Amici stretti
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Amici stretti

  1. 288 pagine
  2. Italian
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Amici stretti

Informazioni su questo libro

Fino a dove ci si può spingere per conquistare il cuore di una donna? O meglio: per conquistare il cuore di una donna vale tutto? Per esempio creare un falso profilo Instagram, inserirla nell'elenco dei propri "amici stretti" dove però figura un solo nome - il suo -, avvicinarsi a lei fingendo di condividere gli stessi interessi, le stesse passioni, le stesse insofferenze; mentirle sul proprio lavoro, sulla propria famiglia, dire un sacco di bugie agli amici di una vita per renderli complici involontari di tutta la messinscena? Gabriele è convinto di sì. E allora eccolo fingersi medico, lui che invece è il figlio del capo supremo di un'azienda "che produce dignitosi cessi chimici per i concerti indie". Eccolo fingersi appassionato di pittura, amante dei musical e della cucina indiana, eccolo spacciare sua madre per assistente sociale. Tutto per conquistare Irene, della quale peraltro ha appena licenziato il fratello. Tanta fatica, tante menzogne, tanti sforzi per apparire ciò che non è, ma sarà poi utile farlo? O piuttosto meglio essere se stessi fino in fondo, sinceri, autentici, rischiando di perdere tutto ma anche di veder nascere la più bella delle storie d'amore? La vicenda di Gabriele e Irene - della strampalata famiglia di lui, dell'irrisolto fratello di lei, dei loro amici tutti - ci farà divertire, commuovere e riflettere come ogni storia raccontata da Gordon. E forse, forse, ci aiuterà a trovare qualche risposta in più...

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2021
eBook ISBN
9788831805155
Print ISBN
9788817157339
1

