A Srebrenica, nel 1995, viene scritta una delle pagine più nere della storia europea degli ultimi settant'anni. Ma Greta non ne sa quasi nulla: lei, nata a Milano, è concentrata sulla scuola e sulla sua passione, il nuoto.
Non è mai stata in Bosnia, anche se metà della sua famiglia viene da lì. Non sa nulla dell'infanzia di suo padre Edin, delle intere giornate che ha passato, lui Musulmano, a giocare nei boschi con Goran, l'inseparabile amico serbo. Dal passato, però, non si può fuggire, e così Greta si ritrova a scavare nella storia della sua famiglia, tornando laggiù dove tutto è cominciato.
Dall'autore di Fra me e te, un romanzo che ci riporta a vicende dei Balcani di ieri e che ci insegna tanto anche sull'oggi, mettendoci in guardia dal fatto che la paura (in questo caso del diverso per religione) può diventare odio e persino guerra. E che ci restituisce con tocco lieve e potente insieme un ritratto di ragazzi stupendi, capaci di ripartire, di sognare un futuro diverso, oltre ogni frontiera e distanza.

- 272 pagine
- Italian
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Città d'argento
Informazioni su questo libro
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1
Lei e l’acqua
Sono sole, lei e l’acqua. La testa è lontana da tutto. Gli amici, il liceo, i compiti e le verifiche, gli unicorni: via, a mille chilometri.
Greta sente i muscoli che si tendono, che la trascinano in avanti. È leggera e concentrata, ogni istante di fatica acquista senso nella perfezione dei gesti. Vuole solo fare bene quello che sta facendo. Il nuoto è questo: essere qui, ora. È sempre stato così, fin da quando, da bambina, è entrata in vasca e dopo qualche lezione le hanno proposto di cambiare corso e fare le gare.
Lei e l’acqua sono sempre state amiche. Greta la percepisce che le scorre fuori, sulla pelle, e dentro, in ogni battito del cuore.
L’acqua è vita e come la vita a volte diventa dura, cattiva: un muro invalicabile. Altre volte invece è un’alleata, come oggi: Greta la trasforma in energia, ci scivola sopra come se volasse.
Ha solo quattordici anni, ma è una tipa tosta. Mentre fa una virata perfetta si vede già alle Olimpiadi nella finale dei 200 stile libero, la sua specialità preferita. Si immagina i commentatori e i titoli dei giornali, tutta l’Italia che tifa Greta Osmanović, l’atleta azzurra con quel cognome particolare, il cognome di un padre venuto da lontano.
Ma bisogna fare un passo alla volta e farlo bene. Adesso deve pensare al Trofeo Varese, che ormai è dietro l’angolo ed è la gara più importante prima dell’estate. Ha già vinto tante volte nei mesi scorsi, sa di poter vincere ancora.
Greta tocca il bordo vasca, respira.
«Brava! Per oggi può bastare» le dice Gianni, l’allenatore. È un uomo sulla cinquantina, magrissimo e con più rughe dei suoi coetanei. È duro ed esigente, poco affabile, ma a Greta tiene molto.
Greta esce dall’acqua. Si toglie gli occhialini e la cuffia, scuote i capelli corti e neri. Li ha presi da suo padre, come gli occhi verdi. La pelle chiara, la figura slanciata e i lineamenti del viso invece sono di sua madre Daniela: una donna forte come lei e attraente, che da giovane ha vinto pure un paio di concorsi di bellezza locali. Anche Greta sa di piacere: adesso che è in prima superiore capita che i ragazzi più grandi, soprattutto di seconda liceo, le scrivano su Direct e rispondano alle storie che posta su Instagram, in particolare a quelle dove è in costume dopo gli allenamenti o le gare. Greta però li ignora tutti. Tutti meno uno, che le scrive e commenta molto meno di quanto lei desidererebbe.
Sta per andare negli spogliatoi, quando l’occhio le cade su Anna, ferma a bordo piscina. Anche a lei l’allenatore dice che per oggi ha finito. Ma Anna replica: «Preferisco fare qualche altra vasca».
Gianni annuisce. «Non esagerare, però.»
«Non esagero. Faccio quello che mi serve.» La sua voce è sicura, affilata. Si volta e ricomincia a nuotare, ma prima lancia un’occhiata a Greta. È un istante che basta a cogliere un bagliore di sfida.
Greta osserva la sua coetanea allontanarsi. Il corpo perfetto, muscoloso e longilineo, si fonde con l’acqua. La nuotata è potente, elegante, silenziosa.
È lei la sua principale avversaria nei 200 stile libero.
Greta e Anna sono unite e divise in tutto.
Entrambe fortissime in vasca.
Entrambe molto brave a scuola.
Sono anche compagne di classe, oltre che di squadra. Abitano nello stesso quartiere dai tempi delle medie. Poi hanno scelto entrambe il liceo più vicino a casa. Volevano fare il classico e di sezione ce n’era una sola: il primo giorno di scuola si sono ritrovate a pochi banchi di distanza. A Greta è sembrata una maledizione.
