La disillusione è diffusissima e questo non dovrebbe sorprendere. Dopotutto, il sistema – dalle inefficienti istituzioni mondiali alle politiche interne sfilacciate, dalle grandi aziende del digitale che detengono un potere monopolistico al crescente divario tra le aree urbane e quelle rurali o tra ricchi e poveri – è guasto, e almeno finora non abbiamo trovato un modo per ripararlo. La fiducia si va erodendo. Mai sono state fatte promesse così grandi a così tante persone per così tanto tempo, per poi mantenere così poco. Da decenni ci dicono che noi elettori sappiamo cos’è meglio, che noi consumatori abbiamo sempre ragione, che noi cittadini meritiamo i servizi più validi, mentre grazie all’informatica e alla globalizzazione anche altre nazioni presto si comporteranno come noi e, grazie ai progressi della biotecnologia presto riusciremo a vivere per più di cento anni; e se anche ci imbattessimo in ostacoli lungo la strada, non perderemmo lo slancio perché la storia è dalla nostra parte. In realtà, però, queste attese sono andate deluse, più e più volte. Se questo era il progresso, ce ne siamo sentiti spettatori, non beneficiari. In misura sempre maggiore e più dolorosa, ci siamo sentiti insignificanti, irrilevanti, e ora ci troviamo tutti qui a guardare un sistema politico che diffonde slogan come un’agenzia pubblicitaria, un mercato finanziario motivato solo dall’avidità e dal profitto, eventi di attualità che non progrediscono in linea retta come ci aspettavamo, fino a renderci conto che sotto la patina scintillante della retorica che ci è stata propinata, c’è – e c’è sempre stato – il vuoto. Non c’è da stupirsi, quindi, che siamo profondamente disillusi.
Allo stesso modo, man mano che la tecnologia dell’intelligenza artificiale e dell’apprendimento automatico si fa sempre più raffinata e onnipresente, senza aspettare che la cognizione umana tenga il passo, e l’abisso tra i lavoratori «altamente qualificati» e quelli «poco qualificati» si approfondisce e i posti di lavoro continuano a scomparire, rimaniamo senza parole. Non capiamo bene come funziona internet, ma non vogliamo dirlo ad alta voce perché pare che nessun altro abbia problemi e quindi dobbiamo accettarlo anche noi. Come cittadini votiamo regolarmente, ma non ricordiamo di aver mai votato come cittadini digitali. Sempre più si ha l’impressione che, per quanto riguarda le tecnologie digitali, tutte le decisioni vengano prese senza di noi e malgrado noi. Per citare uno studio recente: «Benché sussista l’impressione generale di essere tenuti sotto controllo, l’incertezza su come e perché vengano raccolti i dati personali indica che ciò accade senza che l’opinione pubblica si interroghi molto in proposito».a Siamo confusi, ma la confusione è ormai diventata uno stile di vita.
Comunque la si pensi, ci troviamo in un momento-soglia. Un punto di passaggio. Uno sconcertante interludio tra una fine prolungata e un inizio ignoto. Antonio Gramsci, l’intellettuale e pensatore arrestato da Mussolini, scrisse mentre era in carcere: «La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati».
«Morboso», nel senso in cui lo usa Gramsci, significa «che è proprio di una malattia»; e anche noi ci troviamo ad ammalarci a causa dello stato di incertezza da cui siamo circondati, betwixt and between,b incapaci di abbandonare il vecchio ordine che ci rendeva sempre più infelici ma altrettanto incapaci di costruire un mondo nuovo con soluzioni tratte dagli insegnamenti che abbiamo appreso. Siamo sfiniti dall’ansia, consumati dalla rabbia, la mente e le difese troppo spesso sopraffatte.
