Amore, marchio registrato. L'amore è un brevetto, un marchio di fabbrica, una merce inconfondibile come le aspirine e la cocacola. Chi ha inventato l'amore? Come faccio a riconoscerlo subito quando lo incontro dentro e fuori di me? Come posso dire con tanta sicurezza «sono innamorato», «sono innamorata»? L'amore è un luogo comune della comunità umana, e tuttavia ognuno si persuade di vivere qualcosa di unico, mai sentito, mai raccontato. L'amore stravolge i ruoli sociali, trasforma l'identità, cambia letteralmente i connotati, rimodella i corpi. In questi otto racconti ci sono persone che credono di inventare l'amore, mentre e amore a reinventare loro.
C'è un papa che si strugge per la compagna irraggiungibile della sua vita. C è un impiegato delle poste che per amore diventa campione mondiale di culturismo, c'è suo figlio sbigottito che non può fare a meno di odiarlo e adorarlo a morte. C'è un ragazzino concepito sulla lavatrice di casa che per pronunciare la prima dichiarazione d'amore della sua vita si cura la balbuzie con la centrifuga. C'è un antenato di Woody Allen che trasmigra con tutto il corpo dentro il proprio organo sessuale. C'è una ragazza del futuro che con la sola forza della passione riesce a far muovere automobili, nuotatori, il mondo intero, c'è il suo fidanzato che si sbarazza dei propri sentimenti travasandoli in un clone. C'è un sentimentalone che pensa vorticosamente alla natura dell'essere e alle sciocchezze piú effimere mentre la sua fidanzata è impegnata a vezzeggiargli i genitali. C'è una bambina che ogni notte registra di nascosto l'accoppiamento dei suoi genitori. C'è uno scrittore di libri per bambini che progetta di salvare l'infanzia attraverso l'analfabetismo totale. C'è un maestro elementare che si masturba nella dentiera della moglie morta.
Questo libro a volte commosso, a volte strepitosamente comico, trova una felicità nel raccontare che è la sorpresa piú bella nella scrittura assai meditata di Tiziano Scarpa.

- 136 pagine
- Italian
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Amore®
Informazioni su questo libro
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Effundente Corde
1.
È con il cuore traboccante d’amore in Dio, in Gesú Cristo Suo Figlio Salvatore dell’Uomo e nella Beata Marianna da Mira che ci accingiamo a stendere un breve resoconto delle nostre avventure.
Abbiamo stabilito di rendere noto questo scritto solamente dopo la nostra morte, a edificazione dell’intera cristianità; perciò colui che abbia iniziato a mettere gli occhi su queste righe, viventi noi, interrompa illico et immediate la lettura, pena la scomunica (queste ultime tre parole non dovranno essere pubblicate).
Abbiamo riflettuto a lungo se affidare il nostro pensiero a un’enciclica, oppure a una lettera apostolica; ma abbiamo giudicato che queste forme di comunicazione fra noi e il popolo di Dio sarebbero suonate troppo scostanti e perentorie; soprattutto se commisurate ai nostri sentimenti. Pertanto, prendendo umilmente esempio dalle Sacre Scritture, ci affidiamo con spirito di carità a una narrazione disarmata e scarna.
Uomini maldisposti verso di noi e, quel che piú conta, denigratori della fede cristiana, ci hanno accusato di aver lasciato mano libera all’Anticristo con il nostro stile pastorale; non ci accaniremo a dimostrare con superbia il contrario; lasceremo che le nostre parole semplici parlino all’animo delle persone di buona volontà; giacché siamo individui di poche pretese, che desiderano diffondere la pace e la concordia.
La piscina, per esempio; ne vogliamo parlare? Quando ci hanno fatto traslocare dalla canonica di Mira alla Santa Sede non riuscivamo a credere ai nostri occhi. Una piscina tutta per noi! Ma scherziamo! Quel giorno il segretario di Stato ci ha preso da parte e ci ha spiegato che era stato il polacco (cosí lo chiamava) a volerla; per farci una nuotata ogni mattina; ma poi l’impianto era a disposizione di tutto il personale; suore, bibliotecari, guardie svizzere. Per tutta risposta ci siamo stretti nelle spalle. Contenti voi...
