Un angelo tra i capelli
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Un angelo tra i capelli

  1. 324 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Un angelo tra i capelli

Informazioni su questo libro

Quando era solo una bambina tutti pensavano che Lorna fosse un po' strana: viveva in un mondo tutto suo, era diversa. E Lorna lo era davvero, era diversa da chiunque altro, perché riusciva a vedere gli angeli e a parlare con loro, oltre la superficie del mondo degli uomini. Una dote sublime, ma delicata e difficile da gestire, tanto da spingerla a tenerla gelosamente per sé. Solo dopo la morte del marito Lorna ha deciso di aprire il suo cuore e raccontare l'esperienza di una donna dall'animo pulito e luminoso che crede profondamente nella forza dello spirito. Un angelo tra i capelli è un libro struggente, dedicato a tutti coloro che conoscono la sofferenza e desiderano trovare conforto e speranza. Grazie al passaparola dei lettori è diventato un bestseller mondiale, pubblicato in ventuno Paesi, dalla Polonia al Giappone.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2020
Print ISBN
9788817052603
eBook ISBN
9788831802376
Capitolo 1

Con occhi diversi

Quando avevo due anni, il dottore disse a mia madre che ero ritardata.
Ero ancora in fasce e lei aveva notato che era come se vivessi in un mondo tutto mio. Ricordo perfino i momenti in cui, sdraiata nella culla – per la verità, era una grossa cesta –, la vedevo china su di me. Intorno a lei risplendeva una luce bellissima, piena di creature che rifulgevano di tutti i colori dell’arcobaleno: erano molto più alte di me, ma più basse di lei; la loro statura era più o meno quella di un bambino di tre anni. Quegli esseri fluttuavano nell’aria come piume; ricordo ancora quando mi allungavo per toccarli, senza però mai riuscirci. Ero affascinata da quelle creature e dalla loro splendida luce. All’epoca non mi rendevo conto di riuscire a vedere qualcosa di diverso rispetto agli altri; lo avrei saputo solo molto più tardi direttamente da quegli stessi esseri chiamati angeli.
Con il trascorrere dei mesi, mia madre si era accorta che, per quanto si sforzasse di attirare la mia attenzione, non facevo altro che guardare, a tratti anche fissamente, da un’altra parte. Per la verità, io ero da un’altra parte: ero lontana, in compagnia degli angeli, intenta a osservare quello che facevano, ma anche a parlare e giocare con loro. Ne ero incantata.
Ho pronunciato le prime parole piuttosto tardi; in compenso, ho iniziato a conversare con gli angeli molto precocemente. A volte ci capitava di utilizzare le stesse espressioni che usiamo noi esseri umani; altre volte, invece, le parole non servivano perché eravamo già a conoscenza dei nostri rispettivi pensieri. Ero convinta che tutti potessero vedere quello che io vedevo; ciononostante, gli angeli mi chiedevano di non rivelare a nessuno quello che mi succedeva; sarebbe dovuto rimanere un nostro segreto. Infatti, per molti anni ho ascoltato gli angeli senza mai rivelarlo a nessuno. Solo ora ho deciso di raccontare in questo libro tutta la verità.
* * *
La diagnosi del dottore quando avevo solo due anni era destinata a influire pesantemente sulla mia vita: mi sono resa conto di quanto le persone possano essere crudeli. All’epoca, abitavamo nel quartiere di Old Kilmainham, poco lontano dal centro di Dublino, dove mio padre aveva preso in affitto un piccolo negozio in cui riparava le biciclette con annesso un modesto villino. Nella casa, piccolissima e un po’ fatiscente, si entrava direttamente dal negozio. Faceva parte di una schiera di vecchi villini e negozi perlopiù vuoti o dismessi a causa della loro inagibilità pressoché totale. Trascorrevamo gran parte del tempo in una stanzetta al pianterreno, dove eravamo soliti cucinare, mangiare, parlare, giocare e fare perfino il bucato in una grossa tinozza di metallo davanti al camino. Alla mancanza di un bagno all’interno della casa avevamo sopperito con un capanno adibito a latrina: lo raggiungevamo percorrendo una piccola discesa dal retro del giardino. Al piano superiore della casa c’erano due stanzette; all’inizio ne condividevo una – e il letto – con la mia sorella maggiore, Emer.
