Fidati di me
eBook - ePub

Fidati di me

  1. 336 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Fidati di me

Informazioni su questo libro

A Hope non succede mai niente, Trinity ne è convinta. Quella cittadina, spersa nei campi dell'Arkansas, è perfetta per chi vuole un'esistenza semplice, monotona e pacifica, che scorre identica a se stessa tra distese di granturco, feste di paese e trebbiatrici. Lì si conoscono tutti, e tutti conoscono lei, la figlia dello sceriffo McKenzie. La trattano bene, addirittura con riguardo, ma lei ne ha abbastanza della provincia americana e delle sue giornate sempre uguali. Non intende invecchiare dov'è cresciuta; non si accontenta del destino che attende tante delle sue coetanee, felici di sposare il loro primo ragazzo e adeguarsi a ritmi immutati da generazioni. Per fortuna, è l'ultima estate che passerà lì: settembre è ormai alle porte, sta per iniziare l'ultimo anno di superiori. Poi si trasferirà, andrà all'università e potrà finalmente inseguire il suo sogno, diventare una giornalista. Si lascerà alle spalle quel posto in cui si crepa di noia. Questo, almeno, è il suo programma. Finché a Hope la morte non arriva davvero, e nel più orrendo dei modi. Grace Mitchel - la sua amica del cuore, l'unica che la capisca - è sparita. Di lì a poco, il cadavere della splendida ragazza viene ritrovato nel bosco: qualcuno l'ha uccisa e le ha amputato le affusolate mani da pianista. A quell'inquietante delitto ne seguono altri, che sconvolgono l'esistenza della cittadina. Le indagini della polizia sembrano non portare a nulla, ma Trinity non può arrendersi: vuole scoprire chi ha ammazzato Grace. Assieme all'affascinante e misterioso Julian - giovane membro di una famiglia dal passato oscuro, appena tornato in città - si mette a cercare il colpevole, sforzandosi di collegare fatti, persone e luoghi per trovare un senso a quegli omicidi. Eppure qualcosa continua a non quadrare... Valentina Camerini ci regala un thriller capace di catturare i lettori di ogni età mescolando con sapienza azione e tensione, enigmi e colpi di scena.

Scelto da 375,005 studenti

Accedi a oltre 1 milione di titoli a un prezzo mensile contenuto.

Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.

Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2020
eBook ISBN
9788831802109
Print ISBN
9788817149457

