17 anni... e l'ansia
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17 anni... e l'ansia

  1. 176 pagine
  2. Italian
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17 anni... e l'ansia

Informazioni su questo libro

Rosa ha diciassette anni, lunghi capelli biondi e un sogno nel cassetto, grande come un aereo: vuole diventare pilota. Fin da quando era bambina, oltre alla mamma, al papà e alla sorellina Viola, nei suoi disegni c'è sempre stato un aeroplano che sfrecciava vicino al sole. E lei è lì che si immagina: a toccare le nuvole a diecimila metri da terra, con le cuffie in testa, la divisa addosso e l'orizzonte spalancato davanti. Dopo anni passati a sognare, adesso, finalmente, è arrivato il momento di spiccare il volo per davvero: Rosa è stata ammessa alla prestigiosissima scuola di Orlando, negli Stati Uniti! La aspettano due mesi di esercitazioni, simulazioni e studio intensissimo, ma, se supererà l'esame finale, prenderà il suo primo brevetto. È un traguardo importante, ma raggiungerlo richiederà anche tanti sacrifici. Per frequentare la scuola, infatti, per la prima volta Rosa dovrà allontanarsi da casa, dai suoi affetti, dagli amici, e mettere in pausa la sua vita. Ma un vero pilota deve imparare a fare i conti anche con la lontananza e con gli imprevisti. E in quest'avventura gli imprevisti non mancano: il più grosso si chiama Francesco, ha dei dolcissimi occhi castani e un sorriso da far perdere la testa…

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2020
Print ISBN
9788817148580
eBook ISBN
9788831801751

1

Quando atterriamo a Londra, piove a dirotto. Il cielo è grigio e compatto e non tira un filo di vento. Nessuna sorpresa: un effetto collaterale della mia passione per il volo è che controllo in maniera ossessiva le previsioni del tempo. L’ultima cosa che ho fatto prima di spegnere il telefono per il decollo è stata controllare le condizioni meteorologiche. Non è molto poetico, lo so. Ma un vero pilota deve sempre sapere cosa aspettarsi dal cielo! Be’, in realtà ancora non sono un pilota. Ma diventarlo è il mio sogno, sin da quando ho memoria. Ed è proprio per questo che ho lasciato una splendida giornata di sole a Roma per affrontare la pioggia londinese.
Sono venuta qui per sostenere una prova molto importante. Così importante, a dirla tutta, che se ci penso già mi tremano le gambe. Devo tenere a bada l’emozione e restare concentrata, però. Un vero pilota deve anche saper gestire al meglio lo stress, mantenere la calma, restare lucido.
Quello che devo affrontare non è un atterraggio d’emergenza in mezzo a una tempesta (e per fortuna! È una cosa che spero di non dover mai fare!), ma semplicemente una giornata di test. Semplicemente si fa per dire: sono terrorizzata, perché da questi esami dipende il mio futuro. Se tutto va bene, tra qualche giorno potrei prendere un volo intercontinentale, seguire un corso nella scuola di volo più rinomata del mondo, che si trova a Orlando, negli Stati Uniti, insieme a un gruppo selezionato di studenti di ogni nazionalità, e alla fine ottenere il premio più ambito: il mio primo brevetto. Se invece le cose vanno male… no, no, non voglio nemmeno pensarci, altrimenti mi viene un’ansia tremenda!
Comunque, per farla breve: sono venuta qui a Londra per cercare di realizzare il sogno della mia vita.
«Sei nervosa, amore?» mi chiede mia madre, mentre siamo a bordo del taxi che ci porterà in hotel. Probabilmente ha notato che ho lo sguardo perso nel vuoto. Di solito quando viaggio sono carica e iperattiva, ma stavolta è diverso. Niente Lonely Planet con i post-it sulle pagine dei posti che voglio visitare, niente elenco dei negozi che io e mia sorella Viola abbiamo accuratamente selezionato… insomma, niente di niente.
«No, mamma, stai tranquilla. Ho tutto sotto controllo.»
