LA RABBIA È NORMALE
Nel mio lavoro, oltre ai bambini, vedo spesso genitori, insegnanti, nonni, babysitter, e all’interno di questo mondo dei grandi mi sono accorta che la rabbia dei piccoli è la cosa che infastidisce maggiormente. Infastidisce a tal punto che le reazioni sono tra le più disparate, a volte divertenti a volte decisamente meno.
I bambini si arrabbiano, e quando si arrabbiano possono anche fare paura.
Mi racconta una mamma:
Non riesco più a gestire mio figlio Luca di sei anni. Ha una rabbia addosso incontrollabile, qualsiasi cosa gli dica mi risponde aggredendomi, non mi ascolta, non fa quello che gli dico, urla, sbraita e spesso mi lancia oggetti e mi picchia. Sembra quasi indemoniato… Ho paura!
Ma la rabbia è qualcosa di normale nel bambino, l’unico modo che ha per dire la sua, per farci sapere che qualcosa non va, per farci capire che non riesce a fare una determinata cosa, perché è piccolo, perché ha paura… quindi la rabbia è un modo per comunicare con noi grandi.
Le esplosioni di rabbia, proprio quelle “infuocate”, dovrebbero diminuire dopo il terzo anno di vita, dopo la fase dei “terribili due”.
Il semaforo è diventato verde e lui non vuole attraversare la strada. È ora di restituire il giocattolo all’amico che glielo ha prestato ai giardinetti, e lui lo stringe al petto gridando, «No! È mio!». Gli si rifiuta qualcosa che desidera, gli si impedisce di fare qualcosa che si è messo in mente di fare e lui… mette in scena il dramma dell’opposizione mimando il no con tutto il suo corpo, strillando, piangendo, battendo i piedini.1
I terribili due
I “terribili due” sono quel periodo dei no che i bambini attraversano nel terzo anno di vita, in cui diventano testardi e manifestano spesso crisi e pianti inconsolabili.
È una fase di crescita del tutto normale, coincide con la presa di coscienza del bambino, che scopre di essere un individuo separato dalla madre e di avere una personalità e desideri propri.
Spesso però incontro genitori che arrivano in consulenza lamentandosi di episodi di rabbia dei loro figli di sette, otto, nove anni, in famiglia o a scuola…
Di solito si tratta di bambini che non hanno particolari disturbi del comportamento, quindi non sono bisognosi di un approfondimento neurodiagnostico. Sono semplicemente bambini che non hanno la possibilità di fare i bambini. Mi spiego meglio.
Spesso non sono liberi nelle loro autonomie.
Samuel ha sette anni, la mamma lo veste per andare a scuola, lo pulisce ancora in bagno, gli taglia la carne, gli allaccia le scarpe, gli prepara lo zaino… «Lui ce la fa benissimo, ma lo faccio per fare prima… e perché lui non lo fa bene come me.»
I genitori sono spesso amici dei figli perdendo così il loro ruolo principale, quello educativo.
Bea è una bambina di otto anni, a scuola è molto brava e educata, aiuta sempre la mamma che è la sua “migliore amica”. «Io e mia figlia facciamo tutto assieme, è la mia prima confidente, sa tutto di me, mi segue proprio in tutto, sia nei momenti belli che in quelli più difficili…»
Non possono fare niente o possono fare troppo, vengono quindi trattati da più piccoli o da più grandi.
La mamma di Nicolas, nove anni, non ne vuole sapere di lasciare che suo figlio vada a scuola a piedi (con il pedibus), dice che non ce la fa, il suo cucciolo ha ancora tanto bisogno di lei. «Gli preparo anche lo zaino e facciamo i compiti insieme.»
Racconta il papà di Rebecca, quattro anni e mezzo: «Mia figlia ascolta ogni mia parola, anche i discorsi più difficili, non le scappa nulla. Da quando ha due anni la alleno all’ascolto e al dialogo».
Anche qui siamo di fronte a una rabbia normale, fisiologica. Non vi è nulla di patologico, il bambino risponde in questo modo a un comportamento dell’adulto. Non è sbagliato il bambino, occorre lavorare sul modo di educarlo.
La rabbia nei litigi
Quando siamo di fronte a un litigio tra bambini la rabbia è ai massimi livelli: urla, faccia paonazza, calci, pugni… «La macchinina è mia, ci stavo giocando io… ridammela!»
«No, adesso è mia e ci gioco io…» «Mamma, Sara mi ha picchiato!»
I litigi sono la normalità per tutti i bambini, spesso sono parte del loro gioco e non è possibile farne a meno… e anche della loro focosa rabbia. Meglio gestire questi scoppi litigiosi insegnando ai bambini a litigare bene senza farsi coinvolgere nei loro conflitti infantili e fisiologici.2
IO “GRANDE” COSA FACCIO CON UN “PICCOLO” ARRABBIATO?
Prima di dirvi cosa potete fare quando vi trovate alle prese con un piccolo arrabbiato vi dirò cosa non fare.
Arrabbiarvi come lui non serve proprio a nulla, spaventa ancora di più il bambino (già impaurito dalla sua reazione) e lo mette in contrapposizione con la figura che deve proteggerlo ed essere una guida e un contenimento. Quindi no a urla e punizioni (tantomeno a botte, ma spero che sia una pratica ormai abbandonata dai tempi dei miei nonni), il bambino è già abbastanza mortificato da quello che prova. Inoltre, rimproverandolo continuamente, si può farlo sentire un “bambino cattivo”, rischiando che si comporti sempre così proprio perché i grandi si aspettano questo da lui.
