Se ci credi
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Se ci credi

Ci vogliono testa e cuore

  1. 192 pagine
  2. Italian
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Se ci credi

Ci vogliono testa e cuore

Informazioni su questo libro

"La certezza di poter vivere una vita che mi assomiglia davvero non mi ha mai abbandonato. Mi ha ispirato quando dovevo prendere decisioni importanti e consolato quando il mare in cui stavo navigando era agitato, il cielo coperto e il vento aveva cominciato a soffiare forte. È per me così importante che ho pensato di condividerla: se anche una sola persona potesse sentirsi ricaricata e guardare alla vita con uno sguardo nuovo ed energie fresche dopo aver letto questo libro, avrei centrato il mio obiettivo."Come avviene che una ragazza timida e un po' goffa, che da bambina rifiutava di mettere le gonne perché erano troppo scomode, arrivi a essere così amata dal pubblico? Lei, Paola, direbbe che ci vogliono testa e cuore, in ogni scelta, a ogni bivio, e lo ha sempre tenuto ben presente. Con passione, con determinazione, con energia infinita, ancora meglio se con una famiglia molto salda alle spalle, nessun traguardo può essere precluso. E non solo nella vita professionale ma anche sentimentale, dove anche i passaggi a vuoto aiutano a crescere e possono renderci più forti. In questo libro Paola racconta la sua storia, con una sincerità e una trasparenza che non si era mai concessa fino a questo momento. E con la consapevolezza che questa storia è anche quella di tutte le ragazze che hanno il coraggio di inseguire i propri sogni, ciascuna nel proprio ambito, e sono disposte a lottare ogni giorno perché si realizzino. Un po' sorella maggiore, un po' amica, un po' compagna di viaggio, nelle pagine di Se ci credi Paola regala non solo tanti aneddoti privati - dal primo amore alla splendida storia che sta vivendo con Federico Rossi - ma annotazioni, consigli, riflessioni, in grado di spingerci a cambiare per sempre il nostro mondo.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2020
Print ISBN
9788817154185
eBook ISBN
9788831802406