Sì, come no. La verità è che me la sto facendo addosso. Appena arriviamo in albergo, posiamo le valigie e andiamo a prendere la metro per fare una passeggiata in centro. Non è che mi vada molto in realtà, la testa è sempre lì, al test di domani, e forse avrei preferito riposarmi e restare in hotel, metti che mentre passeggio mi prendo una storta, come faccio domani a fare le prove fisiche di resistenza? Sarebbe un guaio senza fine… Mamma e papà però hanno insistito tantissimo e alla fine ho ceduto, più che altro per farli contenti. E così mi ritrovo a camminare per Londra. All’inizio non presto grande attenzione a quel che mi circonda, guardo solo dove metto i piedi per evitare di inciampare, ma a un certo punto i miei occhi si posano su un palazzo tutto sfavillante di luci e insegne e ne resto affascinata. È la mia prima volta a Londra e, anche se non ho il tempo di visitarla bene, Piccadilly Circus e Chinatown mi piacciono più di quel che pensassi: devo dire che ero un po’ prevenuta, il cielo grigio londinese non mi ha mai attratto, però mi sembra una città viva, attiva, movimentata, un po’ come me. Meno male che i miei genitori mi hanno trascinata fuori, ripensandoci mi sarebbe dispiaciuto perdere l’occasione di visitare un posto che non conoscevo e che invece mi ha inaspettatamente sorpreso. Dopo un breve giro turistico, si è già fatta ora di cena. Andiamo in pizzeria, perché io pensavo che mi andasse una margherita, ma non riesco a toccare cibo. Lo stress mi ha chiuso lo stomaco e niente, non sono riuscita a buttar giù nemmeno un boccone, giusto un paio di sorsi di Coca-Cola.
Per fortuna ha smesso di piovere, così possiamo tornare in albergo a piedi e sgranchirci le gambe. Camminiamo per un po’ in silenzio, poi mio padre prova a tirarmi su di morale.
«Rosa, non devi preoccuparti così. Sei una ragazza determinata e riuscirai a realizzare il tuo sogno. Devi solo avere fiducia in te stessa e nelle tue capacità. Vedrai che andrà tutto bene. E poi ci siamo io e la mamma con te, non sei sola.»
«Sì, lo so, papà. Ma ci tengo così tanto a entrare in questa scuola…»
«Tu stai tranquilla e dai il meglio di te, sarà più che sufficiente.»
Il fatto è che non sono così sicura di farcela, per questo sono tesa. Ok, sono una ragazza sana, non mi drogo e faccio regolarmente sport, quindi il tampone antidroga e le analisi del sangue non saranno un problema. Tra i test previsti però c’è anche quello della vista, e a me mancano otto decimi. Esattamente: sono quasi una talpa. Se mi metto gli occhiali o le lenti a contatto è tutto risolto, ma sono ben consapevole che questo difetto potrebbe essere visto come un limite per l’ammissione alla scuola di Orlando. Sui moduli per la preselezione non era specificato, ma sono certa che, a parità di punteggio, i commissari preferirebbero un candidato che non ha problemi di vista… Comunque, non c’è niente che possa fare: non è che se ci penso su la mia miopia svanisce, quindi tanto vale cercare di rilassarsi un po’. Una volta arrivata in camera, mando un messaggio della buonanotte a mia sorella e uno a mia nonna, che mi seguono con trepidazione da remoto. “Vai, sorellina, spacca tutto”, mi risponde Viola, con il suo solito piglio. “Buonanotte, amore mio. Fai sogni d’oro e stai tranquilla, vedrai che domani andrà tutto benissimo. Incrocio le dita per te.” Le dolci parole della nonna mi riconciliano con il mondo, per fortuna c’è lei che sa sempre come prendermi. Spengo la luce e crollo.
Stranamente, ho dormito come un ghiro. Forse ho accumulato troppo stress e alla fine il mio cervello è andato in stand-by. Meglio così. Sono carica e positiva, pronta ad affrontare questa prova tanto importante. Certo, mi toccherà farlo a digiuno: per le analisi del sangue devo restare a stomaco vuoto e così per colazione, mentre i miei genitori si rimpinzavano di uova strapazzate e bacon, io mi sono dovuta accontentare di un tè. Per giunta deteinato.