1

Ho sempre pensato che Hope fosse il posto giusto per morire di noia. Da diciassette anni, due mesi e tredici giorni vivo qui, e ho avuto tantissimo tempo per non fare nulla di interessante. Ne sono stata convinta, finché la morte è arrivata davvero.
Da queste parti quasi tutti si spaccano la schiena nei campi di mais – “Hope, d’oro come il suo granoturco” è il motto dei vecchi seduti in veranda, lo sguardo fisso sul sole che tramonta all’orizzonte nelle afose sere d’estate – legati a questa terra fertile che diventa facilmente una prigione da cui in pochi sentono la necessità di evadere. Qui si lascia scorrere il tempo, sospettosi di quel che accade fuori, orgogliosi di ciò che si ha. È tutto abbastanza semplice, per chi non intende complicarsi la vita con idee strane tipo andare a vivere sulla costa o fare un lavoro che non c’entri con trattori e trebbiatrici. I ragazzi della mia età frequentano l’Hope High School, dove insegnano ancora alcuni professori dei nostri genitori. Con la patente ottengono buona parte della libertà che desiderano e la possibilità di raggiungere qualche tranquilla strada di campagna, dove baciare la propria ragazza nelle notti stellate. E un giorno, dopo avere bevuto qualche birra per farsi forza, tireranno fuori dalla tasca l’anello di fidanzamento comprato con i soldi della prima busta paga.
D’inverno c’è il campionato di baseball dello Stato, il concorso di Miss Arkansas per le ragazze che possono aspirare al titolo, il ballo di Natale e la festa di compleanno di John Freesbury, sindaco di Hope, che ogni anno a ottobre invita tutti quelli che contano nella sua tenuta. A luglio c’è la raccolta del granoturco con gli stagionali che arrivano da lontano, uomini con lo sguardo indurito che parlano poco e non sorridono mai, il caldo che secca il terreno nei campi e riempie l’aria di polvere rossastra, le gare di velocità con i pick up lungo i sentieri sterrati.
Quell’estate era stata tanto simile alle precedenti da darmi l’impressione che il tempo si fosse aggrovigliato su se stesso, condannandoci a rivivere le stesse giornate all’infinito, e solo l’idea del settembre in arrivo con l’ultimo anno di liceo mi riaccendeva dentro una scintilla di vita. “Ultimo anno” significava finire la scuola ed essere libera. Apriva la possibilità di iscrivermi a un college a Little Rock o magari addirittura sulla costa. Segnava la fine delle sagre di paese, dei ragazzi che t’invitano fuori con la speranza di infilarti le mani sotto la maglietta nei loro furgoncini parcheggiati tra i campi, dell’odore del granoturco e degli stufati di pesce di fiume, delle domeniche in parrocchia. Ma per credere che le cose sarebbero cambiate, quell’estate era stata necessaria un bel po’ di fiducia nel futuro, perché all’inizio tutto era stato esattamente come al solito. Fino ad agosto, quando lei è scomparsa.
Quella avrebbe potuto essere la mia ultima estate a casa, ma non riuscivo a provare alcuna malinconia. Ogni mattina mi svegliavo sudata tra le lenzuola bianche aggrovigliate e da lì guardavo oltre la finestra l’acero piantato dal mio trisnonno, con la fortissima sensazione di sapere già esattamente che cosa sarebbe successo durante la giornata, l’estate e forse la vita intera, se fossi rimasta qui. Era come se Hope ti spingesse lungo la strada che aveva stabilito per ciascuno dei suoi abitanti, come se noi tutti dovessimo vivere in quel modo per permettere alla città di restare uguale a se stessa, generazione dopo generazione. Solo che io desideravo un futuro diverso. Non mi sarei sposata con il mio primo ragazzo, come quasi tutte le ragazze di qui, non avrei dedicato anni a sfornare pagnotte di mais e torte di mele. Presto la mia vita sarebbe cambiata. Saperlo con certezza mi dava una strana serenità. Ero distaccata, ero già altrove. Pensavo spesso all’unica persona che era riuscita ad andarsene e ad avere successo, Ava Cooper, la mitica cantante, il mio idolo sin da quando ero piccola. Mandavo sul computer una delle sue vecchie canzoni e pensavo che la mia vita non sarebbe stata lì, a Hope.
Con quella sensazione avevo affrontato la fine della scuola e l’inizio delle vacanze.
