Fu un’esperienza strana riprendere in mano Atticus Pünd e il nuovo caso dopo tanti anni. In linea di massima, non leggo mai due volte i libri editati da me, proprio come molti scrittori che conosco di rado tornano sui primi romanzi. Il lavoro di editing, al pari della scrittura, è talmente intenso e spesso così carico di problematiche che, a prescindere dalla soddisfazione finale, sono sempre felice di lasciarmelo alle spalle. Non sento il bisogno di voltarmi indietro.
Come mi sentivo mentre l’ispettore capo Hare tornava alla macchina e io giravo l’ultima pagina del romanzo? C’erano voluti un intero pomeriggio e parte della serata per finirlo e mi sembrava di aver solo perso tempo.
All’apparenza, Atticus Pünd e il nuovo caso non aveva alcun legame o quasi con i fatti accaduti a Branlow Hall nel giugno del 2008. Non ci sono matrimoni, magnati pubblicitari di passaggio, tuttofare romeni né sesso nel bosco. La storia è ambientata nel Devon, non nel Suffolk. Nessuno viene ucciso a colpi di martello. Al contrario, gli episodi narrati sono decisamente fantasiosi: una famosa attrice che viene strangolata – due volte! –, il riferimento all’Otello, la fan squilibrata che scrive lettere su carta lilla, la zia che muore lasciando settecentomila sterline in eredità. Alan si era chiaramente inventato tutto senza alcun bisogno di soggiornare a Branlow Hall in cerca di ispirazione.
Eppure, se non avevo preso fischi per fiaschi fin dall’inizio, Cecily Treherne aveva letto il romanzo e si era convinta dell’innocenza di Stefan Codrescu. Ai genitori raggiunti per telefono nel Sud della Francia aveva detto: «Era scritto lì… Mi è balzato subito agli occhi». Testuali parole, stando al racconto del padre. Avevo appena riletto il libro dalla prima all’ultima pagina. Credevo di conoscere ogni minimo dettaglio dell’omicidio reale. Eppure continuavo a non capire a cosa si riferisse Cecily.
Stranamente mi ero gustata di nuovo il romanzo, malgrado conoscessi già l’identità dei due assassini. Anche se odiava scrivere gialli e disdegnava addirittura il genere, indubbiamente Alan Conway ci sapeva fare. Dà sempre soddisfazione leggere una storia complessa i cui tasselli a poco a poco vanno al loro posto, e provai quasi lo stesso piacere di quando avevo letto il manoscritto per la prima volta. Alan non deludeva mai il lettore. Era questo in parte il segreto del suo successo.
Avere a che fare con lui, però, era tutt’altro che divertente. Avrò passato ore e ore a verificare tutti i dettagli, i dieci momenti cruciali tanto per fare un esempio, affinché tutto filasse e si incastrasse alla perfezione. Gran parte dell’editing avveniva a distanza – il mio rapporto con Alan era sempre stato conflittuale –, ma una volta ci eravamo trovati di persona nel mio ufficio di Londra e, mentre rileggevo il romanzo nel giardino di Branlow Hall, mi tornarono in mente tutte le discussioni di quel lungo pomeriggio autunnale. Perché doveva essere sempre così sgradevole? Capisco che uno scrittore voglia difendere il proprio lavoro. Ma lui alzava la voce e mi puntava il dito contro, neanche stessi calpestando i pascoli sacri della sua immaginazione anziché aiutarlo a vendere quella maledetta storia.
Per esempio, avrei voluto che il romanzo si aprisse con Atticus Pünd. In fondo era il protagonista e dubitavo che i lettori volessero sorbirsi quattro capitoli interi prima di incontrarlo. Né ero del tutto convinta della parte intitolata Il diamante Ludendorff, una short story a sé stante rispetto all’indagine principale e agli eventi di Tawleigh-on-the-Water. Gli avevo proposto di cassarlo, ma non volle sentire ragioni. Forse avevo toccato un tasto dolente perché entrambi sapevamo che il romanzo, con le sue settantaduemila parole, era un po’ breve. Non che fosse un dramma: diversi libri di Agatha Christie lo sono. Sento i pollici che prudono e Poirot sul Nilo (un capolavoro) si assestano entrambi sulle settantamila scarse. Eliminare il furto del diamante avrebbe ridotto il testo alla lunghezza di una novella danneggiandone forse le potenzialità commerciali, ma la pura e semplice verità era che Alan non aveva voglia di apportare le modifiche necessarie a rimpolpare la storia, così mi era toccato tenermela tale e quale. In realtà, quel capitolo mi piace anche. Era stata mia l’idea della tappezzeria strappata in camera di Melissa James, per giustificarne quantomeno il fatto di averlo incluso.
