Attraverso i nostri occhi
eBook - ePub

Attraverso i nostri occhi

Vivere da bambini in un campo profughi

  1. 208 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Attraverso i nostri occhi

Vivere da bambini in un campo profughi

Informazioni su questo libro

Nur è arrivato dalla Siria per fuggire dalla guerra che gli ha distrutto la casa e ucciso il padre. Il suo unico amico è Safi, il suo cane. Tau è partito dal Congo in cerca di una cura per la madre, ma le sue speranze sono state deluse e ora la vede spegnersi lentamente, travolta dalla malattia e dal dolore della perdita. Entrambi si sono ritrovati nel girone infernale del campo profughi di Samos, ai confini dell'Europa e dimenticati da tutti. Quando Tau decide di rapire Safi, sperando che le condizioni della madre migliorino grazie alla compagnia dell'animale, i due ragazzi entrano in collisione, sostenuti dai pregiudizi che ogni comunità del campo nutre nei confronti delle altre. Sarà solo grazie a Popi, la figlia della Manager del campo, che le loro vite si incontreranno e i due troveranno un terreno comune sul quale tentare di costruire un futuro. Sullo sfondo di questa favola delicata, emergono le durissime condizioni psicologiche e materiali in cui vivono i bambini e gli adolescenti di Samos, rese ancora più esplicite e toccanti dalle fotografie della seconda parte di questo libro. Frutto dei laboratori di fotografia tenuti periodicamente a "Mazí" da Nicoletta Novara, e accompagnate da testi scritti direttamente dai ragazzi, queste immagini offrono uno sguardo autentico, sincero e spietato, ma non privo di speranza, su una delle più grandi tragedie dell'Europa moderna.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2020
Print ISBN
9788817153843
eBook ISBN
9788831802000