Il mais era maturato nei campi, luglio era stato straordinariamente caldo, si aspettavano le prime piogge di agosto. Lasciavo che il tempo mi scivolasse addosso e che i giorni passassero, avvicinandomi a settembre. Poi agosto è arrivato e la morte ha fatto il suo ingresso in città.
Ricordo il momento esatto. Ero seduta al tavolo della cucina e lottavo per concentrarmi su un vecchio romanzo di Stephen King dalla copertina scolorita. Avevo dormito male, perseguitata da incubi minacciosi che mi avevano lasciato confusa e stordita. Mia madre era in giardino ad aiutare mio fratello Daniel a fissare alcune assi alla capanna di legno che aveva costruito. «Non è il momento» gli aveva detto con sguardo cupo, quando se n’era uscito con quella richiesta. Ma lui aveva insistito, cominciando a frignare finché non l’aveva avuta vinta. Erano settimane che ci lavoravano e ormai mancava solo il tetto. Mio fratello era convinto che così avrebbe avuto il suo covo segreto, il posto dove traslocare la sua collezione di fumetti e trascorrere in pace quel che restava della bella stagione. A dieci anni hai il diritto di credere che basti mettere il giardino di casa tra te e i tuoi genitori per essere libero. Li sentivo parlare, ma non capivo che cosa si dicessero. Mio fratello sembrava arrabbiato. Poi ho sentito il rumore della macchina di papà.
L’auto si è fermata sul vialetto d’ingresso, proprio davanti alla veranda, e io ho posato il libro. Mio padre è lo sceriffo di Hope, per tutti è lo sceriffo McKenzie, e si muove con l’auto di servizio. Mia madre pretende che parcheggi sul retro, non le piace vedere un’auto della polizia davanti a casa. Quel giorno, però, papà non l’ha fatto.
Ho sentito i suoi passi far scricchiolare gli scalini di legno dell’ingresso, la zanzariera si è aperta cigolando, poi è comparso sulla porta della cucina. Ho trattenuto il fiato, perché non sembrava più lui.
Papà non è un tipo da perdere la testa, molti anni fa ha tolto un bastone di legno largo come un pollice dalla gamba di mio nonno, bloccato il sangue con una camicia arrotolata sulla ferita e guidato fino all’ospedale più vicino. È un uomo con i nervi saldi. Eppure in quel momento stava in piedi a qualche metro da me, pallido e con un’espressione persa, le labbra gelate in una smorfia di impotenza, le braccia molli lungo i fianchi.
«Trinity.» Ha pronunciato il mio nome con un tono che mi ha messo i brividi. «Grace non c’è più.»
Avevo sempre pensato che Hope fosse il posto giusto per morire di noia. L’avevo pensato, finché la morte a Hope è arrivata davvero, per portarsi via la mia migliore amica.
Onestamente, non ho molti amici qui. In compenso, conosco più o meno tutti e tutti sanno chi sono io. La mia famiglia ha contribuito a fondare la città in una fredda primavera di qualche secolo fa, mio padre è nato nella stessa stanza dov’è venuto al mondo suo padre e il padre di suo padre: negli anni è cambiato il colore alle pareti, ma il grande letto matrimoniale di legno chiaro è ancora al suo posto. Vantare una presenza di cinque generazioni, da queste parti ti trasforma di diritto in una delle colonne portanti della comunità.
Essere figlia dello sceriffo, poi, fa sì che tutti i miei compagni di scuola si siano fatti un’idea su di me e che spesso giudichino prudente trattarmi con un certo riguardo. Anche se leggo molti più libri di qualsiasi altro mio coetaneo – e questo dovrebbe farmi rientrare nell’irrecuperabile categoria degli sfigati – nessuno si permette di fare battute troppo pesanti sul mio conto, né di non invitarmi alle feste o cose di questo genere. Non si sa mai, lo sceriffo potrebbe avere un occhio di riguardo nel caso ti scopra a tornare a casa di notte dopo una birra di troppo, se stai simpatico a sua figlia. In realtà mio padre non farebbe nulla del genere, ma i ragazzi non lo sanno e io non intendo aprire loro gli occhi sulla faccenda.