Comunque, non abbiamo nemmeno fatto in tempo a visitare la Sede come si deve. Era già luglio inoltrato; ci hanno preso e impacchettato in un aereo per portarci in vacanza sulle Dolomiti.
Tutto quel seguito, il cuoco personale, le guardie del corpo; era proprio necessario? A noi sarebbe bastato starcene a casa a leggere un bel classico. Purché scritto da spiriti di provata e robusta fede, s’intende. Boccaccio, Rabelais, Swift. Non si ha idea di quanti frati e preti nei secoli passati abbiano scritto cose da crepare dal ridere. Che festa! Fantasie scatenate, piene di gioia. Al giorno d’oggi invece preti e frati si sono tutti intristiti.
Forse qualche capriccio l’avremmo anche fatto. Un vaso di margherite sul davanzale; dargli da bere ogni sera; ecco la nostra idea di vacanze. Ma poi la buona gente di lassú si sarebbe offesa; i giornali avrebbero scritto che non eravamo in salute. Va bene, va bene, arriviamo, per carità.
Non si stava male, comunque. Impegni pochi. Una messa la mattina; una passeggiata di pomeriggio. Qualche buona parola al coro del paese venuto a farci festa. Le giornate erano fresche; era bello andare per sentieri.
Ogni tanto incontravamo un gruppo di escursionisti in mezzo a un bosco. Appena ci riconoscevano cadevano in ginocchio. Cosa c’è, vi sentite male? Siete stanchi? Un collasso improvviso? Su, su, in piedi! La comitiva allora si rilassava; ridevano tutti; un po’ timidamente, all’inizio. Si facevano avanti in fila indiana, improvvisavano una specie di processione; sempre con questa fissazione di baciarci la mano. Per chi ci avete preso, per un boss della mafia? Forza, poche storie, lasciate in pace questo povero vecchio. Godetevi la natura, finché ce n’è. Andate, andate. E siate un po’ meno perfidi con il vostro prossimo.
Ogni pomeriggio il cardinal Mortara ci prendeva a braccetto e attaccava con gli esercizi spirituali. Facevamo di tutto per cambiare discorso; in montagna c’era sempre qualche pretesto a portata di mano; le genziane, gli scoiattoli, un falco. Lo interrompevamo di continuo. Non sappiamo dire cosa fosse; ci prendeva un’insofferenza... Sarà che ce lo immaginavamo nuotare in piscina al buio.
Il segretario di Stato ci aveva confidato che ogni notte, verso le quattro, Mortara si faceva una decina di vasche a rana, nella piscina immersa nel buio; con il costume e la cuffia color porpora. Poi saliva sul bordo e recitava le lodi mattutine in accappatoio bianco, candidissimo; seduto su una sedia a sdraio; con un asciugamano avvolto a turbante sulla testa e le ciabattine infradito.
Il segretario era persuaso che Mortara fosse un ambizioso; un fanatico. Piú ancora del polacco?, ci siamo informati. Non era possibile!
Quel pomeriggio sul sentiero abbiamo chiuso la bocca al cardinale; gli abbiamo detto che per una volta avremmo potuto farceli fare dai ragazzi, gli esercizi spirituali.
– I ragazzi?
Abbiamo chiamato Gramaglia, il capo delle guardie del corpo; gli abbiamo fatto cenno di avvicinarsi; gli abbiamo chiesto di impartirci un esercizio spirituale a sua scelta; uno di quelli che le buone guardie del corpo si raccontavano spontaneamente fra loro, per ammazzare la noia.
Gramaglia non aveva il coraggio di iniziare; guardava il cardinale, come per ricevere il permesso ufficiale.
– Raccontaci l’ultima barzelletta che hai sentito, insomma, – gli abbiamo detto.
– Ma come, Santità! – ha esclamato Mortara. Era evidente che studiava da papa. Faceva tanto il modesto; sempre cosí dimesso; si vedeva lontano un chilometro che in cuor suo studiava da papa.
– L’ultima ultima? – ha domandato la guardia del corpo.
– L’ultimissima.
– Sarebbe un po’ spinta, non so se...
– Lasci stare, Gramaglia, era solo uno scherzo innocente, Sua Santità è in vena di...
– No no, raccontala pure. Una volta, a Pasqua, i sacerdoti le dicevano sull’altare, le barzellette sporche, pensa un po’. Per festeggiare Cristo risorto. Venivano giú le cattedrali, dalle risate, – abbiamo detto.