V

Alle elementari immaginavo che un giorno sarei diventata un’archeologa intrepida come Lara Croft oppure una delle algide agenti della polizia scientifica che vedevo all’opera in CSI Miami. Se non fossi riuscita in nessuno dei miei piani A, il B era veterinaria, il C astronauta. Tutti lavori semplicissimi e per nulla distanti da quello che ho poi scoperto appassionarmi più di ogni altra cosa.
C’è chi si accende per la letteratura, chi adora risolvere gli enigmi della meccanica o dell’informatica, chi non può fare a meno della propria musica… io sono pazza per l’intrattenimento.
Quando viaggio in treno, per conto mio, guardo fuori dal finestrino, con le cuffie nelle orecchie. Mentre i vagoni scivolano sui binari osservo il paesaggio cambiare e lascio che la mente segua i suoi percorsi. Gira che ti rigira, a qualsiasi cosa cominci a pensare, alla fine mi ritrovo sempre nello stesso punto: la stellina argentata al centro di un grande palco, con una folla di pubblico davanti. Visto che il sogno è mio, non posso che esserne la protagonista: sono alla conduzione di un programma pazzesco, nuovo, fresco e giovane, che riesce a integrare audience televisiva e utenti dei social network. Mi piacerebbe da matti che le persone arrivassero a casa dopo il lavoro e potessero pensare: “Che bello, adesso mi rilasso una mezz’oretta davanti alla televisione e mi faccio due risate con la trasmissione della Di Benedetto”. Questo programma ce l’ho in mente: non è una striscia comica fatta da comici, ma un format nuovo e (spero) intelligente, capace di portare un po’ di leggerezza nelle case delle persone.
Sogno in grande? Certo che sì! Da quando ho capito di avere il pallino dello spettacolo mi faccio tanti di quei viaggi a occhi aperti, bellissimi, che a volte, quando il treno entra in stazione ed è ora di tornare nella realtà, un po’ resto delusa.
Avere obiettivi grandi, ambiziosi, che immagino essere il massimo della realizzazione, per me è fondamentale. Se non li avessi, non riuscirei a indirizzare con efficacia le mie energie né credo che avrei superato, nel mio recente passato, gli ostacoli che ho incontrato lungo la strada.
“AVERE OBIETTIVI GRANDI, AMBIZIOSI, È FONDAMENTALE.
SE NON LI AVESSIMO, NON RIUSCIREMMO A INDIRIZZARE CON EFFICACIA LE NOSTRE ENERGIE.”
Se c’è una cosa che l’esperienza mi ha insegnato, però, è che simili obiettivi non si possono raggiungere a grandi falcate. Molto, ma molto meglio mettere tanti piccoli passi uno davanti all’altro: è una strategia che consente di fare più strada e massimizza le possibilità di arrivare al traguardo.
Potrete pensare che sono guardinga, ma istintivamente mi sono sempre mossa così. Alla tenera età di diciannove anni, infatti, conquistato il sospirato “pezzo di carta” e finalmente libera dalla scuola, mi sono detta che era ora di muovere un ulteriore piccolo passo verso i miei sogni.
Non ero più una studentessa: era ora di fare sul serio. O, almeno, di provare a trasformare il mio impegno pomeridiano o domenicale in un lavoro “da grande”, con un orario più nutrito e uno stipendio più cospicuo.
Nulla accade per caso. Se avessi deciso di aspettare che la proposta che desideravo mi cascasse in testa dal cielo non avrei combinato nulla. Volevo cambiare la mia situazione, quindi dovevo agire. La mia mossa sarebbe stata chiedere al direttore di TVA Vicenza se la rete fosse disposta a offrirmi un lavoro più strutturato di quello che già avevo.
“IL CAMBIAMENTO PRESUPPONE UN’AZIONE: SE VOGLIAMO CAMBIARE LA NOSTRA SITUAZIONE, DOBBIAMO AGIRE.”
Stabilito il piano, non rimaneva che metterlo in pratica. Con l’aiuto di mio padre preparai il discorso da fare al direttore: volevo risultare convincente, mostrargli la grande opportunità che ero per la rete, non elemosinare ore di lavoro in più. Dopo mille prove e rifiniture, quando mi sentii pronta presi un appuntamento, il coraggio a due mani e mi presentai dal direttore.
Claudio, così si chiamava, mi ascoltò attentamente, ma non poteva purtroppo darmi la risposta che speravo. «Paola, per me sei in gambissima. Veramente» mi disse. «In questo momento però TVA non può pagare una persona in più. A budget ho per te questo stipendio, non posso permettermi di offrirti un’occupazione più ampia di quella che hai.»
Fino ad allora, ogni singola volta che avevo pedalato di ritorno verso casa ero stata felice. Quel giorno ero triste. Dispiaciuta. Delusa.
Capivo la posizione del direttore, figuriamoci: era l’uomo che, insieme a Sara, prima di tutti mi aveva dato una possibilità e aveva creduto in me, quando nemmeno io lo facevo. Però, però… mi lasciava un’unica scelta: rimanere, alle stesse condizioni. Chissà per quanto. Era quello che volevo? Non ne ero sicura.