E dire che, quando si sono conosciute, Greta era certa che sarebbero diventate amiche.
Anna abitava fuori Milano. Si è trasferita in città in seconda media e si è subito iscritta al corso di nuoto. Greta ha provato un moto immediato di simpatia per quella ragazza un po’ timida e spaesata. Ha tentato di farsela amica. All’inizio Anna era gentile, ma poi qualcosa si è rotto: ha iniziato a trattarla in modo strano. Come se non bastasse, ha dimostrato di essere forte anche nello stile libero: le gare sono diventate una sfida tra loro due. La rivalità è esplosa.
L’allenatore Gianni non fa preferenze. Durante il riscaldamento, prima di ogni competizione, le prende da parte e dice: «Dovete essere felici di trovarvi nella stessa squadra. Dovete essere grate l’una all’altra, perché vi spingete a vicenda a migliorare».
Ma tra loro di gratitudine non ce n’è proprio. Anche in classe si evitano. Anna è molto bella e dimostra più anni di quelli che ha. Si trucca spesso, a volte si veste in modo provocante, sta con le ragazze più spigliate, quelle che ci tengono a essere guardate da tutti. Greta invece preferisce amiche più tranquille, che non si truccano e all’intervallo se ne stanno buone in classe a ripassare le declinazioni invece che sfilare al bar della scuola.
«Tutto bene?»
Qualcuno interrompe i suoi pensieri, toccandole una spalla.
Lei si volta e si trova davanti Nathan. Vorrebbe sprofondare: sente il viso infiammarsi. Si odia per questo, ma non riesce a impedirlo.
Risponde in fretta: «Sì, perché?».
«Perché eri completamente in fissa…»
«È che… stavo pensando a… a…» Si mangia le parole, le esce una smorfia strana. Con Nathan le capita sempre così.
Lui però sembra non farci caso. «A cosa?»
«Alla versione di latino…»
«Ah già, tu vai pazza per le lingue morte. Wow. Da brivido…» La prede in giro, ma l’espressione è complice, gli occhi buoni. «Ma davvero ti piace quella roba?»
«Sì… cioè no… cioè boh… cioè, faccio quello che devo…»
«Ok. Allora ciao, ci si vede.» Nathan si passa una mano nei capelli biondissimi e torna verso la vasca dei bambini.
Fa la quarta superiore in un istituto tecnico grafico. Due volte alla settimana aiuta un ragazzo più grande come istruttore nel corso di nuoto per i bambini. Mentre torna verso lo spogliatoio, Greta lo osserva con la coda dell’occhio: Nathan è sicuro di sé, dà le indicazioni tenendosi le mani sui fianchi, i bambini lo chiamano gridando il suo nome, ci tengono a mostrargli come sono bravi. Lui sorride, li incoraggia: ha uno sguardo attento a ciascuno di loro.
Greta sente una cosa che le contrae lo stomaco, un desiderio dolce e doloroso insieme. È da Nathan che vorrebbe ricevere tutti i DM, è da Nathan che vorrebbe i commenti alle storie di Instagram.
Poi le parte quel pensiero assurdo: Nathan è così bravo coi bambini, sarebbe un ottimo papà… La vergogna la stoppa subito, Greta si dà della stupida e scappa via.
Le spiace un sacco che Nathan non possa andare all’estero con la squadra, subito dopo la fine della scuola. È un bravo nuotatore, ha delle competizioni importanti in Italia proprio in quel periodo, ma Greta si è immaginata mille volte di passeggiare mano nella mano con lui per Sarajevo, la sera, tra i minareti e le chiese, nello splendore dell’estate. Un sogno a occhi aperti, impossibile. Ma sognare non costa nulla.
2
Una sola settimana
Fuori dalle finestre Milano dorme, il traffico ridotto a un ronzio leggero. A Greta piace quel suono: la culla, la fa addormentare, è una presenza che la accompagna tutta la notte, come quella degli unicorni intorno a lei, sulla libreria e sul comodino. Quando le capita di dormire fuori città, magari in montagna, il silenzio assoluto all’inizio le dà quasi fastidio.
Adesso, però, qualcosa la sveglia. Un rumore strano, concitato. Greta prende il cellulare: è mezzanotte e un quarto. Ha dormito meno di un’ora.
Si siede nel buio, tende l’orecchio. Il rumore è insistente. Si alza e lo segue, camminando nel corridoio, la faccia impastata dal primo sonno.
Arriva alla porta della cucina. Suo padre Edin e sua madre Daniela stanno discutendo animatamente. Non si può dire che sia un litigio: loro non litigano mai. Ma di solito non discutono neanche così, alzando i toni e interrompendosi a vicenda. Di solito sono due persone pacate. Ma adesso, nel silenzio della notte, a Greta sembra che le loro voci siano così forti che potrebbero svegliare tutto il palazzo.
La porta scorrevole di legno è chiusa. Greta si ferma fuori, in ascolto.
