Vienna, palazzo imperiale, 3 gennaio 1792, ore 6.45
Dodicimila fiorini. Rigirandosi sotto le lenzuola di cotone finissimo, continuava a non credere a quello che gli stava capitando.
La campana dell’Hofburgkapelle aveva appena suonato per le Lodi.
“Forse nevica” pensò Cimarosa, raggomitolandosi ancora di più. Era da solo. “Dov’è Gaetana?”
Magari, come al solito, si trovava nella camera del bimbo lì a fianco. Rinunciò al tepore delle coperte per andare a controllare che fosse tutto a posto. Calzò le pantofole da camera, fece pochi passi. Si affacciò dalla porta ricamata con decori d’oro intrecciati. Era uno spettacolo dolcissimo. Dormivano profondamente. Gaetana, scoperta, era in un cantuccio, mentre il piccolo Paolo occupava una porzione di letto sufficiente a un orso.
Tornò indietro e si ributtò sul suo letto.
“Mi pare ancora impossibile.” I pensieri andarono agli ultimi giorni.
Certo, per molte ragioni si aspettava un’ottima accoglienza a Vienna e dall’imperatore Leopoldo II. Ma l’entusiasmo al suo arrivo e le condizioni offerte erano stati così favorevoli da superare ogni sua possibile attesa. Sembrava che qualcuno gli avesse spalancato le porte del palazzo imperiale.
“Ultimamente capito sempre al momento giusto, nel luogo giusto” si disse.
Si rigirò su un fianco, coprendosi fino al mento con le lenzuola bianchissime. Erano arrivati da due settimane, poco prima di Natale. Mozart era morto ai primi di dicembre, lasciando vacante il ruolo di Kapellmeister imperiale. L’imperatore aveva subito offerto a lui quel posto, con uno stipendio di dodicimila fiorini annui!
“Sarà stata la gratitudine per quei piccoli servizi resi dalla Russia” si disse. «Dodicimila fiorini...» mugolò di piacere da sotto le coperte.
Non poteva togliersi di mente quella scena mentre si rigirava nel tepore del letto. Gli sembrava di rivivere ogni momento. Lui, l’imperatore, Franz Gotthardi della direzione del teatro di corte e il tesoriere imperiale riuniti a un tavolino nella camera di Leopoldo II.
«Maestro Cimarosa, spero voglia accettare l’incarico di compositore di corte» aveva detto Leopoldo, «con il compenso annuo di dodicimila fiorini...»
«Maestà!» l’aveva interrotto scandalizzato il tesoriere. «Perdoni l’intrusione, ma vorrei col suo permesso ricordarle che fino a dieci giorni fa Herr Mozart ricopriva quel posto per appena ottocento fiorini! Ora, vista la recente scomparsa del suddetto, forse sarebbe meglio...»
«Tesoriere!» lo aveva rimproverato Gotthardi. «Non s’intrometta in questioni artistiche di cui non s’intende. Cimarosa è un Maestro di calibro internazionale, conteso dalle corti di mezza Europa. Moltiplicare per quindici volte lo stipendio di Mozart è il minimo... Scriva e basta!»
«Bravo Gotthardi» aveva sorriso l’imperatore. Pareva avere una gran stima di quell’ometto paffuto e tondo. «Inoltre il Maestro Cimarosa alloggerà con tutta la famiglia a nostre spese, a palazzo. Saranno a disposizione del Maestro gli appartamenti per gli ospiti del secondo piano nobile.» Si era alzato per andarsene. «Oltre a un maggiordomo e a diversi domestici, come consuetudine.»
«Un maggiordomo? Ma altezza...» il tesoriere era paonazzo.
«Tesoriere, mi ha seccato! La sua insolenza ispira il mio capriccio. Aggiungo cinquecento doppie d’oro, come extra, se la prima opera del Maestro sarà di mio personale gradimento.»
Sulla porta si era voltato, scambiando un fugace sguardo d’intesa con Gotthardi e Cimarosa che sorridevano compiaciuti. Il tesoriere, invece, era rimasto con la bocca aperta per lo stupore.
Cimarosa ridacchiò tra sé. «Una scena degna di una mia opera buffa!» mormorò, e si raggomitolò sotto le coperte.
* * *
Un paio d’ore dopo, nella camera imperiale, Leopoldo udì nove magnifici rintocchi provenienti dall’orologio d’oro del caminetto. Riemerse dalle carte, tirò un lungo sospiro e si lasciò andare sullo schienale di velluto azzurro polvere della sedia. Suonò il piccolo campanello d’argento sul tavolo. Ne uscirono degli squilli secchi e brillanti che sembravano l’eco in acuto dei rintocchi dell’orologio. Ordinò di nuovo caffè, biscotti e un kipferl.
La sua giornata era iniziata, proprio come quand’era in Toscana, alle quattro.
“Questa prima parte del giorno è un dono” pensò mentre distendeva la schiena sulla sedia.
Ci teneva che a palazzo tutti sapessero che l’imperatore era il primo a mettersi al lavoro. Questo impegno lo autorizzava a essere intransigente e a pretendere il meglio da ciascuno dei suoi amministratori. C’era forse anche un tocco di vanità in tanto zelo, ma era indiscutibile che le migliori idee, le strategie più coraggiose, le politiche più illuminate trovassero in quelle ore di studio e di quiete la loro fucina.
Non riceveva nessuno prima delle 9.30 salvo casi di somma urgenza. Ma in un anno e mezzo di governo le urgenze erano drasticamente diminuite. In pochi mesi era riuscito a riparare ai disastri politici di suo fratello.
