Storie della disperanza
  1. 160 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Informazioni su questo libro

Negli anni Ottanta Álvaro Mutis, dopo una lunga ricerca poetica apprezzata dai critici e dal pubblico, allunga il respiro della sua narrazione con le avventure di Maqroll il Gabbiere, protagonista di una serie di romanzi che aprono al loro autore le porte dei maggiori riconoscimenti internazionali (fra cui, nel 2001, il Premio Cervantes, il piú ambito per la letteratura in lingua spagnola).
Anche in questo inedito volume di racconti - scelti personalmente da Mutis - troviamo i personaggi e i temi a lui cari e tanto amati dei lettori: dall'ultima (per ora) avventura di Maqroll il Gabbiere di Un Re Mago a Pollensa, ai racconti del diplomatico portoghese di I testi di Alvar de Mattos, dalle immaginifiche avventure di Alar l'Illirico, stratega dell'imperatrice Irene di La morte dello stratega, al piranesiano Diario di Lecumberri, dal resoconto della presa di Costantinopoli da parte di Maometto II, alla «fotografia» dell'inizio della sfolgorante carriera del generale Bonaparte... Tutte storie, fra realtà e finzione, scritte con la passione e l'eleganza tipiche di Álvaro Mutis, e impregnate di quella «disperanza» che, eternamente, avvolge il destino degli uomini e il loro cammino.
A cura di Gaetano Longo.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2015
Print ISBN
9788806166878
eBook ISBN
9788858418420

Diario di Lecumberri

A colei che danza

I.

Quando in carcere le cose vanno male, quando qualcuno o qualcosa riesce a rompere la serrata fila dei giorni e li scompiglia e li rimescola in un disordine che viene da fuori, quando questo succede, ci sono certi sintomi infallibili, certi segni premonitori che annunciano l’imminenza dei giorni peggiori. La mattina, al primo appello, un arido sapore di stracci ci secca la bocca e ci impedisce di dare il buongiorno ai compagni di cella. Ognuno va a mettersi dove può, in attesa del sergente che viene a firmare il rapportino. Poi arriva il rancio. I dispensieri gridano il loro «chi vuole il pane?», come al solito, oppure «chi vuole la zuppa?», con cui rompono il precario incanto lasciato dal sonno in quelli che barcollano intontiti, non ancora convinti di essere detenuti, di trovarsi in carcere. Il cibo arriva in silenzio e ognuno si avvicina con il suo piatto e la tazza per ricevere la propria razione: e non protesta, non ne chiede ancora, non apre bocca. Si rimane lí a guardare il secondino, «la scimmia», come un essere venuto da un altro mondo. Quelli che vanno ai bagni turchi percepiscono piú da vicino e con piú evidenza il nuovo ospite impalpabile, opprimente, impossibile. Si insaponano in silenzio e mentre si asciugano rimangono a lungo a guardare il vuoto, non come quando si ricordano di «fuori», ma come se guardassero un nulla grigio e meschino che lentamente li sta inghiottendo. E cosí passa la giornata in mezzo ai segnali, alle sordide tappe che annunciano una sola presenza: la paura. La paura del carcere, la paura dal gusto polveroso di roccia vulcanica, di mattoni secolari, di polvere vecchia, di baionette appena oliate, di topi malati, di inferriate gementi la ruggine degli anni, di unto dei corpi che si dibattono sul cemento gelido delle brande e trasudano sventura e insonnia.
E andò proprio cosí. Io fui tra i primi ad accorgermi di quello che succedeva, dopo due giorni, due giorni in cui la paura si aggirava come una belva cieca nella grande gabbia del penitenziario. Era morto uno in infermeria, e non si sapeva di che cosa. Avvelenato, pareva, ma si ignorava come e con che cosa. Quando arrivai al raggio i miei compagni ne sapevano già un po’ di piú, perché in carcere le notizie corrono con l’isterica rapidità con cui i nervi, quando sono eccitati dalla fatica, trasmettono i loro messaggi. Era un «tossico», e qualche ora prima di morire si era iniettato la droga. Gli avrebbero esaminato la pancia, e il giorno dopo ci avrebbero fatto sapere. La sera tutto il penitenziario era al corrente e fu allora che entrammo nella seconda fase del flagello, come l’ho chiamato tanto per dargli un nome.
