Avrebbe voluto poter cambiare idea nel momento esatto in cui lasciarono la strada principale.
«Forse dovrei parlare con il mio vecchio medico» disse il ragazzo all’uomo che guidava. «Per sicurezza.»
«Ormai ci siamo.» Erano le prime parole che si scambiavano da quando erano partiti dall’ospedale, all’alba.
«Lo so, ma magari giusto per controllare…»
La macchina rallentò finché non procedette a passo d’uomo e l’autista si voltò a guardarlo.
«Quelli dell’ospedale mi hanno detto che o provi questo posto o ti dimettono. Cosa preferisci?»
Il ragazzo guardò gli alberi irti e gocciolanti dietro il parabrezza.
«Provo qui.»
«Ok allora.» La macchina riprese velocità.
Superarono un gruppetto di alberi sotto i quali il ragazzo notò una vecchia cabina telefonica con la metà dei vetri distrutti, e poi campi verdi, un ruscello e un ippocastano che torreggiava, circondato da castagne lucenti. Svoltarono e imboccarono il lungo viale serpeggiante. La strada principale scomparve dietro un muro di sempreverdi.
Dopo una curva apparve uno sporco cancello dorato con un ragazzo appollaiato in cima. La macchina si avvicinò e il giovane sciolse le braccia incrociate e scese a terra, rimbalzando sui talloni e salutando con la mano. Il ragazzo nuovo si protese sul sedile per vederlo bene, ma le gocce di pioggia sul parabrezza ne distorcevano i lineamenti, riducendoli a macchie indistinte. L’autista scese e andò a parlargli.
Rimasto solo in macchina, il ragazzo nuovo desiderò tornare in ospedale.
Non era sicuro che quella fosse la scelta giusta, dopotutto. Ricordava le dita rigide che gli punzecchiavano i muscoli mentre il padre affidatario digitava sul telefono. Altre domande. Altri esami. Una notte in ospedale, durante la quale strani sogni erano strisciati fuori dalle ombre e gli si erano avvolti attorno ai pensieri, nel sonno. Un brusco risveglio alle prime luci dell’alba: un portiere pronto a scortarlo fuori e, ovviamente, la promessa che l’infermiera notturna gli aveva fatto riguardo a quel posto, prima del viaggio in auto durato un giorno intero.
L’autista tornò. Aprì la portiera e mise dentro la testa.
«È ora di andare, allora» disse. Visto che il ragazzo non si muoveva, aggiunse più gentilmente: «Sembra sempre strano, vero? Il primo giorno in un posto sconosciuto. Ma hai un nuovo amico proprio qui. Dice che ti farà vedere tutto lui».
Il ragazzo nuovo si disse che non gli importava nulla degli amici. Aprì la portiera, poi scese sotto la pioggia implacabile.
L’altro ragazzo era alto e magro, e aveva i capelli castani fradici. La sua camicia era intrisa d’acqua; le sporgenze e gli incavi di spalle, clavicole e costole si vedevano bene attraverso il tessuto. Teneva appeso al collo un vecchio binocolo legato a una cinghia di pelle. Aveva il viso pallido e perfettamente rotondo, come se il suo corpo avesse rinunciato al minimo residuo di grasso tranne nelle guance.
«Ciao. Io sono Indipendenza. Ti darò una mano a orientarti.»
A quel ridicolo nome da hippie, ci mancò poco che il ragazzo nuovo tornasse in macchina e dicesse all’autista di riportarlo indietro, nonostante quello che gli era stato promesso.
«Comunque puoi chiamarmi Indi» continuò Indipendenza. «Come fanno gli altri.»
«Ok.»
Quel ragazzo sembrava semplice come il suo aspetto.
L’autista batté le mani. «Sarà meglio che vada.»
«D’accordo.»
«D’accordo» gli fece eco Indi, anche se ovviamente l’autista non si era rivolto a lui.
Il ragazzo nuovo pensò che Indi dovesse avere all’incirca la sua stessa età, ed era il tipico ragazzo tonto e sognatore che viveva con un bersaglio dipinto in fronte. Nella sua vecchia scuola quelli come lui venivano presi a botte e buttati nel cassonetto in fondo alla strada il primissimo giorno, senza stare a farla tanto lunga. Doveva ricordarsi di mantenere le distanze, altrimenti sarebbe diventato un bersaglio anche lui.
Rimasero uno accanto all’altro mentre l’autista si allontanava così veloce da far stridere le gomme.
Quando fu scomparso alla vista, Indi chiese: «Vuoi vedere la casa?». Saltellava da un piede all’altro per l’emozione.
«Certo.»
Il ragazzo nuovo lo seguì oltre il cancello dorato, che si aprì sotto la pioggia con un cigolio. Sentì la propria determinazione vacillare ancora, e dovette ricordare a se stesso perché era lì. Dopotutto, si disse, le cose non sarebbero proprio potute andare peggio.