AL PARCO
Filippo, cinque anni e mezzo, sta giocando con gli amichetti incontrati al parco; è molto preso dal gioco, la parte rialzata del castello di legno è la loro tana, a turno scappano e si inseguono, chi arriva per ultimo resta fuori. La mamma lo chiama per andare a casa, lui non ne vuole sapere, urla che non vuole muoversi pestando i piedi. La mamma inizia a gridare di sbrigarsi e di non fare storie, che è sempre il solito… «Scendi subito da lì e andiamo, dai sbrigati! Allora, capisci o no? Non ti porto più al parco, domani ti metto in punizione così impari.» Il bambino si mette a piangere, urla ancora di più… è incontenibile.
Cercare di parlargli spiegandogli che non si fa, che lo fanno solo i bambini cattivi, che se si comporta così sarà rapito dall’uomo nero o dal lupo, oppure gli toglierete il suo gioco preferito, è altrettanto inutile e controproducente. Il bambino non ne vuole sapere delle vostre ragioni, il suo pensiero è anni luce dal vostro e non ascolterà una parola di quello che dite e, se proprio ascolterà qualcosa, non potrà che aumentare il suo senso di colpa. Quindi abbandonate l’idea di poterlo convincere che non è una cosa giusta e che non si deve fare.
IN CARTOLERIA
Aurora è in cartoleria con il papà, stanno ordinando i libri per la prima elementare. La bambina vede un astuccio dei Me contro Te e lo chiede. «Papà lo voglio, compramelo, dai prendimelo.» Il padre le risponde che ha già astuccio e zaino. La bambina si arrabbia, urla: «Ti ho detto che lo voglio!», e picchia i pugni contro il genitore, che ribadisce: «Ti ho detto che hai già un astuccio, non possiamo spendere tutti questi soldi, è uno spreco inutile. Ormai sei grande e devi capire. Poi i Me contro Te non sono adatti alla tua età, ne abbiamo già parlato. Devi capirlo, devi fare la brava bambina, altrimenti arriva il lupo e ti mangia». La bambina continua a piangere e a urlare, mentre il padre la trascina fuori dal negozio.
COSA SI PUÒ FARE
Meglio non intervenire nel momento in cui c’è il maggior picco di rabbia e il piccolo è proprio furioso, ma restare in osservazione e in ascolto; in questo modo il bambino capisce che voi ci siete, che non lo state giudicando cattivo o sbagliato e che siete lì per lui: siete un contenimento a cui affidarsi, non lo abbandonate in un momento “brutto”.
Appena l’esplosione sarà finita vedrete che il bambino vi cercherà per un abbraccio o semplicemente per chiedervi qualcosa. Consolatelo pure, o aiutatelo a fare quello che non riusciva. Non serve che gli diciate: «So che sei arrabbiato ma ti passa, sono qui con te… sei triste…». La vostra presenza dice già tutto ed è la cosa più importante.
In ogni caso è necessario sistemare i basilari educativi, le fondamenta per gestire i nostri “piccoli impossibili”.
Prima di tutto non essere amici dei figli: voi siete i grandi, è importante che il bambino senta il vostro ruolo di figure adulte che sanno cosa fare. Quindi niente promiscuità dopo il quarto anno di vita (invasione di bagno e lettone). Stabilite assieme, mamma e papà, poche regole chiare e quando il bambino cercherà di trasgredirle ricordategli che c’è la regola e non lo sta facendo per voi. Eviterete così urla e punizioni inutili.
Altro punto importante è non fare scegliere da loro le “cose da grandi” (il cibo da mangiare, le cose da fare, dove andare in vacanza, con chi andare a nanna). Siete voi la loro guida e li mettereste nella condizione di dover rispondere a qualcosa che non sanno e che li sprofonda in tanta confusione e senso di impotenza.
Dar loro queste possibilità li mette enormemente in difficoltà. Si trovano di fronte un adulto che non sa cosa fare e chiede al piccolo. Ma i bambini hanno bisogno di genitori, non di amici, e di genitori che li educano dando loro i giusti contenimenti e i giusti spazi.
È anche importante ricordare che il bambino porta dentro di sé la mamma e il papà, che a loro volta si portano dentro le proprie storie. Come racconta Alba Marcoli attraverso le parole di una giovane mamma: «L’altro giorno urlavo con mia figlia ed ero proprio disperata… ma all’improvviso mi è venuto un flash, mi sono vista in una scena e mi sono detta: ma questa non sono io! Queste sono le scene che c’erano fra me e mia madre!».3 Riuscire a non sovrapporre la propria infanzia con quella dei figli consente di accettare il bambino così come è, con la sua immaturità e le sue difficoltà.
IL GIOCO DELLA SABBIA
COME CONTENITORE DELLA RABBIA
Vorrei qui raccontare la mia esperienza di osservatrice di “rabbie” di bambini.
Da alcuni anni utilizzo il Gioco della Sabbia,4 un metodo nato in campo psicanalitico, ma che io applico in ambito pedagogico. Il bambino ha a disposizione una sabbiera (una cassetta rettangolare di zinco) d...