Non mi limitavo a vedere gli angeli (che mi apparivano costantemente, dall’istante in cui mi svegliavo fino all’attimo in cui mi addormentavo), ma anche gli spiriti dei trapassati. Mio fratello Christopher era nato molto tempo prima di me ed era morto quando aveva solo dieci settimane. Pur non avendolo mai visto, ero in grado di visualizzarlo – aveva i capelli neri, mentre io e mia sorella eravamo bionde – e di giocare con lui nella dimensione dello spirito.
A quel tempo, pensavo che non ci fosse nulla di strano; per certi versi, era un bambino come tutti gli altri, anche se con un aspetto più luminoso. Solo quando mi accorsi che la sua età poteva cambiare, mi resi conto della sua diversità. A volte aveva l’aspetto di un neonato, altre trotterellava sul pavimento dimostrando più o meno la mia età. Inoltre, non era sempre presente, ma sembrava piuttosto andare e tornare.
Nel tardo pomeriggio di una fredda giornata d’inverno, poco prima che facesse buio, mi trovavo da sola nel piccolo soggiorno della casa di Old Kilmainham. Il fuoco nel camino era l’unica luce che rischiarava la stanza, e il suo riverbero tremolava sul pavimento dove sedevo intenta a giocare con i mattoncini di legno che aveva fatto mio padre. Christopher era venuto a giocare con me. Sedeva più vicino al fuoco: mi aveva spiegato che in quel punto il calore sarebbe stato troppo intenso per me, ma che per lui non c’erano problemi giacché non lo percepiva. Stavamo costruendo una torre: io mettevo un mattoncino e lui ne sovrapponeva un altro. La torre stava diventando molto alta finché, all’improvviso, le nostre mani si toccarono. Fui molto stupita – provai una sensazione del tutto diversa rispetto a quando toccavo altre persone. Nell’attimo in cui lo sfiorai, il suo aspetto divenne scintillante. In quel momento, entrai in lui (o forse fu lui a entrare in me); ebbi l’impressione che ci fossimo fusi diventando una cosa sola. Lo shock che provai fu così intenso da farmi rovesciare la nostra torre di mattoncini!
Scoppiai a ridere, e quindi lo toccai di nuovo. Credo che fu quella la prima volta in cui mi resi pienamente conto che lui non era una creatura in carne e ossa.
Non ho mai confuso Christopher con un angelo; anche se, talvolta, quelli che vedevo assumevano sembianze umane; ma avevano quasi tutti le ali, i loro piedi non toccavano terra e dentro di loro splendeva una specie di luce brillante. In altri momenti, gli angeli non avevano affatto sembianze umane: si presentavano sotto forma di un’intensa luce abbagliante.
Christopher appariva spessissimo accanto a mia madre. Capitava che la mamma si addormentasse sulla sedia accanto al camino, e io lo vedevo accoccolato fra le sue braccia. Non sapendo se mia madre si accorgesse della presenza di Christopher, domandavo a mio fratello: «Devo dire alla mamma che sei qui?».
Lui mi rispondeva sempre: «No, non puoi dirglielo. Non capirebbe; a volte, però, avverte la mia presenza».
Un mattino d’inverno, quasi all’alba, gli angeli apparvero vicino al mio letto. Io ero accovacciata sotto le coperte; mia sorella Emer era già in piedi, mentre Christopher si era raggomitolato vicino a me. Mi sfiorò lievemente e disse: «Guarda, guarda, Lorna: sopra la finestra».
Come ho già spiegato, gli angeli possono manifestarsi in varie forme e dimensioni; quella mattina sembravano fiocchi di neve! Era come se il vetro della finestra avesse assunto la consistenza di vapore sottile che si trasformava in un angelo piccolo come un neonato ogni volta che un fiocco di neve lo colpiva. Successivamente, gli angeli fecero filtrare un raggio di sole dalla finestra; ognuno di loro sembrava essere coperto da fiocchi di neve candidi e scintillanti. Non appena gli angeli mi sfiorarono, i fiocchi di neve caddero sopra di me tintinnando; mi accorsi con stupore che mi procuravano una sensazione di calore e non di freddo.