Gabriele

La faccia da bravo ragazzo l’ho ereditata da mio padre, che a sua volta l’ha ereditata da mio nonno, Saverio Borghetti, insieme alla BS: la redditizia azienda di famiglia che ci ha finanziato la villa in Sardegna e la baita a Cervinia (con il tapis roulant vista montagne a prova di storie Instagram). BS sta per Borghetti Sanitari, e l’azienda in sostanza produce… oddio, come posso dirvelo senza far finire l’intera conversazione in merda… produce… no, non c’è altro modo: produce dignitosi cessi chimici per i concerti indie, quelli dal pubblico maschile con le barbe pettinate e dal pubblico femminile con le gonne da concertone del 1o maggio state of mind. Insomma, quelli che si bevono un botto di birra-pochi-euro-tanti-gradi e dei bagni fanno un uso “più che dignitoso” come direbbe nonno Saverio. Ma non è sempre stato così, quando nonno ha tirato su l’azienda produceva tutt’altro.
Nonno Saverio è la persona migliore che conosca. Da giovane somigliava tantissimo a Leonardo DiCaprio in Titanic, quando Leo era ancora magro insomma. Nonno aveva quello sguardo un po’ sperduto che faceva impazzire le ragazze della Milano anni ’30. Loro lo spiavano dietro gli occhiali da sole vintage, ammiccando dolci sorrisi.
È stato davvero un colpo di fortuna che, tra tutte, nonno Saverio sia finito proprio con mia nonna; e che poi sia nato mio padre. Tra l’altro il parto, mi aveva raccontato nonna, era stato talmente travagliato che alla fine papà lo avevano chiamato Fortunato.
Mia nonna, ai tempi, era probabilmente l’unica donna di Milano a cui mio nonno non piaceva. A quanto pare Saverio era troppo “un bravo ragazzo” per lei, e quando lui la invitò al cinema lei disse che i sedili le facevano venire mal di schiena. E quando lui la invitò a mangiare un gelato in Porta Romana, lei affermò che era una tipa da salato non da dolce. Allora mio nonno propose un pranzo di pesce e lei gli confessò che le sembrava un po’ troppo come primo appuntamento.
Oggi i maschietti frustrati la chiamerebbero “rompicoglioni”, “figa di legno” e tanti altri bellissimi appellativi, ma in quegli anni là gli uomini erano per lo più gentiluomini, e mia nonna era, se mai, una femme fatale. Però che bello sarebbe dire: “Mia nonna era una figa di legno!”.
Comunque, tornando a noi, la mia fortuna fu che mio nonno non comprese il rifiuto, così si presentò una domenica dopo la messa davanti a casa sua, con il completo buono.
Di Saverio s’innamorò subito la famiglia di mia nonna prima di lei. Nonna ci mise un po’di tempo a prenderlo sul serio, lo mise sotto esame, che test di ingresso per l’università un paio di balle. Cambiò idea quando una sera, tornando dal cinema, un tizio cercò di rubarle la borsetta e mio nonno corse così veloce da superarlo. Il tizio gliela restituì e si mise a piangere, non era nemmeno maggiorenne. Mio nonno consegnò la borsetta a mia nonna e diede diecimila lire al tipo (che ai tempi erano tantissime e mio nonno non era di certo ricco a quell’epoca: lavorava come operaio in una fabbrica di scatole di scarpe) gli disse di tornare davanti al cinema ogni primo del mese, che gliene avrebbe dati altri se non avesse rubato più.
Mio nonno aveva, e ha, un gran cuore.
Mia nonna si dimenticò del fascino di tutti i bad boys per cui aveva avuto una cotta, quelli che oggi si fanno i selfie davanti allo specchio, che a quattordici anni avevano il motorino truccato, a trenta suonati dicono ancora cose come: “Oh, zio, visto che zinne quella?” e che oggi sono indubbiamente stempiati, perché a sedici anni si piastravano i capelli prima di andare in disco.
Comunque, mia nonna capì che la gentilezza può essere molto più sexy.
E che avanguardia direi, avrei un paio di persone a cui spiegarlo… voi?
Questa storia però parla di me, ahimè, non di mio nonno, e anche se io non sono nemmeno lontanamente attraente e affascinante quanto lo era lui, proverò comunque a conquistare un po’ della vostra attenzione.
Se poi non ci riesco, è perché siete delle fighe di legno (scherzo, io non sono quel tipo di uomo).
Mi chiamo Gabriele, sono alto un metro e ottanta, ho gli occhi chiari e i capelli biondi, sempre pettinati all’indietro, sono un bel ragazzo ma senza fascino, sono ricco da far schifo e sono stato lasciato esattamente un anno fa. E questo non me lo ricordo perché ho appuntato la data del mio abbandono sulle note del cellulare, ma perché il giorno in cui G. mi ha lasciato io compivo esattamente trent’anni, e lei se ne è andata con uno stronzo, un artista tanto famoso quanto cafone: Giulio Monachesi.
E lei se lo ricordava, eccome. Ma è sempre stata un tantino egoista.
Il giorno in cui si compie trent’anni è anche quello in cui ci si fanno un sacco di domande esistenziali: come si pulisce davvero il parquet? Il Domopak va nella plastica? Il cartone della pizza è indifferenziata? (Non che io l’abbia mai buttata la pattumiera, abbiamo la donna delle pulizie che viene una volta al giorno.) E le bollette si pagano anche tramite app (o solo tramite il portafoglio dei tuoi genitori)? Il giubbotto va in lavatrice (l’anticalcare è essenziale?) o si rovina? Ma soprattutto: ogni quanto si lavano i cappotti? Durante il solstizio d’inverno?