All’esame ci vado a piedi, da sola. La sede londinese della scuola di volo mi si staglia davanti, e il cuore comincia a battermi forte. È qui che viene effettuata la selezione degli studenti che avranno la fortuna di volare a Orlando. Mamma e papà mi aspettano in albergo: gliel’ho chiesto io, perché non volevo fare la figura di quella che non sa cavarsela da sola, e devo dire che ho fatto bene, perché di genitori in giro non c’è traccia. In compenso, ci sono un sacco di ragazzi come me che si aggirano per i corridoi, tutti spinti dallo stesso desiderio: prendere il primo brevetto e volare. Sembrano tutti un po’ più grandi di me e la cosa mi mette leggermente ansia. Ho paura di fare la figura della ragazzina spaurita (e forse è proprio perché lo sono). Comunque, forza e coraggio: un vero pilota sa sempre il fatto suo e non si lascia mai intimidire dagli altri.
Le prove fisiche cominciano e vanno bene, tutto fila liscio e senza intoppi. Con il medico che mi fa la spirometria mi metto anche a chiacchierare. È giovane e simpatico, per farmi sentire a mio agio mi chiede da dove vengo e come mai ho scelto una scuola di volo così lontana da casa. Purtroppo, però, non sono tutti socievoli come lui. Quando entro nella sala visite dell’oculista, l’atmosfera non è affatto rilassata. Tra gli esami fisici, questo è quello che mi fa più paura. E il dottore non mi aiuta: non è molto loquace, ha un’aria severissima e mi indica la sedia senza aggiungere altro.
Poi comincia l’interrogatorio: «Quella che lettera è?».
«Vedi meglio le lettere su fondo rosso o quelle su fondo verde?»
«Riesci a leggere quello che c’è scritto?»
Alla fine, dal suo sguardo accigliato mi rendo conto che non è per nulla soddisfatto.
«Scusa, ma lo sapevi che ti mancano otto decimi?» mi chiede a un certo punto, perplesso.
«Sì, certo.»
«Ah. E sei venuta lo stesso?»
La sua domanda mi lascia spiazzata. Non è che non esistano piloti miopi… ok, ho un problema alla vista, ma nulla che un buon paio di occhiali non possa risolvere!
Mi liquida con un: «Grazie, ti faremo sapere» e non mi guarda nemmeno negli occhi, ma è chiaro che per lui è un no.
Mi trattengo fino a quando non raggiungo la sala d’attesa della prossima visita, quella audiometrica. Dopodiché crollo e scoppio a piangere, davanti a un paio di sconosciuti che stanno aspettando, come me, di sottoporsi al test. Ero riuscita a tenere duro fino a questo momento, ero riuscita a resistere, ma adesso non ce la faccio più, ho bisogno di sfogarmi…
«Ehi, tutto bene?» mi chiede il ragazzo seduto accanto a me. È magrolino, ha un’aria amichevole e un evidente accento spagnolo.
«Sì, grazie, è solo che…» Non riesco nemmeno a finire la frase, ricomincio subito a singhiozzare. Che brutta figura… Mi sforzo di spiegare: «Mi sa che la visita oculistica non è andata bene».
«Stai tranquilla, anche con me il medico è stato molto scostante. E dire che io ho undici decimi…»
«Be’, beato te, io ne ho solo due!»
«E che importa? Basterà mettersi gli occhiali, no?»
«Sì, insomma, lo credo anche io, ma non sono sicura che la commissione la pensi allo stesso modo.»
«Se può consolarti, io sono un po’ sottopeso. Ho seguito una dieta particolare prima di venire, ma non è servito a nulla, mi manca ancora qualche chilo per raggiungere il peso forma. Per me non è un problema, sto benissimo così, ma i commissari potrebbero pensare che non sono abbastanza in forze per affrontare la scuola di volo e diventare un pilota. Insomma, stamattina ero terrorizzato, poi però mi sono detto che tanto non posso farci niente e sono riuscito a prenderla con più filosofia…»
«Álvarez!»
Una voce che proviene dall’interno della stanza lo mette a tacere.
«Oddio, tocca a me, scappo. Comunque, io sono Pablo» dice, tendendomi la mano.
«Rosa, piacere» gli sorrido.
«Che bel nome… Ciao Rosa, in bocca al lupo. Speriamo di rivederci a Orlando!»
In hotel, i miei genitori mi aspettano in trepidazione. Quando mi vedono con questa faccia da funerale, capiscono subito che c’è qualcosa che non va. Mi sforzo di sorridere, però. Non voglio che mi vedano piangere, ci resterebbero troppo male. Hanno fatto tanti sacrifici per me, per aiutarmi a realizzare questo sogno…
«Allora, com’è andata?» mi chiede mamma.