Tra di noi si diffuse un senso di grande attesa e nessuno parlava d’altro o pensava ad altro. All’alba del giorno dopo vennero alla mia cella a svegliarmi: «C’è uno che sta malissimo, capo, ha la bava alla bocca e dice che non riesce a respirare». Qualcosa risuonò dentro di me dicendomi che era previsto, che già lo sapevo, che non c’era rimedio. Mi vestii rapidamente e andai alla cella del malato, i cui lamenti si sentivano da lontano. Era Salvador Tinoco, detto il Marca, un ragazzo discreto e taciturno che lavorava nel laboratorio di confezioni e riceveva le visite di una vecchietta linda e sorridente che chiamava la sua madrina. Era soprannominato il Marca per qualcosa che aveva a che fare con la squadra di baseball, a cui era orgoglioso di appartenere e a cui dedicava tutto il tempo libero con entusiasmo inalterabile. Non avrei mai immaginato che il Marca si facesse. Non avevo ancora imparato a distinguere tra la malinconia abituale dei detenuti e la disperazione profonda di chi fa uso di droga, una disperazione a cui questa riesce a sottrarlo solo in parte. Il Marca mi fissò; ormai non riusciva piú a pronunciare una sola parola intelligibile. Una specie di mugolio lamentoso accompagnava questo sguardo con cui mi diceva tutta la cieca fiducia che riponeva in me, la certezza che io l’avrei salvato da una morte che già prendeva possesso del suo corpo magro da ragazzino. Lo portammo in infermeria e il medico di turno lo fece passare immediatamente in sala operatoria. Una lotta sterile, in cui vennero impiegati tutti i rimedi disponibili, ebbe come unico effetto il dibattersi instancabile del Marca contro il doloroso avanzare della paralisi che andava bloccandogli certe parti del corpo in pose vaghe e grottesche, del tutto estranee a ciò che era stato in vita il serio e tranquillo Salvador, il quale un giorno mi aveva detto, come unico commento alla visita della madrina: «Viene da Pachuca, capo. Là abbiamo un po’ di terra. Ci pensa lei, finché non esco». E ora mi chiedevo: «Chi glielo dice alla madrina che il Marca sta morendo?»
Poco a poco smise di agitarsi e all’improvviso un’ombra scarlatta gli passò sul viso, le mani che si era strette alla gola si rilassarono e il medico tolse gli aghi che iniettavano siero e antidoti, e ci guardò con la faccia slavata dalla stanchezza. «Comunque non c’era soluzione. Finché non sapremo cosa gli stanno vendendo per droga, non c’è niente da fare».
Dunque era questo. Stavano vendendo «tecata balín». Qualcuno aveva scoperto la maniera piú facile di guadagnarsi un po’ di pesos vendendo come eroina chissà che diavolo di sostanza, d’aspetto simile alla polvere bianca nota nel penitenziario con il nome di «tecata». Tornai al raggio. Era questo, dunque, quel che annunciava la paura. A quanti sarebbe toccato ancora? A chi? Non avremmo tardato a saperlo.
Il giorno seguente, al mattino, vedemmo entrare un donnone robusto, con i capelli tinti di biondo e un’aria da valchiria vinta dalla miseria e dalla noia della vita nei sobborghi. Aveva uno sguardo vago, sperduto, e un brutto sorriso gelido incollato al viso. Era la moglie di Ramón il parrucchiere. Dapprima non capimmo bene. Ma quando misi a fuoco la faraonica faccia di Ramón, i suoi occhi grandi e acquosi e alcune delle favolose divagazioni in cui si perdeva mentre ci tagliava i capelli, fui schiacciato immediatamente da una certezza opprimente.