A scuola nessuno me ne ha mai parlato, però, ragazzi, ho studiato sia alle elementari, sia alle medie e sia alle superiori l’australopiteco, e so tutto del cranio dell’uomo preistorico.
Ma un anno in meno di Homo erectus e un anno in più di educazione alla vita?
Insomma, a me tutte queste cose fanno venire l’ansia. Ma ho comunque provato a rispondere alle VERE domande che ti fai a trent’anni, quelle di cui mi ha accusato G. prima di lasciarmi:
  • Non ho trovato un lavoro che mi piace perché lavoro già per l’azienda di mio padre (che prima era di mio nonno). L’azienda ci ha resi ricchi, e da me si sono sempre aspettati che prendessi il posto di papà. Easy.
  • No, non voglio andare a vivere da solo perché in pratica vivo già da solo: la casa dei miei genitori è così grande che a volte devo usare il cellulare per chiamarli e chiedergli in che stanza sono. Easy x2.
Di tutte le cose che G. mi ha rinfacciato ne ha tralasciata una, forse fondamentale. Non mi ha detto che aveva già un altro. Da un anno.
Mi sfilo la tracolla di pelle e l’appoggio sulla scrivania, mi specchio nel portamatite argentato. Sistemo i RayBan sul naso e raddrizzo il colletto della camicia. Attorno a me, gli altri dipendenti lavorano con le teste chine sui loro computer. Non sono mai riuscito a costruire un rapporto sincero con loro, in quanto capo e in quanto figlio del capo supremo mi odiano tutti a parte il mio segretario, Simone. Qualche mese fa nel mio bagno personale c’è stata una perdita, ho dovuto usare quello dei dipendenti. Quando mi hanno visto dirigermi verso la porta dei servizi oltre al corridoio in ufficio è sceso il gelo. Sul momento non ne ho capito il motivo, ma dopo essermi chiuso la porta alle spalle mi è stato fin troppo chiaro. Sulla porta del cesso c’era scritto, con un pennarello indelebile, Gabriele sei un fallito più in basso… Gabriele cambiati la cravatta Mi sono portato una mano sul tessuto di raso attorno al collo, la mia cravatta blu di Armani mi ha quasi strozzato. Non vi riporterò le altre citazioni marchiate a pennarello indelebile sulla porta del bagno, perché immagino vi siate già fatti un’idea.
«Gabriele, scusa se ti disturbo ma prima della riunione ci sarebbe da sentire Marco Ginestri…» Simone, il mio segretario, attende in bilico su di un piede, come un fenicottero.
«Arrivo subito, mi prendo un caffè e lo raggiungo…»
Ne approfitto per fare mente locale. Dieci anni fa mio padre fece restaurare l’azienda abbattendo i muri che mio nonno Saverio aveva sapientemente costruito. Ora, mi spiegate come faccio a licenziare qualcuno in un open space? È come decidere di piantare il proprio fidanzato al cinema, durante la proiezione di un film, mentre gli altri spettatori commentano la vostra interpretazione: “Ti lascio perché sei troppo bello per me e non mi sento alla tua altezza”.
“E l’Oscar per la miglior scusa di merda va aaaaa… voi!”
«Simone, scusami…» richiamo l’attenzione del mio fidato segretario, davanti a tutti.
«Potresti per cortesia dire a Marco Ginestri di aspettarmi al bar qui davanti? Voglio prendere il caffè lì perché è più buono che alla macchinetta…»
Marco Ginestri, due file di scrivanie più in là, mi guarda alzando un sopracciglio.
«Ma certo…» risponde invece Simone, con un sorriso che si nasconde dietro a lungo sospiro, poi si avvia verso la scrivania di lui. «Marco, Gabriele mi ha chiesto di dirti…»
«Grazie Simone, ho sentito.»
Evito lo sguardo bellicoso di Marco Ginestri, pochi metri da me, e mi sudano già le mani. Mi sfilo l’anello di Gucci che mi ha regalato mia zia per l’ultimo compleanno. Me lo metto in tasca.
Non sono adatto a licenziare le persone, non sono neanche capace di lasciare le fidanzate. E soprattutto io non ho mai voluto fare il capo, non sono capace a dire di no e non ho mai chiesto di ereditare questa azienda a mio padre.
Marco Ginestri si alza lentamente, lo sento perché sposta la sedia girevole e poi la riavvicina al tavolo con un cigolio drammatico. Attraversa l’ufficio silenzioso fino alla porta di vetro scorrevole, mi aspetta al bar, e a me lui sembra John Ford in uno di quei film che nonno ama tantissimo, di Sergio Leone, in cui il protagonista è diretto al saloon, e ha una pistola infilata nei pantaloni.
Prima di raggiungere Marco vado nel mio bagno privato e mi fumo due sigarette, una dietro l’altra. Quando devo prendere delle decisioni divento estremamente nervoso, e siccome non sono in grado di arrabbiarmi con il prossimo, finisco per prendermela con me stesso, e con i miei polmoni.
Ah, tra l’altro, fumo come una ciminiera, ve ne accorgerete.
Fumo così tanto che vi farò venire la nausea, e probabilmente se siete dei fumatori smetterete di fumare per la disperazione, se non lo siete farete smettere di fumare i vostri amici e parenti.
Ma il fumo è l’unico modo che conosco per sfogare le mie frustrazioni (lo so perché sono stato dodici anni in analisi, alla fine il mio psicologo è invecchiato e ha preferito andare in pensione che tenermi in terapia, era più facile).
Aspiro il fumo pungente della seconda sigaretta e sento pizzicarmi la gola come al solito.
Sono pronto.
2

