Italia, 2017
Spalancai d’impeto la porta e fingendo, come facevo sempre, di non aver visto i parenti, mi avviai verso il mio studio. Con un solo sguardo, avevo abbracciato l’intera sala d’aspetto, inquadrando le persone, ma, nonostante la mia statura, nessuno aveva fatto caso a me.
L’uno accanto all’altra, eppure lontanissimi, sedevano una ragazza e un vecchio; lui stava piegato, con i gomiti sulle ginocchia e le mani sulla faccia. Mentre uscivo, avevo visto arrivare un giovane uomo. La ragazza, rigida come un tronco d’inverno, non aveva reagito al suo goffo tentativo di abbracciarla. Sul volto del ragazzo, le lacrime avevano tracciato due linee dritte, disegnando un sentiero lungo la patina nerastra da lavoro in officina e ora, a ridosso della parete, aveva cominciato a percorrere a grandi passi un lato della stanza.
Era già passato un po’ di tempo, quando l’infermiera, una donna sovrappeso di mezz’età, aveva bussato, cercando di farsi piccola piccola e di modulare la voce nel tono più soave possibile: «Dottore...».
«Che c’è adesso?» la mia voce era risuonata forte, da dietro lo schienale della poltrona.
«La mamma della bambina vorrebbe parlare con lei.»
«Sono stanco. Non le avete detto che la sua vita non è più in pericolo?»
«Non si dà pace, una sua parola la rassicurerebbe.»
La donna uscì sospirando; sapevo che era dispiaciuta e incerta, anche perché avrebbe dovuto affrontare il volto della madre in lacrime.
Stavo sprofondato nella poltrona, le gambe sollevate sul tavolinetto di metallo chiaro. Indossavo ancora il camice usato in sala operatoria, sul quale, attorno ai bordi della protezione, che avevo tolto, si erano stampati a ventaglio dei minutissimi schizzi di sangue. Asportare una milza provoca un’importante perdita ematica.
Un po’ alla volta, la tensione che mi aveva sorretto si stava allentando. Succedeva sempre così, quando arrivava un codice rosso e la diagnosi doveva essere fatta in pochi minuti. La bambina, di quattro anni, era rimasta schiacciata da un pesante cancello di metallo. Rischiava di morire, ma ora era fuori pericolo.
Sospirai profondamente, cercando di pensare a cose piacevoli e leggere. Davanti alla finestra del mio studio si ergeva un muro grigio, nel quale si aprivano altre finestre, tutte uguali: il padiglione della medicina. Eppure, dal riflesso sui vetri, si poteva intuire che fuori c’era il sole ed era una giornata di quasi estate, uno dei primi pomeriggi assolati di giugno. Mi alzai e aprii con un certo sforzo la finestra, che probabilmente nessuno toccava da tempo, poiché la temperatura all’interno era regolata dall’impianto dell’aria condizionata.
Mi tolsi il camice, lo appallottolai e lo gettai nel cestino. Aprendo la porta con veemenza, andai a sbattere contro una collega che stava passando per il corridoio.
«Ah, ciao Giona» disse lei, dopo un attimo di stordimento.
Purtroppo non ricordavo il suo nome; forse nemmeno il cognome.
«Verresti a cena con me, questa sera?» chiesi a bruciapelo.
«Uh, dove mi porteresti?»
«A Marano o ancora meglio a Grado. Fanno un pesce stupendo!»
«Lascia che sistemi alcune cose e ti chiamo» disse, facendo con la mano il gesto del telefono.
Mi avviai verso le stanze della rianimazione; prima di uscire dovevo sincerarmi che i parametri vitali della piccola operata fossero a posto. Speravo già di poterla dichiarare fuori pericolo.
Davanti alla porta su cui spiccavano numerosi cartelli, con vari divieti, i giovani genitori della bambina piangevano insieme, tenendosi per mano. Mi infilai dentro, ma all’uscita, anch’io rassicurato, non potei ignorarli.
Rimasero sorpresi, forse un po’ disorientati, dal colore della mia pelle.
Cercando le parole più semplici, spiegai alcuni dettagli tecnici dell’operazione e la probabile evoluzione delle condizioni della bambina. La madre non riusciva a parlare. Era piccola e di corporatura minuta e fece un gesto che non mi aspettavo: le bastò piegarsi un poco per prendere le mie mani tra le sue e baciarle.
Ho sempre avuto una tempra di ferro: ci vuole ben altro per spossarmi fisicamente. Ma mi schiacciava ancora lo sforzo mentale della concentrazione. Mi avviai a passi lenti verso la pesante porta gialla del reparto e la spinsi controvoglia, con un po’ di sforzo. L’aria nel piccolo ascensore mi sembrò più asfissiante del solito: probabilmente mi portavo ancora addosso gli odori della sala operatoria, tra cui spiccava il dolciastro dei disinfettanti.
Mentre salivo in macchina, una BMW sportiva grigio metallizzato, accesi il cellulare, che in ospedale tenevo rigorosamente spento, e l’abitacolo fu invaso quasi subito dalla musica etnica che avevo scelto come suoneria.
Ci eravamo dati appuntamento sotto casa di lei e, mentre arrivavo, la vidi uscire. Rimasi colpito, perché era diversa da come ricordavo di averla sempre vista, in camice. Era molto carina, con un vestito dal fondo scuro su cui si aprivano, disposti in cerchi concentrici come fuochi d’artificio, fantasiosi fiori viola, arancio, verde. Portava un trucco leggero e i capelli raccolti svelavano un collo alto e sottile. Solo allora, nei cassetti del mio cervello, trovai il suo nome: Lia Calabresi.