Ramón era il prossimo. Chiesi una visita dentistica e andai all’infermeria con la speranza di essermi sbagliato. Ramón era un buon amico e un bravo parrucchiere. Avevo indovinato. Lo trovai steso sul letto, con le mani aggrappate ai bordi, che si lamentava sordamente mentre le sue parole si facevano sempre meno chiare fra i rantoli dell’intossicazione: «Non lasciarmi morire, bionda. Biondina, guarda se il dottore può fare qualcosa. Chiediglielo, per piacere». Il medico osservava attentamente il moribondo. «Chi t’ha dato la droga, Ramón? Toccherà ad altri dopo di te, se non ce lo dici. Chi te l’ha data?» «Fa lo stesso, dottore. Salva me, e gli altri vadano al diavolo. Salvami e ti dico tutto. Se mi lasciate crepare sto zitto. Salvatemi, brutti stronzi, per questo vi pagano!», e fece un vano tentativo di aggredire il medico che aspettava le sue parole e lo guardava impassibile, con l’amara consapevolezza che da questo animale disperato e agonizzante dipendeva la vita di tanti altri che forse proprio in quel momento stavano comprando la falsa droga.
«Dicci chi è stato e ti salviamo», disse un aiutante con l’imprudenza di chi non conosce le leggi inflessibili dei carcerati. Ramón non poteva piú parlare: ormai non aveva quasi aria per articolare una sola parola. Rimase a fissare quello che aveva parlato, con uno sguardo ironico accompagnato da una smorfia di disprezzo, come per dirgli: «Ma che ne sai tu, imbecille! Tanto ho già capito che niente può salvarmi. Non vedi che non riesco piú neanche a parlare?» Improvvisamente la moglie, che fino ad allora aveva mantenuto il gelido contegno di chi dalla vita non può ricevere altri colpi, iniziò a gridare come impazzita e prendendo il medico per il camice gli disse: «Io so chi la vende! Io lo so, dottore. A lei lo dico. Solo a lei. Non mi va di far la spia davanti a questi stronzi!» Il dottore la portò nel giardino pieno di fiori. Non rimase molto con lei e tornò tenendola per il braccio fino ai piedi del letto. «Il Marca, come veniva chiamato, è morto ieri, signora, gliel’ho già detto. Non può essere stato lui». «Ma era lui, dottore, lui e nessun altro». La faccia esausta e incolore del medico era il ritratto dell’impotenza. Entrò un ufficiale. Indossava un’impeccabile uniforme di gabardine beige e aveva un’aria cosí estranea a tutto quanto stava succedendo lí che la sua vista suscitò in noi un sordo rancore contro di lui. Gratuito forse, ma molto profondo. «Come è andata?» chiese guardando la faccia paonazza di Ramón. «Gli avete tirato fuori qualcosa?» «Ormai non può parlare, e comunque non ha detto niente», rispose il medico alzando le spalle e mettendosi a regolare le manopole dell’ossigeno come se volesse evitare l’intruso. Ramón il parrucchiere cominciò a tremare, tremava come se lo stessero picchiando in sogno. Sua moglie lo guardava fissamente, con rabbia, con odio, come si guarda ciò che non serve piú, ciò che non è mai servito. Quando smise di tremare, era morto. La moglie non disse niente. Si alzò e uscí senza parlare con nessuno.
Poi fu la volta di Ford. Svenne mentre stava imbiancando un muro della cucina. Lo portarono all’infermeria e i medici si resero conto che era intossicato. Si era rotto la spina dorsale, non parlava, e i suoi grandi occhi iniettati di sangue ci guardavano pieni di stupore. Morivano tutti nello stesso modo. La falsa droga colpiva i centri della respirazione. Soffocavano a poco a poco, tra dolori tremendi. Gli mancava l’aria ogni istante di piú, si portavano la mano alla gola nel tentativo di strappar via qualcosa che impediva il passaggio dell’aria. Li legavano al letto dove lentamente andavano incontro alla morte, sempre stupiti, sempre increduli che qualcuno che non avevano mai denunciato li avesse fregati con la «tecata balín», e non ci credevano finché non ne sentivano i sintomi nel proprio corpo.