Irene

Un giorno prima

«Vedrai che andrà benissimo!» dico a Marco, prima che esca di casa. È un po’ spaventato dall’incontro con il suo capo domani in ufficio, lui gli ha anticipato che dovranno affrontare una questione molto urgente. Spero sia una promozione, lo spero davvero… così finalmente lui e Camilla potranno farsi il mutuo e smetterla di dissanguarsi con l’affitto. Se lo meritano. Loro non sono mica come me, non vivono alla giornata. Marco e Camilla diventeranno una di quelle coppie che farà almeno due figli (quando ormai in Italia è già tanto averne uno di bambino). Camilla non mi è mai piaciuta molto, ma se Marco è felice io sono felice per lui. Le ragioni sono diverse, prima di tutto lei non si prende le sue responsabilità, quando mio fratello sta male, sono sempre io quella che se ne prende cura, che lo tira su di morale. Secondo, credo che Camilla abbia un leggero problema con l’alcol, le ho trovato alcune bottiglie di vodka nascoste per casa, e di certo non sono di Marco.
«Ehi, Ire, quindi? Dopo ti trovo a casa?»
Marco tiene la testa bassa, giocherella nervoso con il portac...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Amici stretti
  4. Prologo. Pensieri sparsi
  5. 1. Gabriele
  6. 2. Irene
  7. 3. Gabriele
  8. 4. Irene
  9. Chiedo per un’amica
  10. 5. Gabriele
  11. 6. Gabriele
  12. 7. Gabriele
  13. 8. Gabriele
  14. Chiedo per un’amica
  15. 9. Gabriele
  16. 10. Irene
  17. 11. Gabriele
  18. 12. Irene
  19. 13. Gabriele
  20. 14. Irene
  21. 15. Gabriele
  22. 16. Irene
  23. Chiedo per un’amica
  24. 17. Gabriele
  25. 18. Irene
  26. 19. Gabriele
  27. 20. Irene
  28. Chiedo per un’amica
  29. 21. Gabriele
  30. 22. Gabriele
  31. 23. Gabriele
  32. 24. Irene
  33. Chiedo per un’amica
  34. 25. Gabriele
  35. 26. Gabriele
  36. 27. Gabriele
  37. 28. Irene
  38. Chiedo per un’amica
  39. 29. Gabriele
  40. 30. Gabriele
  41. 31. Gabriele
  42. 32. Gabriele
  43. Chiedo per un’amica
  44. 33. Irene
  45. 34. Gabriele
  46. 35. Gabriele
  47. 36. Gabriele
  48. Chiedo per un’amica
  49. 37. Gabriele
  50. 38. Gabriele
  51. 39. Irene
  52. 40. Gabriele
  53. Chiedo per un’amica
  54. 41. Gabriele
  55. 42. Gabriele
  56. 43. Irene
  57. 44. Gabriele
  58. Chiedo per un’amica
  59. 45. Gabriele
  60. 46. Gabriele
  61. 47. Gabriele
  62. 48. Irene
  63. Chiedo per un’amica
  64. 49. Gabriele
  65. Copyright