Storia di una matita. Ed. Illustrata
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Storia di una matita. Ed. Illustrata

  1. 120 pagine
  2. Italian
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Storia di una matita. Ed. Illustrata

Informazioni su questo libro

A Lapo è successa una cosa davvero strana: prima il mignolo, poi tutte le dita delle mani, il viso, e infine le gambe… nel giro di una notte si è trasformato in una matita gigante, con una grande punta al posto della faccia e una al posto dei piedi! Che fare adesso?
Scarabocchiando per le vie della città, Lapo piano piano capirà che cosa gli è accaduto.
E riuscirà a realizzare il suo sogno di diventare illustratore, anche se diversamente da come ha sempre immaginato…

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2020
eBook ISBN
9788831802055
Print ISBN
9788817149174

1

Era già passata una settimana da quando Lapo si era trasferito in quel piccolo appartamento all’ultimo piano del palazzo. Quella sera, come ogni sera, il telefono squillò.
«Allora, come sta andando?» gli chiese quella voce che conosceva benissimo.
«Be’, in una settimana ho già fatto quattro colloqui. Il primo è andato male, ma per gli altri sono fiducioso. E ne ho uno anche domani!» disse Lapo. «È in uno degli studi più importanti della città. Dovresti vedere che belle pareti, piene di quadri, locandine, disegni… e tavoli che non finiscono mai… con tutte le persone concentrate sul foglio, intente a disegnare…»
«Come?»
«Mamma, mi senti?»
«Sì che ti sento. Non ho capito l’ultima parola: sono in tanti a insegnare?»
«Be’, suppongo che quelli più esperti daranno consigli ai più giovani…»
«E la città com’è? Ti sei fatto qualche amico?»
«No, mamma, sono qui da tre settimane. Ci vuole un po’ di tempo…»
«E una ragazza? Ce l’hai una ragazza?»
«Mamma! Che domande fai? Ti ho appena detto che non ho conosciuto ancora nessuno. A parte la vicina di pianerottolo. È una signora simpatica, avrà più o meno la tua età. Mi saluta sempre, si mette a parlare di questo e di quello. Però ha quel suo cagnolino che abbaia sempre… è insopportabile… si sente anche dalla mia stanza. Poi, be’, ci sono il portiere del condominio, l’edicolante, le commesse del supermercato… insomma… mi sembrano tutti molto gentili, ma alla fine non si parla tanto, ci si saluta e basta.»
«E il tempo com’è?»
«Fa molto freddo!»
«Allora copriti bene, sennò ti piglia un accidente! E mi raccomando: non ti incaponire con questa storia del disegnatore, vedi se trovi anche altri lavori. Insomma, guardati in giro, magari ti si presentano altre opportunità. Magari puoi fare domanda per la scuola, per diventare professore.»
«Non riapriamo il solito discorso… A me piace inventare mondi e creare personaggi con la mia matita. Non posso farci niente: mi piace disegnare.»
«E allora è perfetto, se ti piace insegnare!»
«Uhm… ho detto che a me piace disegnare! È da quando ero bambino che… lo vedi? Stiamo facendo il solito discorso.»
E cominciò a tossire.
«Prima o poi ce la farò.»
«Be’, vai a dormire adesso» disse la madre, «e non addormentarti vestito! Buonanotte.» Lapo salutò la madre, riattaccò e se ne andò a letto tranquillo. Senza immaginare neanche lontanamente quello che gli sarebbe accaduto l’indomani.