«Bene… a parte la visita oculistica.»
«Ti hanno già dato i risultati?»
«No, devono mandarli alla sede centrale in Florida e chiedere il loro parere.»
«Amore, vedrai che verrai ammessa…»
«Non ne sono così sicura, mamma…»
«Rosa, tu hai fatto tutto quello che potevi. Non è colpa tua se sei miope» interviene papà.
«Lo so. È che mi dispiacerebbe perdere l’occasione di andare negli Stati Uniti.»
«Certo, lo capisco, ma anche se andasse male ricordati che ci sono mille scuole di volo, ne troverai un’altra che faccia al caso tuo.»
Mamma e papà cercano di consolarmi, ma sanno benissimo che desidero fare il pilota da sempre e che questa è la scuola più prestigiosa che ci sia. Dover rinunciare a prendere il mio primo brevetto lì sarebbe una batosta.
Tutti i bambini da piccoli fantasticano su cosa vorrebbero fare da grandi: ballerine, astronauti e veterinari di solito vanno per la maggiore. Io, dacché ho memoria, non ho mai avuto nessun dubbio. Niente esitazioni né ripensamenti, nessuna sbandata per il mondo della moda o quello della danza. Avrò avuto tre, massimo quattro anni e, guardando gli aerei che passavano sopra casa mia, ho detto a mio padre: «Io da grande voglio fare quello lì che porta gli aerei». Testuali parole. In ogni mio disegno c’era sempre un aereo vicino al sole: mamma, papà, io, Viola e un aereo. Invidiavo gli uccellini, li vedevo svolazzare, felici, e mi immaginavo anch’io lassù nel cielo. Pensavo, e penso ancora adesso, che volare mi avrebbe fatto sentire libera.
Crescendo, il mio sogno ha cominciato ad assumere contorni più definiti. Volevo entrare nell’aeronautica militare, diventare un pilota di quelli che guidano i caccia. Non perché mi piacesse la guerra o roba simile, ma solo perché mi sembrava più avventuroso, e si sa, ai bambini le avventure spericolate piacciono da morire. Purtroppo però ho dovuto ben presto fare i conti con un problema: la solita miopia. I piloti militari non possono essere miopi quanto lo sono io. Scoprirlo non è stato bello, all’inizio ci sono rimasta male, pensavo che fosse una discriminazione bella e buona. Ma non sono il tipo che ama piangersi addosso, tutt’altro. Così mi sono detta: “E quindi? Mica esistono solo gli aerei militari. Posso sempre diventare un pilota di aerei civili!”. E ho deciso che quella sarebbe stata la mia strada.
Se vuoi fare la ballerina devi andare a scuola di danza, se vuoi diventare musicista devi andare al conservatorio. Ma, se vuoi fare il pilota, cos’è che bisogna fare di preciso? Dopo la terza media è finalmente arrivato il momento di scegliere una scuola superiore. Ho cercato e ricercato con mia mamma un corso che potesse permettermi di studiare le materie che più amavo e di realizzare il mio sogno. Ma la passione per il volo non è così diffusa tra gli adolescenti, e non trovavamo niente che facesse per me. Ci eravamo quasi arrese, quando alla fine, quasi per caso, ho scoperto quella che sarebbe diventata la mia futura scuola: una specie di liceo scientifico in cui però, al posto di alcune materie (tipo fisica e latino), ce ne sono altre come elettrotecnica, navigazione aerea, circolazione aerea, meteorologia, logistica, meccanica e macchine. E in più la pratica: due ore di volo simulato al computer durante l’anno scolastico e due ore di volo vero, in aeroporto.
Non ho avuto alcun dubbio, è stato amore a prima vista. E la mia famiglia mi ha sostenuto, soprattutto mia nonna, che è stata ed è tuttora la persona che più di tutte crede in me e nei miei sogni, anche se a lei volare non piace per niente, anzi, l’idea di prendere l’aereo le fa anche un po’ paura. Ma la passione per il volo non si tramanda, non puoi fartela venire a comando e non puoi...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. 17 anni e... l’ansia!
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. Ringraziamenti
  21. Copyright