È vero, lavorare a TVA mi dava gioia, mi piaceva, ma volevo crescere, sentivo il bisogno di nuove opportunità. Avevo l’impressione che, accettando la situazione così com’era, non avrei fatto alcun passo avanti verso i miei sogni di gloria.
Era estate. Durante i caldi pomeriggi che passavo in giardino, all’ombra dello stesso pino sul quale mi arrampicavo da bambina, cominciò a maturare dentro di me l’idea che non dovevo accontentarmi. Non tanto per la magrezza dello stipendio (credo che guadagnare poco, a vent’anni, se si è nel campo che ci interessa, si possa considerare una sorta di investimento), quanto perché sentivo di volere di più: più adrenalina, più soddisfazione. Temevo che rimanendo in un ruolo che già conoscevo, e nel quale persone con molta più competenza di me mi ritenevano capace, avrei rischiato di veder sbiadire la mia passione, di “sedermi”.
Decisi di licenziarmi. E fu così che mi trovai a scuola finita, senza lavoro e senza entrate, con un conto corrente più abbacchiato di me.
“E adesso?” mi chiesi. Per rispondere a questa domanda ho impiegato qualche tempo. Un tempo apparentemente vuoto, ma che ho scoperto essere, più tardi, fecondo di chiarezza.
Iscrivermi all’università, opzione che i miei genitori avrebbero sostenuto benché il mio percorso scolastico fosse stata una corsa a ostacoli, non mi pareva la migliore delle idee. Ero ancora scottata dall’averli spinti con il mio comportamento a iscrivermi in una scuola privata: non avrei sopportato di deluderli ancora. E per lo stesso motivo, per di più! Per carità, mi sarei iscritta all’università solo se fossi stata arci-sicura che era ciò che volevo. E in quel momento non lo ero affatto, perché il mo sogno era un altro.
Volevo continuare a perseguirlo. Provarci, almeno, finché ero in tempo. Giovane a sufficienza per fare gavetta e arrivare, un domani, a ricavarmi un mio spazio.
Può sembrare, da quanto ho appena scritto, che io abbia passato un paio di settimane a casa a meditare in giardino e, al termine di questo periodo, mi sia come risvegliata con nuove consapevolezze.
Temo che non sia andata esattamente così, la realtà è sempre più brutta di come la raccontiamo. Quanto meno, un po’ diversa.
Mio padre e mia madre si alzavano al mattino tra le 6:30 e le 7, facevano colazione e uscivano per andare a lavorare, tornando chi per pranzo, per poi uscire di nuovo, chi direttamente la sera. Stanchi entrambi, pensavano loro a tutto: facevano la spesa, cucinavano, rassettavano, pulivano, cambiavano lampadine e telefonavano all’antennista se i canali TV non si vedevano correttamente. Io non ero il Buddha sereno e tranquillo che si potrebbe immaginare, ma una sorta di larva che si trascinava dal letto al divano, dal divano al giardino e ritorno. Immobile fuori, tempestosa dentro: non ero abituata a non fare niente. Mi sentivo vuota, insoddisfatta, inutile. Nonostante avessi vent’anni (e, dunque, come si dice, “tutto il tempo del mondo”), avevo fretta. Ho sempre odiato restare con le mani in mano e in quel momento mi sembrava di perdere tempo.
La mia inerzia era motivo di litigio quotidiano con mia madre. «Lavoro tutto il giorno, torno a casa stanchissima… Potresti darmi una mano, no?» protestava lei. Ma io non riuscivo a ribattere se non bofonchiando che non ce la facevo.
Ora, non sono mai stata una fan dei lavori domestici: tuttora casa mia è un caos totale. Al ritorno dalle vacanze sono capace di lasciare le valigie aperte in soggiorno per giorni, e i vestiti che tiro fuori man mano finiscono sparsi ovunque, sul tappeto, sul divano, per terra. È più forte di me. Ciò non toglie che in quel momento avrei dovuto alzarmi e aiutare i miei: è evidente. Ma è anche vero che proprio non riuscivo a fare diversamente da come ho fatto: mi sentivo così sconfitta che l’immobilità mi pareva l’opzione meno rischiosa. Così me ne stavo ferma a pensare.
Finché tutte quelle riflessioni non si sono tramutate in un’azione.
Ho preso il computer, ho aperto Google e ho digitato “agenzie+Milano+televisione”.
Sapevo che gli studi televisivi nazionali sono a Milano oppure a Roma, ma non mi sentivo pronta per tentare fortuna così distante dalla mia casa e dalla mia famiglia, quindi mi buttai sul capoluogo lombardo. In sessantatré secondi mi apparvero più di ventisei milioni di risultati.
Cominciai a scorrerli, cliccando sui link che mi sembravano più interessanti e adatti al mio caso e selezionando le agenzie. Tante erano agenzie di modelle, ma non le scartai. Dai tempi di Miss Provincia di Vicenza avevo migliorato il mio portamento da dinosauro e partecipato a diversi altri concorsi, molti li avevo persino vinti: si può dire che come modella avessi un minimo di curriculum, quindi ero coerente con quel ruolo.