A Ford seguí lo Zotico, allo Zotico, il Tigna; al Tigna, Tarzan; a Tarzan, Pedro il negoziante; a Pedro il negoziante, Luis Almanza detto l’Infame, e cosí, a poco a poco, ci addentrammo nella desolata miniera del flagello, penetrando nel tunnel dei morti, che andavano accumulandosi fino a riuscire a farci vivere come naturale e irrimediabile questo nuovo capitolo della nostra vita di reclusi. Nessuno volle dire come si era procurato la droga, chi gliel’aveva fornita. Nessuno si rassegnò ad accettare di essere stato scelto per il macabro affare. Quando lo capiva e l’asfissia cominciava a togliergli l’aria e il terrore compariva sul volto attonito, allora un desiderio di vendetta lo faceva tacere. «Ma sí, crepiamo tutti! – disse uno. – Tanto a che serve? Caro colonnello, se le dico chi me l’ha venduta, non le servirà: domani la venderà un altro. Dunque faccia a meno di cercarlo, capo». Altri tentavano di mercanteggiare con le autorità e con i medici che perquisivano i letti in cerca di tracce che indicassero l’origine del flagello: «Io glielo dico, dottore, – dicevano, – ma solo se mi manda al Juárez a far la trasfusione. Lo so che cosí mi salvano. Me l’ha detto il Ferrovecchio, lo so. Ve lo racconto là chi spaccia la “tecata balín” e dove la tiene». Questa della trasfusione al Juárez faceva parte della leggenda che si andava formando intorno alle morti incontrollabili e inevitabili. Non c’era salvezza possibile e i medici non potevano far niente contro la sostanza che, una volta nel sangue, trascinava implacabilmente alla tomba lo sventurato che aveva cercato in essa una strada ben diversa per evadere dall’impossibile realtà della sua vita.
Fu dopo il decimo morto che Pancho lanciò nel cinema il suo indimenticabile urlo. Aveva l’abitudine di arrivare quando le luci erano già spente. Andava a sedersi ai piedi dello schermo e gridava a squarciagola: «Sono arrivato!» Gli rispondeva un subisso di insulti ma lui, imperturbabile, prendeva a commentare alla maniera di un coro greco le scene del film, mettendole in relazione con la vita quotidiana del penitenziario. Quando sullo schermo la tensione drammatica ci teneva tutti col fiato sospeso in attesa dell’epilogo, lui gridava con tono beffardo: «Ma che paura!», rompendo l’incanto e incassando la scontata reazione degli altri spettatori.
Quando la «tecata balín» iniziò a circolare e a uccidere, quando ogni faccia veniva scrutata a lungo dagli altri per cercarvi l’impronta della morte, Pancho smise di lanciare il suo urlo. Entrava, come prima, a luci già spente, si sedeva ai piedi del telone, come sempre, e se ne stava zitto fino alla fine. Successe il mercoledí dopo la festa nazionale, quando nella stessa giornata morirono tre compagni e il terrore che ci visitava giunse al culmine. Il cinema era pieno fino all’ultimo sedile. Tutti volevamo dimenticare il potere infinito della morte, quell’interminabile viaggio nei suoi dominii. Pancho entrò nel buio e, improvvisamente, si fermò in mezzo alla corsia centrale, si voltò verso di noi e urlò: «Viva gli sciacalli – come venivano chiamati gli omicidi – e che i morti vadano a farsi fottere!» Seguí un silenzio gelido, quindi lo vedemmo sedersi al solito posto, nascondere la testa tra le braccia e singhiozzare sordamente. Due dei morti erano i suoi migliori amici. Era arrivato con loro e con loro vendeva bibite il giorno della partita al campo sportivo.
A partire da quel giorno cominciò a circolare la voce che c’era una pista sicura. Qualcosa nell’aria ci diceva che il regno della «tecata balín» era prossimo alla fine.