ATTRAVERSO I NOSTRI OCCHI

VIVERE DA BAMBINI IN UN CAMPO PROFUGHI
A CURA DI NICOLETTA NOVARA

UN MODO PER LOTTARE

Siate pronti.
La favola che Nicolò ci ha raccontato parla di legami autentici che abbiamo visto nascere tra gli studenti di Mazí, ma il campo profughi è un inferno che non ha – volutamente – trovato spazio tra le righe di questa narrazione.
Lo vedrete nelle pagine che seguono, nelle fotografie scattate dagli studenti che hanno seguito il laboratorio di fotografia a Mazí. Lo vedrete attraverso i loro occhi. Occhi di bambini e adolescenti che hanno dai 12 ai 17 anni e che hanno vissuto in quel campo per mesi o anni.
Quando sono arrivata a Mazí con la mia macchina fotografica ho pensato che un laboratorio fotografico sarebbe stato una buona opportunità, per gli studenti del centro. Ho insegnato loro come utilizzare una macchina fotografica professionale e alla fine ho consegnato loro delle macchinette usa e getta. Una sola raccomandazione: fotografate ciò che per voi ha un significato e che racconti la vostra vita sull’isola di Samos.
Le fotografie sono tornate indietro come un pugno nello stomaco, e a Still I Rise abbiamo deciso che avremmo dovuto custodire e condividere questo progetto con quante più persone possibile per far conoscere la verità su quanto accade all’interno dei campi profughi. Le violazioni dei diritti umani, il dolore e la sofferenza a cui l’Europa sta costringendo delle persone, dei minori, e tra questi i nostri studenti.
Le immagini sono suddivise in due sezioni. La prima comprende le fotografie scattate da gennaio ad agosto 2019. La seconda parte racchiude le fotografie scattate a luglio 2020, quando sono tornata a Samos per un altro laboratorio di fotografia, questa volta in piena emergenza Coronavirus.
Sono gli stessi fotografi, tramite un testo più lungo oppure una semplice didascalia, a raccontare e spiegare le immagini. Non per tutti è stato facile trovare le parole: alcuni si sono limitati a descrivere gli scatti con un commento essenziale perché rievocare emozioni ed esperienze del campo era troppo doloroso. Altri hanno voluto raccontare la propria storia, i momenti difficili, i segni che la vita nel campo ha lasciato loro nella memoria e sulla pelle. Alcuni non hanno voluto solamente scrivere, ma gridare. Perché non sempre il lento annientamento psicologico del campo è riuscito a fare il suo effetto, e in molti hanno trovato la forza di alzare la testa e combattere per i propri diritti. Mi piace pensare che queste fotografie siano un modo di lottare.
Credo che uno dei punti di forza di questo progetto stia nel contrasto tra gli scatti realizzati all’interno e all’esterno del campo. La sofferenza e la speranza che convivono. All’esterno i colori si fanno più vivaci, abbiamo il blu del mare, il verde degli alberi, vediamo bambini che giocano e si tengono per mano. In queste fotografie ci sono sogni e speranze. Ci sono una luce e un taglio di inquadratura che cambiano completamente rispetto alle fotografie scattate all’interno.
Cos’è l’interno? È un campo profughi su 11 livelli contornato da filo spinato. Inizialmente costruito per 650 persone, è arrivato a picchi di oltre 7000. E il sovraffollamento ha generato quella che tutti chiamano “the jungle”, la giungla, ovvero quella parte di boscaglia sui lati est e ovest del campo in cui sono iniziate a spuntare tende e baracche per ospitare chi non trovava più spazio all’interno. È tutto spiegato nelle immagini che formano il progetto fotografico “Attraverso i nostri occhi” e le vedrete nelle prossime pagine.
Siate pronti, perché in queste fotografie c’è un orrore che non avremmo mai più voluto vedere, ma che in troppi sono ancora costretti a vivere.
A Samos è come se convivessero due mondi differenti, due universi paralleli: da una parte c’è la pace e dall’altra tutto quello che abbiamo è caos.
Mahdi
La risata di questo ragazzo mi ha dato molto coraggio. Mi ha aiutata a capire che non importa dove ci si trovi, è possibile trovare qualcosa per cui ridere anche nelle situazioni più difficili.
Anita
Nella giungla un ragazzo ha acceso un fuoco per scaldarsi.
Non c'è differenza tra i paesi devastati dalla guerra e questo campo: anche adesso, anche qui i nostri sogni possono essere uccisi.
Il mio, di sogno, è quello di diventare medico. Mi piace anche scattare foto, conoscere persone provenienti da diverse parti del mondo e imparare lingue straniere, essere indipendente e mostrare a tutti che se ci si fa forza si possono realizzare i propri sogni. E questo vale per tutti, anche per le ragazze.
Anita
Il ricordo più bello che ho di Samos è legato alla sera in cui abbiamo inaugurato la mostra fotografica. Il giorno dopo siamo stati in gita sulle colline e la sera abbiamo cenato insieme a Mazí perché c’era la festa degli “Achievers”, i ragazzi più grandi.
La cosa che ho odiato di più di Samos era il container in cui vivevamo, sporco e pieno di insetti che, come piccoli vampiri, ci succhiavano il sangue. Tutto ciò ci faceva sentire molto tristi.
Avevo tanti amici a Samos, ma succedeva che, quando diventavamo veramente legati, venivano spostati dall’isola. Mi mancano tanto.
Zeynab
Vedete la fila di lucine colorate? Non è bellissima?
L’ho messa io sul soffitto del container, per vedere qualcosa di bello quando la sera vado a dormire.
Le persone nel campo amano i gatti perché pensano che tengano lontani i ratti, ma qui i ratti sono talmente grossi che i gatti ne hanno paura!
Zeynab
Pensavamo che, una volta superato il confine, ci saremmo lasciati alle spalle tutte le difficoltà, ma al nostro arrivo al campo tutti ci hanno salutato con un “benvenuti nell’altro inferno”. È stato orribile. Ci hanno tenuti lì, in condizioni insopportabili, per quasi un anno. Vivevamo in una tenda ed era tutto sporchissimo, c’erano ratti e insetti ovunque. Non potete immaginare ciò che ho dovuto sopportare.
Solo grazie ai miei sogni, e alla volontà di realizzarli, ho trovato la forza per andare avanti.