“Grazie a Dio, l’inutile guerra contro i turchi, in cui Giuseppe si era fatto trascinare dalla zarina, è solo un lontano ricordo...”
Su quel fronte regnava adesso la pace, e anche nei Paesi Bassi.
“Finalmente anche la nobiltà ungherese ha mitigato le sue richieste, grazie all’opera del mio servizio segreto.”
L’impero e tutti i territori ereditari asburgici vivevano in una quiete che lasciava sperare in una lunga epoca di prosperità.
“E adesso la questione francese...”
Restava da trovare una soluzione alla tragica situazione di sua sorella Maria Antonietta, la regina di Francia.
Ormai riceveva lettere di suo pugno ogni due giorni. Si trattava di fiumi di parole e di inchiostro.
La drammaticità degli eventi frenava la sua ironia innata, ma a volte si chiedeva da dove la più frivola della famiglia attingesse tanta insospettata foga letteraria.
Lesse di nuovo il finale della lettera appena arrivata:
Fratello, non è più necessario darsi molta preoccupazione per noi, perché il nostro comportamento, quello di cedere in apparenza a tutte le richieste, ci garantisce sicurezza. Il pericolo più grande noi lo vediamo nel fatto di permanere in questa condizione. Ora non si può più esitare: è giunto il momento di aiutarci! Se non lo si coglie tutto è finito e a te, imperatore, resteranno solo lo scorno e il rimprovero di far condurre a tua sorella, ai tuoi nipoti, ai tuoi alleati e davanti a tutto il mondo, una vita di umiliazione, quando eri ancora in grado di sottrarveli.
Tua affezionata, Maria Antonietta
Sbuffò pensando all’assurdità che toccasse proprio a lui, al sovrano più progressista d’Europa, soffocare la rivoluzione francese. Due anni prima, quando erano cominciati i moti rivoluzionari, lui e Maria Carolina si erano scambiati lettere piene d’entusiasmo. «Credo che abbiano ragione!» era arrivata a scrivergli sua sorella, la regina di Napoli, auspicando finalmente un periodo di rinascita illuminata. L’inettitudine politica della corte di Francia e i capricci della loro sorella minore meritavano senza dubbio un richiamo alla realtà.
Ma la rivoluzione stava cambiando pelle. Gli intellettuali riformisti che avevano sollevato il popolo adesso ne erano diventati schiavi. Gli uomini più violenti stavano stravolgendo gli ideali stessi della rivoluzione, e questo era un pericolo molto serio.
Sentì aprire la porta alle sue spalle e un aroma di caffè si diffuse, forte e netto, per tutta la stanza.
«Lascia pure il vassoio sul clavicembalo» disse, senza voltarsi.
Forse era una precauzione eccessiva, ma preferiva che nessuno, neanche i suoi più fidati servitori, vedessero le carte su cui stava lavorando. O forse si era semplicemente imposto un’ottima scusa per alzarsi e fare due passi.
Invece non si alzò. Rimase assorto in un pensiero che lo faceva sorridere. Il vassoio alle sue spalle, infatti, in un certo senso riassumeva due storie di famiglia. Da un lato c’era Maria Carolina, la regina di Napoli, la migliore tra le sue sorelle più giovani. Forte e decisa, fumante di energia, si era fatta carico della politica partenopea sostituendo il marito in ogni decisione. Lui le lasciava fare tutto: a Ferdinando IV bastavano la caccia e il teatro. Maria Carolina, con una lucidità tutta asburgica, aveva imposto l’usanza del caffè, che tanto amava, in quella corte dove si pensava che il caffè portasse male, perché di colore nero. E da quell’operazione coraggiosa aveva tratto un successo personale e politico eccezionale, vivificando e perfino risvegliando il regno. Tutta Napoli si era innamorata della regina e del caffè alla viennese!
Maria Antonietta, invece, aveva portato alla corte di Francia il kipferl.
E adesso lei rischiava di finire sbranata, tra le fauci della sua stessa gente.
«Devo fare qualcosa» disse a mezza voce, alzandosi. Si avvicinò con passi svelti al clavicembalo a due manuali interamente dipinto, lo accarezzò con voluttà, come fosse un animale domestico, poi guardò l’orologio. Non c’era più molto tempo prima dell’inizio degli incontri ufficiali.
Bevve il caffè in un sorso e si impose di ricapitolare ciò che aveva elaborato in quelle ore, mentre tornava svelto a sedersi.
Le carte che gli aveva procurato Cimarosa dalla Russia erano la ciliegina sulla torta dei suoi progetti. Riorganizzò i pensieri mentalmente, procedendo da sud verso nord. Il Regno di Napoli, grazie a Maria Carolina, era il migliore alleato dell’impero. Sul resto d’Italia non c’era neanche da discutere.
“Il papa odia gli ortodossi e i rivoluzionari” pensò.
Sul trono di Toscana c’era suo figlio, mentre sugli altri ducati del centro e del nord regnavano i suoi fratelli. E i Savoia avrebbero fatto di tutto per arginare la rivoluzione.
Annotò nei suoi appunti: «Tutto il fronte sud sicuro».
Poi c’era il Sacro romano impero, sotto il suo diretto controllo. Unico punto debole la Prussia, la Potenza militare e politica più rilevante nelle vicinanze, ambiziosa e avida di territori.
Proseguì verso nord, dove Gustavo III regnava sulla Svezia.
“Il migliore re e l’uomo più leale che io conosca. Il più fidato tra i miei alleati.”
Scrisse: «Fronte nord sicuro, ma Prussia anello debole». Cerchiò più volte quel nome di rosso.
A ...