Aisling O’Sullivan era una studentessa irlandese coi capelli rossi, gli occhi chiari come il mare d’estate e il fuoco nel sangue, che frequentava il terzo anno di zoologia all’università di Cork. Ai primi di settembre del 2009 iniziò un Erasmus all’università di Londra e si offrì volontaria a Elephant’s World, una ONG che aveva il suo quartier generale nel centro della città, ma che svolgeva la sua attività in un’antica azienda agricola di Kericho, a quattro ore di macchina da Nairobi, dove gestiva un’area protetta per elefanti. Il suo obiettivo era raccogliere fondi per prendersi cura degli elefantini che i bracconieri avevano reso orfani e rimpatriare i vecchi elefanti africani dispersi per l’Europa e reinserirli nel loro ambiente naturale perché ci trascorressero gli ultimi anni di vita.
Nello scegliere questo lavoro, Aisling aveva tenuto ben presente i consigli del suo prozio Edward Flynn, il «granello di sabbia», come lo chiamavano in famiglia. Lo zio Flynn aveva sempre detto che si poteva cambiare il mondo se ognuno metteva il suo granello di sabbia, ed era stato un esempio vivente di ciò. Era morto pochi anni prima, ma sapere che ci aveva provato nel Winchester College, dove aveva passato cinquant’anni a educare i rampolli dell’establishment britannico, non solo rendeva orgogliosa Aisling O’Sullivan, ma le era di ispirazione.
Una domenica di settembre fece un giro allo zoo di Whipsnade e si fermò davanti al recinto degli elefanti. In un angolo notò un’elefantessa molto vecchia che teneva la testa accostata alla parete. Muoveva la coda per cacciare via le mosche e dagli occhi le scendevano lacrime come perle sulla pelle rugosa.
Le fece molta pena perché, vista la sua straordinaria grandezza, doveva essere stata un esemplare magnifico. L’anno prima aveva studiato che l’amore che gli elefanti ricevono da cuccioli influisce sulle dimensioni che raggiungono da adulti, e si vedeva da lontano che quell’elefantessa era stata molto amata.
Questo accese in lei una lampadina. Il giorno dopo ne parlò col signor Barrington di Elephant’s World e col suo beneplacito telefonò alla Zoological Society of London per fissare un appuntamento con il direttore di Regent’s Park.
Cinque giorni dopo si presentò agli uffici della ZSL come volontaria della ONG ed espose al direttore Armond il caso dell’elefantessa che da venticinque anni veniva esibita allo zoo.
«Vorremmo fare qualcosa per lei» disse dopo essersi presentata.
«In che senso?»
«Comprare la sua libertà e riportarla in Africa.»
Il direttore sorrise e rilesse la pratica di Tsavo. Il suo acquisto a un prezzo stracciato nel 1983 e i vari rapporti dei veterinari che l’avevano curata negli ultimi ventisei anni.
«Proviene dal circo di Billy Smart» disse leggendo il rapporto, che era più crudo di quanto ricordasse. «Non so se ne ha mai sentito parlare.»
Aisling scosse la testa. Era nata nel 1988, quando già da anni la ITV aveva smesso di trasmettere gli spettacoli del circo.
«E ne ha tutte le ragioni. È un’elefantessa magnifica, ma molto di rado si alza in piedi o barrisce. È un animale psicologicamente molto provato.»
«Per non parlare delle orribili cicatrici che ha sui fianchi e che l’hanno lasciata cieca da un occhio» aggiunse Aisling decisa. «Forse possiamo arrivare a un accordo, che ne dice?»
«Ah sì?»
«Lei dica il prezzo, ma che sia ragionevole, e noi ci mettiamo in moto.»
Ralph Armond la osservava con i due indici sulle labbra, perché gli scappava da ridere.
«Dovrò parlarne con la direzione, ma si potrebbe fare. Ha più di sessant’anni. Mi sembra che abbia fatto il suo dovere nei confronti della società.»
A quelle parole Aisling O’Sullivan si sentì ribollire il sangue: come se gli elefanti avessero un dovere nei confronti della società! Ma si controllò e sorrise piantando i suoi begli occhi azzurri, freddi come il ghiaccio, sul direttore dello zoo di Regent’s Park.
«Che ne direbbe di quattromila sterline?» chiese l’uomo.
Aisling O’Sullivan ingoiò il rospo: era una cifra molto alta, a cui bisognava aggiungere i costi per i documenti, le visite veterinarie e il transfer per spedire l’elefantessa nell’area protetta di Kericho, oltre a un minimo di due anni di mantenimento e le cure veterinarie e le medicine di cui avrebbe avuto bisogno in Africa. Come minimo sette o ottomila sterline.
«Mi sembra un ottimo prezzo» rispose. «Ce lo può confermare?»
Il direttore annuì, un po’ forzatamente. Gli era passata la voglia di invitare quella rossa appariscente a prendere una birra al pub dell’angolo: senza dubbio non era una di quelle ragazze.
La sera stessa Aisling O’Sullivan arrivò all’appartamento di Notting Hill che divideva con altre due studentesse e scrisse subito al delegato di Elephant’s World per informarlo.
Tre settimane dopo ricevette l’autorizzazione dal Kenya per dare il via alla campagna di raccolta fondi per l’acquisto della vecchia elefantessa Tsavo. Aisling ordinò personalmente una cassetta di plexiglas, stampò un poster e dei volantini e li portò negli uffici della ZSL.