La divergenza più seria riguardò il personaggio di Eric Chandler. Mi era parso una creazione alquanto impietosa, malgrado si parli di svariati anni prima che la sensibilità moderna inducesse gli scrittori a pensarci due volte a introdurre un personaggio disabile nelle proprie storie. Un conto è presentare un uomo con un piede equino, altro è descriverlo come un bambinone troppo cresciuto con una devianza sessuale, un’immagine volutamente offensiva che sembrava porre sullo stesso piano disabili e disadattati. All’epoca, naturalmente, non avevo idea che fosse ispirato a Derek Endicott, il portiere notturno di Branlow Hall. Come precisato da Lawrence Treherne, era una caricatura crudele e se solo lo avessi intuito mi sarei opposta con più fermezza.
Avevo discusso con Alan anche in merito a un passaggio verso l’epilogo. Quando Atticus Pünd va a trovare Nancy Mitchell in ospedale – dopo averle salvato la vita sul ponte – le dice che in lui potrà sempre trovare un amico disposto ad aiutarla. Eppure, un paio di capitoli dopo, la accusa davanti a tutti di aver assassinato Francis Pendleton. «Non mi pare un atteggiamento amichevole!»
«È tutta una scena!» Ricordo ancora il sorrisetto di Alan e la sua solita aria di superiorità.
«Ma non è coerente con il personaggio.»
«È una convenzione. Il detective riunisce i sospettati per poi escluderli uno a uno.»
«Questo lo so, Alan. Ma deve per forza tirare in ballo anche lei?»
«Tu cosa proponi, Susan?»
«È così necessario inserirla nella scena?»
«Ovviamente! Senza di lei non può funzionare!»
Alla fine l’aveva smorzata un po’ – senza mancare di farmelo pesare. Continuò a non piacermi.
E avanti così. Come ho accennato altre volte, Alan amava celare le cose nei suoi libri e solo ora mi rendo conto che forse si opponeva alle modifiche suggerite perché non volendo avrebbero cancellato i messaggi segreti a lui tanto cari: le cosiddette Easter eggs, o citazioni nascoste. Ho già detto che non mi piaceva il nome Algernon perché troppo teatrale, come pure ritenevo improbabile che potesse guidare una Peugeot francese nel 1953. Né mi piaceva la numerazione latina del capitolo Notte senza fine. Lo stile non era coerente con il resto. Per la stessa ragione non concordavo con il riferimento a personaggi reali all’interno della trama: Bert Lahr, Alfred Hitchcock, Roy Boulting e via dicendo.
Alan rifiutò di apportare anche il minimo cambiamento.
Il titolo Notte senza fine poi mi lasciava perplessa – ma questo era decisamente una delle sue Easter eggs. In fin dei conti, Conway adorava Agatha Christie e spesso le rubava le idee. Notte senza fine e le descrizioni notturne di Tawleigh sono un evidente richiamo al romanzo Nella mia fine è il mio principio, proprio come il capitolo Tradito dalla marea rende omaggio al libro Alla deriva. Ricorrere all’Otello per seminare un indizio è sempre nello stile di Christie; anche lei citava di continuo le opere di Shakespeare. La stessa scrittrice fa una breve comparsa all’interno della storia: sul treno diretto nel Devon, la signorina Cain legge il nuovo romanzo di Mary Westmacott, pseudonimo di Agatha Christie.
