I bambini sono sempre gli ultimi
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I bambini sono sempre gli ultimi

Come le istituzioni si stanno dimenticando del nostro futuro

  1. 208 pagine
  2. Italian
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I bambini sono sempre gli ultimi

Come le istituzioni si stanno dimenticando del nostro futuro

Informazioni su questo libro

Sono almeno vent'anni che genitori e professionisti dell'educazione assistono al progressivo abbandono dell'infanzia da parte delle istituzioni, ma mai come durante la recente emergenza legata al Covid-19 la realtà dei fatti è stata sotto gli occhi di tutti. Il momento per interrogarsi davvero sulla situazione dei bambini nel nostro Paese, quindi, non può più essere rimandato, ed è necessario cominciare dalle domande fondamentali: quando abbiamo smesso di occuparci di infanzia? Chi sono stati i principali agenti di questo disastro e, soprattutto, esiste un modo per rimettere i più piccoli al centro delle preoccupazioni istituzionali? A queste domande risponde Daniele Novara, esperto di riferimento italiano sui temi della pedagogia e dell'educazione, e che per primo ha lanciato l'allarme sulla scuola durante la pandemia, dando voce al dissenso delle famiglie e dei professionisti dell'educazione verso uno Stato indifferente, con una riflessione ad ampio raggio sulla considerazione di cui (non) godono i più giovani nel nostro Paese e su cosa dovrebbero fare genitori, educatori e politici per rimettere infanzia e educazione al centro del dibattito. Perché i bambini sono, più di ogni altra cosa, il nostro futuro. E ogni giorno ce ne dimentichiamo un po' di più.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2020
eBook ISBN
9788831801935
Print ISBN
9788817153799
1

COME I BAMBINI HANNO PERSO L’INFANZIA IN NOME DELLA SICUREZZA

Tra le «cose» di cui i bambini sentono principalmente il bisogno vi sono quelle che non si comprano, come l’aria, la terra, l’acqua, l’erba, le piante, gli animali. Ben presto le conoscono attraverso la televisione, i libri, il cinema, sanno nominarle, persino in termini scientifici, disegnarle, classificarle, ma tutto finisce lì. Se impariamo a osservare i comportamenti dei più piccoli, ci accorgiamo ben presto che le loro esigenze sono altre: non vedono l’ora di calpestare le aiuole, bagnare le scarpe nelle pozzanghere, lanciare i sassi, cogliere fiori e frutti, tirare la coda al gatto, inseguire i piccioni, osservare le formiche.
Silvia Vegetti Finzi