La segretaria che l’aiutò si impegnò ad attaccare la cassetta e il poster nel recinto degli elefanti di Whipsnade. Aisling lasciò anche qualche volantino e distribuì gli altri fra le famiglie che quel sabato passeggiavano nel recinto. Nella prima pagina c’era una foto delle strutture di Kericho e a grandi lettere maiuscole si leggeva:
ELEPHANT’S WORLD
ASSOCIAZIONE ISCRITTA AL WWF
ADOTTARE UN ELEFANTE
È UN REGALO UNICO
Nelle pagine interne c’erano altre foto, del bungalow di Kericho sede dell’area protetta e di elefantini che giocavano con i loro custodi. Si leggeva anche:
Collaborando con il progetto aiuterete questa elefantessa africana a tornare nel suo habitat naturale (Kenya), nel la nostra area protetta per elefanti di Kericho. I fondi raccolti saranno interamente destinati al suo trasporto e alle sue cure. Il costo dell’alimentazione e delle cure di un elefante è di circa 36 sterline al giorno, destinate al salario del custode, all’acquisto del cibo, alle visite veterinarie e alle medicine.
NOME: Tsavo
SPECIE: Loxodonta africana
PROVENIENZA: Billy Smart’s Circus
LUNGHEZZA DELLE ZANNE: 67 cm sinistra / 112 cm destra
ALTEZZA: 3,86 m
PESO: 5876 kg
LUNGHEZZA: 6,77 m
ETÀ: 60-70 anni
Uscendo dal parco, Aisling O’Sullivan notò un uomo seduto su una panchina con una vecchia cartella di pelle ai piedi. La colpirono i suoi occhi azzurrissimi e i suoi capelli bianchi e scompigliati dal vento. Aveva una certa età, ma era ancora molto attraente. Gli si avvicinò e gli diede l’ultimo dépliant che le restava. L’uomo le sorrise e se lo mise nella tasca della giacca.
Il 15 novembre, pochi giorni dopo la cena con cui i compagni della Sir William Collins Secondary School gli resero un piccolo omaggio in vista dell’imminente pensionamento, A.A. ricevette una telefonata dalla madre. Pensò che lo chiamasse per organizzare il pranzo di Natale che ogni due anni si svolgeva in Tanza Road.
«Verrò sabato con Laura, se per te va bene» le disse.
La madre lo sorprese perché rispose:
«Mi farebbe piacere se venissi da solo, per parlare.»
Ad A.A. non piaceva andare in Tanza Road. Sua madre manteneva la casa quasi identica al bungalow di Kericho: la stessa biblioteca con libri rilegati in pelle, lo stesso tappeto persiano per terra, la stessa scrivania e il tavolo di mogano in salotto. Alle pareti erano appese fotografie di safari in cui suo padre era in posa con un piede sopra un’antilope o dove si vedeva tutto il gruppo di coloni all’ingresso del Kericho Cricket Club. Teneva anche gli stessi vasi e il pianoforte Steinway su cui aveva imparato a suonare.
Non è per niente facile aprire la porta dell’intimità e mostrare quello che c’è dentro il cuore di una persona, ma era quello che aveva deciso di fare Agnes Cunningham. Aveva novantadue anni ed era consapevole che la fine del viaggio si avvicinava. Quel sabato sera fece sedere A.A. di fronte a sé come quando aveva sei o sette anni e gli domandò:
«Credi che ti abbia amato, Archie?»
A.A. si sentì a disagio e si strinse nelle spalle.
«Avrei dovuto farlo molto di più, lo so e me ne dispiaccio» continuò la madre. «No, non interrompermi. So di non essere stata una buona madre, e sai perché? Ricordi cosa ti dissi la sera che nacque la tua elefantina? Ti dissi di darle un nome, perché è così che le cose diventano tue. A me non permisero di darti un nome, Archie. Me lo imposero, e questa è una cosa che mi ha sempre tormentato. Sai che ti chiami Archibald in onore del maresciallo Archibald Wavell e Arthur per tuo nonno.»
A.A. chinò la testa perché cominciava a capire molte cose. Soprattutto il perché della freddezza con cui l’avevano sempre trattato. Le manifestazioni di affetto erano sempre state sporadiche. Il rimprovero aveva segnato il suo rapporto coi genitori e non aveva mai avuto la minima complicità con nessuno dei due.
«Può sembrarti un po’ infantile e crudele» continuò sua madre, «ma è così. Se non dai il nome a una cosa che ti appartiene non le vuoi tanto bene. Mi dispiace, devi perdonarmi.»
«Non c’è niente da perdonare, mamma. Non ho dieci anni» tentò di sorridere A.A.
La madre chiuse gli occhi e poi gli rivelò un’altra cosa:
«Io non volevo lasciare il Kenya, sai?»
«…?»
«E allora perché ce ne siamo andati?» si chiese lei stessa. «Perché dovevamo farlo.»
A questo punto Agnes tacque, fece scorrere lo sguardo sulle gardenie sul davanzale della finestra e continuò:
«In Kenya tuo padre mi tradiva, Archie.»
A.A. ricordò suo padre che scherzava con la moglie di Matthew Stewart nel club di Kericho e con un filo di voce le domandò:
«Con la moglie di Stewart?»
«No, Archie, tuo padre non aveva una relazione con Susan Stewart ma con una Masai della riserva!»
A.A. non se lo sarebbe aspettato per niente al mondo. Suo padre, un gentleman britannico dalla testa ai piedi, che alle otto e mezza montava sulla sua cavalla e andava in giro per la piantagione fino al Kamboroo con un cappello di canapa sulla testa, aveva avuto una storia con una negra.
«Il papà sapeva che tu…?»
«Certo che lo sapeva.»
«Non capisco.»
«Cos’è...