Quentin eseguì un trucco di magia. Nessuno se ne accorse.
Camminavano cercando di non scivolare sul marciapiede gelato e sconnesso. James, Julia e Quentin: proprio un bel terzetto. James e Julia si tenevano per mano. Così stavano le cose, ormai. Il marciapiede non era abbastanza largo e Quentin li seguiva imbronciato come un bambino. Avrebbe preferito stare solo con Julia, o anche solo e basta, ma non si può avere tutto. Era l’evidenza dei fatti a portare a quella schiacciante conclusione.
«Okay!» esclamò James voltandosi a guardare Quentin «Q, studiamo la strategia.»
James sembrava capire al volo quando Quentin iniziava a commiserarsi. Al suo colloquio mancavano sette minuti. E dopo sarebbe stato il turno di James.
«Gli do una bella stretta di mano decisa. Lo fisso dritto negli occhi. Poi, quando lui si sente tranquillo, tu gli tiri una sedia in testa, io trovo la password e invio l’e-mail a Princeton.»
«Cerca di fare il serio, Q» lo ammonì Julia.
Si era raccolta i capelli neri in una soffice crocchia. Il fatto che fosse sempre gentile con lui peggiorava il suo stato d’animo.
«Perché, ti sembra che non sia serio?»
Quentin eseguì di nuovo il trucco di magia. Era una sciocchezza far sparire un nichelino con un movimento della mano. Lo faceva nella tasca del soprabito, dove nessuno poteva vederlo. Ripeté il trucco, poi lo eseguì al contrario.
«Ho un’idea per la sua password» intervenne James. «Password.»
Era incredibile, pensò Quentin, da quanto tempo andasse avanti così fra loro. Avevano soltanto diciassette anni, ma a lui sembrava di conoscere James e Julia da un’eternità. Il sistema scolastico di Brooklyn selezionava i più intelligenti e li metteva insieme, poi separava quelli semplicemente dotati da quelli assurdamente geniali e li raggruppava, con il risultato che i tre, fin dalle elementari, avevano continuato a incontrarsi alle stesse gare di retorica e competizioni locali di latino e corsi di matematica ultravanzati. Insomma, erano i più nerd tra i nerd. Adesso, all’ultimo anno delle superiori, Quentin conosceva James e Julia più intimamente di chiunque (genitori inclusi), e viceversa. Ciascuno sapeva quello che stava per dire l’altro ancora prima che aprisse bocca. Chi doveva finire a letto insieme, c’era già finito. E Julia – la pallida Julia dalle efelidi sul viso e l’aria sognante, che suonava l’oboe ed era perfino più ferrata di lui in fisica – non sarebbe mai finita a letto con Quentin.
Lui era magro e alto e di solito camminava ingobbito nel vano tentativo di ripararsi dalle sorprese che piovevano dal cielo e che, logicamente, colpivano i più alti per primi. Fra i capelli, che portava lunghi fino alle spalle, aveva alcune ciocche gelate. Avrebbe dovuto asciugarli meglio dopo l’ora di ginnastica, soprattutto in vista del colloquio che aveva quel giorno, ma per qualche motivo – forse era in vena di autolesionismo – non lo aveva fatto. Il cielo basso e grigio minacciava neve. Quentin aveva l’impressione che il mondo avesse dipinto apposta per lui un quadro dai toni deprimenti: corvi appollaiati su tralicci dell’alta tensione, cacche di cane calpestate, rifiuti ammucchiati dal vento, innumerevoli cadaveri di foglie marcescenti profanati in innumerevoli modi da innumerevoli veicoli e pedoni.
«Dio, come mi sento pieno» esclamò James. «Ho mangiato troppo. Perché mi rimpinzo sempre così tanto?»
«Perché sei un maiale ingordo?» intervenne allegramente Julia. «Perché sei stanco di vederti i piedi? Perché vuoi arrivare a toccarti l’uccello con la pancia?»
James giocherellò con un riccio castano che gli spuntava dal berretto e si lasciò sfuggire un rutto di proporzioni omeriche. Il cappotto di cachemire color cammello era sbottonato nonostante il clima; d’altronde, lui, il freddo non lo aveva mai sofferto. Quentin, al contrario, si sentiva sempre intrappolato in un perenne inverno privato e personale.
James attaccò a cantare sull’aria della Vecchia fattoria:
C’era un tempo un ragazzino.
Ino-ino-oh!
Forte, giovane e carino.
Ino-ino-oh!
Con la spada, zac!
Col cavallo, niiih!
Si chiamava Davidino.
Ino-ino-oh!
«James!» strillò Julia. «Piantala!»
James aveva scritto quella canzone cinque anni prima per uno sketch della recita scolastica delle medie. Ancora adesso gli piaceva canticchiarla, e ormai gli amici la conoscevano a memoria.
