhi socchiusi.
Ranabota intuisce che nessuno dei due uomini, neppure con un coltello alla gola, sarebbe disposto a fingere – fingere di aver trovato pur non avendo trovato. Ricorda quel che era successo due anni prima, no, tre. Munsgnûr, dopo aver lungamente osservato e odorato, prima di bere, aveva emesso la sentenza: «L’è nen cuma ca deû». Non è come deve. Sentenza dura, amara. Parivècc, nonostante il dovere dell’ospitalità, che sentiva fortissimo, non aveva potuto far altro che assentire: «No, a l’è nen lû». No, non è lui. Avevano poi bevuto qualche sorso, ma trovando conferma, ahimè, e continuato per un po’ a bere, quietamente disperati entrambi, per un po’, solo per un po’, tant’è vero che le due bottiglie erano rimaste lí semipiene e loro se n’erano andati in silenzio dopo un ultimo tentativo di spiegazione: l’hanno intorbidato i tuoni dell’estate, strani, profondi, aveva buttato lí Parivècc, o forse i peccati degli uomini, aveva detto sottovoce Munsgnûr. Dunque, era impossibile mettere in dubbio che qualcosa da trovare c’era, eccome se c’era. Ma che cosa? Non questo, non quello, ma... “Ma”, si sarebbe dovuta chiamare la cosa. Qualcosa come un principio generatore: trovato il quale, tutto il resto segue, ma nondimeno si sottrae all’identificazione oggettiva, al “questo” e al “quello”. Insomma, ciò che sta tra questo e quello, senza essere né questo né quello, eppure essendo ciò che deve essere. Era evidente che i due procedevano per esclusione, nel piú completo abbandono ai segni e alle voci che venivano dall’oggetto della loro indagine, ma guidati da un criterio certissimo e infallibile, un paradigma, un’idea. Sí, un’idea. Che non era da nessuna parte, se non nella bottiglia, anzi, nel bicchiere. Ma era, certissimamente era!
Non è forse vero, si sarebbe detto Ranabota molto tempo dopo tornando col pensiero ai due vecchi e al loro vino, che l’amante riconosce l’amato a un solo sguardo? L’amante non ha ancora mai incontrato l’amato. Ma l’incontra: è lui, non può che essere lui. Lo stesso accade all’artista. Nulla lo può assicurare che è nel giusto. Non la sua tecnica. Non un canone, un modello. Eppure non c’è arbitrio nel suo fare. Ma fedeltà a una regola ineffabile. E questo vale per l’artista di oggi come per l’artista di duemila anni fa. Il pittore armato non di pennello ma di punteruolo e pronto a squarciare la tela sta di fronte alla superficie bianca e ben mesticata esattamente come l’antico calligrafo cinese. Ma l’analogia potrebbe essere spinta fino a riguardare anche l’uomo di Dio. Chi gli dice che sia Dio a parlargli, e non una sua allucinazione? Nessuno. Che cosa lo garantisce? Nulla. Cosí avrebbe ragionato Ranabota, non ora, naturalmente, fra qualche anno, e per questa via sarebbe giunto a ipotizzare che il nulla è l’anima segreta delle cose. Ma intanto si limita ad aspettare con trepidazione che l’evento si compia. Ha notato che i due uomini hanno incrociato lo sguardo. Come se incominciassero a temere. Ma è solo un attimo. Ranabota non sa trattenere un gridolino di ammirazione, col rischio di farsi scoprire, quando finalmente la prognosi si scioglie.
«Chilu», eccolo, dice Parivècc.
«I’è», c’è, conferma Munsgnûr, ma solo dopo lunghi, interminabili minuti, in cui la tensione si andava facendo pesante, tensione (per Munsgnûr) di sé con sé, data la pigrizia o l’incertezza dei sensi, e tensione (per Parivècc) nei confronti dell’altro, paralizzato dal suo stesso convincimento – ora finalmente è come un farsi luce che acquieta.