– Ma erano medievali, rozzi! Per oggi avevo preparato una meditazione sulla marcescibilità della carne! – si è stizzito Mortara.
– Attacca pure, Gramaglia, – abbiamo ordinato, definitivi.
– Ci sarebbero... ci sono un americano, un tedesco e un italiano che si buttano con il paracadute. L’americano si getta nel vuoto e tira la maniglia. Al posto del paracadute esce fuori... uscirebbe fuori il reggiseno della moglie –. Gramaglia ha abbassato gli occhi; non parlava piú.
– Be’? Finita? – abbiamo domandato.
Il cardinale ci aveva già mollato il braccio; si stava facendo il segno della Croce. Se ne stava zitto; guardava la cresta delle montagne; con la testa immersa nella marcescibilità della carne.
– È che... bisognerebbe dire anche i particolari. La misura del... Del reggiseno. Sennò non si capisce, – ha detto Gramaglia quasi sussurrando.
– E che male c’è, – abbiamo commentato bonariamente. – Ogni creatura occupa lo spazio che le ha dato in sorte nostro Signore.
– Il reggiseno della moglie si apre al posto del paracadute, – ha ripreso Gramaglia. – Se... seconda misura. L’americano si schianta a terra. Si butta dall’aereo anche il tedesco, tira la maniglia e anche a lui gli esce fuori il reggiseno della moglie.
– Quarta misura, – lo abbiamo interrotto.
– La sa già?
– Abbiamo immaginato. Vai avanti.
– Il tedesco si spiaccica al suolo.
Il cardinal Mortara si stava facendo per la seconda volta il segno della Croce. Benediceva pure i morti delle barzellette?
Adesso toccava all’italiano buttarsi dall’aereo; tirava la maniglia e, al posto del paracadute, dalla bocca ci è uscito un urlo terrificante. Abbiamo sentito la dentiera scricchiolare fra le gengive. Non avremmo mai immaginato che il nostro corpo contenesse cosí tanta voce. Continuavamo a urlare, spaventati dal nostro stesso grido.
– Cosa succede, cosa c’è, Santità! – ci ha domandato gridando il cardinale.
Gramaglia ha infilato la mano nella giacca a vento e ha tirato fuori immediatamente la pistola. Tutte le guardie del corpo si sono voltate di scatto.
Non abbiamo fatto in tempo a indicare la montagna.
La frana è caduta di schianto.
Le guardie del corpo sparavano contro la massa di fango e roccia che ci stava crollando addosso. Le pallottole venivano inghiottite dal terriccio; scheggiavano i massi di scintille.
È durato un attimo; siamo stati travolti da uno schiaffo colossale, dalla testa ai piedi. Abbiamo fatto capriole all’incontrario sottoterra, siamo rotolati all’indietro nel fango.
Quando abbiamo ripreso conoscenza ci siamo resi conto di essere ancora vivi.
Eravamo ancora vivi!
Eravamo completamente interrati. Per quanto ne sapevamo, potevamo essere sepolti a dieci metri dalla superficie. Non riuscivamo piú a muoverci; la terra pesava sopra di noi.
Avevamo la bocca piena di fango; una melma salmastra ci impiastrava le gengive. Abbiamo tentato di sputarla, di spingerla fuori dalle labbra con la lingua.
Eravamo completamente bagnati; inzuppati. Faceva freddo.
Il cardinale e le guardie del corpo erano spariti; non sapevamo; non si sentiva piú niente lí sotto. Non riuscivamo nemmeno ad aprire gli occhi.
Gramaglia; Mortara; dove siete?
Soli. Eravamo rimasti soli.
La marcescibilità della carne; il reggiseno paracadute. Saremmo morti senza sapere come finivano i nostri esercizi spirituali.
Stavamo respirando da un buco del naso. L’altro era otturato; abbiamo provato a starnutire; a tossire con la bocca chiusa. Non c’era modo di stapparlo. Ma almeno da un buco del naso l’aria entrava e usciva. Non c’erano dubbi; stavamo proprio respirando.
Allora eravamo vivi davvero!
Avevamo l’impressione che quell’aria fosse luminosa. L’aria che ci entrava nel naso doveva essere impregnata di luce; la sentivamo.
