Denise ha sedici anni e frequenta il linguistico. Adora la musica, i supereroi e sopra ogni altra cosa la danza, che è tutta la sua vita.
La sua serenità subisce un duro colpo dopo una furiosa litigata e Denise si ritrova spezzata e vuota, nonostante gli amici e Roma che la lascia ogni volta senza fiato. E tutto questo proprio a poca distanza da una gara che può decidere il suo futuro.
Cosa manca per complicarsi la vita? L'amore, dal quale Denise si mantiene rigorosamente a distanza di sicurezza. Ma poi un ragazzo compare dal nulla nella sua vita. Le sorprese speciali, le passeggiate, le cene e i baci in spiaggia saranno davvero una fregatura? O piuttosto un incontro destinato a cambiare tutto?

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- Italian
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Libera come le stelle
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1
«Adesso basta, sono stufa!»
«Stufa? Tu? Figurati io che sono dieci minuti che sopporto le tue lamentele.»
«Perché non mi lasci scelta, guarda che casino…»
Ok, lo ammetto: la mia stanza è sottosopra. Il letto è sfatto, il tappeto mezzo arrotolato, ci sono bottiglie d’acqua vuote pressoché in ogni angolo e libri aperti e accatastati sulla scrivania. Ieri anche Alissa, la mia migliore amica, entrando ha fatto una faccia schifata e facendo lo slalom tra scarpe e vestiti sembrava stesse camminando in una palude. Il fatto è che ci vuole un attimo per mettere in disordine: il difficile è tornare indietro. Anche se lo so che poi sarebbe molto meglio, visto che sono una persona precisa e mi piace che le cose siano al loro posto. Solo che a volte ho la testa per aria, sono di corsa, stanca o arrabbiata, e finisce che non ci faccio caso, che non riesco a mettere davvero in ordine. Né la stanza né i miei pensieri.
«Ti ho detto che sistemo.»
«Ma se è una settimana che te lo chiedo…»
«Ed è una settimana che ti ripeto che appena ho tempo lo faccio.»
«Certo, come no? Intanto spiegami cosa ci faceva coso per terra…»
«Innanzitutto non si chiama coso ma Spiderman» dico strappandoglielo di mano. «E poi può stare dove gli pare.»
Odio quando lo fa, quando prende le mie cose e le sposta. Quando entra in camera mia e fa come se fosse la sua. Quando prende, fa e disfa, e intanto continua a lamentarsi.
«E queste?» dice raccogliendo le foto sul comodino. Ce n’è un mucchietto sparso in attesa di finire in una cornice. Io da sola, insieme ad Alissa, al mare con i miei, allo stadio… E poi ci sono un paio di cuffiette srotolate che penzolano fino a terra e, a terra, un pacchetto di cracker aperto. «Sembra la camera di un vagabondo, non di una sedicenne.»
Appunto, ho sedici anni, non sono più una bambina. Eppure si ostina a dirmi: «Fai questo, fai quello, torna presto, sistema», lei che non riesce neppure a tenere in ordine la sua vita.
«Ma che vuoi? Chi ti ha chiesto niente? Non ti piace la mia camera? Allora esci, vattene.»
«Hai pure il coraggio di rispondere?! Ma come ti permetti? Passo tutto il giorno in ufficio e quando torno chiedo solo di non trovare la casa sommersa dalle tue cose, ti sembra tanto? Quand’è che comincerai a prenderti le tue responsabilità?» continua alzando la voce, che è una cosa che non sopporto, ma solo perché mi costringe a urlare più forte: «Basta, vai via!».
«Non parlarmi così!»
«Ti parlo come mi pare» rispondo, mentre sistemo Spiderman al suo posto, cioè sulla mensola insieme agli altri mille peluche.
«Si può sapere che succede?» La porta si apre di colpo, compare papà ancora bagnato. «Possibile che non possa farmi una doccia in santa pace?»
Per me è sempre stato l’uomo più speciale del mondo, il mio supereroe. Ero alta un metro e un puffo e guardandolo dal basso mi sembrava un gigante, una via di mezzo tra Hulk e Colosso degli X-Men. Ma ora che lo osservo con l’asciugamano intorno alla vita, con un filo di pancia e il petto un po’ cascante, mi rendo conto che è cambiato. O che, forse, è sempre stato così ed ero io a essere di parte, essendone semplicemente innamorata. Eppure anche così resta il mio supereroe.
