L’ascensore della procura di Bari sale lentissimo. C’è tutto il tempo per travasare la bottiglietta di gin nella borraccia dell’acqua e, prima che si apra la porta, buttare giù un sorso in gola. Teresa Mineo si guarda nello specchio dell’ascensore e viene proiettata nel passato, a un’infanzia impossibile da dimenticare L’appartamento di Mesagne era sempre uno schifo: una radio accesa per noia, letti disfatti e una puzza stagnante di hashish. Teresa passava il tempo a immaginarsi diversa dalla condanna che il destino aveva in serbo per lei. Figlia di una tossica, Teresa non aveva speranze. Il padre non l’aveva mai conosciuto, l’unico uomo che si era trovato in casa era Gianni, uno dal corpo asciutto, i nervi tesi e i muscoli da boxeur. Aveva anche vinto un titolo. Gianni era il convivente della madre di Teresa, tossico anche lui, con lo sport aveva chiuso ma il destro lo usava ancora per pestare a comando per i clan di Mesagne. Quando si manteneva in piedi era un picchiatore, giusto per racimolare qualche spicciolo e bucarsi. Il denaro non bastava mai e l’eroina la compravano per lo più con i soldi dei nonni di Teresa, rimasti soli a mandare avanti l’azienda di famiglia. Teresa odiava Gianni. Da bambina lo guardava addormentarsi per terra, nella casa che non era un tetto rassicurante. Per Teresa la madre si strafaceva di eroina a causa di quell’uomo. Avrebbe voluto accoltellarlo, più volte aveva pensato di colpirlo sul tatuaggio che aveva dietro la schiena. Poi Gianni era finito in carcere, ma nella casa aveva continuato a stagnare lo stesso odore putrido. Teresa si chiudeva in camera quando si accorgeva di movimenti strani, che poi erano sempre gli stessi, quelli dell’eroina nelle vene della madre.
Teresa Mineo è agitata, fa un altro sorso, apre gli occhi e torna a guardarsi nello specchio dell’ascensore. Le porte si aprono. Teresa si è presa una piccola pausa dall’aula. Dopo anni d’indagini è riuscita a portare sul banco degli imputati i vertici del governo montenegrino. Ha interrogato esponenti politici di spicco, compreso il primo ministro in carica. Durante l’interrogatorio Teresa sudava, perché il ghigno di sfida sui visi di quelli che torchiava le trasmetteva una sola certezza: tutti gli anni di lavoro non avrebbero portato a nulla, a nessuna condanna pesante. Il traffico di sigarette che si era abbattuto sulle coste italiane negli anni Novanta era il risultato di un’alleanza tra le bande pugliesi e i politici di Podgorica. Questi ultimi garantivano la copertura e lo stoccaggio delle casse prima del viaggio. La Mineo aveva messo le mani su documenti che incastravano il primo ministro al potere ormai da decenni, anche se con cambi di ruolo e di ministeri, ma in pianta stabile nei palazzi istituzionali. I grandi marchi di tabacchi erano a conoscenza del movimento, ma ci guadagnavano pure loro.
Teresa Mineo rientra in aula, un po’ brilla, ha provato a rilassarsi, senza successo. L’abito blu, la cravatta elegante, il ciuffo senza troppa cera, la mano che asciuga quel po’ di sudore sulla fronte, le movenze sicure sono il ritratto dell’ex ufficiale dell’esercito jugoslavo, diventato capo del governo del piccolo Stato balcanico. Teresa lancia un ultimo sguardo agli imputati mentre si deterge in maniera goffa il sudore, ma si percepisce senza alcun dubbio che è nervosa.
La condanna arriva. La corte riconosce la responsabilità degli imputati nel contrabbando degli anni Novanta, ma loro dispongono dell’immunità parlamentare e sono già pronti a salire sul volo di Stato che li riporterà a Podgorica.