In Anatolia, le anziane turche e curde dicono «attenzione alle soglie» perché vedono questi punti di transizione come il dominio dei jinn, creature fatte di fuoco senza fumo, celebri per la loro volubilità. Le tradizioni orali mi interessano molto, e trovo affascinante che in questa cultura non scritta la soglia sia considerata il regno dell’elusività, dell’oscurità, della precarietà. Per usare la stessa metafora, è spaventoso trovarsi d’un tratto in una zona di imprevedibilità; ma se c’è una cosa ancora più spaventosa è ritrovarcisi da soli. Essere parte di un insieme fa sentire più ancorati, attenua l’ansia. Questo sottolineava Erich Fromm, quando spiegava perché un individuo, dopo essere caduto in preda a incertezza e vulnerabilità, aspira a raggiungere un nuovo senso di sicurezza e autostima equiparandosi a un ampio insieme di persone. «Egli non è niente, ma se può identificarsi con la nazione, o trasferire il suo personale narcisismo a questa, allora è tutto.»
Secondo Fromm, il narcisismo collettivo si ammanta a volte di nazionalismo; altre volte si mimetizza come narcisismo religioso, quando i credenti sono ostinatamente convinti che i membri della loro fede siano più cari a Dio, ben più meritevoli del paradiso e più virtuosi degli altri, per il semplice fatto di essere nati all’interno di quel credo. A seconda del luogo e del tempo, il narcisismo può assumere altre forme di identificazione collettiva. In ogni caso: «L’individuo soddisfa il proprio narcisismo appartenendo e identificandosi con il gruppo. Non lui, il nulla, è grande, bensì lui fa parte del più straordinario gruppo sulla faccia della terra».
Oggi i social network e la comunicazione digitale hanno al contempo accelerato e intensificato il narcisismo di gruppo. Bloccati nelle nostre camere a sussurro, non siamo più capaci di ascoltare e ancor meno di imparare. Sia negli spazi pubblici che in quelli digitali, i dibattiti sfumati non sono più graditi; al contrario, prevale lo scontro fra certezze. Le discussioni multimediali spesso esacerbano la dualità: quasi ogni giorno vediamo, sugli schermi televisivi o sui canali YouTube, rappresentanti di fazioni opposte che si danno sulla voce e si urlano in faccia a vicenda. Non si trovano lì per ascoltare, né per imparare: sono lì per dire la loro, arringare e inveire. Allo stesso modo, troppo spesso, noi spettatori non ci mettiamo a guardare con l’obiettivo di scoprire qualcosa di nuovo; in genere vogliamo vedere il «nostro» che ne dice quattro al «loro».
Frattanto gli algoritmi individuano le nostre preferenze in modo da poterci ammannire, il giorno successivo e quello dopo ancora, sempre la stessa pappa, ma al tempo stesso ampliano e intensificano gradualmente i messaggi. Se, per esempio, ho delle tendenze antisemite o islamofobe o misogine oppure omofobe, gli algoritmi continuano a mostrarmi ulteriori contenuti nello stesso spirito, convincendomi sempre più che i miei sospetti siano giustificati, che ebrei o musulmani o donne oppure omosessuali siano la fonte di tutti i mali. Più seguo questo materiale, più ritengo di essere informato e aggiornato, e continuo a raccogliere «prove», a totalizzare punti nelle dispute con nemici immaginari che vivono nella mia testa. Avete notato che chi è ossessionato dal complottismo e trae non poca soddisfazione da polemiche e monologhi, in genere sa parecchio dell’argomento che lo affascina, per lo più pura disinformazione o informazione filtrata in modo da essere compatibile con i suoi pregiudizi iniziali?
Sentirsi sistematicamente ignorati, privi di sostegno e di apprezzamento, può provocare un risentimento doloroso che col tempo può facilmente trasformarci in persone riluttanti all’ascolto. E chi diventa un ascoltatore riluttante, apprende con più difficoltà. Interagisce sempre meno con teorie e opinioni che non si accordano con le proprie, fino al momento in cui smette semplicemente di parlare con chiunque sia diverso. Perché dovrebbe fidarsi?
Quando la convivenza civile è minata in questo modo, le società si polarizzano all’estremo e si politicizzano nel grado più aspro, sempre diffidenti nei confronti dell’«altra parte e delle sue intenzioni». La democrazia, che si basa essenzialmente sul compromesso e sulla negoziazione, sulla risoluzione dei conflitti e sul pluralismo, su un sistema di pesi e contrappesi, soffre di questa tensione costante e di un antagonismo crescente.
Nelle società gravemente incrinate, che non s...