«Okay. Abbiamo un problema.»
Il vicesceriffo, magro e abbronzato, schiena dritta, postura rigida, aveva appena riagganciato, e adesso si rivolgeva a tutti i presenti: «Era Sally, dalla centrale. Ostaggi e colpi d’arma da fuoco a Kiowa Lake».
I sei agenti, in pantaloni neri e camicie verde scuro, lo guardavano con occhi spenti, come se qualcuno li avesse ficcati in un congelatore. Cinque uomini e una donna, di età variabile, dai trenta (anche meno) ai cinquanta. Tutti bianchi, a parte un afroamericano con la pelle di cioccolata. Volti deformati in una collettiva smorfia di sorpresa.
Colter Shaw suppose che espressioni come «ostaggi» e «colpi d’arma da fuoco» non si sentissero molto spesso da quelle parti. Fissò dall’altra parte della scrivania l’uomo che le aveva pronunciate.
Il vicesceriffo Peter Ruskin, a cui Shaw avrebbe dato sui trentacinque anni, continuò: «Una casa vacanze, avete presente? Il tizio che l’ha presa in affitto dice che è arrivato uno in macchina e si è messo a camminare avanti e indietro parlando tra sé e sé; a un certo punto, ha tirato fuori una pistola e ha fatto irruzione in casa».
«Modello?» chiese uno degli agenti, stessa età di Ruskin, ma più corpulento, H. Granger. Indossavano tutti dei tesserini con il nome. Comodo.
«Non si sa. L’affittuario si chiude in bagno, chiama il 911. L’operatore sente dei rumori, qualcuno che forza la porta a calci, e poi una voce: “Va’ in salotto, mettiti a sedere”. Poi è caduta la linea. A quel punto, hanno chiamato i vicini dicendo di aver sentito uno sparo. A quanto pare, però, non contro l’ostaggio. Ha sparato fuori dalla finestra.»
L’ufficio dello sceriffo della contea di Cimarron era sobrio e funzionale. Shaw era stato in decine di presidi come quello, ed erano più o meno tutti uguali. Piccolo anche quello. L’area che ricadeva sotto la loro giurisdizione, lì nella parte centrale del sud del Kansas, era ampia dal punto di vista geografico, ma scarsamente popolata.
«L’affittuario l’ha riconosciuto?»
Ruskin rispose: «È una casa vacanze. È solo uno di passaggio».
«Oh, giusto. Non è del Kansas.»
«Ci sono feriti?» chiese B. Harper, l’unica donna. Bassina, si vedeva che le scorreva sangue indigeno nelle vene.
«No. Sally ha chiamato lo sceriffo. Sta arrivando. Okay, diamoci da fare.» A quanto pareva, Ruskin aveva un qualche ascendente sugli altri, anche se ancora non aveva fatto il giro di boa della mezza età. Ispezionò la stanza affollata. «George, Devon e E.J. sono di pattuglia. Li faccio avvertire di andare sul posto. Sal ha chiamato la polizia di Stato. Voglio tre di voi con me. Qualcuno ha già gestito casi di sequestro di ostaggi?»
I suoi colleghi si guardarono a lungo, ma nessuno aprì bocca.
«Io» disse Colter Shaw.
Era stata l’idea di una ricompensa a portare Colter Shaw in Kansas.
La sua professione.
Una madre offriva tremila dollari a chi avesse ritrovato la figlia scomparsa. Abitava in un sobborgo di Topeka. La scarsa entità della ricompensa e il fatto che la ragazza avesse diciannove anni avevano scoraggiato altri cacciatori come lui. Adolescenti che scappano di casa? Di solito, corrergli dietro portava più guai che soldi. Non ne valeva la pena.
Emma Cummings era tornata a casa dal college, e un paio di giorni dopo la madre le aveva trovato un po’ di erba nella tasca dei Levi’s. Poca roba, ma più che sufficiente perché si scatenasse un terremoto domestico. Il classico scontro madre e figlia, con una che diceva «Tu non sai nemmeno cos’è la privacy» e l’altra che ribatteva «Scusa se ti stavo lavando il bucato. E, a proposito: prego» e avanti così. La mattina successiva Emma se l’era filata, portandosi dietro zaino e computer.
In ansia per i primi giorni, la madre aveva poi messo insieme tutti i soldi che era riuscita a racimolare e aveva postato in rete l’annuncio della ricompensa. I soci di Shaw in Florida, a caccia di occasioni simili in ogni angolo del web, gli avevano spedito tutte le info del caso, ben conoscendo il suo debole per i fuggiaschi. Lui era saltato a bordo della Winnebago ed era filato dritto in Kansas. Prima tappa: la casa della donna.
Shaw ci andava sempre con i piedi di piombo, quando si trattava di questioni domestiche. A volte era solo un gesto impulsivo dettato dall’età quello che spingeva una ragazza o un ragazzo a far perdere le proprie tracce; altre volte, invece, c’erano ragioni più serie. Quando Shaw rintracciava la sua preda, sceglieva poi se rivolgersi o meno alle autorità. Ma in casa Cummings non aveva visto segni di abuso, solo una madre molto protettiva e dall’educazione religiosa un po’ rigida. Trovare quella bustina nei pantaloni di Emma era stato uno shock. Quanto alla ragazza, sembrava che avesse rotto con il ragazzo il giorno stesso in cui era tornata a casa. Di certo l’atmosfera generale non era delle migliori, e quello era un fattore da tenere in considerazione, come i casini per il recente divorzio dei genitori. Shaw ne era sicuro.