La Mineo chiude i faldoni dell’inchiesta. Un’indagine articolata, faticosa, grazie alla quale ha incastrato la classe politica montenegrina al potere da vent’anni. Il suo successo investigativo, però, si risolve in un nulla di fatto. Le condanne non porteranno a niente, nessun terremoto a Podgorica e i vecchi contrabbandieri godranno ancora della protezione del Montenegro. Mezza ubriaca, la Mineo vuole seguire l’auto che sta conducendo i colpevoli in aeroporto. Si passa una mano tra i capelli corti, mentre con l’altra stringe il volante. Guarda l’arroganza correre su quella strada di Puglia, pezzo di terra che la frega sempre, che le ha portato via la madre e ora anni d’indagine. Il volo è pronto. Lei invece lascia la procura di Bari. Torna al suo incarico a Roma e vuole portare a termine un’altra missione. Si rimette in viaggio senza fermarsi a mangiare. Deve incastrare chi sta infestando di eroina la capitale. C’è una nuova stagione di violenze, nuove bande stanno prendendo d’assalto il Colosseo. Teresa vuole mettersi sulle loro tracce. Ha finalmente la possibilità di sfidare i signori dell’eroina.
Una bottiglia vuota rotola sul pavimento. Sopra un materasso dalle lenzuola sudicie posato a terra dorme Roberto. Raffaele scansa la chitarra, chiude la porta e butta sul tavolo la copia dell’inserto culturale che compra ogni domenica. È una casa dove si consumano eccessi, un appartamento al terzo piano di una palazzina di Pietralata, Roma est, a pochi passi dal centro, ma con un sapore di periferia che non fa sentire fuori luogo i due ragazzi di provincia.
Sono ripartiti da qui.
Per conto dei clan del casertano gestiscono le piazze di spaccio, usando i ristoranti dei prestanome come copertura. Raffaele e Roberto ormai hanno consegnato le loro vite al crimine. Piegati dai ricatti di chi ha tollerato le loro cazzate, sono meduse trascinate dalla corrente. Il venerdì sera Raffaele gira sulla Togliatti alla ricerca dell’amore di una notte, dopo aver perso la testa per una puttana albanese di Castel Volturno, ma lui non era riuscito a portarla via dalla strada e la storia era finita male. Da quel momento per Raffaele le uniche relazioni possibili erano diventate quelle a pagamento. Roberto, invece, è ancora più spietato di prima.
A Roma i due hanno la loro routine, scandita da pomeriggi trascorsi a fare le vedette o a contare i soldi, e da sere passate a lavorare nel ristorante che serve a ripulire i soldi dei Casalesi.
Roberto ha preso anche la patente. Raffaele no, questa responsabilità non la vuole. In una palestra di Pietralata Roberto ha deciso di riproporsi come boxeur. Si allena nei ritagli di tempo. L’ambiente, però, non gli piace, gli sembra di plastica, con donne annoiate e uomini allo specchio. Così seduce Giulia, la ragazza della reception nonché fidanzata del proprietario, un certo Federico, un pallone gonfiato che ha un’opinione su tutto. Uno che dice di lavorare, ma che si fa ancora preparare il pranzo dalla mamma per la corretta assunzione di proteine che devono mantenerlo in forma. Uno che dice di essere un self made man e ha comprato la palestra coi soldi di papà. Uno che se non fosse così grosso le prenderebbe ogni giorno e forse in passato è stato così. Uno che insiste con le battute su negri e campani, alle quali Roberto non ha mai replicato. Federico ha messo un annuncio per vendere una moto e questa è l’occasione che Roberto aspettava, per poter sfogare la furia che ha in corpo.
Anche stasera Giulia sta per chiudere la palestra. È davvero bella, con occhi e labbra disegnati come una bambola asiatica. Roberto la incuriosisce, perché è una nota diversa in giornate che passano sempre uguali, ad aprire tornelli a gente che vuole allenarsi aspettando l’estate. C’è stato un bacio, rubato negli spogliatoi. E Giulia si è sentita viva per la prima volta dopo tanto tempo. La scusa di un certificato medico ha scatenato una serie di messaggi culminata in un appuntamento. Roberto ha chiesto a Raffaele di fissare un incontro con Federico, spacciandosi per uno interessato all’acquisto della motocicletta. Succede tutto la stessa sera. Giulia è in auto con Roberto.