Alan non se la prendeva soltanto con me. Mise a tacere anche la nostra copy editor. La mia collega aveva sollevato diverse perplessità, ricordo bene quella relativa al locomotore LMR 57 che nell’ultimo capitolo giunge in stazione per riportare Pünd a Londra. In realtà il mezzo era stato ritirato un centinaio di anni prima del periodo in cui è ambientato il romanzo. Percorreva la linea ferroviaria tra Manchester e Liverpool, anziché quella diretta nel Devon, ed era utilizzato soprattutto per i treni merci. Alan non sentì ragioni. «Nessuno ci farà caso» sentenziò, e il locomotore era rimasto. Ma perché? Apportare una piccola correzione non avrebbe certo richiesto troppo impegno. E come me, la copy editor era dell’idea che nel 1953 sarebbe stato improbabile trovare una Peugeot con la guida a destra.
A ogni modo, nessuna delle divergenze citate sembrava avere alcun nesso con l’omicidio di Frank Parris. Il punto è che Alan conosceva la verità. Lo aveva anche riferito a James Taylor, il suo compagno, appena rientrato da Branlow Hall: «Hanno preso l’uomo sbagliato». Allora perché tenerlo per sé? Perché non denunciarlo alla polizia? Mi ero già posta l’interrogativo e, pur avendo riletto Atticus Pünd e il nuovo caso, ancora non ne venivo a capo. Tanto più che il testo sembrava celare tra le righe la soluzione non di uno, ma di ben due misteri. Come far sì che mi svelasse i suoi segreti?
Cominciai esaminando i nomi.
Alan giocava sempre con quelli dei personaggi. In Grido nella notte, il quarto romanzo della serie di Pünd, corrispondevano ai fiumi inglesi. In Missione straniera, erano note marche di penne stilografiche. Non ci volle molto a cogliere il trucchetto nascosto in Atticus Pünd e il nuovo caso. Malgrado alcuni nomi siano criptici, appartengono tutti a famosi scrittori di gialli. Eric e Phyllis Chandler, per esempio, il cui ovvio riferimento è Raymond Chandler, creatore di Philip Marlowe, emblema del detective privato. Algernon Marsh è ispirato alla scrittrice Ngaio Marsh, Madeline Cain a James M. Cain che ha scritto Il postino suona sempre due volte e il meraviglioso La morte paga doppio, Nancy Mitchell a Gladys Mitchell, autrice di oltre sessanta romanzi gialli, celebrata da Philip Larkin.
Ma l’arguzia di Alan andava ben oltre. Aveva collegato ciascuno dei personaggi principali alle persone conosciute e intervistate a Branlow Hall, mantenendo per molti le stesse iniziali o nomi di battesimo simili. Ne è un esempio Lance Gardner (da Erle Stanley Gardner) che tanto aveva offeso Lawrence Treherne. Oppure il dottor Leonard Collins, chiaramente collegato a Lionel Corby (LC). Analogamente, il produttore lettone Sīmanis Čaks parrebbe rimandare a Stefan Codrescu, benché sia curioso il suo ruolo così marginale nella storia. Quasi non rientra neppure tra i sospettati.
Ne conclusi che per orientarmi tra i meandri della mente di Alan dovevo tracciare una sorta di mappa tra il mondo di Branlow Hall nel Suffolk e quello di Tawleigh-on-the-Water nel Devon, i cui chiari punti di contatto erano rappresentati dai personaggi e dalle loro relazioni reciproche o con le controparti reali. Avevo finito di leggere il libro ancora seduta a uno dei tavolini fuori dall’hotel, ma una volta tramontato il sole tornai in camera, afferrai un blocco per appunti e buttai giù uno specchietto.
Melissa James
Nome preso da: P.D. James, autrice di Sangue innocente e Un gusto per la morte. Oppure da Peter James (sua una delle recensioni a inizio libro!).
Personaggio ispirato a: Lisa Treherne, sorella di Cecily.
Note: I due soggetti hanno pochissimo in comune a parte il nome – Lisa/Melissa. Si accenna anche alla cicatrice sul viso dell’attrice (pag. 19). Probabilmente Lisa Treherne andava a letto con Stefan Codrescu, come testimoniato da Lionel Corby. Ma in apeinc Melissa ha una relazione con il dottor Leonard Collins.
Anche la moglie di Alan si chiamava M...