Stavamo respirando luce!
La luce filtrava nei polmoni; si scioglieva nel sangue; ci illuminava la carne. Eravamo fosforescenti sottoterra; lampeggiavamo nel fango a ogni respiro; ci accendevamo e ci spegnevamo; a intermittenza.
Ci stavamo illudendo; forse eravamo davvero sepolti dieci metri sotto terra. Forse eravamo rimasti intrappolati in una piccola cupola d’aria. Stavamo respirando aria nera che si scioglieva nel sangue; lo scuriva; lo faceva diventare sempre piú buio. Ci stavamo annerendo a poco a poco. Un po’ alla volta l’avremmo respirata tutta; e poi di nuovo; e poi un’altra volta ancora; l’avremmo respirata sette volte di seguito; ogni volta aria sempre piú amara; finché tutta la bolla d’aria si sarebbe trasformata in gas velenoso. Avremmo perso la testa; ci stava già succedendo e non ce n’eravamo ancora accorti.
Non ci sarebbe stata concessa nemmeno la grazia di morire serenamente recitando una preghiera.
Abbiamo allargato il buco del naso, appena appena; l’abbiamo stretto; lo abbiamo allargato di nuovo; lo stavamo facendo palpitare. Cercavamo di catturare un filo di vento; tutto quello che riuscivamo a fare era allargare e stringere di un millimetro il buco del naso per capire se intorno a noi l’aria si muoveva; se eravamo circondati dall’aria aperta o se invece era soltanto ferma. Ci sarebbe bastato sentire un sottilissimo filo di vento intrufolarsi nel naso per avere la certezza di essere vicini alla superficie.
Una crosta collosa ci sigillava gli occhi. Non riuscivamo a vedere niente.
Avevamo paura; paura.
Marianna, non possiamo morire lontano da te!
Ci veniva da piangere. Stavamo lacrimando. Ci è spuntata fuori un po’ d’acqua dagli occhi, una gocciolina imbevuta di Marianna.
Lo sapevamo che Marianna era lí con noi; riuscivamo a vederla. La sentivamo dentro di noi. Marianna ci stava fissando; ci guardava dall’interno delle palpebre. Il volto di Marianna si rifletteva nelle nostre lacrime; le impregnava della sua immagine.
La creta ha cominciato a cedere.
Marianna avrebbe saputo trapanare le montagne con uno sguardo; non si sarebbe lasciata di certo fermare da un velo di terra sui nostri occhi!
Abbiamo chiamato a raccolta le rughe sulla fronte; ci siamo fatti forza; abbiamo tirato su i sopraccigli. Le ciglia si sono strappate; le palpebre si staccavano.
Abbiamo riaperto gli occhi.
Siamo rimasti abbagliati da tutto quell’azzurro.
Un elicottero scendeva dal cielo.
Stavano già venendo a salvarci!
L’elicottero si è avvicinato alla roccia; l’elica ha sfiorato la parete facendo sprizzare una nuvoletta di polvere; le pale si sono inclinate grattando la montagna. L’elicottero ha sbandato sbilanciandosi di fianco; è precipitato; è esploso a terra.
Dall’abitacolo sfasciato è uscito un corpo fatto di fuoco e fumo. Si sbracciava dentro le fiamme; agitava le mani come due torce. Ha fatto tre o quattro passi correndo e si è accasciato.
L’odore della carne d’uomo crudo che bruciava ci arrivava fin dentro il naso.
Ci siamo fatti il segno della Croce con la lingua; strisciandola sul palato.
Quell’uomo stava morendo bruciato vivo e noi avevamo i brividi per un po’ di solletico della lingua sul palato!
Perdonaci Signore; nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, da una parte all’altra della dentiera, amen.
Eravamo distesi sulla schiena. Un masso lungo e piatto ci inchioda...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Amore®
- Effundente Corde
- L’annientatore
- Madrigale
- La straordinaria storia di Samuel J. Konigsberg, l’uomo che traslocò nel proprio pene
- Acqua
- Cose che mi passano per la testa mentre Maria Grazia mi fa un pompino
- Aureola nera
- Preparativi per un concorso di dattilografia indetto dal Ministero di Grazia e Giustizia
- Il libro
- L’autore
- Dello stesso autore
- Copyright