Rimasero vicini a guardare l’uomo allontanarsi in macchina. Il ragazzo nuovo era vestito in modo diverso da quelli che vivevano nella Casa di Cenere. I pantaloni di Indi sembravano appartenere a un completo elegante, ma ora erano macchiati, sfilacciati lungo l’orlo e abbastanza corti da lasciargli scoperte le caviglie e le scarpe da ginnastica, tutte piene di fango. Il ragazzo nuovo indossava pantaloni da tuta senza una macchia né uno strappo. Per la prima volta da che aveva memoria, Indi si sentì a disagio. Voleva più di ogni altra cosa piacere al nuovo venuto.
Si scostò dagli occhi la frangia fradicia. I vestiti si potevano cambiare. Avrebbe solo voluto che ci fosse una bella giornata, la prima volta che quel ragazzo vedeva la Casa di Cenere: il modo in cui il fumo scorreva fuori dall’edificio e sbaffava il sole, il modo in cui i microscopici granelli di cenere si mescolavano al polline d’estate ed erano sferzati dal vento, finendo tra i capelli e sotto gli occhi dei bambini. Con la pioggia non era così bella.
Indi aprì il cancello e si ricordò che la pazienza è una Bontà.
Guidò il ragazzo nuovo lungo l’ultimo tratto del viale, fino alla facciata della Casa di Cenere, lanciandogli occhiate di soppiatto per cogliere il momento in cui avrebbe notato le soffici pareti opache, i comignoli svettanti, le finestre lucide contornate di polvere nera. Voleva che spalancasse gli occhi e rimanesse senza fiato. Ben presto si lasciarono alle spalle il cancello e il viale, e non ci fu più nulla tra loro e la casa. Si fermarono.
«Eccola» disse Indi. «La Casa di Cenere.»
Ammirò i muri che sfumavano nell’aria. Il contorno della casa si confondeva e si gonfiava mentre il vento la investiva. Il fumo vagava sopra l’erba lucida intrisa di pioggia, pervadendo il mondo dell’odore di falò. Due torce gemelle erano conficcate nel terreno davanti alla casa e bruciavano nonostante la pioggia. Indi mise le mani sui fianchi e fece un enorme sorriso.
«È fantastica, vero?»
«Cos’è questo odore di bruciato?»
«Vieni a toccarla!» gridò Indi eccitato.
Lo trascinò nell’erba, ignorando la pioggia che batteva sulle loro spalle. Indi sentì l’odore dei muri quando si avvicinarono: legno, aria, carbone e qualcosa di profumato, tutti insieme nell’istante in cui vengono dati alle fiamme.
«Guarda.» Indi appoggiò la mano sul muro. Era caldo, e sapeva che si sarebbe bruciato se avesse premuto per troppo tempo. Sussurrò le parole di riverenza con cui esprimevano la propria riconoscenza per la cenere e per le Bontà dei loro nomi: «L’indipendenza è una Bontà». Il suo pallido palmo si staccò creando una perfetta nuvola di polvere grigia.
«Fallo anche tu.»
Il ragazzo nuovo alzò un dito e accarezzò con dolcezza la parete. Lo ritirò sbaffato dello stesso grigio.
«Ok. Quindi è una casa piena di polvere?»
«Non è polvere, è cenere. L’ha creata il Direttore.»
«Ma…»
«Ma cos’ho per la testa?» Indi si batté la mano sulla fronte. «Prima dobbiamo darti un nome.» Si mosse verso le porte.
«Ce l’ho già un nome» esclamò il ragazzo nuovo dietro di lui.
«Qual è?» Indi stava girando la maniglia di ferro.
«Io… io…» Soppesò la risposta e singhiozzò, come se stesse reprimendo un sussulto. Si toccò la fronte, lasciando una striscia scura sopra un occhio. «Io… io non lo so.»
L’ingresso aveva un alto soffitto a volta e il pavimento di pietra. C’era un tavolino con un vecchio telefono e uno sgabello accanto. Vicino alla porta si trovava un tavolo più grande con una ciotola di metallo e alla parete era appeso un pannello di legno su cui erano incise delle parole. Per cominciare, Indi accompagnò il ragazzo nuovo alla ciotola.
Era piena di medagliette metalliche delle dimensioni di una grossa moneta. Indi frugò tra di esse, ne prese un paio, le osservò e le rimise a posto, mentre il ragazzo nuovo lo fissava con riluttante interesse. Era una decisione spinosa, che aveva sempre preso il Direttore.
Alla fine ne scelse una. La medaglietta era perfetta: non scintillante come alcune, ma abbastanza pesante e perfettamente liscia. Poteva passarci il dito sopra senza sentire un solo graffio o solco. La tese al ragazzo nuovo.
«Solitudine» annunciò Indi.
Il ragazzo nuovo guardò l’oggetto, scettico.
«È una moneta?»
«È una medaglietta.» Indi indicò la propria, appuntata sul cuore. Era di ...