L’unico ricordo felice del campo riguarda il momento in cui ci hanno detto che saremmo stati trasferiti altrove e avremmo lasciato l’isola.
Ho scattato questa foto perché voglio mostrare al mondo questo luogo orribile, che costringe chi vi abita a subire condizioni indegne di un essere umano. Non ci meritiamo tutto ciò!
Spero un giorno di vivere in un posto migliore, dove ci sarà garantito il diritto di andare a scuola, di lavorare e di vivere come tutti.
Nahid
Ho scattato questa foto all’interno del campo perché voglio che tutti sappiano che questo posto è l’inferno, per i rifugiati, un luogo che si dovrebbe fare di tutto per evitare.
A Samos, fuori dal campo, ho imparato tutto quello che so della vita, ho incontrato buoni amici e buoni insegnanti, e ho capito cosa significano rispetto e amore.
Jebreeil
Nel campo ci sono persone che si offrono come barbieri per chi ne ha bisogno. In cambio chiedono pochi soldi, 2 o 3 euro.
Arif
Una notte ero con i miei amici Birash, Farhad e Vais, a cui avevano detto che di lì a poco sarebbero stati trasferiti ad Atene. Io ero felicissimo per loro perché finalmente se ne sarebbero andati da quell’isola. Così felice che quella notte ho iniziato a piangere. Credo che questo sia il mio più bel ricordo di Samos.
Bashir
Nel febbraio del 2018 ho perso i miei genitori a causa dei problemi etnici che affliggono il mio Paese. Anche la mia vita era in pericolo ed è per questo che ho deciso di lasciare la Guinea.
Dopo aver superato un viaggio pieno di pericoli che mi ha portato ad attraversare anche l’Iran e la Turchia, sono arrivato sull’isola di Samos. Era il 3 ottobre 2018.
La polizia mi ha registrato come minore non accompagnato, ma i giorni a seguire sono stati per me un inferno. Sono stato abbandonato a me stesso senza cibo né acqua. Per dieci giorni ho passato le notti all’aperto, per terra, senza riuscire a dormire per l’odore nauseabondo dei bidoni della spazzatura. Poi, finalmente, ho avuto la fortuna di incontrare quello che chiamo il mio fratello maggiore, anche lui proveniente dalla Guinea, che mi ha fatto posto nella sua tenda.
Mamadou
Dopo averlo sentito per due notti parlare di questa scuola che si prende cura dei minori non accompagnati, sono andato a Mazí e mi sono iscritto. Da quel giorno la mia vita sull’isola è cambiata grazie a questi uomini e queste donne coraggiosi che lavorano giorno e notte per aiutare bambini e ragazzi.
Ci sono tantissimi minori non accompagnati sulle isole greche: ogni giorno affrontano grandi sofferenze e hanno bisogno dell’aiuto dell’Unione Europea, perché vengano loro garantiti gli stessi diritti che hanno i vostri figli, in primo luogo quello all’educazione e alla salute.
Mamadou
Siete mai stati in fila? Fatemi indovinare. Forse in un bar o al cinema per i biglietti, in una farmacia o in un fast-food mentre aspettavate un hamburger. La fila che vedete nella foto è quella per prendere il cibo nel campo, solo che ad attenderci non c’era un piatto di spaghetti fumanti o un hamburger succulento. C’era un piatto di patate fredde e scotte. Altre volte solo un pezzo di pane con una bottiglia d’acqua. Ma che il cibo fosse disgustoso non era poi così grave: la parte più difficile era ottenerlo. C’erano persone, in quella fila, che si trasformavano in bestie per arrivare prima degli altri. Perché spesso il cibo non era sufficiente per tutti, e l’ultimo della fila rimaneva a stomaco vuoto.
Quante volte una persona può sopportare questa lotta per la sopravvivenza?
Forse potrebbe farcela se si trattasse di una colazione? Un pranzo? O una cena?
Guardate di nuovo i volti delle persone in questa foto: alcuni di loro hanno vissuto in questo modo per più di due anni.
Omid
A un certo punto qualcosa si è preso tutta la mia energia. Mi ero ammalata, ma non so dire bene quale fosse il nome della malattia: avevo degli sfoghi sulla pelle, che prudevano e facevano male. In testa, sulle mani, tra le dita, sul petto, sulla schiena, sulle gambe, sui piedi... non c’era un posto in cui non ci fossero o in cui non sentissi dolore.
Faceva già piuttosto freddo, ma mio padre ha deciso di mettersi in fila per il dottore: ha passato la notte in coda, ma non è servito: il giorno dopo non sono stata comunque visitata. Ci siamo rimessi in fila, questa volta per quattordici ore, ma nulla.
Dopo due giorni di dolore sono andata a Mazí e ho parlato con i miei insegnanti. Neanche loro sapevano dare un nome agli sfoghi sulla mia pelle, però Mattia e Nicoletta hanno fasciato le mie ferite, Brodie mi ha portato da un medico fuori dal campo che mi ha dato della crema. L’ho usata e mi ha dato un po’ di sollievo alle mani. Nicolò, il responsabile della scuola, ha fatto del suo meglio per trovare un dermatologo, ma a Samos non ce n’erano. Stavo peggiorando. È andata avanti così per cinque mesi, finché la mia famiglia non è stata spostata ad Atene. Lì, dopo due mesi di cure, ho iniziato a stare meglio.
Samaneh
La fila d’attesa per il dottore.
Ciao, mi chiamo Arif e sono siriano, il mio sogno è quello di ritornare in Siria perché il mio Paese mi manca tantissimo.
Arif
Volevo andarmene via da Samos e una notte con l’aiuto dei miei amici ho deciso di lasciare il campo. Abbiamo camminato fino a Kokkari, una città lontanissima. Eravamo affamati, ma non avevamo soldi, così alla fine abbiamo rinunciato a scappare da Samos e siamo tornati al campo, ma stavamo per morire per la stanchezza e la fame.
Bashir
Che cosa vedete?
Sporcizia? Gioia? Bambini? Tende?
Ha davvero importanza?
Io vedo la vita con tutti i suoi problemi, vedo delle persone che cercano di costruirsi un’esistenza. Non la migliore, non la più pulita né la più sana, eppure vita. Vivreste con loro? Lascereste la vostra casa con l’acqua corrente e il letto caldo per vivere in quel campo? No, eppure loro lo stanno facendo. Perché? Perché se non l’av...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Quando la scuola salva la vita
  4. ATTRAVERSO I NOSTRI OCCHI
  5. NUR E I NON-AMICI
  6. ATTRAVERSO I NOSTRI OCCHI
  7. Una visione del mondo
  8. I nostri fotografi
  9. Copyright