«Non sarebbe meraviglioso se tutti sapessero di poter riempire le loro tasche di angeli, di poterne far stare migliaia in una sola tasca, proprio come i fiocchi di neve? In questo modo, riuscirebbero a portarseli sempre con sé e non sarebbero mai soli» osservò Christopher.
«E se si sciolgono mentre sono in tasca?» gli chiesi voltandomi verso di lui.
Christopher ridacchiò: «Ma no! Gli angeli non si sciolgono mai!».
«Christopher, vorrei tanto che tu riuscissi a stare nella tasca della mamma come un fiocco di neve, così potresti esserle sempre vicino» risposi con un velo di tristezza.
Si voltò a osservarmi, mentre entrambi eravamo ancora raggomitolati dentro il letto: «Lo sai che sono già qui» replicò.
Quando ero ormai adulta, mia madre mi raccontò che un anno prima di me aveva avuto un figlio di nome Christopher, che era vissuto solo dieci settimane. Mi limitai a rispondere con un sorriso. Ricordo di averle chiesto dove fosse sepolto Christopher, e lei mi disse che si trovava in una tomba senza nome (secondo l’usanza dell’epoca) presso un cimitero per bambini di Dublino.
È triste che non ci sia una tomba con il suo nome e che, dunque, io non possa andare a fargli visita, ma non l’ho mai dimenticato. Ancora adesso, a distanza di tanti anni, a volte mi capita di sentire la sua mano dentro la mia tasca, intenta a ricreare per gioco i fiocchi di neve, rammentandomi così che non sono mai sola.
Un giorno (avrò avuto quattro o cinque anni), ebbi modo di scoprire qualcosa di più su Christopher e mia madre. Stavo facendo colazione quando, all’improvviso, notai la presenza fugace di Christopher che in quell’occasione dimostrava all’incirca dodici anni. Lo vidi sfrecciare attraverso la stanza precipitandosi verso la porta del negozio, proprio nell’attimo in cui mia madre entrò con alcune fette di pane tostato. Sul volto le si era dipinto un sorriso radioso: «Lorna, c’è una sorpresa per te sul retro del laboratorio, sotto il bancone del papà!» annunciò.
Balzai dalla sedia in preda a un’intensa frenesia, e seguii Christopher. Mio fratello attraversò il negozio entrando nel laboratorio immerso nell’oscurità; fui costretta a fermarmi davanti alla porta perché era talmente buio che non riuscivo a vedere nulla; dovevo innanzitutto lasciare che i miei occhi si abituassero. Ciononostante, Christopher era come una luce, una sorta di delicato bagliore scintillante che illuminava i passi che avrei mosso dentro quel laboratorio cosparso di attrezzi e cianfrusaglie.
«La gatta ha fatto i cuccioli!» gridò mio fratello. E proprio in quel punto, grazie alla luce che lui emanava, vidi quattro gattini appena nati: tre erano neri come l’ebano, mentre uno era bianco e nero. Erano davvero bellissimi, morbidi e lucidi. La loro mamma, Blackie, uscì dallo scatolone, si stiracchiò, raggiunse la finestrella e da lì saltò in giardino. La rincorsi e gridai a Christopher di seguirmi, ma lui non si mosse.
Quando rientrai, gli chiesi: «Perché non sei voluto uscire?».
Mi prese la mano, quasi volesse consolarmi – adoravo il contatto della sua mano – e, ancora una volta, le nostre mani si fusero divenendo una cosa sola. Fu una sensazione magica, che mi fece sentire felice e al sicuro.
«Lorna, quando i bambini muoiono, i loro spiriti restano accanto alle loro mamme per tutto il tempo necessario; perciò, io resterò qui con lei. Se fossi uscito, sarebbe stato come spezzare quei ricordi, e io non posso permettere che questo accada!».