Ma non per questo, come sarebbe stato da aspettarsi, essi portano il bicchiere alla bocca. Al contrario, lo ripongono, forse per assaporare con tranquillità quel primo successo che fa pregustare gioie imminenti, forse in obbedienza a prescrizioni rituali non esplicitabili ma rigorose. Mordicchiano un pezzetto di formaggio. Un altro. E adesso il gesto decisivo non può piú essere rinviato. Ma c’è fiducia nelle labbra, nel palato, nella mente – la fiducia di chi sa che ormai non può piú essere tradito. Il vino ruota lentamente nella bocca. Scivola giú. Leggero schioccare di lingue. Quanto basta perché una libellula, piccola e verde, autunnale (del tipo che chiamano balarína) si stacchi dalla foglia su cui posa e cerchi l’aperto. Quello che segue non è un dialogo. Semmai, una partitura musicale. A doppia linea melodica. Ciascuna voce segue la propria linea di sviluppo, autonomamente. Ma in base alle leggi neanche tanto improbabili dell’armonia prestabilita.
«È lui» (e chi, se no?)
Silenzio.
«Però riesce sempre a sorprenderti» (chi, lui?)
Silenzio.
«Si nasconde» (dove?)
Silenzio.
«Ha carattere, ha sostanza, ha profumo» (che cosa gli manca?)
Silenzio.
«La faccenda si fa seria» (eh?)
Silenzio.
«Quando arriva dal fondo, non puoi piú sbagliare» (qualcuno saprà spiegare, o no?)
Silenzio.
Sono passati venticinque minuti. Il livello, nelle bottiglie, è di due dita sotto il bordo superiore dell’etichetta. Munsgnûr da un pezzo ha smesso di lottare con il proprio corpo. Non che non lo infastidisca piú. Semplicemente se ne sta dimenticando. E lui è sereno. Piú teso, invece, Parivècc. Ma senza l’abituale rigidezza. Come sciolto dall’invisibile catena con cui è solito legarsi a se stesso, quel suo sé piú duro del marmo. E che silenzio... Davvero un bellissimo silenzio. Sentiresti, volendo, il fruscio del riso girato e rigirato al sole declinante per farlo asciugare, laggiú in fondo, oltre le stalle. Il lento scalpicciare dei cavalli piú vecchi, buoni soltanto a trascinare l’erpice di legno. L’urto, di tanto in tanto, dello strumento contro le colonne quadrate delle tettoie, quando i cavalli sbagliano nel calcolare la curva. Udresti tutto ciò, ma non ce n’è bisogno, perché il riso, che è biondo, tiepido, generoso, è lí, in immagine, tra i due vecchi. Come una promessa di felicità. Del resto, non si sono dati convegno, i due, come tutti gli anni in quella data, per scambiarsi riso e vino? Munsgnûr porta all’amico quattro casse da dodici bottiglie, Gattinara della vigna sotto la torre, vigna superba (ah, il suo successore, l’ottimo don Achille, che l’avrebbe venduta per costruire un cinema parrocchiale!) e Parivècc ricambia con venticinque sacchetti da cinque chili, Arborio finissimo, cui aggiunge, leccornia impagabile, due arbarèle di carpe in gelatina fresche di preparazione, pescate in risaia al momento del deflusso delle acque. Questo tutti gli anni, alla stessa data. È il patto fondatore, è il mito che sta alla base della loro amicizia. Da cui segue, inevitabilmente, il rito.
Perciò non hanno niente da dirsi. Niente che non sia un contrappunto, solo un contrappunto, alla ripetizione dell’evento originario. Nella pace silenziosa della bevuta. Senza contare che, se parlassero di questo o di quello, sarebbe immediatamente la fine. A dividerli, tutto, ma proprio tutto – a cominciare dalla religione. E tutto diventerebbe occasione di conflitto. Vano, irrisolto conflitto. Come sanno bene entrambi. E come anche Ranabota crede di sapere. Infatti Ranabota gode del tacito accordo che si stabilisce tra i due vecchi quasi fosse una vittoria su qualcosa di terribile che, nonostante tutto, potrebbe sempre di nuovo accadere. Minaccia rimossa, ma incombente. È chiaro che un’inezia, una distrazione, uno sventato colpo di barra al timone che governa quella piccola traversata del silenzio sarebbero piú che sufficienti per lasciar irrompere esagitati fantasmi vocianti.