Io so benissimo che è perché sono la figlia dello sceriffo McKenzie se posso progettare di frequentare un’università sulla costa, sognare di diventare giornalista, divorare i sonetti di Shakespeare senza attirarmi le antipatie degli altri. Solo perché sono una McKenzie posso andare a teatro a Little Rock o a Texarkana e poi raccontarlo il lunedì mattina prima che inizino le lezioni, senza essere presa in giro. Ed è grazie al mio cognome che mi hanno lasciato in pace, dopo che ho lasciato Jason, il ragazzo più popolare della scuola, facendolo soffrire. Persino in quel caso, il peggio che mi è successo è stato ritrovarmi quell’odioso nomignolo, Santa Trinity la Vergine.
Non che mi stia antipatica la gente di qui, per niente. Sono tutte brave persone. Davvero, sono a posto. Solo che io, a differenza di molti di loro, sogno qualcosa di più.
“Vedi quello che agli altri sfugge” mi diceva spesso Jason Callaway quando gli raccontavo i miei progetti per il futuro. Jason mi considerava affascinante, vagamente esotica. Gli piaceva che fossi diversa da tutte le altre, nel bene e nel male. Diceva che ero pura. Poteva permettersi di stare con me perché è sempre stato molto rispettato alla Hope High, non ha mai corso il rischio che qualcuno lo prendesse in giro. E se lo merita: è il ragazzo più dolce, gentile, corretto che ci sia. Ogni sport gli riesce bene, è circondato da amici, potrebbe uscire con qualsiasi ragazza della contea. Stare con lui mi faceva sentire sicura, protetta. Gli voglio ancora bene, davvero, anche adesso che non stiamo più insieme.
Ma l’unica che mi capiva davvero era Grace.
Grace, che non c’è più.
Con Grace era diverso, perché lei era come me. Anzi, era meglio di me: la mia amica era una ragazza speciale, e non lo dico solo perché poi è successo quello che è successo. È sempre stata splendida, quel genere di bellezza che non passa inosservata: lunghi capelli neri lisci, occhi verdi vagamente a mandorla – eredità di una bisnonna arrivata nel Midwest dal Giappone non si sa bene come – labbra morbide da stella del cinema, fisico minuto. Grace era troppo intelligente per accontentarsi di diventare Miss Arkansas, obiettivo che avrebbe potuto raggiungere senza troppa difficoltà, e sposare il capitano della squadra di basket dello Stato. Lei aveva del talento vero.
Aveva cominciato a suonare il pianoforte a sei anni con l’insegnante di musica della scuola, e presto sua madre, la signora Mitchel, si era sentita dire che sarebbe stato meglio per Grace continuare le lezioni con un insegnante più qualificato. Allora una volta a settimana ha cominciato a incontrare un pianista di Little Rock. Alla fine del primo anno di liceo era partita per Memphis, dove aveva trascorso l’estate in un campus musicale per bambini dotati. Poi erano cominciati i concerti: Nashville, Atlanta, Savannah.
Quest’anno, all’inizio di giugno, Grace aveva ricevuto una mail dall’American Musical and Dramatic Academy di New York. Parecchi mesi prima aveva fatto domanda e nelle ultime settimane non pensava ad altro, impaziente di ricevere la risposta. Non c’era nulla che desiderasse di più che trasferirsi a studiare a New York. La scuola le avrebbe messo a disposizione una camera, e noi già immaginavamo il momento in cui sarei andata a trovarla, le cose che potevamo fare, i negozi, i teatri, i locali per la sera. Continuavamo a parlarne, fino allo sfinimento. E infine la mail era arrivata: aveva letto le prime righe restando con me al telefono – Egregia Grace Mitchel, la informiamo che abbiamo ricevuto la sua domanda di iscrizione… – poi aveva urlato di gioia. Era stata accettata. Il suo futuro cominciava quel giorno. Per un attimo avevo sentito in bocca un sapore amaro – e il mio, di momento, sarebbe mai arrivato? – poi avevo sollevato lo sguardo sulla mappa degli Stati Uniti appesa sopra la mia scrivania. Da qualche parte c’era il college che avrei frequentato, nuovi amici, nuovi ragazzi, uno stage in qualche importante giornale nazionale. Si trattava di avere pazienza e aspettare. Era questione di tempo. Tutto qui.