BAMBINI DA CONSERVARE

Un grande cambiamento ha attraversato l’infanzia negli ultimi tempi, e un recente episodio in particolare ne chiarisce bene la portata.
Siamo in Italia all’inizio di un qualsiasi anno scolastico, per la precisione a ottobre del 2017: il ministero dell’Istruzione emana una circolare per cui, da quel momento in avanti, tutti i bambini e i ragazzi fino alla terza media dovranno necessariamente, al termine delle lezioni, essere riconsegnati ai loro genitori o a un adulto regolarmente incaricato.
A dirla tutta, questa circolare non sorprende più di tanto: l’Italia è proprio il Paese dove, negli ultimi due decenni, le scuole hanno sistematicamente disincentivato quella pratica tradizionale per cui bambini e ragazzi andavano a scuola e rientravano a casa da soli.1
Fino all’anno scolastico precedente, gli alunni che venivano consegnati ai genitori o a una terza persona autorizzata erano quelli della Primaria (secondo un protocollo adottato per evitare di creare il cosiddetto «stato di abbandono»).2 Alle elementari, infatti, all’uscita da scuola la scena è solitamente questa: la maestra con il bambino o la bambina in piedi sulle scale che scruta l’orizzonte per individuare la mamma, il papà, il nonno o la nonna, o qualcun altro, che si sbraccia di più per farsi vedere, come a dire: «Io ci sono! Quello è mio figlio! Puoi lasciarlo andare». Mentre nelle Secondarie di primo grado, ovvero con i ragazzi di 11-14 anni, in genere i dirigenti scolastici sono sempre risultati più tolleranti, anche perché nel resto d’Europa è uso, come nell’Italia che fu, consentire agli alunni di andare e tornare da scuola da soli, proprio in quanto parte del processo di crescita in una logica di autonomia.
Improvvisamente, invece, con la circolare del ministero tutto questo non è più stato permesso, e da alcuni anni ormai anche gli studenti delle medie devono essere affidati ai genitori o a adulti incaricati. La questione diventa quindi imbarazzante in quanto si tratta di ragazzi anche di 13-14 anni, abbastanza sviluppati dal punto di vista fisico, che sono più o meno alti quanto i genitori, se non di più. Come si fa a dover consegnare questi alunni giganti ai genitori? E quali sono i motivi che hanno portato a una decisione del genere?
Per chiarire questo punto facciamo ricorso a una parola chiave, la parola che ha sostenuto la mutazione antropologica dei bambini degli ultimi decenni: «sicurezza».
In nome della sicurezza sono state spazzate via tutte le pratiche che definiscono la vita specifica dei bambini e la loro cultura. Di fatto, la vita dei più piccoli oggi è interdetta a quelle esperienze che, nella storia dell’umanità, hanno stabilito che l’infanzia è infanzia.
Basterebbe solo guardare al mondo dei giochi infantili per avere la misura di quanto sia andato perso: il gioco della campana (un classico! con un gessetto e un sassolino si poteva giocare per ore, bastava tracciare e numerare delle caselle per terra), oppure le biglie che venivano fatte correre per i territori cittadini o per le campagne sfidando i compagni. Per non parlare degli anfratti sfruttati per il nascondino – un gioco di intensa valenza simbolica dove il bambino, nascondendosi e facendosi trovare, vive un’esperienza catartica che nessuna attività di psicomotricità o terapia psicomotoria potrà mai in alcun modo garantire. A cui si aggiunge ciò che rappresenta sorprendere il capo-gioco (il bambino che ha dovuto contare) e arrivare invisibile alla tana, toccarla e annunciare con voce squillante: «Tana per me!», se non addirittura l’ambitissimo «Tana libera tutti!», quelle parole magiche con cui tutti coloro che sono già stati «tanati» vengono liberati.
La mutazione antropologica dei bambini coincide, come ho già analizzato,3 con la mutazione antropologica narcisistica degli anni Settanta, Ottanta, Novanta, che ha portato la società occidentale a emanciparsi dalla necessità comunitaria di appartenenza sociale per riconoscersi semplicemente e in maniera anche molto solipsistica nel puro progetto di realizzazione individuale. A questo punto, anche i figli non appartengono più a una comunità, ma esclusivamente a chi li ha generati, ossia ai genitori, che li vivono come un’appendice da custodire, conservare e proteggere il più possibile.
Diventa pertanto difficile per i bambini poter fare i bambini perché la vita infantile – quella che ha sempre caratterizzato l’infanzia nel corso dei secoli – è una vita di avventure, movimento libero, gioco, scoperte, gruppo, natura.
A poco a poco, dunque, in nome della sicurezza, della conservazione e dell’uniformità a un modello, l’infanzia si contrae nelle sue caratteristiche peculiari, nelle sue differenze rispetto all’età adulta. Il bambino deve essere normalizzato, diventare sempre più simile all’adulto, ma specialmente deve essere sottratto alla sua indole che cresce facendo esperienze autonome. Il bambino o vive secondo la matrice naturale della sua età oppure è costretto a manifestare delle resistenze che finiscono poi per essere confuse con malattie neuropsichiatriche o dello sviluppo.
Si tratta di un grande equivoco: i bambini vogliono solo fare i bambini.
Vediamo quindi cosa è stato loro sottratto, cosa hanno perso e cosa potremmo cercare progressivamente di restituire loro.