«Ti va di prendere una birra e berla fuori?» propone lui. «Non voglio chiudermi in un locale.»
«Cambiamo zona, però, così non diamo nell’occhio.»
«Certo.»
Roberto guida fino al parcheggio di un centro commerciale di Casalbertone dove Raffaele ha dato appuntamento a Federico. Di sera è tranquillo, utile anche per appartarsi con le puttane ferme tutta la notte alla pompa di benzina. Lo schema è il solito: un agguato con coreografia a due. In fondo non è cambiato niente dai tempi dell’aggressione a Michele Madonna. Il tempo non ha scalfito la ferocia dei due. L’auto frena.
«Oh, guarda lì chi c’è» dice Roberto indicando Federico.
Giulia comincia a tremare. «Che cazzo ci fa qui?» chiede con voce esitante.
«Non lo so.»
«Andiamo via» lo supplica.
«Meglio se vado a chiedere.» Roberto scende dalla macchina. Poco prima di raggiungere Federico, un motorino arriva a tutta velocità e inchioda alle spalle del proprietario della palestra. Dal mezzo scende Raffaele che stringe una mazza da baseball e colpisce Federico alla schiena. Un attimo dopo Roberto si unisce al pestaggio. Calci in bocca, nello stomaco, pugni in testa. Federico è a terra, non riesce a riconoscere i suoi aggressori. Roberto vuole calcare la mano, rischiando pure di farsi riconoscere. «Io sono quasi nero e lui è napoletano» ringhia. «Domani abboffati di qualche altro steroide, magari ti passa il dolore delle botte.»
Raffaele assesta un ultimo colpo. Roberto sente sotto le nocche il rumore del naso che si rompe, quello delle narici che gracchiano. Federico è in una pozza di sangue. Giulia è immobile, in macchina, e assiste impotente allo spettacolo di quella furia. Poi Raffaele scappa in motorino e Roberto torna in auto.
«Ma che avete fatto?» balbetta Giulia, che si strofina le mani sul volto. È pallida e ha gli occhi lucidi. «Perché?»
«Perché è una testa di cazzo e magari la finisce di fare il coglione. Ora possiamo andare a bere la birra.» Roberto mette in moto e lascia il parcheggio dell’aggressione.
La ragazza è pietrificata. «Che volete farmi?»
«Stai piangendo? Se sei preoccupata, ti mollo qui e chiami un’ambulanza.»
Giulia resta in silenzio. È troppo fragile per reggere una situazione così assurda. Roberto arriva di fianco alla palestra di Federico e accosta. «Gli metti le corna e ti preoccupi per due pugni che ha preso. Scendi, dai, piglia un taxi. Io ho voglia di una birra, non di parlare di quel rincoglionito.»
Giulia non ce la fa a sostenere quella sfida e lanciarsi in un gioco così pericoloso. Apre la portiera di scatto, non ha neanche le forze per chiuderla. Si siede sul gradino della palestra, saltella, incredula, poggia la testa contro la saracinesca abbassata. Roberto ingrana la prima e parte sgommando. Ha appuntamento con Raffaele al primo semaforo della Togliatti.
«Monta» gli dice dopo essersi fermato.
Per andare a puttane è una lotta a Roma, ma stasera Roberto gli deve un favore. Sarà il suo autista nel puttan tour. Questo è il ritmo delle giornate romane. Anni che volano, tra la cocaina da sniffare nei cessi del ristorante e le mani da stringere negli anfratti di via dell’Archeologia di Tor Bella Monaca. Roberto con le donne ha sviluppato un rapporto di potere. Non riesce più a godere di sentimenti puri. Punta sempre a incontri improbabili, rocamboleschi. Come con la cronista impegnata che a Tor Bella Monaca cerca storie di persone che vivono nelle occupazioni abitative, perché le graduatorie per le assegnazioni sono bloccate. Si chiama Elena. Capelli biondi, sigaretta elettronica, zaino con lacci colorati e telefono sempre pronto a registrare, anche di nascosto. Roberto si è spacciato per un abitante del quartiere, disposto a darle una mano. E in effetti lo ha fatto. Lui e Raffaele hanno accesso a tante abitazioni che affacciano su via dell’Archeologia, dove si conservano gli incassi e si osserva chi entra ed esce dal quartiere, come in ogni piazza di spaccio.