Mandai non so più quante e-mail, allegando il mio CV e il mio portfolio, e una ventina di agenzie mi diedero riscontro positivo. Concentrai più appuntamenti possibili nella stessa giornata e cominciai a organizzare la trasferta.
Chiesi ai miei genitori di accompagnarmi ma entrambi quel giorno avrebbero dovuto lavorare. In mio soccorso venne Pierangelo, un amico carissimo al quale voglio un bene dell’anima e che per certi versi è uno degli artefici del mio successo – se di successo si può parlare.
Quando ci siamo conosciuti, Pier lavorava come barista in una discoteca che frequentavo. Di giorno faceva il fotografo. Sapendo che avevo partecipato ad alcuni concorsi di bellezza e che lavoravo in televisione, una sera mi aveva proposto di fare qualche foto con lui. Dissi subito di sì: che fosse bravo era cosa nota. Che fosse una persona speciale, invece, lo scoprii nel tempo.
Il mio primo shooting, quindi, lo realizzai con lui. Erano foto spontanee, semplici. Pier mi fotografò per le strade della nostra città, davanti ai portoni, agli scorci più urbani possibili, con quello che voleva essere un look super aggressivo da guerrigliera metropolitana: anfibi, giacca in ecopelle, smokey eyes pazzesco. Mentre scattavamo non avevo idea di quanto mi sarebbero tornate utili in futuro: il mio portfolio, in effetti, era tutto lì. Erano le uniche immagini che avevo, quindi le uniche che spedii alle agenzie.
Da sola non ero mai nemmeno uscita da Vicenza: l’idea di affrontare per conto mio una simile giornata campale mi preoccupava tantissimo. Fu allora che Pier si offrì gentilmente di accompagnarmi in macchina. Ovviamente, accettai.
Per chi non fosse pratico della città, è necessaria una precisazione. Il centro di Milano è bellissimo da girare a piedi, ma è impensabile pretendere di rispettare una scaletta di appuntamenti muovendosi in automobile. Le auto hanno la spiacevole caratteristica di non restringersi, quindi vanno parcheggiate: Milano è tempestata di parcheggi, che però sono pieni. Quelli che non lo sono, non erano allora alla portata delle mie tasche. Non avevo il becco di un quattrino. Né volevo chiedere soldi ai miei. Mio padre la mattina della partenza si impietosì e mi allungò cinquanta euro per pagarmi gli spostamenti: dato che Pier e io riuscimmo a parcheggiare ai margini della città in leggero ritardo sulla tabella di marcia, li bruciai tutti per il taxi che ci avrebbe portato alla prima agenzia.
Usciti da lì, eravamo letteralmente al verde. Allora, benedicendo Google Maps e chi l’ha inventato, ci spostammo a piedi tra un’agenzia e l’altra. All’ultimo appuntamento mi presentai sudata come dopo una session di cross-fit, con il trucco colato, le vesciche ai piedi e una irrefrenabile voglia di piangere. Un po’ perché mi sentivo impresentabile, un po’ per la stanchezza, un po’ perché l’esperienza non era stata particolarmente gratificante.
La stragrande maggioranza delle modelle che avevo visto transitare per le agenzie erano straniere, bionde alte una volta e mezza me, sottili come spaghetti.
Un agente mi spiegò: «I nostri clienti preferiscono lavorare con le modelle straniere, perché le italiane hanno la nomea di lamentarsi di più. Possiamo fare così: ti cambiamo il nome».
«In che senso?» Non riuscivo a capire.
«Sì, ti chiameremo… vediamo… Paula Covecek, per esempio.»
Scoppiai a ridere: immaginavo il momento in cui il cliente che aveva arruolato Paula Covacek avrebbe visto arrivare me, con l’accento veneto… figurone! Potevo pensare di fare carriera partendo da una bugia? E poi, volevo cambiare il mio nome? Certo che no: lavoro o no, sono nata Paola Di Benedetto e voglio morire così.
La mia nazionalità non era l’unico problema: la maggior parte delle agenzie si mostrò interessata e disponibile a provare a piazzarmi, ma avrei dovuto offrire una disponibilità di tempo praticamente totale. Scoprii che la vita della modella esordiente funziona così: si spasima nell’attesa di un messaggio dell’agenzia che avvisa della possibilità di un casting; a quel punto ci si precipita al suddetto casting, cui partecipano centinaia di ragazze; se il cliente ti sceglie, bene, il lavoro è tuo; se non ti sceglie, torni a casa e ricominci ad aspettare. Non che avessi nulla di meglio da fare, ma per riuscire ad avere una qualche minima possibilità avrei dovuto trasferirmi a Milano, e non potevo permettermelo.
La sera feci ritorno a casa con la testa bassa e la schiena un po’ curva. Ero depressissima. A cena fissavo il piatto senza avere la forza di solleva...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Se ci credi. ci vogliono testa e cuore
  4. I
  5. II
  6. III
  7. IV
  8. V
  9. VI
  10. VII
  11. VIII
  12. IX
  13. X
  14. XI
  15. XII
  16. XIII
  17. XIV
  18. XV
  19. XVI
  20. XVII
  21. RINGRAZIAMENTI
  22. Copyright

Domande frequenti

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