Capii cosa intendeva dire. Mia madre aveva riversato su di lui un’immensa quantità di amore: tutti i ricordi dei mesi di gravidanza, la nascita, la gioia e la felicità che aveva provato tenendolo in braccio e quando lo aveva portato a casa. Alla mamma fu concesso di trascorrere insieme a Christopher alcune preziose settimane prima che lui morisse; Christopher mi aveva parlato di tutto l’amore che la mamma gli aveva dato in quel tempo, e che lui adesso le stava restituendo.
Per questo motivo, lo spirito di mio fratello sarebbe rimasto dentro la casa, senza mai uscire, fino al giorno in cui avremmo dovuto lasciare per sempre il piccolo negozio di Old Kilmainham. In quel periodo, era come se mia madre fosse pronta a lasciar andare il mio fratellino, sentendosi abbastanza forte per continuare senza di lui.
* * *
Ogni volta che vedo un angelo, voglio fermarmi a guardarlo intensamente; è come se mi trovassi al cospetto di una forza incommensurabile. Quando ero più giovane, gli angeli mi apparivano spesso con sembianze umane – per aiutarmi ad accettarli più facilmente – ma ora non è più necessario. Quelli che vedo adesso non portano sempre le ali ma, quando le hanno, mi capita di provare stupore dinanzi alla loro forma; alcune sembrano lingue di fuoco, altre hanno le piume; un angelo le aveva così sottili, alte e appuntite che stentavo a credere che fossero ali.
Quando gli angeli assumono sembianze umane – con o senza ali –, i loro occhi sono quanto di più affascinante si possa immaginare. Sono molto diversi dagli occhi degli uomini: immensamente vivi e traboccanti di vita, luce e amore, quasi contenessero l’essenza della vita stessa.
Non ho mai visto un angelo toccare terra; quando ne vedo uno muoversi per venirmi incontro, noto una specie di cuscino intriso di energia fra il terreno e i suoi piedi. A volte sembrerebbe piuttosto un filo sottile; altre volte, invece, questo cuscino si forma fra il terreno e l’angelo, affondando addirittura nel terreno stesso.
Da quando sono molto piccola, c’è un angelo in particolare che mi appare spesso. La prima volta che lo vidi, si trovava in un angolo della stanza e si era limitato a chiamare: «Lorna». Per certi versi somigliava ad altri angeli, anche se in lui c’era qualcosa di diverso; emanava una luce più intensa e aveva una presenza autorevole, una forza possente piena di energia maschile. Fin dalla prima volta in cui l’ho visto, ho sempre avuto la sensazione che fosse sempre pronto a proteggermi, come uno scudo; da allora non ha mai smesso di apparirmi al punto che, a poco a poco, sono entrata in confidenza con lui. Mi disse di chiamarsi Michele.
* * *
La scuola mi ha creato non poche difficoltà; la maggior parte degli insegnanti mi trattava come se fossi ritardata. Della prima comunione, celebrata a scuola quando avevo sei anni, conservo un bruttissimo ricordo. Avrebbe dovuto essere un giorno speciale, come lo è per quasi tutti i bambini irlandesi. Mentre ci stavamo preparando per la cerimonia, gli insegnanti interrogavano tutti i bambini per verificare che avessero imparato bene il catechismo. Interrogavano tutti tranne me («Tanto con te è inutile!» così motivarono il loro atteggiamento). E quando tutti gli altri bambini si misero in fila per la celebrazione, anch’io lo feci, ma mi trascinarono fuori e mi ordinarono di andare a sedermi. Sono atteggiamenti che feriscono molto un bambino. Perciò, ogni volta che mi sedevo nell’ultimo banco o su una delle panche laterali, chiedevo ai miei angeli: «Ma non lo sanno che ho imparato anch’io il catechismo? Non mi stanno dando nemmeno un’opportunità per dimostrarlo».
Poi, una volta in chiesa, nel giorno della prima comunione, mentre mi stavo finalmente accingendo a raggiungere l’altare, qualcuno mi afferrò per un braccio trascinandomi nuovamente in fondo alla fila perché l’insegnante aveva deciso di dare la precedenza alle ragazze più brillanti.