«Una settimana! Una sola settimana! Cosa ti costa? Greta ci terrebbe tantissimo se anche noi andassimo con lei a Sarajevo a vederla gareggiare!» esclama Daniela.
«No!» replica duro Edin. «Già non sono entusiasta che Greta ci vada, ma, visto che ormai abbiamo deciso, ci andrà con la squadra. Io non voglio tornare in Bosnia!»
«Ma è il tuo paese! Ed è anche un po’ il paese di tua figlia! Quante volte ha chiesto di andarci? Non è giusto che sia da sola nel suo primo viaggio là…»
Greta sobbalza. Sarajevo. Stanno discutendo di quel viaggio che lei aspetta da mesi. La sua squadra, i Delfini Verdi, è stata invitata nella capitale della Bosnia a partecipare insieme ad alcune altre società italiane a un torneo di nuoto per la pace e la fratellanza tra i popoli a giugno, appena finirà la scuola. Ci saranno ragazzi di quella città, che sfideranno i loro coetanei italiani.
«Lo sai quello che ho passato, Daniela. Non capisco perché insisti» dice suo padre.
«Non è vero che lo so, Edin!» sbotta lei. «Non mi hai mai voluto raccontare quello che ti è successo!»
Greta avvicina l’orecchio alla porta. Cala il silenzio. Edin si agita nervosamente su una sedia. Alla fine sibila tenendo la voce bassa: «Tu non puoi nemmeno immaginare quello che ho visto, che cosa sono stato costretto a fare. Non te l’ho mai raccontato perché certe cose è meglio non saperle. Io stesso vorrei dimenticare, ma non ci riesco».
«Scusami, Edin.» Anche Daniela parla piano ora. «Ma non puoi fuggire per sempre. Tu vieni dalla Bosnia. Posso anche capire che tu non voglia più mettere piede nel tuo paese, dopo quello che ti è successo. Greta però ha diritto di conoscere il passato della sua famiglia. E tua madre ha diritto di vedere il suo unico figlio…»
«Oh, lasciala perdere!» esclama Edin.
Nonna Ema vive a Sarajevo. È una bosgnacca musulmana, proprio come Edin. Greta ripensa a lei, al suo viso buono e accogliente. Le scappa un sorriso, ma è un istante, perché poi l’assale la nostalgia, feroce.
Fin da quando Greta era bambina, la nonna era venuta a Milano ogni anno. Arrivava con la sua valigia elegante, restava un mese con loro e si coccolava la piccola giorno e notte. Greta è la sua unica nipote, e lei l’ha sempre adorata.
L’anno prima, però, la nonna aveva chiamato dicendo che non sarebbe venuta in Italia. «Sono vecchia, non me la sento più» si era giustificata, anche se a Greta così vecchia non sembrava proprio, e anzi le pareva che Ema fosse piena di energia. «Se volete, venite voi qui da me. Sono sola e l’appartamento è spazioso. Stareste comodi» aveva aggiunto. A Greta l’idea era subito piaciuta, ma suo padre era stato categorico: dopo la guerra non era più voluto tornare in Bosnia e non intendeva cambiare idea. Greta aveva provato a insistere, ma non c’era stato più nulla da fare. Con la nonna si sentivano regolarmente, una volta alla settimana o al massimo ogni due. Greta però avrebbe voluto abbracciarla, sentire il suo profumo buono, guardarla negli occhi, vedere com’era diventata. Aveva provato a chiedere alla nonna di usare Skype, ma per Ema era già stato uno sforzo immane comprare uno smartphone e scaricare Viber, il WhatsApp dei Balcani, grazie al quale poteva chiamare Edin e la s...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- 1. Lei e l’acqua
- 2. Una sola settimana
- 3. Nemici nella neve
- 4. Se c’è una, lei lo capirà
- 5. Quegli occhi così strani
- 6. Un tuffo da brivido
- 7. Sono solo parole
- 8. Lunapop
- 9. Siamo tutti jugoslavi
- 10. Tutta colpa di Instagram
- 11. Una lettera dopo l’altra
- 12. Sono tutti terroristi
- 13. Si parte
- 14. La nonna c’è
- 15. Caffè turco
- 16. La paura è adrenalina
- 17. Ćevapčići
- 18. La Tigre e il traditore
- 19. #TheBestThingOfMyLife
- 20. Lo sfregiato
- 21. Città d’argento
- 22. La Bosnia è la mia terra
- 23. Catullo a Sarajevo
- 24. Una città protetta
- 25. La pista di bob
- 26. La treccia di Jasmina
- 27. Insulto
- 28. I bambini giocano sempre
- 29. Nulla è peggio del silenzio
- 30. I soldati dell’Onu
- 31. Fidati di lei
- 32. Potočari
- 33. La collina di Vraca
- 34. Il riposo
- 35. Sena
- 36. Pale
- 37. Baklava
- 38. Non piangere
- 39. Lui
- 40. La ragazza unicorno
- 41. Tema in classe
- 42. Cinquantaquattro centesimi
- Note e ringraziamenti
- Copyright