Maria Vittoria è una ragazza che avrebbe potuto fare la modella. Ora invece ha trenta chili in più, una gamba che ormai non va e un figlio di tre anni da accudire da sola. Il marito s’arrabatta con dei lavoretti in nero, e butta i pochi soldi che riesce a tirare su alle macchinette. Una storia perfetta per la giovane giornalista che deve chiudere il pezzo sulle case popolari prima della messa in onda. Lei è il volto sul quale la rete nazionale sta puntando, nonostante il suo contratto sia sempre precario.
«T’hanno mandata qui e non conosci nessuno?» domanda Roberto.
«Purtroppo sì.»
«Sei fortunata. Ti ci porto io da una che occupa per necessità. La convinco pure a darti l’intervista.»
Elena è ammaliata dal suo nuovo Virgilio che la guida nell’inferno di case occupate e grigiore di graffiti che commemorano ragazzini arrestati o morti con una pera nel braccio. Roberto ha una faccia pulita, che non somiglia per niente a quella di un soldato da piazza dell’eroina. Elena lo segue, senza accorgersi dello spaccio. I dirimpettai concorrenti di Roberto guardano male la scena e Roberto li rassicura con un cenno. S’avvicinano alcune donne.
«Ao’, e fammi una bella fotografia. Me metto in posa?»
«Togli questa telecamera» dice Roberto alla giornalista. Poi si rivolge al gruppetto di donne: «Non sta a fa’ nulla. È una scema. Deve intervistare chi ha bisogno di casa. Non se ne frega un cazzo della droga».
«Vabbe’, ma vedete d’andarvene.»
Roberto ritorna da Elena, la prende sottobraccio e s’infila nel vialetto che porta in una delle palazzine di via dell’Archeologia. Lettere e numeri sbiaditi per orientarsi, per distinguere i vari stabili che sembrano tutti uguali. Citofoni bruciati e cavi elettrici che saltano fuori, i vetri dei portoncini d’ingresso sfondati e motorini a pezzi buttati vicino alle cabine elettriche. L’ascensore è rotto, si sale per le scale. Sul soffitto ci sono muffa e tubature arrugginite. A ogni rampa, una scritta: VIRGINIA FACCI UNA POMPA, SBIRRO INFAME, PIETRO VIVE. Al terzo piano c’è una doppia inferriata. Roberto bussa alla porta, Maria Vittoria apre, ma resta immobile dietro all’inferriata. «Ah Robé, sei tu?»
Dopo qualche attimo di esitazione, Maria Vittoria fa accomodare i due. Nel soggiorno il figlio se ne sta imbambolato davanti a un televisore al plasma enorme, che stride col contesto.
«Ma che sei matto? Proprio tu mi porti una giornalista in casa?»
Questa è un’occupazione, ma una di comodo, perché l’appartamento non ha nulla di morigerato, ci sono stati dei lavori di ristrutturazione di cui si è occupata l’ala criminale della famiglia Casamonica, quella che è in affari con i clan campani. Maria Vittoria può starsene qui, prendendo anche qualche spicciolo per il deposito che lascia a Roberto. Droga in mezzo ai vestiti del ragazzino. Maria Vittoria non si tira indietro. Ha un debole per Roberto.
«Famo ’st’intervista, però vojo uscì bene, me raccomando. Vado a truccarmi.»
L’intervista fila liscia. I casermoni di Tor Bella Monaca, le opere incompiute, la campagna che è stata, le fognature rotte, gli orti rinsecchiti. Dalla finestra Elena può riprendere tutto. Una donna abbandonata dalle istituzioni, in graduatoria da oltre dieci anni, senza la possibilità di pagare un affitto e in attesa per l’assegnazione di una casa popolare. La storia è perfetta per la giovane cronista. Roberto la osserva e si chiede come sia possibile che la televisione mandi in strada gente simile. Elena si sta commuovendo mentre le cose girano così da sempre. Non si è a...