Se ricordo bene ogni particolare della carriera musicale di Grace è perché io e lei siamo amiche praticamente da sempre. I Mitchel abitano a un isolato di distanza da casa mia e lei era l’unica bambina oltre a me della via. Non ricordo neppure quando l’ho vista la prima volta: per me lei c’è da sempre. Dopo essere rimasta vedova, la signora Mitchel ha cominciato a lavorare a tempo pieno come segretaria all’asilo di Hope, quindi Grace passava tutti i pomeriggi con noi. Mia madre ha sempre pensato che, avendo la fortuna di poter crescere personalmente i suoi figli, il minimo che potesse fare fosse aiutare le donne meno privilegiate di lei.
Abbiamo frequentato insieme tutte le scuole, Grace e io, abbiamo preparato ogni esame sul tavolo del salotto di casa mia, mentre mia madre sfornava pane al mais per merenda. La prima vacanza da sole l’abbiamo fatta insieme, nel terreno dietro casa, dove i nostri genitori ci hanno dato il permesso di campeggiare nell’estate dei nostri dodici anni. Quando l’autunno successivo ho baciato Claus Barnes, c’era Grace ad ascoltare per decine di volte il racconto di quell’indimenticabile serata. E c’era lei al mio fianco, quando Claus ha capito che Serena Lee gli piaceva di più.
La sera che Jason Callaway mi ha invitato da Pizza Deli per cena, sono corsa a raccontarglielo, e il messaggio con cui ho accettato l’invito l’abbiamo scritto insieme. Per uscire con Jason ho indossato l’abito rosso di Grace, e quando lui mi ha riaccompagnata a casa, dopo avermi salutata con il bacio che sognavo, la prima cosa che ho fatto è stata chiudermi in camera, chiamare Grace e raccontarle tutto, fin nei minimi dettagli.
Poi per un po’ ci siamo viste meno del solito, ma questo non cambiava nulla tra noi. Grace non mi ha mai accusato di averla trascurata o di trascorrere troppo tempo con Jason mettendo in secondo piano la nostra amicizia, mai. L’ho anche invitata alle partite della squadra di baseball della Hope High, sarebbe stato bello andarci insieme, ma lei ha sorriso e mi ha detto «Non è il mio genere di passatempo».
Io e Jason stavamo parecchio insieme. È normale, quando due persone sono innamorate. Le sere in cui non si allenava, Jason si arrampicava sulla veranda del giardino e saliva in camera mia. Ma per Grace era ok, lei capiva. Era dalla mia parte quando ho deciso che avrei voluto aspettare a fare sesso e non mi ha abbandonato neppure quando a scuola hanno cominciato a chiamarmi Trinity la Vergine. «Non dare retta a quello che dice la gente» mi ha detto.
Grace ha sempre saputo tutto di me. Capiva quanto Hope mi andasse stretta, non giudicava il mio sogno di diventare una giornalista e di trasferirmi in una grande città. Credeva in me come avrebbe fatto una sorella, e io ero certa che saremmo state amiche per sempre.
Grace non è mai stata una tipa sportiva, benché a scuola il preside Smith incoraggiasse in ogni modo i ragazzi a fare attività fisica. Ha accettato di entrare nella squadra di atletica solo dopo parecchi discorsi insistenti del professor Wills, l’allenatore della Hope High. Era il secondo anno quando ha partecipato a una corsa a ostacoli contro i ragazzi di Takoma e, prima della fine del terzo, Grace aveva restituito la maglia bianca e rossa della divisa: le gare le mettevano addosso troppa pressione e gli allenamenti non erano cosa per lei. Non si trovava a suo agio, non riusciva a legare con le altre ragazze.
Da quando mi ero messa con Jason e trascorrevamo meno tempo insieme, però, aveva scoperto che le piaceva correre: nel tardo pomeriggio usciva di casa e restava in giro fino all’ora di cena. Qualche volta sono andata con lei, ma non ho mai avuto la sua costanza. Seguiva il Green Stone River lungo la tenuta dei Freesbury per poi buttarsi nell’ombra del bosco di querce e pioppi che si estende a nord di Hope. Credo che correre le piacesse perché le dava l’impressione di lasciarsi alle spalle le cose in cui non riusciva a riconoscersi, i ragazzi che la trovavano supponente, i professori che non capivano quanto fosse importante per lei ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. 1
  4. 2
  5. 3
  6. 4
  7. 5
  8. 6
  9. 7
  10. 8
  11. 9
  12. 10
  13. 11
  14. 12
  15. 13
  16. 14
  17. 15
  18. 16
  19. 17
  20. 18
  21. 19
  22. 20
  23. 21
  24. 22
  25. 23
  26. 24
  27. 25
  28. 26
  29. 27
  30. 28
  31. 29
  32. 30
  33. 31
  34. 32
  35. 33
  36. Copyright