Julia gli mollò uno spintone e lui, sempre cantando, finì contro un bidone della spazzatura, ma non ci fu verso di farlo smettere. Lei gli levò il berretto da marinaio e cominciò a picchiarglielo sulla testa.
«La mia acconciatura! La mia splendida acconciatura per il colloquio!»
“James. King James.” pensò Quentin. “Le roi s’amuse.”
«Mi dispiace interrompere un così piacevole spettacolo» osservò, «ma ci restano sì e no due minuti.»
«Oh, povera me!» cinguettò Julia. «Il ballo della duchessa! Finiremo per arrivare tardi!»
“Dovrei essere felice” pensava Quentin. “Sono vivo, giovane e in buona salute. Ho degli ottimi amici. Due genitori ancora ben messi, un padre che fa il redattore di manualistica medica e una madre che fa la disegnatrice pubblicitaria con l’ambizione – delusa – di fare la pittrice. Appartengo alla classe medio-alta. I miei voti sono perfino più alti delle aspettative di qualcuno…”
Eppure, mentre camminava lungo la Fifth Avenue di Brooklyn, con il cappotto antracite e il completo grigio per il colloquio, non si sentiva felice. E non riusciva a spiegarsi il perché. Aveva messo insieme a uno a uno tutti gli ingredienti necessari per la felicità: aveva eseguito i riti necessari, pronunciato le formule, acceso le candele, fatto i sacrifici. Eppure la felicità, come uno spirito disobbediente, rifiutava di manifestarsi. E lui non riusciva a escogitare strade alternative.
Ora, seguendo James e Julia, passava davanti a negozietti, tintorie, boutique hippie, vetrine di cellulari illuminate con scritte al neon, un bar con anziani ubriachi già alle quattro meno un quarto del pomeriggio, un palazzo di mattoni rossi dei Reduci delle Guerre in Oltremare, con sedie e tavoli da giardino, di plastica, accanto all’entrata. Quello scenario non faceva che confermare la convinzione che la sua vita reale, quella che gli sarebbe spettata di diritto, si era smarrita per l’errore di qualche burocrate cosmico. E così era finita chissà dove, a qualcun altro, e a lui avevano dato in cambio quella vita da schifo. Un falso, un surrogato.
Forse sarebbe ricomparsa una volta arrivato a Princeton. Quentin ripeté la magia con il nichelino, nella tasca.
«Ti trastulli il coso, Quentin?» gli chiese James.
Quentin arrossì.
«Non mi trastullo nessun coso.»
«Non c’è niente di male.» James gli batté la mano sulla spalla. «Schiarisce le idee.»
Il vento penetrava attraverso la stoffa sottile dell’abito grigio di Quentin; che non pareva minimamente intenzionato ad abbottonare il cappotto. Lasciava che il freddo lo avvolgesse. Che gli importava? Lui, in realtà, non era più lì.
Era a Fillory.
Fillory e oltre, di Christopher Plover, è una serie di cinque romanzi pubblicati in Inghilterra negli anni Trenta. Raccontano le avventure dei cinque fratellini Chatwin in una terra magica e segreta di cui scoprono l’esistenza durante una vacanza in campagna, ospiti di una coppia di zii stravaganti. In realtà, i Chatwin non sono davvero in vacanza: il padre è immerso fino al collo nel fango delle trincee di Passchendaele e la madre è in ospedale per un male misterioso, probabilmente di origine psicosomatica. È a causa di quella situazione familiare che i ragazzi sono stati frettolosamente spediti in campagna.
Ma queste vicende tristi sono solo sullo sfondo. Al centro della storia c’è il fatto che ogni estate, per tre anni, i bambini lasciano il collegio dove studiano, tornano in Cornovaglia dagli zii, e laggiù ritrovano la strada per il mondo segreto di Fillory, dove vivono fantastiche avventure, esplorano terre magiche e difendono i pacifici abitanti del luogo da entità malvagie. Il più strano e accanito dei loro nemici è una figura velata nota come l’Orologiaia, i cui incantesimi orologici minacciano di bloccare il tempo, intrappolando l’intera Fillory alle cinque in punto di un certo pomeriggio buio e piovoso di fine settembre.
Come molti, Quentin aveva letto i libri di Fillory alle elementari. Ma diversamente da altri – tra cui James e Julia – non era mai riuscito a lasciarseli alle spalle. Si rifugiava in quel mondo quando non riusciva ad affrontare quello reale, cosa che gli capitava spesso. (I libri di Fillory erano una via di fuga dal disinteresse di Julia ma anche – con molta probabilità – una delle principali ragioni di quel disinteresse.) Ed era vero, c’era una fragranza molto inglese di asilo d’infanzia in quei libri, e Quentin provava un segreto imbarazzo ogni volta che arrivava al Cavallo Comodo, un equino enorme, affettuosissimo, che di notte trotterellava per Fillory con zoccoli vellutati e aveva la groppa così larga che ci si poteva stendere sopra come su un letto.