«Cos’hai da strillare?» chiede a mamma. «Ti si sente anche in bagno…»
«Non sono affari tuoi.»
«Invece sì! Ho passato tutto il giorno al lavoro e ora vorrei soltanto starmene un po’ tranquillo, ma siccome non sembra possibile vorrei sapere qual è il motivo, cosa c’è che non va.»
«Rompe perché dice che la stanza è un casino» intervengo.
«Sul serio? Tutta questa caciara per due vestiti dimenticati sulla sedia e qualche pupazzetto per terra?» In realtà, i vestiti sono molti di più e sono sulla sedia ma anche sul tavolo, sul letto, sotto il letto, ammonticchiati ai suoi piedi, mentre i “pupazzetti”, cioè la mia collezione di Power Rangers, Gormiti, Animal Gladiators… insomma tutti quei personaggi che colleziono da quando sono piccolina e, nonostante le preghiere di mamma, non butterò mai via, spuntano pressoché ovunque, ma, appunto, altrimenti papà non sarebbe il mio eroe. «Ma lasciala in pace, è una ragazzina, lascia che faccia quel che vuole.»
«Non dirmi cosa devo fare con lei.»
Papà sbuffa, poi scuote la testa: «Va bene, fai come vuoi, l’importante è che non mi rompiate le scatole».
Come “fai come vuoi”?
«Se devo venir qui per sentirvi strillare tanto vale che me ne resti a casa mia.»
Ma non mi stava difendendo?
«Ogni volta è la stessa storia, mi sembra di essere tornato indietro nel tempo.»
Dice sul serio?
«Ormai stare qui è diventata una tortura.»
E io che pensavo che gli facesse piacere, che fosse felice di trascorrere un po’ di tempo con noi, almeno con me. Invece non gliene frega proprio niente. E più lo ascolto discutere con mamma più capisco che è così. E che al massimo sono il pretesto per litigare con lei, che di recente sembra la cosa che gli viene meglio. Vada al diavolo, mi dico. E senza neppure rendermene conto mi metto in mezzo, tra loro due. Non è da me, non l’ho mai fatto. Anzi, quand’ero piccola e loro discutevano mi chiudevo in camera, aprivo la finestra e sgattaiolavo fuori, acquattandomi proprio lì, su una specie di terrazzino, con la musica nelle orecchie. Era il mio rifugio, la mia tana. Davanti c’erano dei palazzi, accanto altri palazzi: non m’importava, sopra c’era il cielo di Roma, il più bello del mondo. E io stavo lì con le mie cuffiette a osservarlo, a guardare l’azzurro, a cercare le stelle. Ma stavolta non resisto. E anche se non gli arrivo al petto lo affronto a muso duro, scaricandogli addosso tutta la rabbia e la delusione che ho tenuto dentro per tanto, troppo tempo: «Sei un egoista, te la prendi con mamma ma non te ne frega niente di lei, di noi, neppure di me! La realtà è che pensi sempre e solo ai fatti tuoi e…»
Ed è in questo momento che lo fa, che mi mette una mano sulla spalla e mi spinge via. «Togliti tu, che non c’entri niente» dice, senza neppure guardarmi. E poi riprende a discutere come se niente fosse.
Resto lì, intontita.
Non mi ha fatto male. Non mi ha fatto paura. Mi ha solo deluso. Mi ha spinto via come se non contassi niente, se fossi un fastidio. E capisco che probabilmente è quello che rappresento da sedici anni a questa parte.
«Vattene da camera mia!» urlo.
Lui mi guarda stupito, come se non si fosse reso conto di quel che ha fatto.
«Via!» ripeto. «Non ti voglio più vedere!» E mentre lui resta lì con lo sguardo sorpreso e l’asciugamano intorno alla vita e mamma osserva la scena impietrita lo anticipo: esco dalla camera, mi infilo il bomber nero, prendo chiavi, cuffiette e telefono e mi sbatto la porta di casa alle spalle.
Quando succedono queste cose, quando sono arrabbiata e con la testa e il cuore non sto a posto ho bisogno di uscire, di staccare, di farmi una specie di reset. E mentre scendo di corsa le scale alzo al massimo il volume nelle cuffie per non sentire le voci di mamma e papà da dietro la porta, per dimenticarmi di loro.