Eppure c’era qualche persona gentile; ricordo una suora – avrò avuto all’incirca quattro anni – che si chiamava (credo) Madre Moderini. Le avevano detto che ero una bambina lenta e ritardata, eppure sentivo che aveva capito come stavano davvero le cose. In classe, mi si avvicinava ponendomi qualche domandina a cui sapevo sempre rispondere; lei sorrideva e mi scompigliava affettuosamente i capelli.
Malgrado queste sporadiche gentilezze, crebbi come un’emarginata. Le persone vedevano che ero diversa e proprio non riuscivano a capacitarsene. Questo aspetto della mia vita è stato – e lo è tuttora – molto ma molto difficile da gestire. Tutti dicono che mi fido troppo degli altri, che sono troppo sincera per questo mondo, ma io non posso essere diversa da come sono! La cosa più strana è che essere sinceri verso se stessi e verso gli altri è un’impresa assai ardua e spesso provoca isolamento.
Ancora adesso, quello che gli altri pensano di me o il modo in cui mi guardano mi tocca nel profondo. Anche se non mi conoscono, o non sanno di che cosa mi occupo, capiscono che, in un certo senso, sono diversa. Se mi capita di uscire con gli amici e di conoscere qualcuno che non sa niente di me, è assai probabile che questa persona riferisca ai miei amici che in me c’è qualcosa di strano, qualcosa di indefinibile e per certi versi impossibile da comprendere. A volte è difficile dover convivere con questa realtà.
Ciononostante, la mia vita scolastica divenne molto più tollerabile grazie a un angelo di nome Hosus. Una mattina in cui stavo correndo a scuola, cercando di mantenere il passo della bambina più grande che era con me, vidi all’improvviso un bellissimo angelo che si nascondeva dietro un palo della luce. Mi fece una smorfia e, da quel giorno, Hosus mi è apparso molte volte lungo il sentiero che conduceva alla scuola. Tuttora lo vedo regolarmente.
Hosus somigliava – e somiglia – a un maestro di scuola un po’ all’antica. Indossa un camice svolazzante quasi sempre blu e un buffissimo cappello; in mano tiene un rotolo di pergamena. I suoi occhi luminosissimi brillano come stelle; ha l’aspetto di un giovane professore: un uomo pieno di energia, dotato di grande autorevolezza e saggezza. A differenza di altri angeli che mi stanno vicino, l’aspetto di Hosus è sempre lo stesso. Per esempio, Michele assume quasi sempre delle sembianze umane – l’ho pregato io di farlo perché mi semplifica le cose – ma il suo aspetto cambia spesso a seconda del luogo in cui ci troviamo o del messaggio che mi deve comunicare.
Per me, Hosus r...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Capitolo 1. Con occhi diversi
  4. Capitolo 2. I custodi
  5. Capitolo 3. Una scala per il Paradiso
  6. Capitolo 4. Perché ti nascondi?
  7. Capitolo 5. Elia
  8. Capitolo 6. Assorbire il dolore degli altri
  9. Capitolo 7. Una creatura senz’anima
  10. 8. L’Intermediario
  11. Capitolo 9. L’Angelo della Morte
  12. 10. Gli attentatori
  13. Capitolo 11. L’Angelo dell’Amore Materno
  14. 12. La casa in campagna
  15. Capitolo 13. Dirlo a Joe
  16. Capitolo 14. Non sapevo di avere un angelo custode
  17. Capitolo 15. Il potere della preghiera
  18. Capitolo 16. Il tunnel
  19. 17. Tre colpi alla finestra
  20. Capitolo 18. «Certo che Lorna è davvero fortunata…»
  21. Capitolo 19. «Sono qui, sono qui. Guardami!»
  22. 20. La catena d’oro
  23. Capitolo 21. Ho bisogno di qualche miracolo
  24. Capitolo 22. Satana davanti al cancello
  25. Capitolo 23. Anime gemelle
  26. Capitolo 24. Pace in Irlanda e a Natale
  27. Capitolo 25. Michele mi rivela chi è realmente
  28. Capitolo 26. Uno spirito maligno decide di mostrarsi
  29. Capitolo 27. Joe
  30. Capitolo 28. Una piuma dal Cielo
  31. Ringraziamenti
  32. Copyright