Dettaglio più unico che raro, la madre non voleva sapere dove si trovasse la figlia. Chiedeva solo che Shaw effettuasse una consegna. Gli aveva dato una busta verticale, 11x22 centimetri, che mostrava un rigonfiamento al suo interno. Di sicuro non era solo una lettera. Una collana, un braccialetto? Un giocattolo?
La donna aveva anticipato la sua domanda: «Mi fido di lei: torni e mi dica solo che ha consegnato la busta. E io le darò l’assegno».
Così la ricerca di Shaw era cominciata, innanzitutto facendo qualche domanda agli amici della ragazza. E tutto era filato liscio fino a un certo punto. Una traccia lo aveva condotto a Prescott, in Kansas, a una cinquantina di chilometri da lì, dove viveva una compagna di scuola. Emma aveva passato la notte da lei. La ragazza non si era fatta problemi a parlare con Shaw: il battibecco tra madre e figlia era «una cosa stupida», per come la vedeva lei, quindi aveva incoraggiato l’amica a tornare a casa. E invece Emma aveva tirato dritto, direzione sud, verso l’hinterland. Unico indizio utile: aveva intenzione di fermarsi in un locale famoso per il pollo fritto, a Humble, in Kansas. L’amica non sapeva altro.
E via verso la piccola cittadina di ottomila abitanti circa con quel nome così curioso.
Il centro di Humble era esattamente come uno se lo sarebbe immaginato: un’istantanea dell’America centrale degli anni Cinquanta. Alla fine di luglio, le strade emanavano un lieve sentore di polvere. A ogni angolo si vendevano aggeggi e souvenir con il nome della città stampato sopra, ma Shaw aveva preferito all’ampia offerta di ninnoli un’altra specialità locale, ben più appetitosa: il pollo fritto alla maniera del Sud. Il migliore che avesse mai assaggiato. Il nome del locale lo aveva lasciato perplesso: La capanna del pollo di Ling Yung. Shaw avrebbe voluto chiedere come mai, ma poi si era limitato a ordinare un’altra porzione.
Aveva mostrato la foto di Emma al proprietario e ai dipendenti. Una cameriera si ricordava vagamente di lei, ma non sapeva niente dei suoi successivi spostamenti. Ricordava solo che aveva mangiato in silenzio, senza smettere di smanettare con il cellulare neanche per un secondo.
E dopo Humble? Che fine aveva fatto?
La pista non si perdeva nel nulla, non esattamente: piuttosto, si moltiplicava. Nel cuore della città c’era una rotatoria da cui partivano quattro strade, per quattro direzioni diverse.
Shaw aveva una vasta collezione di mappe Rand McNally, e mentre mangiava si era studiato il Kansas. Due delle strade potevano aver portato Emma in posti ancora più remoti dello Stato, fin dentro il bel mezzo del nulla. Una terza strada era l’equivalente asfaltato della vecchia Dodge City Turnpike, una pista carovaniera. L’ultima, invece, portava alla I-35. Una bella sfortuna, per il cacciatore di ricompense, dato che la grande arteria tagliava il Paese a metà da nord a sud. Da lì si poteva andare in migliaia di posti diversi. Dal Messico al Canada.
Allora, Emma, quale hai scelto?, si era chiesto Shaw, finendo un caffè tutto sommato decente.
O hai soltanto fatto inversione e te ne sei tornata da dove venivi? Magari subito dopo aver finito il menu speciale numero due, mezzo pollo, insalata di cavolo con maionese e biscotti?
Era stato allora che aveva guardato fuori dal ristorante.
Ed eccola. Un’idea.
Poco dopo era seduto nell’ufficio dello sceriffo della contea di Cimarron, a cinque minuti a piedi dal locale di Ling Yung. Il vicesceriffo P. Ruskin lo aveva ascoltato affabile, ma senza sbilanciarsi.
«Le videocamere stradali, eh?» gli aveva chiesto.
L’idea era semplice: visionare i filmati della telecamera che inquadrava l’incrocio.
«Quindi il suo lavoro sarebbe andarsene in giro a caccia di ricompense?» gli aveva domandato un altro agente. Aveva avambracci e bicipiti giganteschi, il tesserino recitava T. Thornton. Era scoppiato a ridere. «Non ci credo.»
«È vero.»
«E riesce a camparci?»
Più o meno.
«Esatto.»
Come poteva spiegare che non erano i soldi la molla principale che lo spingeva a condurre quel genere di vita? Il punto centrale era un altro: una ricompensa era il tassello di un puzzle che nessuno era riuscito ancora a completare. Shaw era cresciuto con due fratelli. Lui era sempre stato «quello irrequieto». Fisicamente e mentalmente. E si era trovato un lavoro tagliato su misura per uno come lui: un viaggio infinito per la nazione, a recidere un nodo gordiano dopo l’altro.
«Quindi non è né un cacciatore di taglie né un agente che cerca persone che eludono la libertà vigilata?» aveva chiesto Ruskin.
«No. Nemmeno un investigatore privato. Non ho permessi, nessuna licenza.»
«Viaggia armato?»
«Ho due pistole nel camper, sì. Ho un porto d’armi per il trasporto occulto. Riconosciuto in Kansas.»
Nessuna reazione da parte dei presenti. In teoria, sarebbe stato logico che la polizia ...