E così adesso sono attaccata al petto di un uomo di mezza età di nome Wesley intento a fissare i piedi ai pedali della bicicletta.
È ancora buio, ma riesco quasi a vedergli la mano mentre imposta l’orologio sullo zero e parte.
La stradina dove abita, punteggiata di casette che sembrano uscite dal Monopoli, sbocca sulla via principale; oggi non dobbiamo fermarci per dare la precedenza alle macchine: ci immettiamo tranquilli e iniziamo a pedalare – veloce, sempre più veloce – nell’istante in cui i lampioni dietro di noi si spengono e il mondo viene inghiottito dall’oscurità. Le macchine ci superano in uno sfarfallio di fari, e intravedo degli spaventapasseri nei campi. Occhi che scrutano dai cespugli.
Lui guarda l’orologio e pedala più forte. Potremmo battere il suo record di percorrenza. Questa mattinata potrebbe passare alla storia.
Comincia una discesa e la visuale si fa confusa, ma continuiamo a pedalare. Le sue gambe vanno veloci, ho i miei dubbi che riesca a tenere il ritmo, ma ce la fa. Quando la strada torna pianeggiante sorpassiamo le auto che prima ci avevano superati e che adesso sono imbottigliate nel traffico; scorgiamo l’aria sorpresa dei conducenti dietro i finestrini, solo per un attimo, prima di sfrecciare via.
Il sole inarca un sopracciglio all’orizzonte e le luci delle macchine si allungano in linee fluorescenti che vanno e vengono tra le corsie come un’orda metallica, e noi siamo nel mezzo, facciamo zig zag tra i paraurti, superiamo semafori color ambra, saliamo sui marciapiedi e saltiamo giù per evitare i paletti catarifrangenti e le auto parcheggiate.
Ora riusciamo a scorgere il traguardo: il campanile che, dal centro della scuola in cui lavora Wesley, svetta fino alle nuvole. Abbiamo sessanta secondi a disposizione e un semaforo da superare. È rosso, ma la strada è libera, quindi non rallentiamo.
E poi.
Spuntata fuori dal nulla.
Una macchina.
E noi freniamo, freniamo, freniamo.
E io urlo, perché andiamo troppo veloce e la macchina un secondo fa non c’era e adesso c’è.
Sento il cuore di Wesley che fa un balzo mentre il resto del suo corpo
si ferma
di colpo.
La fibra di carbonio si spacca. La videocamera che aveva sul petto. In pezzi.
WesleyCycles67 non sta più trasmettendo in diretta.
Per favore, scegli un altro canale.
Due settimane fa sono morta.
Ma sto cercando di non pensarci, perché oggi è un nuovo giorno. Il sole che filtra da dietro le tende trasforma l’acquario di Manta in un arcobaleno, e al piano di sotto mamma mi prepara la colazione e le medicine cantando distrattamente una delle sue vecchie canzoni. Quando entra in camera le sorrido e lei smette. «Oh scusa tesoro, spero di non averti svegliata.»
«Non fa niente» rispondo. «Puoi continuare.»
Ma non lo fa. Anzi: mentre scosta le tende e fa alzare dolcemente il letto parla a voce bassa e cammina in punta di piedi. La stanza è troppo silenziosa per il ronzio nervoso del motorino del letto che piano piano mi solleva, perciò infilo le cuffie e scompaio tra i flauti e i violini. Mi sdraio e ascolto la musica, cercando di ricordare com’era pedalare per i campi con Wesley nel weekend, inseguire le pecore circondati da un mare verde contro la linea quasi perfetta del cielo azzurro. Poi quella macchina spunta fuori dal nulla e tutto si ferma di nuovo.
Il tempo di tirarmi su, e mi manca già il respiro.
Mamma mi toglie le cuffie. «Con quanti cucchiai cominciamo oggi?»
«Dieci, direi» rispondo, anche se ieri ho detto la stessa cosa e a otto non ce la facevo più.
Tirarsi su in posizione seduta = 1 cucchiaio
I cucchiai sono unità d’energia. Quando sei costretto a letto da una malattia cronica, come me, le unità non possono essere molte. Magari tu hai un cassetto delle posate enorme pieno di cucchiai, ma i miei ultimamente stanno tutti in una pentola traballante.