Nonostante ci conoscessimo in modo alquanto superficiale, non ci sentivamo a disagio. Entrambi eravamo stanchi e felici di rilassarci in compagnia. Quando arrivammo in vista della laguna, aprii il finestrino, lasciando entrare l’aria salmastra, profumata di piante palustri e alghe seccate al sole. Nella località turistica non c’era ancora il traffico delle vacanze: in quella serata feriale i luoghi erano poco frequentati e tranquilli. Conoscevo vari ristoranti, ma il pesce lo preferivo alla Tavernetta.
Prima di metterci a tavola, uscii un attimo per telefonare in ospedale e rientrai visibilmente sollevato. Il collega di turno mi aveva comunicato che tutti i parametri della mia piccola paziente erano nella norma: era fuori pericolo.
Non ne feci parola con lei; le questioni di lavoro volevo tenerle fuori.
Scorrendo il menu, scoppiò in una risata spontanea: «Ma che cos’è, uno scherzo o uno scioglilingua? “Risi, bisi e canestrei”».
«No» spiegai divertito. «È un ottimo risotto, con molluschi e piselli.»
Così ordinammo il risotto; poi una grigliata di pesce misto, tra cui un San Pietro, due orate, due tranci di ricciola, calamari e anche alcune canocchie. Il tutto annaffiato da un ottimo Pinot grigio del Collio.
Durante la passeggiata lungo la banchina del porticciolo, nell’aria frizzantina della notte, Lia mi si strinse addosso e io mi slacciai la giacca e la tolsi a metà, per coprirle le spalle.
Arrivati a casa, lei accettò di salire nel mio appartamento. Eravamo due perfetti estranei, ma andava bene così.
Stavamo sdraiati sul letto, completamente nudi, quando il telefono cominciò a squillare e continuò, fastidioso e insistente. Era il fisso, che non usavo mai.
«Giona...»
«Mamma!»
Non la sentivo da mesi e la voce mi parve affannata.
«Giona, devi venire subito. È una questione urgente.»
«Mamma, che succede? Stai male?»
«No, non io; ti spiego subito. Ho in casa un ragazzino di dieci anni. È un minore non accompagnato africano, che mi è stato dato in affido temporaneo. Dal pomeriggio ha cominciato a lamentarsi di fitte all’addome e ora sta proprio urlando. Ho pensato subito a te.»
«Mamma, esiste il pronto soccorso, per queste cose!»
«Non capisce l’italiano, è terrorizzato.»
«Il collega del pronto soccorso di turno stanotte è molto bravo, capirà da sé.»
«Giona, è come te. È come eri tu, non te lo ricordi? Possibile che tu abbia dimenticato?»
«Va bene, vengo subito; il tempo di arrivare.»
«Non correre!»
No, non potevo dimenticare.
Mi bastò socchiudere gli occhi, che cominciarono a scorrermi davanti immagini sepolte, ma mai cancellate: i bananeti dalle mille sfumature di verde e di giallo, i sentieri di terra rossa, le siepi di tronchetti fioriti che circondavano il rugo, le donne con il cesto sulla testa e il lattante sulla schiena, i bambini che giocavano con un pallone fatto di foglie di banana e spago arrotolato...
Burundi, 1983
Mio padre venne sepolto in un terreno incolto, poco lontano dalle capanne. Era un posto brutto, desolato: non vi crescevano piante utili, come banane, patate dolci o fagioli, ma soltanto sterpi con rami spinosi e baccelli secchi che, sfiorati, mandavano uno schiocco fastidioso.
Non ricordo una cerimonia funebre.
Nessuno piangeva, solo mia madre, che rimaneva senza protezione. Non c’era alcun simbolo, né segno di riconoscimento: dargli una sepoltura era semplicemente un gesto necessario. La mamma tuttavia sistemò sulla terra smossa tre pietre, a rappresentare il focolare. Mi venne detto che non dovevo più pronunciare il nome, per non disturbare il suo sonno.
Ero troppo piccolo per provare dolore o forse lui non aveva mai allacciato con me veri rapporti d’amicizia e d’amore. Che cosa mi sarebbe rimasto?
In realtà un ricordo c’era, vivido e preciso.
Mio padre sapeva costruire uno strumento, l’iningiti, e lo suonava: lo faceva parlare.
Si era procurato un pezzo di corno di mucca, cavo e pulito, ne aveva smussato i margini e aveva praticato due fori corrispondenti ai lati, nei quali aveva inserito un bastone di legno duro, che da una parte era stato sigillato con un mastice, dall’altro era lungo a forma di manico. Mi mandò a cercare delle foglie di banana gialle al punto giusto, elastiche, non troppo fresche, né già rigide. Con quelle aveva chiuso una delle imboccature del corno. Aveva poi agganciato alle estremità del bastone un tendine di mucca ben teso. Due pezzetti di legno posti tra le foglie e il filo sottile tenevano quest’ultimo leggermente sollevato.
L’iningiti si suona con un archetto, fatto con un ramo flessibile e un tendine tirato e lui lo provò subito: si udiva una specie di lamento, che accompagnava bene le parole.
Adattava la sua voce a quella dello strumento e improvvisava lu...