Il dottor Niccolò Salviati si sveglia il giorno dopo nel momento preciso in cui il gallo di Donna Dangelo annuncia che sono le otto. Per fortuna d’estate si alza più tardi. Alle nove e un quarto inforca la Bianchi e pedala da Chiara per prendere un espresso bello forte.
«Tu mi daresti una mano?» chiede alla padrona quando glielo serve.
«Di cosa si tratta?»
«Lo vedrai» sorride lui bevendo il caffè.
«Spero che tu non mi dia troppi grattacapi, dottore.»
«E io spero di dartene molti» ribatte lui enigmatico.
Il medico lascia qualche moneta sul bancone ed esce dal locale. Chiara Donizetti resta con gli occhi sbarrati e non fa in tempo a replicare. Niccolò Salviati è già risalito in bicicletta, ma invece di andare al poliambulatorio scende verso il molo.
“Che strano” si dice Chiara. “Forse va in Comune.”
La padrona del Caffè dell’Amicizia ha indovinato. Quando il dottore arriva all’ingresso del palazzo comunale, il vecchio campanile mezzo rovinato di San Gerlando annuncia solennemente che sono le nove e mezza del mattino.
Il caldo di metà luglio già picchia sulla nuca e il dottore beve un sorso alla fontanella che si trova all’ombra del portico.
Sale al primo piano e bussa all’ufficio della prefettura, ma non risponde nessuno.
Giuseppe Cattaronni, il funzionario che si occupa dei servizi sociali, delle multe e del servizio rifiuti, sonnecchia davanti al ventilatore. L’aria gli apre tutta la camicia, mostrando il tatuaggio di un’ancora che si è fatto anni prima a Palermo, durante una notte di baldoria.
Il dottore torna a bussare sul bancone e Giuseppe apre un occhio.
«Ah, è lei, dottore…» Sbadiglia. «Stavo pensando da dove cominciare col lavoro di oggi…»
«Ho visto» ride sotto i baffi il dottore.
Poi col dito gli fa cenno di asciugarsi il filo di saliva che gli sta colando sul mento e gli spiega:
«Vengo per fare una richiesta di adozione temporanea.»
«Cosa?» Il funzionario si sveglia di colpo.
«Adozione, Giuseppe, adozione temporanea.»
«E chi è che vuole adottare temporaneamente, dottore?»
«Una bambina orfana del poliambulatorio. Finché non si trova il padre.»
Il funzionario esita e riflette. Dal punto di vista legale, adottare una bambina “temporaneamente” è un po’ stiracchiata, ma negli occhi del medico c’è tanta determinazione che apre un cassetto e ne tira fuori dei moduli. Poi inforca gli occhiali e prende una penna.
«Dovremo compilare dei moduli» dice cerimonioso.
«Molto bene.»
«Nome?»
Il dottore lo guarda stupefatto.
«Il mio nome? Lo sai benissimo, Giuseppe. Sono dodici anni che ti curo l’alopecia.»
«Lo so, dottore, ma questa è una cosa ufficiale, con i timbri e tutte le formalità.»
«D’accordo. Scrivi: Niccolò Salviati di Lorenzetti di Betto Bardi.»
«Così lungo?» si spaventa il funzionario.
«Ti costa fatica scrivere, Giuseppe?»
Il funzionario borbotta e il medico torna a ridere sotto i baffi.
«Età?»
«Quarantatré anni ben portati, come puoi vedere» risponde il dottore.
Giuseppe lo guarda da sopra gli occhiali e sorride.
«Stato civile?»
«Celibe senza alcuna relazione. Anche questo lo sai, testone.»
Il funzionario fa una smorfia. Sa che al medico Chiara è sempre piaciuta e che, per quanto si conoscano da più di trent’anni, non si è mai dichiarato.
Quando ha finito di riempire i moduli con la sua calligrafia minuscola, guarda Salviati e borbotta di nuovo:
«Sono le formalità dei moduli, dottore. Professione?»
«Medico di storditi come te» risponde Niccolò Salviati, che ne ha già le scatole piene. «Ti sei messo sulla testa la crema che ti ho prescritto?»
«Sì, dottore.»
«Vediamo se cresce un po’ di lanugine…»
«Sì, dottore.»
Giuseppe si trattiene dal ridere.
«Cos’altro vuoi sapere?» Il dottore ha fretta.
«Reddito annuale?»
«Cosa?»
«Quando guadagna all’anno?»
«Meno di quello che merito.»
«Come me» si lamenta il funzionario. «Ma io devo mettere una cifra.»
«Scrivi ventiduemila euro.»
Giuseppe scrive sul foglio.
«E chi è che vorrebbe adottare temporaneamente, se non sono indiscreto? Anche questo lo devo scrivere nel modulo.»
«Una bambina di nome Kambirì. Il cognome… metti Salviati di Lampedusa.»
«Ha i genitori, la bambina?»
«La madre è morta. Il padre, scomparso. Posso portarti il certificato di morte.»
Giuseppe resta di sasso, tanto che tarda a reagire.
«Non l’ha reclamata nessuno?»
«Io, testone. Non vedi che la reclamo io?»
«Voglio dire dei suoi familiari.»
«È arrivata quindici giorni fa su un barcone, Giuseppe, e finché non trovo il padre…»
Il funzionario si gratta la testa liscia come una delle pesche che crescono nel frutteto di Antonello Pesavento, alza di nuovo gli occhi e gli domanda:
«Che nazionalità scrivo?»
«Suppongo Mali. Scrivi Mali.»
«Passeremo la domanda ai servizi sociali. Spero di avere la risposta in un paio di settimane. Ho scritto che si sta cercando il padre, così non le faranno le pulci.»
«E nel frattempo?» s’interessa il medico.
«Nel frattempo c’è un vuoto legale che lei può riempire come meglio crede.»
«Ossia posso fare quello che mi pare?» sorride il dottore.
«Più o meno. In quanto sanitario a capo del poliambulatorio dell’isola, lei può decidere di lasciare la bambina all’ospedale o di prenderla con sé. Magari Chiara…»
Sì, il dottore ci aveva già pensato, a Chiara.