2

Alle prime luci dell’alba, Lapo aprì gli occhi e fece un grande e lungo sbadiglio. Il cane della vicina aveva già iniziato ad abbaiare. Fissò il soffitto per pochi secondi prima di ributtarsi sotto le coperte. Si sentiva al sicuro lì sotto. Ma soprattutto non lo raggiungeva il muggire zoppicante e incerto del barboncino.
«E dagli da mangiare, così si calma» sussurrò in uno stato di dormiveglia.
Fuori, il freddo rallentava ogni movimento e la città faticava a risvegliarsi. Sarebbe rimasto a letto almeno un’altra ora, se il barboncino glielo avesse permesso. Schiacciò la faccia sul cuscino, ma non funzionò. Allungò un braccio, prese due matite dalla scrivania e se le infilò nelle orecchie. Si mise a pancia in su, chiuse gli occhi e riuscì magicamente a riprender sonno. Ma verso le otto, come per dispetto, il telefono iniziò a squillare.
Uno, due, tre, quattro, cinque squilli. Poi tacque. E via con altri due sbadigli. Ma poi il trillo riprese. Una, due, tre, quattro volte.
«Ma chi sarà?» borbottò Lapo, togliendosi le due matite infilate nelle orecchie.
Rannicchiato sotto le coperte, si portò l’indice al naso e iniziò a scavare in profondità.
«Ah! Se solo fosse appuntito» sussurrò, mentre rigirava il dito a destra e a sinistra.
Non riusciva a liberare il naso da tutte quelle schifezze che si accumulano di notte, nel sonno, quando si ha il raffreddore. E lui il raffreddore se l’era preso, e bello forte.
«Mannaggia» disse, con la voce impastata, ripensando alla madre che la sera prima gli aveva detto: «Copriti bene sennò ti pigli un accidente!».
Non aveva nessuna voglia di alzarsi. Voleva rimanere a fissare il suo bel soffitto. Che poi tanto bello non era: tutto bianco, con qualche crepa.
Ma in quel piacevole dormiveglia si aggrappava a qualsiasi scusa pur di rimanere qualche minuto in più a letto a sognare. Sognare di essere un grande disegnatore, uno di quelli che firmano le copertine delle riviste più importanti, uno di quelli che illustrano i libri dei grandi romanzieri, uno di quelli che si inventano i cartoni animati, uno di…
Drin… Drin… Drin…
Si alzò di scatto, sbatté il ginocchio contro lo spigolo del letto e urtò col gomito la scrivania che, traballando, fece scivolare giù tutti i disegni. Anche le matite fecero un gran salto sul pavimento, rendendolo un campo minato. Infine, dopo aver dondolato per un po’, cadde anche la sedia. Tonf!
Drin… Drin… Drin…
«Prondo!»
«Il signor Lupo?»
«Mi chiamo Lapo» e così dicendo Lapo afferrò un fazzoletto e si soffiò il naso.
Prrrrrrrrr.
«Pronto? Pronto? C’è qualcuno? Ma che succede?»
«No, niente, mi sono solo soffiato il naso…»
«Ah, bene, allora, stavo dicendo che…»
«Ma chi è?»
«La chiamo dallo studio grafico HB.»
«Ah!»
Lapo ebbe un sussulto e incrociò le dita.
«È per il colloquio che ha fatto l’altro giorno. Abbiamo esaminato attentamente i suoi disegni. Sono belli, però in questo periodo non abbiamo bisogno di altri illustratori… mi spiace, ma conserveremo il suo nome, il suo numero e i suoi disegni. E se avessimo bisogno, la ricontatteremo…»
Lapo mise giù il telefono e si lasciò cadere sul pavimento, fra le matite e i grandi fogli con i disegni al tratto che avevano coperto quasi l’intera superficie del parquet.
Aveva il naso ancora intasato e non riusciva a respirare.
Drin… Drin… Drin…
Si rialzò e andò a rispondere passando sopra le matite, pungendosi i piedi e spezzando qualche mina.
«Pronto!»
«Il signor Lapis?»
«Il mio nome è Lapo!» esclamò spazientito.
«La chiamo dallo studio grafico Matisse. Grazie per averci contattato, ma…»
Lapo non ascoltò neanche. Sapeva già quello che gli avrebbero detto. Riattaccò, si sedette a gambe incrociate sui suoi disegni, come un indiano, e fissò l’intreccio di matite intorno a sé.
Ripensò a tutti i lavori che aveva fatto fino ad allora. Non molti, in realtà. Aveva lavorato per un’impresa che vendeva cancelli e pochi mesi più tardi aveva fatto il commesso in una cancelleria, dove vendeva prodotti per l’ufficio.
Ripensò ai suoi sogni, quelli su cui si era appena seduto. Le matite che aveva sotto il sedere lo reggevano, ma lo pungevano anche.
Nonostante in quel momento si ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. STORIA DI UNA MATITA
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. 17
  21. 18
  22. 19
  23. 20
  24. 21
  25. 22
  26. 23
  27. 24
  28. 25
  29. Ringraziamenti
  30. Copyright