Di lí a poco, una sera vidi entrare due detenuti: era già quasi buio e i sorveglianti li portavano al mio raggio, circondandoli con attenzione e spingendoli avanti coi manganelli. Pallidi, balbettanti, confusi, entrarono in due celle separate, al pianterreno. Poco dopo arrivarono gli ufficiali e i medici. Venne improvvisato un ufficio nei bagni e lí li interrogarono, separatamente, quasi per tutta la notte. Senza violenza, paziente e ostinato, il colonnello poco a poco strappò loro fuori la verità, facendoli cadere in contraddizioni utili a chiarire tutta la storia. Erano stati Cavallina e il suo compagno, la Bionda, ad aver avuto l’idea. Col rasoio raschiavano tutte le pareti imbiancate che trovavano: la polverina cosí ottenuta finiva nelle bustine in cui circola la droga, e le bustine erano poi mescolate a quelle contenenti eroina vera. Cosí per cinque nere settimane la roulette della morte aveva giocato il suo funebre gioco, colpendo alla cieca, lasciando fare al caso, che conta cosí poco per i detenuti ed è cosí estraneo al mondo concreto e immutabile del carcere. Fino ad allora, il caso era sempre stato uno dei tanti elementi della libertà, la impossibile, sfuggente libertà che non arriva mai.
Non so bene perché ho raccontato tutto ciò. Perché lo scrivo. Dubito che abbia qualche valore in futuro, quando sarò uscito. Là fuori, il mondo non capirà mai queste cose. Forse qualcuno deve lasciare almeno una testimonianza di questa visita devastante della morte in un luogo già di per sé molto simile al suo antico impero senza tempo né misura. Non ne sono tanto sicuro. Forse è utile raccontarlo, però non saprei dire in che senso, né per chi.
Oggi sono venuti Elena e Alberto e gli ho raccontato tutto. Da come mi guardano mi rendo conto che per loro è impossibile capire fino a che punto e in che modo la paura ci abbia presi alla gola, e come ci abbia assediati per tutti questi giorni la miseria delle nostre vite senza scopo. Non potranno mai sapere alla mercé di quale potenza devastatrice si è giocato il nostro destino. E se non ci riescono loro, che sarebbero in grado di capirlo meglio di chiunque altro, allora che senso ha che lo sappiano gli altri?
Ci ho pensato a lungo, tuttavia, e mi decido a raccontarlo, mentre un verso di Mallarmé a un tratto si riempie di senso, di un ovvio e macabro senso. Dice: «Un colpo di dadi non abolirà mai il caso».

II.

Di tutti i tipi umani nati dalla letteratura – quella vera e destinata a durare, è ovvio – non è facile incontrare nel mondo esempi paragonabili a essi. Di colui che definiamo «un carattere degno di Eschilo» o «un eroe shakespeariano», o «un personaggio alla Dickens», soltanto per un raro caso possiamo trovare nella vita una versione appena convincente. Ma ciò che finora consideravo davvero irrealizzabile era l’incontro con quell’abusato «personaggio balzachiano» che immaginiamo sempre di incontrare dietro l’angolo, o dietro la porta, ma non ci compare mai davanti agli occhi. Perché la densa e fitta materia con cui Balzac ha plasmato le creature della Commedia umana, è stata applicata sui modelli a strati successivi e strettamente saldati tra loro. Sono personaggi creati per accumulazione, e si presentano al lettore con il proposito di riuscire esemplari, il che esclude quell’alone di sfumature che negli altri scrittori permette la fusione, benché in rare occasioni e in modo parziale, delle loro creature, coi modelli offerti dai nostri simili nella vita quotidiana.
Quale non fu il mio stupore, e la mia felicità di collezionista, quando mi ritrovai nella condizione di poter osservare a mio piacere e per vari mesi un evidente, indiscutibile «personaggio balzachiano». Un avaro.
Giunse nel raggio intorno alle sette di sera e si mise a girare per le nostre celle con bonaria prosopopea, rivolgendosi a ciascuno di noi con l’aria di concedergli una grazia esclusiva e speciale, dovuta a certe segrete e preziose virtú dell’interlocutore che solo a lui era dato percepire.