LA PERDITA DEI CORTILI

L’infanzia e la cultura dell’infanzia4 hanno bisogno anzitutto di uno spazio specifico. Se privata degli spazi dove potersi esprimere, specialmente in maniera libera, l’infanzia non esiste. Certo, l’essere bambini si manifesta anche in contesti fortemente organizzati e strutturati come quello scolastico, sportivo o ricreativo, ma il suo elemento vitale si trova là dove lo spazio è acquisito e vissuto dai bambini stessi, come se dovessero quasi impadronirsene. L’ampiezza di questo spazio rappresenta, in un certo senso, l’ampiezza dell’infanzia stessa.
Ho avuto la possibilità di fare il bambino negli anni Sessanta, prima che tutto cambiasse, e come me nessuno avrebbe immaginato che nel nuovo millennio i nostri coetanei, varcando la porta della propria abitazione, si sarebbero tolti le scarpe: un comportamento impensabile per l’epoca, in quanto lo spazio della nostra vita infantile non era in casa, ma fuori. Si poteva trattare della strada, di un boschetto, di aree non edificate o strade bianche. Senza dimenticare i cortili, l’aia della fattoria5 ma anche – per come è stata la mia esperienza infantile – l’oratorio; oppure, in alcune città, il fiume o gli argini dei torrenti lungo i quali andare in bicicletta. Tenersi sempre le scarpe ai piedi era quindi necessario per poter uscire di nuovo il più in fretta possibile.
Il nostro spazio, dunque, non era la casa, che rappresentava piuttosto un luogo di ricomposizione e di attesa.
Quando, negli anni Ottanta, ho visto i primi bambini giocare a palla in casa sono rimasto piuttosto interdetto perché mi sembrava una stranezza. Nessuno della mia generazione l’avrebbe mai neppure pensato: a palla si giocava per strada, nelle piazzette o sui sagrati delle chiese. In poche parole, qualsiasi spazio non occupato diventava uno spazio di gioco.
Il cortile è dunque la metafora più comune della dimensione infantile, è quello spazio dove i bambini, fino a una certa epoca, hanno sempre potuto giocare e che si presupponeva dovesse restare libero proprio per loro. Lo si faceva anche per comodità: in questo modo, non era necessario che un adulto li controllasse. Bastava osservarli ogni tanto da una terrazza, da un balcone, da una finestra, e da lì, come si faceva in certi quartieri, anche urlare e richiamarli. Potevano giocare in cortile finché non era ora di pranzo e, specialmente in estate, vi trascorrevano l’intero pomeriggio fino a sera. Era uno spazio di gioco spontaneo: i maschi avevano una preferenza per il pallone, ma senza disdegnare i giochi delle bambine come la corda, i quattro cantoni, a volte anche campana, nascondino, ce l’hai o la sua variante rialzo – che a Verona chiamano Tocatì,6 a indicare la necessità di toccare chi si trovava incautamente fuori da una posizione rialzata rispetto al terreno.
La perdita di tutti questi spazi, non solo del cortile, è stata una vera tragedia per l’infanzia, per la sua libertà e per la sua espressione; ha significato un danno irreversibile e di difficile compensazione. Qualcuno sostiene che i bambini hanno tante alternative, come i campi sportivi (sia al chiuso sia all’aperto), le scuole, le ludoteche, senza però considerare che, come dicevamo, l’infanzia si caratterizza proprio per un uso libero dello spazio, il cui utilizzo codificato, programmato e definito non ha più a che fare con la libertà di movimento. La pratica sportiva va benissimo, ma non è quella che struttura l’essere infanzia.
Com’è potuto succedere tutto questo? Già negli anni Ottanta, vari autori7 denunciarono il pericolo imminente, ovvero la scomparsa dell’infanzia e delle sue condizioni naturali. In Italia ci si accorse tardivamente di quello che stava succedendo, ma anche qui si pubblicarono, alla fine degli anni Novanta, libri abbastanza espliciti come quello di Roberto Volpi,8 quando purtroppo il latte era ormai stato versato.