Ranabota ha la rivelazione della dolorosa inutilità delle parole, anzi, della loro inesauribile potenza distruttiva. E, preso com’è da questo pensiero, si raccoglie in una visione che lo sconforta. Di colpo, gli si para dinanzi il futuro prossimo. Mesi e mesi di solitudine, prima che tornino le mondine – e che cosa questo significhi, per lui, solo lui lo sa, anche se non saprebbe spiegarlo. Mesi pieni di nebbia. A spezzare la quale non c’è che l’urlo del maiale sgozzato. Già gli pare di sentirlo. Risuona di cascina in cascina, a dicembre, e uno sa benissimo dove si trova, anche se non vede a un palmo dal naso, perché ogni cascina ha il suo, di grido angoscioso, tutto sta nel coltello, chissà, o nell’arte del macellaio, sia come sia ti ritroveresti comunque, non puoi neppure fuggire perché non c’è nessun altrove. Poi lo impiccano. Già morto. Non hanno ancora finito di raccogliere il sangue che lo tirano su con le catene, ci montano addosso con una scala, uno di qua, uno di là, lo sventrano, lasciano le interiora scivolare con un gorgoglio sordo, le donne già immergono mani e braccia fino ai gomiti nelle viscere palpitanti, fumanti, che meraviglia questo fegato, dicono estraendolo e mostrandolo, che bellezza questi rognoni, da leccarsi i baffi. Ha un bel chiudere gli occhi, Ranabota. La scena ormai gli si è impressa nella mente ed è di quelle che, vista una volta, poi la vedi sempre, ha scoperto Ranabota. Se almeno potesse rifugiarsi dalle mondine... Le sue mondine. Partite. Tornate al loro paese. E chissà se si ricordano di Ranabota.
Quando arrivano, ragiona freddamente Ranabota, però lo vengono a cercare. Armida, specialmente, ma anche Pandora. Ha perfino fatto la prova, l’ultima volta. Si è nascosto. Non si è fatto vedere fino a sera, anche se moriva dalla voglia di correre da loro e mostrare le foglie di meliga, le piú belle, che aveva messo da parte perché si facessero il saccone, odoroso, morbido, piú morbido di un materasso di piuma d’oca. E loro avevano chiesto di lui. Dunque... Ma questo pensiero è troppo dolce, per Ranabota. E allora si contenta di pensare che a maggio torneranno. Immancabilmente. Questo è certo. E tanto gli basta.
Un po’ sollevato, Ranabota, che nel frattempo s’era perso a guardare nel vuoto, volge di nuovo lo sguardo sotto di sé. I due uomini sono assorti, col bicchiere in mano. Che cosa mai può minacciarli, nella loro tranquilla marcia di avvicinamento alla beatitudine? Che cosa dividerli? Ma qui ancora una volta dobbiamo intervenire per suggerire quel che Ranabota non può né sapere né immaginare e che solo molto piú in là negli anni (ora ne ha dodici) avrebbe saputo tradurre in concetti. Detto molto in breve, si tratta proprio di ciò che costituiva la persuasione profonda dell’uno e dell’altro – ciò per cui ci siamo sentiti autorizzati ad affermare che i due vecchi, di là da tutto, apparivano “persuasi di se stessi”. E la persuasione, rispettivamente, consisteva in questo: per Munsgnûr, che il mondo fosse imperfetto; per Parivècc, invece, che il mondo, cosí com’è, fosse perfetto.
Oh, non che Munsgnûr disconoscesse la sapienza e l’insondabile lungimiranza (cosí usava esprimersi nei suoi momenti di estro teologico) che governano tutte le cose – sarebbe un’orribile bestemmia. Sí, tutte, tutte: anche le malattie, di cui si può imparare a fare buon uso, anche la morte, che è la porta del cielo. Non c’è niente nel mondo, dice, che non sia dono di Dio. Negate questo, aggiunge, e il mondo diventa un enigma incomprensibile. Bisogna essere ben ciechi per non vedere quel che chiunque può vedere. Ovunque. A caso. Prendiamo questo vino, ad esempio. Come non riconoscere che è dono di Dio? Voi dubitate, sorridete... E...