È domenica sera, è piovuto tutto il pomeriggio e sui marciapiedi ci sono pozzanghere e qualche sacco della spazzatura. Per strada non incrocio nessuno, e anche se fosse non lo vedrei. Cammino con gli occhi bassi fino all’angolo della via, finché mi infilo allo Zero56.
Fino a qualche anno fa era il classico bar di quartiere. Piccolo, con le tovaglie di plastica sui tavolini zoppi, il poster di Bruno Conti alla parete e un bancone di alluminio opaco, vecchio e consumato come la maggior parte dei suoi clienti abituali. Poi l’hanno rinnovato, al posto di quelli di plastica hanno messo tavoli e sedie in legno colorato e invece dei poster e delle cartoline ingiallite ci sono pareti bianche e nere decorate con quadri moderni e lucine colorate.
I proprietari sono gli stessi e mi conoscono da una vita, perciò non ho neppure bisogno di ordinare: saluto, mi metto a un tavolino e mi portano il solito succo. Intanto, mentre do un occhio al telefono, mamma continua a scrivermi preoccupata: Non prendertela, torna, ti aspetto…
Alla fine mi decido e mentre dei grandi nuvoloni si addensano nel cielo di Roma mi dirigo verso casa. E incrocio papà, che sta andando nella direzione opposta, alla fermata del bus che sta proprio davanti al baretto. Passiamo uno accanto all’altro, ci sfioriamo leggermente ma non parliamo, non ci guardiamo neppure, ognuno prosegue a testa bassa per la sua strada.
2
Dicono che una persona sia come un puzzle, che è la somma di tante parti ed è in base a come le unisce che diventa quello che è. Che è il modo in cui lo facciamo, in cui leghiamo emozioni, pensieri, sogni e delusioni, in cui mettiamo insieme i pianti e le volte che abbiamo riso fino alle lacrime che ci rende unici, speciali.
Ovviamente le parti non sono tutte uguali. Alcune contano poco, quasi niente, un po’ come le tesserine che stanno sui bordi del puzzle, quelle che se anche non ci sono non cambia niente. Poi ci sono quelle importanti, le parti che fanno la differenza, senza le quali non saresti te stessa. Togli la voce a Ozuna: cosa resta? E cosa rimane di Tina Cipollari senza il trono di Uomini e Donne?
Lo stesso vale per me con la danza. Che è parte di me sin da quando ero bambina e rappresenta tanto, quasi tutto; soprattutto è una cosa soltanto mia, che nessuno mi ha imposto o ha scelto per me, tanto più che mamma Lea, nonostante mi abbia costretto a infinite maratone di Ballando con le stelle, è negata mentre papà, che fa l’interessato e si atteggia da critico, sparando opinioni e giudizi senza senso ogni volta che viene fuori l’argomento, è venuto solo a un mio saggio, quand’ero piccolina, e ha dormito, russando, per tutto il tempo. Non è neppure una cosa che facevo con le mie compagne di classe, il classico doposcuola al quale non puoi sottrarti. Né una cosa tra migliori amiche, anche perché Alissa è una specie di sirena che passa più tempo in acqua che fuori, e ora che fa sul serio e si sta allenando per i mondiali juniores ci sta proprio dedicando la vita, tipo che ogni giorno va in piscina a fare avanti e indietro nella vasca per non so quante volte, con gli occhi fissi sul fondo e l’odore di cloro che le rimane addosso anche quando usciamo.
Mamma racconta che ho cominciato a ballare ancor prima di aver imparato a camminare. Non appena metteva su una canzone automaticamente io alzavo le mani, ruotavo su me stessa o mi dondolavo sulle gambe, prima di perdere l’equilibrio e trovarmi con il sedere per terra. Se in tv c’era una video musicale o una pubblicità… uguale. E così quando entravamo in un negozio con la musica diffusa o se partiva la suoneria di un cellulare… era automatico, una specie di istinto che non potevo controllare, come le volte che vedo una fetta di torta al cioccolato bianco e mi vien subito fame.
È stato più tardi che c’è stato lo switch, che ho scoperto che ballare...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Libera come le stelle
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- 2
- 3
- 4
- 5
- 6
- 7
- 8
- 9
- 10
- 11
- 12
- 13
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- 20
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