Sempre nella seconda parte degli anni Novanta, nel nostro Paese vi fu un sussulto: ci si accorse che ci sarebbe voluta perlomeno una moratoria. La sensazione era quella di quando sta accadendo qualcosa di cui non si conoscono le conseguenze, che si immagina possano essere devastanti; si sentì come il bisogno di chiedere quello che reclamavano i bambini quando facevano i bambini, il cosiddetto mortis,9 una sorta di pausa dal gioco che permettesse di fermarsi a valutare le implicazioni che avrebbe avuto continuare a togliere ai più piccoli quello che di diritto sarebbe spettato loro da parte della società.
Fu così che, in vari ambienti abbastanza illuminati e sensibili, come quello dei Diritti dei Bambini, quello ecologista, quello pedagogico e in parte anche psicologico, si creò una convergenza sulla necessità di salvare gli spazi infantili nelle città dando vita a progetti notevolissimi10 e a una legge, la n. 285 del 1997. Questa legge, per la promozione di diritti e di opportunità per l’infanzia e l’adolescenza, fu molto studiata, anche a livello europeo e mondiale, perché rimetteva l’Italia al centro dell’interesse internazionale con una norma decisamente forte, che destinava risorse economiche significative a tutte le realtà territoriali che avessero prodotto progetti a favore dei diritti dei bambini e che prevedevano di restituire, come si diceva all’epoca, «la città ai bambini e i bambini alla città». Io stesso partecipai, con molto entusiasmo e molta devozione, a quel momento un po’ magico che durò circa cinque, sei anni e che vide il Paese attraversato da questa nuova progettualità. Come spesso succede in Italia, gli sviluppi non furono sempre all’altezza degli scopi nobili di questa legge. Vennero presentate anche iniziative raffazzonate, se non decisamente opportunistiche e superficiali.
In quel periodo, ero stato eletto nel consiglio comunale della mia città, Piacenza, tra il 1994 e il 1998 – appena dopo Tangentopoli. Erano anni, quelli, in cui ci fu un tentativo di rinnovamento della politica italiana e, caso più unico che raro, il sindaco Giacomo Vaciago, noto economista, con cui avevo vinto le elezioni, mi diede la delega proprio sul progetto Città dei Bambini. Fu così che, dal ’96 al ’98, ebbi la possibilità di realizzare, tra gli altri, il progetto La Strada dei Bambini: ogni domenica, una strada della città veniva chiusa e occupata dai bambini che, anche con l’aiuto di alcuni animatori, giocavano per tutto il pomeriggio, se non per tutto il giorno. Ricordo un consigliere comunale, che era più grande di me di una ventina d’anni, che mi disse: «Novara! Cosa vuoi fare? Noi abbiamo fatto di tutto per togliere i bambini dalle strade e tu ce li vuoi rimettere!?!». Era talmente convinto di quello che diceva – un pensiero che in qualche modo condivideva con quelli della sua generazione (uscita dalla Seconda guerra mondiale) –, che me lo ripeté più volte.
In realtà, con quel progetto non si intendeva rimettere i bambini per strada, ma segnalare che una città dove i bambini non avessero avuto un loro spazio era una città in balìa del traffico, dell’inquinamento, delle pure e semplici categorie economiche. Io sostenevo – e sostengo ancora – che la qualità di un territorio, tanto più urbano, si definisce proprio dalla sua capacità di tutelare i soggetti più deboli e più fragili. La città si (ri)qualifica per questa restit...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. I BAMBINI SONO SEMPRE GLI ULTIMI
  4. INVITO ALLA LETTURA
  5. INTRODUZIONE. CI SIAMO DIMENTICATI I BAMBINI!
  6. 1. COME I BAMBINI HANNO PERSO L’INFANZIA IN NOME DELLA SICUREZZA
  7. 2. ABBIAMO PERSO I BAMBINI: DA UNA RESPONSABILITÀ COMUNE A UNA (PESANTE) SCELTA INDIVIDUALE
  8. 3. LA RINUNCIA EDUCATIVA: DALLE INCERTEZZE DEI GENITORI AL DISINVESTIMENTO SULLA SCUOLA
  9. 4. I BAMBINI SONO UNA RISORSA
  10. EPILOGO
  11. NOVE IDEE PER UNA NUOVA ALLEANZA FRA LE GENERAZIONI E PER RESTITUIRE IL FUTURO AI BAMBINI E AI RAGAZZI
  12. RINGRAZIAMENTI
  13. SPUNTI DI LETTURA
  14. PER CONOSCERE MEGLIO DANIELE NOVARA E IL CPP
  15. Copyright