In città girava una leggenda. La usavano le mamme per spaventare i bambini e farli rientrare a casa in tempo, la sera. Alcuni la chiamavano L’estate dei bambini scomparsi o Il mistero di Stonebridge; ma Victoria, la madre di Jake Mitchell, l’aveva sempre chiamata: La leggenda dei bambini d’ombra. Nessuno era mai riuscito a scoprire cosa fosse accaduto davvero, ma – da ciò che raccontavano i genitori e i ragazzi più grandi che Jake conosceva – pareva che una notte, oltre trent’anni prima, tutti i bambini della città di Stonebridge fossero spariti nel nulla. Di punto in bianco. Tutti quelli sotto i tredici anni, nessuno escluso.
Li avevano cercati in massa; oltre agli uomini dello sceriffo erano arrivati gli agenti della polizia dello Stato, e perfino i detective dell’FBI, ma di quei bambini e di quei ragazzini non erano rimaste che camere vuote, zaini e giocattoli abbandonati, letti sfatti, e una profonda, triste mancanza. Da un giorno all’altro, le aule delle scuole elementari e medie si erano svuotate. Sulle palestre e nei campi da gioco era calato un silenzio assordante. I maestri e gli insegnanti della Saint Mary School si erano uniti alla ricerca dei “bambini scomparsi di Stonebridge”, come li chiamavano i giornali e le tv, aiutando i genitori disperati e le forze dell’ordine, ma senza alcun risultato. I cani poliziotto avevano setacciato per settimane – che alla fine erano diventate mesi – i boschi intorno alla città, fino a Wichita Falls e alle montagne circostanti. I sub avevano perlustrato il Wichita River e quello ancora più grande, che attraversava Riverside, ma senza trovare niente, a parte rifiuti, vecchie biciclette arrugginite, e qualche antico talismano indiano. Il sindaco di Stonebridge aveva lanciato più volte appelli in televisione. Tutte le città della zona, da Wichita Falls a Riverside, erano state tappezzate di manifesti con le facce e i nomi dei ragazzini spariti, ma inutilmente. Come potevano essersi dissolti nel nulla, in un’unica notte, duecento bambini? Era impossibile. Nessuno riusciva a darsi una risposta o a trovare una spiegazione, ma dopo tanti mesi tutti si erano arresi all’idea che i bambini di Stonebridge non sarebbero tornati mai più, e avevano fatto ciò che gli esseri umani sono soliti fare quando non capiscono una cosa, e, stanchi di cercare una soluzione, si arrendono: avevano fatto finta di niente e ripreso a vivere come se quella tragedia non fosse mai accaduta.
Il giorno del suo dodicesimo compleanno, Jake aveva detto a sua madre che non credeva a quella storia, che era soltanto un modo per spaventarlo perché non le piaceva che se ne andasse in giro per le strade del quartiere in bicicletta. Era solo una leggenda che genitori e poliziotti si erano inventati per mettere paura ai ragazzi.
«Dài, mamma, è impossibile che centinaia di ragazzini spariscano tutti insieme» le aveva detto.
E di colpo le si erano riempiti gli occhi di lacrime. Jake si era sentito in colpa, come se l’avesse offesa. Stava per scusarsi, ma sua madre l’aveva preso per mano e l’aveva portato in una stanza dove non era mai entrato prima, perché era sempre chiusa, e solo lei aveva la chiave. Jake era rimasto a bocca aperta: la stanza proibita era la camera di un ragazzo. C’erano berretti da baseball ovunque e poster di lottatori di wrestling appesi alle pareti. Tutto era in perfetto ordine: il letto ben fatto, la scrivania pulita, lo zaino di scuola pieno di libri. Era molto simile alla stanza di Jake; l’unica differenza era che lì non ci viveva nessuno da molto tempo.
“Sembra la stanza di un fantasma” aveva pensato Jake.
«Scusa, mamma, di chi è tutta questa roba?» aveva chiesto poi.
Sua madre si era limitata a prendere una fotografia da un cassetto, e si era seduta sul letto, facendogli cenno di mettersi accanto a lei.
Jake si era trovato davanti l’immagine di un bambino sui dieci anni che gli somigliava tantissimo, nonostante i vestiti antiquati e un taglio di capelli ridicolo.
«Chi è?» aveva chiesto con un filo di voce, colpito.
«Lui è tuo zio Ben.»
Jake aveva pensato che lo stesse prendendo in giro: non aveva mai sentito parlare di uno zio di nome Ben. Ma dentro di sé sapeva che sua madre era troppo seria e triste perché quello fosse uno scherzo.
«Mio zio?!»
«Sì. Era uno dei bambini di Stonebridge. Uno dei bambini d’ombra.»