Era di alta e sgraziata figura, biondo, con un viso grande e ossuto solcato da numerose rughe sgradevolmente nitide e precise, come se indossasse una pelle altrui che gli stava un po’ larga: parlando accompagnava le sue frasi sempre vaghe e incomplete con gesti episcopali ed enfatici e levava gli occhi al cielo come chiamandolo a testimone di certe mai precisate infamie di cui era vittima. Aveva l’abitudine di dondolarsi sui grandi piedi, come fanno i prefetti nei collegi di religiosi, conferendo una vacillante e temibile autorità a quante osservazioni uscissero dalla sua pastosa gola da bidello. La sua figura aveva qualcosa di un cowboy che avesse ripartito i suoi ozi tra la predicazione e l’omeopatia.
Si chiamava Abel, nome che gli stava benissimo, e che mi chiarí il motivo di quella simpatia universale che riscuote Caino, sempre accompagnata dalla vaga impressione che il castigo inflittogli fosse alquanto esagerato, se non addirittura sadico.
Poco a poco, grazie ai giornali e alle informazioni che ci portava l’indiscreta diligenza degli impiegati dell’archivio, arrivammo a conoscere fin nei dettagli la storia del soggetto balzachiano.
Facendosi scudo di un falso grado di colonnello, ottenuto Dio sa a che prezzo, con quali parole mielate e maniere ampollose e retoriche, si era messo ad accumulare una fortuna che il tribunale quantificava in cinquanta milioni di pesos, mediante il secolare e sempre infallibile sistema dell’aggiotaggio e dell’usura. Prestava soldi a un interesse elevatissimo ed esigeva in garanzia – sempre tramite ipoteche a suo favore, annullabili al pagamento del debito e degli interessi – terreni e immobili situati, guarda caso, in zone che stavano per godere di preziose migliorie urbanistiche. Per tale implacabile calcolo, che in gente simile diventa un senso paragonabile alla vista o all’olfatto, i proprietari si vedevano costretti a separarsi dai loro beni quando l’amico, fino ad allora generoso, si trovava obbligato a «racimolare qualche soldo per far fronte a una passeggera crisi dei suoi affari». E in quel momento la soffocante tenaglia di cambiali e ipoteche si stringeva sul candido debitore, gettandolo sulla strada, da cui, ancora attonito, scorgeva l’imponente sagoma del Colonnello che visitava la nuova proprietà, fermandosi ad ammirarla col corpo oscillante in quel dondolarsi implacabile da giustiziere.
Man mano che venivamo a conoscenza di particolari del genere, e che lui si rendeva conto della nostra crescente informazione sul suo passato, il nostro uomo diventava piú enfatico circa la sua innocenza e «le infamie inventate dai miei nemici, quelli che a suo tempo ho aiutato con tanta buona volontà». Sull’uniforme era solito portare il distintivo del Rotary Club, che secondo noi si era procurato con qualche imbroglio per metterlo in mostra e sottolineare ulteriormente il suo decantato «spirito umanitario di servizio».
Il suo atteggiamento verso di noi e in generale verso tutti i detenuti fu quello di chi, rinchiuso per un turpe complotto, deve abbassarsi gentilmente a condividere la vita carceraria, lasciando intendere di esservi completamente estraneo, finché non si chiarisca l’equivoco. Manteneva le distanze con un gesto della sua grande mano scimmiesca, simile a quello degli alti prelati quando procedono alla benedizione di una folla di fedeli bisognosi, con qualcosa che ha molto di apostolico e non poco del rifiuto cortese, mentre si pone sul volto un serafico sorriso di condiscendenza,...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Storie della disperanza
  3. Un Re Mago a Pollensa
  4. La morte dello Stratega
  5. Diario di Lecumberri
  6. I testi di Alvar de Mattos
  7. Intermezzi
  8. Nota di Gaetano Longo
  9. Il libro
  10. L’autore
  11. Dello stesso autore
  12. Copyright