Una unità di energia = 1 cucchiaio
Abbiamo iniziato a parlare usando i cucchiai come unità di misura dopo aver letto il blog di una certa Christine Miserandino, che li utilizzava come metafora della perdita d’energia. In un modo o nell’altro si sono inseriti nella nostra quotidianità. Quando ti svegli avendo a disposizione solo dieci cucchiai vuoi che ciascuno di quei dieci abbia il suo valore.
Mamma mi porge la colazione e io cerco di sembrare contenta che sia salmone affumicato per il quinto giorno di fila. «Lo so» fa lei vedendo il mio sorriso tirato. «La colpa è di tuo papà. Era in offerta e ha riempito il frigo di questa robaccia. Ne avremo per almeno un anno.»
Dalla porta spunta la testa di papà. «Era due al prezzo di uno però. Non succede mai con il salmone.»
Mamma alza gli occhi al cielo e borbotta: «Questo pensa che abbiamo soldi da buttare».
Il salmone è buono, e anche le uova. Ma non riesco a togliermi dalla testa l’immagine dell’auto che ci viene addosso, e mandare giù un boccone sembra richiedere più cucchiai di quelli che servirebbero.
Fare colazione = 2 cucchiai
Mamma se ne va e papà si intrufola in camera e si siede sul letto.
«Come va, piccola?»
Sorrido con lo sguardo rivolto al battiscopa. «Mah, tutto ok.»
Continua a fissarmi e capisco che oggi non me la caverò con sorrisi e convenevoli. Perciò lo guardo dritto in faccia e cerco di non abbassare gli occhi. «Com’è stato il funerale?»
«Bah, sai, un funerale. Uno spasso.»
Non posso saperlo. Non sono mai stata a un funerale. Ma dalle ombre scure sotto i suoi occhi intuisco che probabilmente non è stato così divertente.
«Te l’ho registrato.»
Mi prende il piatto e comincia a mangiare gli avanzi come se niente fosse.
Deglutisco. «Ah sì?»
«Già già. Ho portato apposta una videocamera. Mi sono seduto in fondo. Dalle occhiatacce che mi lanciavano sembrava avessi portato in chiesa un diamine di clown. Prego, tra parentesi.»
Mi mordicchio le unghie. «Va bene. Grazie, ma non c’è bisogno che lo veda.»
Dimenticare è molto più difficile a un funerale.
Lui smette di mangiare. «Alice. Stiamo parlando di Wesley. Anche se non l’avevi mai incontrato di persona, tutte le mattine eri sulla bici insieme a quel poveretto. Eri con lui quando è morto, santo cielo.»
«Sì, ok, d’accordo!» dico, con la voce incrinata dal panico.
Papà mi fissa. Sospiro.
«Ok» rispondo. «Lo guarderò. Grazie.»
Papà mi dà un buffetto sulla mano. «Allora prepariamoci, poi lo guardiamo.»
Prepararsi. Barcollare fino al bagno attiguo alla camera. Pettinarsi. Lavarsi i denti. Darsi una sistemata. Guardarsi allo specchio per un lungo momento e chiedersi se somiglierei un po’ meno al mio pesce, un Carassio nero, se mi tingessi i capelli di biondo o mi tagliassi la frangia.
Prepararsi = 5 cucchiai
Sono già a otto cucchiai e non sono nemmeno le dieci del mattino, perciò papà mi dà una mano a uscire dal bagno e a indossare il vestito nero che ho messo per il mio sedicesimo compleanno, il mese scorso. Torno a letto con il fiatone, come se avessi pedalato su per una collina.
Il filmato che papà ha girato al funerale è pronto sul portatile.
Voglio dire qualcosa. Inventarmi una scusa. Dirgli che dopotutto non ho bisogno di guardare questa roba, grazie lo stesso. Che sono contenta così, nella mia stanza, a pensare ai prati e alla musica e al pesce nell’acquario.
Ma non mi rimangono abbastanza cucchiai per protestare.
Papà si sporge in avanti e preme play.