Jake era rimasto senza fiato. Allora non era una leggenda…
«Sai che questa prima era la casa dei nonni, no? Io sono cresciuta qui. E questa era la camera di Ben, mio fratello.»
«Non mi hai mai detto niente.»
«Lo so, Jake. Eri troppo piccolo, non volevo spaventarti. E poi…»
«Che cosa?»
«Sono cose difficili da dire, dolorose.»
«Quanti anni aveva quando è scomparso?»
«Dieci, quasi undici a dire la verità. Era più grande di me di quattro anni.»
«Come?! Quindi anche tu.»
Victoria, la madre di Jake, aveva scosso la testa. «No, io no. Quella notte non ero qui. Ero al “Wichita Summer Camp”. È un campo estivo per bambini delle elementari. Ti ricordi? Ci sei stato anche tu, qualche anno fa.»
Certo che se lo ricordava: due settimane insieme ad altri venti bambini nelle Wichita Mountains, a mangiare cibo in scatola, a giocare e fare escursioni tutto il giorno. Ricordava anche la notte in cui erano dovuti scappare perché due orsi erano riusciti a entrare nel campo.
«Quindi quando lui e gli altri bambini sono scomparsi…» iniziò Jake.
«Io ero in montagna. È per questo che non sono stata… presa. Chi era in città, invece…»
Jake era rimasto senza parole. Era stranissimo pensare a uno zio che in quella foto aveva due anni meno di lui.
«Hai visto quanto vi somigliate?» gli aveva chiesto Victoria con un sorriso, carezzandogli la nuca.
Era vero: lui e Ben erano due gocce d’acqua, a parte il taglio di capelli diverso e la particolarità degli occhi di Jake: uno era blu zaffiro, l’altro viola, un po’ come gli occhi di certi husky. Il doppio colore rendeva strano il suo sguardo, come se fossero in due, dentro di lui.
«Scusa se non te l’ho detto, volevo aspettare che fossi abbastanza grande. Non è una bella storia, questa.»
«Posso tenere la foto?» aveva chiesto Jake.
«Certo.»
«Mamma, dove pensi che sia lo zio, adesso?»
«Non lo so, tesoro. Proprio non lo so… Non è mai tornato nessuno.»
«Perché li chiamano bambini d’ombra?»
«Perché alcuni vecchi del paese dicono che li sentono giocare vicino al bosco. Altri giurano di cogliere i loro schiamazzi sul fiume, la notte, come se stessero facendo il bagno. Negli anni molti hanno udito voci e risate.»
«Li hanno visti in faccia?»
Victoria aveva scosso la testa. «No. Pare che si riescano a intravederne solo le ombre, ma non i corpi né i volti. Mai… Però forse è solo una leggenda, Jake. Una storiella che i vecchi raccontano per attirare un po’ l’attenzione su di sé.»
«Tu li hai mai visti o sentiti?»
«No. Ma a volte, in macchina, quando passo vicino ai boschi che portano a Wichita Falls, ho come l’impressione di essere osservata. Sai com’è, no?»
«Certo… A me succede quando passo davanti all’ufficio del preside.»
Victoria era scoppiata a ridere.
«Mamma?»
«Dimmi.»
«Perché hai lasciato questa stanza così?»
La donna si era guardata intorno, spaesata, come se non sapesse cosa rispondere. Alla fine aveva detto: «Perché non ho mai smesso di sperare che un giorno Ben potesse tornare insieme agli altri bambini. Ti sembra una pazzia?».
No, non lo era affatto. Jake capiva benissimo.
«Andiamo, tesoro. È ora di cena, torniamo di là.»
«Posso tenerla?»
E indicò una Ernie Ball, una palla da baseball bianca dalle cuciture rosse. Era stato un modello leggendario, creato in onore dell’eroe locale, il lanciatore dei Wichita Giants Ernie McGuinness che aveva portato la squadra a vincere il titolo nella Major League. Ne esistevano pochissimi esemplari. Victoria ricordava che suo fratello teneva sempre in mano quella palla, non se ne separava mai.
«Certo che puoi. A tuo zio avrebbe fatto piacere.»
A Jake brillavano gli occhi, quando aveva preso in mano la palla. Si era sentito avvolgere da un’ondata di calore e il suo cuore aveva cominciato a battere più forte.
Quella notte Jake Mitchell era andato a letto stringendo la Ernie Ball, e continuò a farlo nei giorni seguenti, come se la palla fosse un amuleto, o un mezzo per entrare in contatto con lo zio scomparso. E forse era proprio così, perché appena Jake si addormentava, la palla si illuminava di una luce blu fosforescente e la stanza si riempiva di ombre di bambini.
Non volevano fargli del male.
Tutt’altro.
Erano lì per difenderlo.