Ma in Fillory c’era una verità più seducente, più pericolosa, che Quentin non poteva trascurare. Era come se quei libri – soprattutto il primo, Il mondo nelle pareti – riguardassero la lettura stessa. Quando il malinconico Martin, il più grande dei Chatwin, apre lo sportello dell’enorme pendolo nel corridoio stretto e buio sul retro della casa degli zii e scivola nella terra di Fillory (Quentin immaginava l’asta del pendolo simile all’ugola di una gola mostruosa) è come se aprisse la copertina del libro. Uno di quelli, però, che mantengono sul serio la promessa che tutti i libri hanno in sé e che purtroppo non mantengono mai del tutto: portarti via dal luogo in cui ti trovi e trasportarti, per davvero, in uno migliore.
Nel mondo scoperto da Martin regnava un crepuscolo magico, il paesaggio era bianco, nero e spoglio come una pagina a stampa, con campi di stoppie pungenti e colline ondulate su cui si snodavano antichi muretti di pietra. A Fillory c’era un’eclissi solare al giorno, a mezzogiorno in punto, e una stagione poteva durare anche cent’anni. Gli alberi spogli sembravano graffiare il cielo. Un mare di colore verde pallido bagnava spiagge bianche e strette, fatte di briciole di conchiglia. Lì la scala dei valori era diversa da quella del mondo di Quentin. Perché quando accadeva qualcosa, a Fillory, provavi solo le emozioni giuste. La felicità era una condizione reale, vera e raggiungibile. Arrivava appena la chiamavi. Anzi, era sempre stata lì.
Si fermarono sul marciapiede davanti all’edificio. Un quartiere più elegante dei precedenti con i marciapiedi larghi e alberati. Era una vecchia costruzione di mattoni, il solo villino rimasto intatto in un quartiere di case a schiera e condomini. Una casa famosa nella zona per il ruolo che aveva avuto nella sanguinosa Battaglia di Brooklyn. Aveva l’aria di star lì a rimproverare le auto e i lampioni circostanti ricordando loro il suo raffinato passato stile vecchia Olanda.
“Se questo fosse un libro di Fillory” pensava Quentin, tanto per non perdere l’abitudine, “la casa avrebbe un passaggio segreto per un altro mondo. Ci abiterebbe un vecchio simpatico ed eccentrico che si esprime solo con frasi brevi ed enigmatiche. Approfittando di un attimo di distrazione del vecchio potrei trovare lo sportellino misterioso, o il montavivande magico, che mi darebbe l’accesso al mondo fantastico che aspetta solo il mio arrivo.”
Ma questo non era un libro di Fillory.
«Ci siamo» disse Julia. «Fateli neri!»
Indossava un cappottino blu di gabardine con un colletto rotondo che la faceva sembrare una studentessa francese.
«Magari ci vediamo in biblioteca.»
«Ciao.»
Quentin batté il pugno contro quello di Julia, che abbassò gli occhi, imbarazzata. Sapeva quello che provava per lei, e lui sapeva che lei sapeva, e non c’era altro da dire. Quentin finse di interessarsi a un’auto parcheggiata mentre Julia salutava James con un bacio. Come la protagonista di quei vecchi film in bianco e nero, aveva posato una mano sul petto di lui e si era alzata sulla punta dei piedi.
I due ragazzi si avviarono lentamente sul battuto di cemento che portava all’ingresso.
James mise il braccio sulla spalla del compagno.
«So cosa pensi, Quentin» disse, un po’ a disagio. Quentin era più alto, ma James era più robusto, più proporzionato, e Quentin rischiò di perdere l’equilibrio. «Tu credi che nessuno ti capisca, io invece sì.» Strinse la spalla di Quentin in modo paterno. «Sono l’unico che ti capisce.»
Quentin non disse nulla. Poteva invidiare il suo amico, ma non odiarlo, perché oltre a essere bello e intelligente era anche buono e gentile, più di qualunque altra persona avesse mai conosciuto. James gli ricordava Martin Chatwin. Ma se James era uno dei Chatwin, lui allora chi era? Il vero problema, quando si trovava accanto a lui era che l’eroe era James. E questo cosa implicava? Che Quentin poteva essere solo il fedele servitore, oppure il cattivo.
Quentin suonò il campanello. Da un punto indefinito delle profondità della casa risuonò un tintinnio musicale. Un suono antico. Ripassò mentalmente la lista delle sue attività extracurricolari, gli obiettivi personali e via dicendo. Si sentiva pronto per quel colloquio, preparato su ogni fronte, eccetto forse per i capelli non del tutto asciutti, ma ora che il frutto maturo era davanti a lui aveva perso ogni desiderio di coglierlo. Non che la cosa lo stupisse. Quentin era abituato a quei bruschi crolli di interesse, a non volere più una cosa dopo avere lavorato tanto per ottenerla. Era una delle sue poche certezze.
La porta d’ingresso era protetta da una zanzariera dozzinale, campagnola, che le c...